Una conversazione con Janet Doman
| | A volte penso che la notte sia più viva e più ricca di colori del giorno. |
| | Vincent van Gogh |
Mille domande sono fiorite in me da quelle giornate, mentre iniziavo a imparare, per mia figlia Caterina, il programma di riabilitazione: sia leggendo i libri consigliati, sia frequentando in Italia i corsi dal luglio 2015.
Sono rimasto molto colpito dalle idee straordinariamente innovative che sono alla base del metodo Doman. Il mio stupore di padre si è sommato alle tante curiosità che sorgevano in me come giornalista. Perché – mi dicevo – bisogna che io faccia sapere a tutti quello che sto scoprendo qui.
Così ho pensato di chiedere la risposta a ogni mia domanda direttamente a Janet Doman, figlia di Glenn, che attualmente è Ceo degli Institutes for the Achievement of Human Potential.
Ne è venuta fuori una conversazione (in parte pubblicata su «Libero») che interesserà non solo le famiglie che hanno casi di lesioni cerebrali, ma tutti i genitori e gli educatori, chiunque abbia a che fare con i figli e, in genere, con i ragazzi e i giovani.
Innanzitutto voi vi rivolgete a persone con cerebrolesioni, senza specificare la diversa casistica. Perché? Non c’è differenza tra un bambino con sindrome di Down, un bambino autistico e un bambino affetto da paralisi cerebrale?
Sì, naturalmente c’è una differenza tra un bambino che la medicina ha definito «autistico» e un bambino definito sintomaticamente in maniera diversa. Qui l’argomento si fa ancora più ampio, e ci porta al concetto che ogni bambino cerebroleso è in realtà unico. Non esistono due lesioni identiche. Nessuna è uguale a un’altra. Il programma che noi abbiamo creato serve a trattare il cervello, ma sarebbe errato pensare che ci rivolgiamo a cellule morte o addirittura a «cellule lese». Noi non facciamo questo. Noi offriamo stimolazione e opportunità alle cellule sane. È il cervello il comune denominatore del nostro ragionamento.
Sebbene non esistano due lesioni identiche, è però vero che in linea di principio tutti abbiamo lo stesso modello di sistema nervoso centrale, più o meno. Non è vero che non differenziamo i casi. Noi valutiamo ogni bambino basandoci sul «profilo di sviluppo» elaborato dagli Istituti.
Il profilo non sa qual è la causa della lesione né la diagnosi sintomatica. È un elegante strumento di misurazione che ci offre un quadro di come funziona il cervello di un singolo bambino. Pertanto un bambino che presenta un profilo di sviluppo che indica una lesione moderata nel mesencefalo potrebbe essere stato precedentemente diagnosticato con il problema genetico di trisomia 21, oppure con l’etichetta sintomatica di «affetto da paralisi cerebrale». I loro programmi potrebbero essere simili perché la loro situazione neurologica funzionale è simile. D’altro canto, due bambini definiti «autistici» potrebbero avere profili molto diversi tra loro e quindi anche i loro programmi sarebbero diversi.
Il profilo qui è il grande «livellatore». È uno sguardo puro alle funzioni neurologiche senza altre assi da incrociare sulla griglia. Esistono 350 etichette sintomatiche usate come «diagnosi» per i bambini cerebrolesi, e questo crea molta paura e confusione nei genitori che restano intrappolati talvolta per anni nell’idea che il proprio figlio sia senza speranza perché non sanno dove risieda la lesione, né quale sia la portata o la sua gravità. Le risposte a queste domande rappresentano la vera diagnosi.
La parola «cerebroleso» evoca una situazione terribile. Normalmente viene considerata sinonimo di ritardo mentale. Invece voi affermate che non c’è nessun rapporto fra una lesione cerebrale e l’intelligenza. Perché?
Non vi è alcuna correlazione tra lesione cerebrale e intelligenza. È possibile essere cerebrolesi e molto intelligenti, così come è possibile non essere cerebrolesi ed essere intellettivamente limitati. Vi è una forte correlazione tra lesione cerebrale e la capacità di esprimere l’intelligenza.
Le persone cerebrolese molto spesso non sono in grado di parlare o emettere suoni, oppure parlano molto male o quando lo fanno dicono cose che non hanno senso. Proprio per questo si pensa che non parlino perché non sono abbastanza intelligenti da avere qualcosa da dire, o quando parlano male o dicono cose che noi non comprendiamo ciò significa automaticamente che hanno una scarsa capacità di ragionamento oppure non capiscono.
In moltissimi casi invece queste persone hanno una perfetta comprensione, ma scarse capacità di esprimere la propria intelligenza perché hanno seri problemi respiratori e quindi non riescono a respirare abbastanza bene da parlare o hanno gravi problemi uditivi e non riescono a tirare fuori le parole di cui hanno bisogno e che vogliono usare. Come potrà immaginare, ciò crea un’enorme frustrazione in queste persone, perché vengono trattate come se fossero stupide.
È vero che le cerebrolesioni sono più comuni di quanto si pensi?
Sì, dobbiamo ammettere che siamo tutti un pochino cerebrolesi. I bambini da piccoli cadono e spesso sbattono la testa, i ragazzi praticano sport di contatto dove le lesioni cerebrali sono piuttosto comuni, le donne lasciano aperti gli sportelli dei mobili di cucina e ci sbattono la testa contro. Questi incidenti possono costarci ogni volta la perdita di 10.000 cellule in alcuni casi, 20.000 in altri. Abbiamo così tante cellule per cui alla fine non sentiamo la mancanza di queste piccole perdite, ma la domanda è: con questi piccoli incidenti abbiamo leso il nostro cervello? Certo che sì. Quindi non dovremmo chiederci: «Chi sono tutti questi cerebrolesi?». Noi siamo tra loro. La domanda non dovrebbe essere: «Chi è cerebroleso e chi non lo è?», ma piuttosto: «Si vede? E questo ci impedisce di alzarci ogni mattina e raggiungere i nostri obiettivi nella vita?». Se ce lo impedisce, allora dobbiamo fare qualcosa.
Mi sembra di aver letto che perfino uno dei più grandi geni dell’umanità come Albert Einstein, da bambino, aveva avuto dei problemi, soprattutto col linguaggio e la lettura, pur essendo intelligentissimo.
Sì, Einstein ha avuto inizi difficili e a scuola era trattato con sufficienza dai suoi insegnanti. Lui non li perdonò mai e non lo si può certo biasimare per questo.
Lui non si integrava perché dal punto di vista neurologico era leggermente disorganizzato, ma era un ragazzino brillante che riuscì a dimostrare le sue capacità. E, a proposito del sistema scolastico e dei metodi educativi usati solitamente, vorrei ricordare proprio una cosa che Einstein ha scritto…
Quindi intende parlare dell’educazione e del sistema scolastico in genere, riferito a tutti i bambini…
Sì. Dunque Einstein ha scritto: «È – a dir poco – un miracolo che i moderni metodi di insegnamento non abbiano ancora soffocato del tutto la sacra curiosità e il piacere della scoperta; perché questa delicata pianticella, oltre ad avere bisogno di stimoli, è sorretta principalmente dal suo bisogno di libertà; senza libertà andrebbe sicuramente incontro alla completa rovina. È un grave errore pensare che il divertimento di vedere e di cercare possa essere suscitato con mezzi coercitivi o con il senso del dovere. Al contrario, ritengo che sarebbe possibile persino privare un robusto predatore della sua voracità, se lo si costringesse a rimpinzarsi di continuo a forza di frustate».
E voglio ricordare un’altra cosa che Einstein ha scritto ricordando la sua infanzia: «Ho preso lezioni di violino da sei anni a quattordici anni, ma non ho avuto fortuna con i miei insegnanti, per i quali la musica non andava oltre la tecnica. Ho davvero cominciato a imparare solo dopo che mi innamorai delle sonate di Mozart. I tentativi di riprodurre la loro grazia mi hanno spinto a migliorare la mia tecnica. Credo che, nel complesso, il miglior insegnante sia l’amore e non il senso del dovere».
Molto chiaro. E capisco che voi – col vostro metodo educativo – vi riconoscete nei pensieri di Einstein e li mettete a frutto. Ma vorrei capire meglio. Voi affermate che l’intelligenza si sviluppa. Cosa significa?
È chiaro che la più grande conquista dell’umanità è la sua capacità di apprendere, adattare e creare. Ciò si ottiene con la ricerca e la scoperta. Questo processo di apprendimento inizia nell’utero materno, ma cresce incredibilmente alla nascita e continua fino al giorno in cui moriamo. Noi arriviamo al mondo già in possesso di questa abilità. Possiamo potenziare o inibire questa capacità di apprendere fin dalla nascita. I neurofisiologi hanno iniziato ad analizzare questo aspetto ottant’anni fa e continuano a dimostrare che un ambiente arricchito produce creature intelligenti, mentre un ambiente impoverito produce creature le cui capacità sono molto ridotte. Ciò è stato dimostrato con cavie e cuccioli e con topi, ma mai è stato dimostrato più chiaramente come negli esseri umani.
Chi lo ha dimostrato?
Il nostro lavoro degli ultimi sessant’anni è un esempio molto preciso di quello che ho detto. Nel 1962 avevamo centinaia di bambini gravemente cerebrolesi di due, tre e quattro anni che erano in grado di leggere allo stesso livello dei bambini di 2a, 3a e perfino 4a elementare con una completa comprensione, mentre molti dei bambini sani di sette anni a Filadelfia non riuscivano a imparare a leggere. Perché? I nostri bambini cerebrolesi vivevano in case dove veniva offerto loro un arricchimento intellettivo, mentre i bambini che abitavano nei quartieri di Filadelfia venivano cresciuti in ambienti carenti di stimolazioni intellettive. Sì, l’intelligenza si può sviluppare, e più si inizia da giovani, più è facile avere profondi cambiamenti nel bambino.
A Filadelfia avete creato delle istituzioni dove si riabilitano bambini con cerebrolesioni e parallelamente avete istituti scolastici dove si sviluppano al massimo le potenzialità intellettive degli studenti, per far loro conseguire risultati eccellenti. C’è un legame fra le due cose? I bambini che il mondo – con un orribile giudizio – considera «ritardati» hanno le stesse potenzialità di coloro che vengono considerati «geni»?
La risposta a questa domanda è «sì».
Questa sua risposta è clamorosa e sorprendente…
Le faccio un esempio. Molti anni fa abbiamo trattato un bambino gravemente leso nel mesencefalo. Si trattava di un caso molto difficile: non era in grado di gattonare né di camminare, né riusciva a usare bene le mani. Abbiamo insegnato ai suoi genitori come creare a casa un ambiente intellettivamente stimolante e ricco. I genitori hanno lavorato duramente per anni. Oggi quel bambino cammina, parla e usa le mani, ma soprattutto è diventato un importantissimo matematico e professore in una delle più antiche università europee. Non è mai stato un singolo giorno a scuola fino a quando non ha frequentato l’università da adulto. Negli anni abbiamo visto migliaia di bambini cerebrolesi dalle qualità intellettive decisamente molto superiori a quelle dei loro coetanei. Nella nostra esperienza, quando un bambino leso è avanti intellettivamente, la lacuna rispetto a un bambino medio si farà sempre più grande se non facciamo qualcosa. Tale è la superiorità del bambino leso quando gli vengono fornite le giuste stimolazioni e opportunità. Abbiamo orrendamente sottovalutato il potenziale intellettivo di tutti i bambini, ma soprattutto di quelli cerebrolesi.
In effetti una delle cose più sorprendenti è scoprire che i bambini cerebrolesi che voi seguite già all’età di tre o quattro anni imparano cose che i cosiddetti bambini normali non sanno fare. Com’è possibile?
Sembra difficile accettare questo concetto, perché il bambino leso è così indietro in molte altre aree, ma ci sono dei motivi molto basilari che spiegano perché è dotato di queste straordinarie capacità. Anzitutto, molti bambini sono lesi dalla nascita o subito dopo il parto, e mentre i loro fratelli e sorelle sani corrono e giocano per tutta la casa con altri bambini, spesso della stessa età, il bambino leso sta con mamma e papà o con i nonni. Questo bambino sta quindi con gli adulti. Apprende quasi esclusivamente dai membri della famiglia più maturi, non dagli altri bambini. Ciò gli consente di apprendere un vocabolario migliore, soprattutto se mamma e papà gli parlano a un livello elevato (e non come si fa generalmente con i bambini piccoli). Inoltre il bambino leso osserva il comportamento sociale degli adulti e si fa una chiara idea di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Tuttavia continua ad avere enormi problemi…
Sì, è vero, questi bambini hanno problemi enormi. Forse non sono in grado di camminare o di parlare o di usare le mani, e quindi devono risolvere questi problemi a un livello che per me e lei è molto difficile da comprendere. Devono fare in modo che siano gli adulti a fare per loro ciò che desiderano. Ci studiano in un modo molto diverso da quello in cui veniamo studiati dai bambini sani. Prestano attenzione a tutto ciò che facciamo mentre i bambini sani – magari – sono là fuori, sull’altalena. Spesso i bambini lesi hanno esperienze di vita e di morte in cui si trovano a combattere per sopravvivere. Alcuni dei nostri bambini combattono per riuscire a fare ogni singolo respiro e per deglutire ogni pezzo di cibo. Nessun bambino sano vivrà mai queste esperienze. Non dovremmo quindi sorprenderci se alcuni di questi bambini sono davvero più avanti intellettualmente, più maturi socialmente e piuttosto filosofici sulle cose che contano davvero. Hanno avuto esperienze che vanno ben oltre quelle che si vivono normalmente alla loro età. Infine i nostri bambini lesi imparano a leggere più rapidamente e meglio di gran parte dei bambini sani.
Ecco, appunto questo le stavo chiedendo. Perché?
Anzitutto, noi iniziamo il più presto possibile, in modo tale che i nostri bambini imparino quando è facile imparare e non quando la crescita cerebrale si è rallentata. Poi, gran parte dei nostri bambini non è in grado di parlare e quindi non viene la tentazione di chiedere loro di leggere a voce alta quando provano a imparare a leggere. Ai bambini sani viene insegnato a leggere poco, troppo tardi e quasi sempre viene loro richiesto di leggere a voce alta, il che insegna loro a leggere lentamente. Tristemente, è ciò che faranno per il resto della loro vita.
Ho sentito alcune sue conferenze e più volte ho colto dei suoi accenni molto critici nei confronti del sistema scolastico tradizionale. Quali sono – a suo giudizio – gli errori più gravi che, dal punto di vista pedagogico, vengono fatti nella scuola?
È difficile dirlo perché non so da dove iniziare. Noi abbiamo un’idea molto chiara di ciò che accade ai nostri bambini a scuola. Le madri e i padri sono i migliori insegnanti: anzitutto, siamo profondamente convinti che i bambini appartengano alla propria casa e alla propria famiglia, con il papà, la mamma e i nonni. In questo ambiente possono apprendere molto velocemente qualsiasi cosa. Sono con le persone che li conoscono meglio e che più li amano al mondo. Non è forse così?
Quindi è sbagliato delegare l’educazione a un’istituzione esterna alla famiglia?
Il primo errore è portare il bambino al di fuori del nido familiare. Tutte le creature di alto livello apprendono anzitutto dai propri genitori e non vengono esposte all’esterno di questo spazio sicuro fin quando non sono altamente in grado di cavarsela. Incarcerare il proprio figlio di sei-sette anni in una classe di dieci, venti o trenta bambini è di per sé un disastro per il bambino. Oggi il bambino viene fatto uscire dal nido familiare in età ancora più giovane e addirittura ci sono neonati che vengono tenuti tutto il giorno nelle scuole materne. Anziché lasciare un bambino con un padre o una madre, questo viene lasciato con dieci o venti altri bambini e una manciata di sconosciuti che baderà a lui per l’intera giornata. Un disastro. Di tutte le cose che diciamo, questa è probabilmente la più controversa. Non è politicamente corretto affermare che i neonati e i bambini hanno bisogno di stare con i propri genitori. Ma è così.
Chi darà altrimenti voce ai nostri piccoli?
Quindi la scuola non è un ambiente di apprendimento adeguato per il bambino?
Gran parte degli ambienti didattici sono realizzati per il bambino medio, ma il più grande mito di tutto il sistema didattico è il «bambino ...