La voce della pioggia (Youfeel)
eBook - ePub

La voce della pioggia (Youfeel)

Prima o poi l'inverno lascerà posto alla primavera.

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La voce della pioggia (Youfeel)

Prima o poi l'inverno lascerà posto alla primavera.

Informazioni su questo libro

Prima o poi l'inverno lascerà posto alla primavera. Gwen e Tom sono due ragazzi alle soglie dei trent'anni con un passato difficile e poca fiducia nel futuro. Rimorsi, paure, fantasmi da sconfiggere. Gwen ha perso il suo primo vero amore e Tom porta sulle spalle il rimorso di aver rovinato la vita di sua sorella. Ma quando si incontrano il loro mondo inizia a cambiare; un rincorrersi continuo e un incessante, silenzioso aiuto reciproco. Insieme cercheranno di uscire dalla bolla di solitudine che li avvolge, insieme proveranno a lasciarsi andare. La strada sarà lunga, non mancheranno gli ostacoli, ma nemmeno i momenti felici, perché anche nella giornata più piovosa basta un solo raggio di sole per far nascere l'arcobaleno. Un romanzo intenso e coinvolgente, in cui è la vita a vincere grazie all'amore. Mood: Emozionante - YouFeel è un universo di romanzi digital only da leggere dove vuoi, quando vuoi, scegliendo in base al tuo stato d'animo il mood che fa per te: Romantico, Ironico, Erotico ed Emozionante.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
eBook ISBN
9788858687307

CAPITOLO DUE

Gwen
Deprimente.
Alla mia età tornare a vivere con i miei era una delle cose più deprimenti che potessero capitarmi, ma ero stata proprio io a deciderlo.
Oltre al danno la beffa. Rimanere nel mio appartamento, a Berkeley, faceva troppo male. Ogni cosa mi ricordava lui, quando l’unica cosa che avrei voluto era dimenticare quella storia. Avrei pagato oro per poterlo cancellare dalla mia mente.
Era stato il mio primo amore, l’unico.
Appena misi piede in casa il classico profumo di famiglia mi diede il benvenuto.
Lasciai le chiavi nella ciotola, appesi il cappotto umido e mi trascinai in cucina in cerca di cibo, come un animale selvatico.
«Ciao Cocopuff» lo salutai, accarezzandogli la testolina pelosa.
«Com’è andata oggi?» gli chiesi, sapendo che non mi avrebbe risposto.
È un gatto e posso ritenermi fortunata che non cerchi di cavarmi gli occhi ogni volta che mi avvicino.
Sbirciai nel frigo a dir poco esagerato per scoprire quali prelibatezze aveva lasciato mia madre per cena. Era l’anniversario di matrimonio dei miei, che erano andati a spassarsela in chissà quale ristorante di lusso.
I miei occhi caddero immediatamente sull’anello al mio anulare sinistro. Ogni cosa, ogni singolo respiro mi riportava a lui. Non sarebbe passato mai, ma dovevo imparare a conviverci, altrimenti non sarei arrivata a trent’anni.
Scrollai la testa, con la speranza che quei pensieri se ne fossero tornati nel cassetto che avevo creato appositamente per loro e presi il contenitore con il mio nome.
Dopo aver vissuto da sola per cinque anni e aver sempre provveduto a me stessa, da quando ero lì mia madre mi trattava come una quattordicenne: mi faceva il bucato, mi preparava il sacchetto del pranzo e mi faceva il letto.
Glielo avevo ripetuto fino allo stremo delle forze, ma sembrava non sentire. Anche mio padre mi spalleggiava in quella lotta titanica, ma la maggior parte delle volte guadagnava un rimprovero, quindi evitavo di metterlo in mezzo più del dovuto.
L’unica soluzione sarebbe stata andarmene e trovare un appartamento tutto per me, ma non credevo di essere pronta a stare da sola.
Mi venne da sorridere al pensiero che avevo voluto stare da sola quasi per tutta la vita e invece da poco più di un anno rimanere sola mi faceva paura.
«Ceniamo insieme?»
Mia sorella Lisa mi sorprese alle spalle, con il suo solito entusiasmo fastidioso.
«Perché non mangi nella dépendance? Quella è casa tua» le risposi acida.
Lisa era l’unica di noi quattro sorelle a essere rimasta a casa con mamma e papà, quindi si era aggiudicata la casetta sul retro. Peccato che fosse stato più il tempo che passava dai miei che quello che dedicava agli affari suoi.
«Hai la luna storta? Vuoi parlarne?»
Un altro aspetto negativo del vivere lì era proprio che Lisa non si faceva mai gli affari suoi. Sapevo di aver vissuto un’esperienza terribile, ma questo non voleva dire che dovessi confidare a lei o a chiunque altro quello che mi passava per la testa. Non ero matta e non rischiavo la depressione. Forse.
Avevo solo bisogno di tempo per accettare che Austin non ci fosse più e per convivere con il fatto che era stata tutta colpa mia.
La fulminai con lo sguardo, sperando recepisse l’avvertimento, e mi sedetti a tavola, gustandomi la mia insalata. Lisa prese la sua ciotola, riconoscibile dal bigliettino con il suo nome, e si sedette di fronte a me.
Mangiammo in silenzio. Almeno io. Lei continuava a parlare, raccontandomi la sua giornata, mentre io annuivo di tanto in tanto, fingendo di prestarle attenzione.
In realtà, non me ne fregava granché. Non certo perché non le volessi bene, anzi. Era proprio che non me ne fregava davvero un bel niente.
L’idea di trovarmi un appartamento si faceva ogni giorno più allettante.
«Andrei in camera, ora» la interruppi mentre stava farneticando riguardo a una sfilata.
«Di già? Sono solo le nove!» asserì delusa.
«Lo so, ma ho lavorato come un mulo e domani devo essere lì presto. Ho bisogno di dormire» mi giustificai, sperando che non continuasse a insistere.
Non volevo litigare.
«Tu lavori troppo!»
«Dice quella che disegna abiti per vivere!» la canzonai, sapendo di toccare un tasto dolente.
«Io mi faccio in quattro per la mia linea di vestiti. Lavoro un sacco. E poi lo stress emotivo? Dove lo metti?» si imbizzarrì, facendomi divertire.
«Sto scherzando, rilassati! Pensa al mio stress emotivo…» rantolai, facendo fatica a trattenere le lacrime.
Bastava un secondo e il mio umore cambiava. I miei pensieri venivano sommersi da un’onda nera piena di lame affilate che mi squarciavano il cuore senza un attimo di tregua. Bastava un respiro e tutta la messa in scena per sembrare forte e coraggiosa crollava come un edificio senza fondamenta.
«Oh Gwen!»
La pietà negli occhi di Lisa riuscì solo a peggiorare la mia già precaria situazione. Le feci cenno con una mano di fermarsi, respirai a fondo e contai: uno, due, tre, quattro, cinque… finché l’onda non si trasformò in un lieve movimento.
«Sono davvero stanca. Buonanotte, ci vediamo domani» la salutai e senza aspettare una risposta. Percorsi il corridoio a passo spedito, mentre sentivo le zampette di Cocopuff seguirmi a debita distanza.
Appena chiusi la porta alle mie spalle tirai un sospiro di sollievo. Scoppiare a piangere davanti a loro mi faceva sentire in colpa perché sapevo che avrebbero voluto aiutarmi. Nessuno, però, poteva farlo. Nessuno poteva ridarmi Austin. Nessuno aveva il potere di cancellare quel maledetto giorno. Nessuno era in grado di ridarmi la felicità che solo lui era riuscito a farmi provare.
Appena la crisi passò mi preparai per la notte, facendo una doccia veloce e indossando una delle sue magliette. Gli avevo svaligiato l’armadio quando avevamo dovuto sgomberare l’appartamento. Non ero riuscita a buttar via nulla, così avevo un mucchio di magliette da notte ben riposte nella mia cassettiera.
Avevo ogni gruppo rock possibile. La cosa che mancava era il suo profumo: era durato solo un mese o poco più, poi aveva iniziato a svanire, come tutto il resto, il suo viso, le sue mani, la sua voce. Un ricordo che diventava più offuscato ogni giorno che passava.
Abbracciai il cuscino e lentamente lasciai cadermi tra le braccia di Morfeo.
***
Correvo trafelata, i capelli ingestibili, il trucco inesistente, vestita peggio di una senzatetto. Ero in ritardo, in enorme ritardo. Sperai solo che Julie non si arrabbiasse.
Entrai in caffetteria. Con piacere notai che era ancora vuota. A passo veloce mi nascosi nella stanza sul retro, adibita a spogliatoio, misi la divisa e mi sistemai quel tanto da non sembrare appena scesa dal letto.
«In ritardo anche oggi?» mi chiese Danielle, entrando per prendermi in giro, come ogni giorno del resto.
«Già… Io e la sveglia abbiamo una relazione un po’ tormentata. Lei ci prova, ci mette tutta se stessa, ma io proprio non riesco ad assecondarla» scherzai, guadagnando una sonora risata che fece vibrare il petto della mia migliore amica.
Dani era stata la prima persona che avevo conosciuto quando avevo iniziato a lavorare lì. Eravamo andate subito d’accordo. Non giudicava, non insisteva, ma mi stimolava a dare sempre il meglio e a guardare avanti.
Lei era tutto quello di cui avevo bisogno in quel periodo della mia vita.
«La stessa relazione che ho io con Julian, praticamente» disse alzando le spalle ossute. «Ma che capelli hai?» mi chiese subito dopo, con il suo solito tatto.
Mi bastò fulminarla con lo sguardo e subito si zittì.
«Okay, okay. Posso darti una mano a sistemarli?»
«Sono sistemati» le feci notare, ma dalla sua espressione capii di non aver fatto per niente un bel lavoro.
«Prego» la incitai con non molto entusiasmo.
Mi sedetti sulla panca e lasciai che mi sistemasse la criniera castana che mi ritrovavo. Li avevo tagliati qualche mese prima. Mi arrivavano ormai alle spalle, quindi erano più gestibili e mi davano un’aria più adulta, o almeno così mi piaceva pensare.
«Che succede? Ci pettiniamo i capelli e ci raccontiamo i segreti?»
Julie, la proprietaria del locale, entrò nello sgabuzzino. In tre diventava troppo stretto e claustrofobico per me.
«No, abbiamo fatto.»
Mi alzai di scatto e uscii prima che mi venisse una crisi di panico. Ero migliorata molto dall’anno precedente. Ero sempre stata una bambina e poi una ragazza che non amava la compagnia né i posti affollati. Mi ero ridotta a vivere nel mio appartamento lavorando da casa e avevo bandito qualsiasi relazione personale. In quel momento, invece, lavoravo a contatto con la gente e non mi nascondevo più. Non sempre andava tutto liscio, ma ci provavo. Non volevo regredire e tornare a essere un’eremita.
Austin era stato il mio miracolo. Era riuscito ad aprirmi gli occhi e mi aveva spronato a diventare una persona migliore. Aveva fatto più lui in un mese che la mia famiglia in un’intera vita.
Un sorriso si fece strada sul mio volto al ricordo del nostro primo incontro: all’epoca facevo la centralinista per l’agenzia di assicurazioni di mio cognato. Lui aveva capito subito che avevo qualche problema e aveva cercato in tutt...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. Frontespizio
  4. LA VOCE DELLA PIOGGIA
  5. STEFANIA DA FORNO
  6. CAPITOLO UNO
  7. CAPITOLO DUE
  8. CAPITOLO TRE
  9. CAPITOLO QUATTRO
  10. CAPITOLO CINQUE
  11. CAPITOLO SEI
  12. CAPITOLO SETTE
  13. CAPITOLO OTTO
  14. CAPITOLO NOVE
  15. CAPITOLO DIECI
  16. CAPITOLO UNDICI
  17. CAPITOLO DODICI
  18. CAPITOLO TREDICI
  19. CAPITOLO QUATTORDICI
  20. CAPITOLO QUINDICI
  21. CAPITOLO SEDICI
  22. CAPITOLO DICIASSETTE
  23. CAPITOLO DICIOTTO
  24. CAPITOLO DICIANNOVE
  25. EPILOGO