Trump
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Saggio filosofico sul predominio degli stronzi

  1. 144 pagine
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Trump

Saggio filosofico sul predominio degli stronzi

Informazioni su questo libro

Aaron James è il massimo teorico mondiale della stronzaggine. Come ha dimostrato nel suo libro precedente, Stronzi. Un saggio filosofico, si definisce tecnicamente stronzo "l'individuo che, nell'ambito delle relazioni interpersonali, si arroga in modo sistematico privilegi che non gli competono, sulla base di un inossidabile (ed erroneo) senso di superiorità che lo rende immune alle recriminazioni di altri soggetti". Oggi James prosegue la sua ricerca filosofica sull'irresistibile ascesa di questa categoria concentrandosi sul nuovo presidente americano, Donald Trump. Come ha fatto a sedurre gli elettori? Perché non riusciamo a staccare lo sguardo da lui, stupiti, sconcertati, scossi e divertiti nello stesso tempo? E ancora: quali caratteristiche specifiche deve avere uno stronzo per ottenere simili risultati in modo tanto spettacolare? Delle molte specie che fanno parte dell'ecosistema degli stronzi, Trump, esattamente, a quale tipo appartiene? E questo gli conferisce o no i requisiti per occupare la più alta carica politica del più potente Stato del mondo? E, soprattutto, che rischi può rappresentare - e magari quali vantaggi può portare - la presidenza Trump per la democrazia? Rispondere a queste domande significa guardare dentro se stessi, riflettere sui fondamenti del nostro contratto sociale, indagare la natura dell'ordine e dell'autorità in una democrazia moderna.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
eBook ISBN
9788858688519
Anno
2017

1

Il pagliaccio e lo stronzo

Gli uomini che vogliono rimorchiare spesso sono in cerca della risposta alla domanda chiave: come attirare le vere gnocche? Un consiglio che talvolta proviene dalle donne stesse è di tenerle sulle spine, circondarsi di un alone di mistero, poi essere spiritosi, poi un po’ troppo sfacciati, poi carini, ma non troppo carini. E soprattutto, non lasciatevi catalogare con precisione, evitate che lei sia convinta di aver capito che tipo siete («è un dongiovanni»; «è uno sfigato»; «pensa solo al suo lavoro»): una volta che vi ha inquadrato, lei può benissimo decidere che non le interessa scoprire qualcosa di più su di voi (con un altro appuntamento o nel prossimo messaggio).
L’artista del rimorchio rischia di sembrare troppo esperto. Il suo tentativo di approccio non è per una donna un complimento speciale. E forse è anche troppo facilmente riconducibile a una categoria: vuole solo sesso veloce, che è abituato a ottenere, mentre lei preferirebbe essere portata prima fuori tre volte. Se è troppo perfetto, se è troppo bravo nel corteggiamento, lei avrà individuato il tipo e potrebbe perdere interesse. Così c’è un certo vantaggio a essere insistenti, non troppo raffinati né esperti, a patto di essere divertenti, presentabili e non completamente al verde. L’individuo rozzo, come il concorrente sfavorito, suscita compassione e sembra innocente o perfino amabile, sebbene sia spesso incurante degli altri.
L’artista del rimorchio incalza per avere divertimento e sesso, certo, ma anche per il modo in cui si sente se una donna dimostra interesse per lui. Negli occhi della donna trova conferma del proprio valore (indipendentemente dal fatto che la rispetti al di là dell’adorazione che gli tributa). Conoscere cosa potrebbero pensare di lui altri uomini e altre donne se lo sapessero – se li vedessero insieme in pubblico, per esempio – accresce e ingigantisce la sua autostima.
Come per ogni politico, la preda di Donald Trump è l’elettorato, e il suo scopo è quantomeno lo stesso dei cacciatori di gnocche: affermare il proprio valore tramite l’immagine pubblica di personaggio potente, al centro dell’attenzione, di uomo di cui bisogna ottenere il favore, e allo stesso tempo aver conferma della visione che ha di se stesso in quanto «grande», «vincente», persona di «enorme successo». Ha la fortuna di non possedere la tattica troppo perfetta dell’artista del rimorchio: in un mondo abituato a Marco Rubio (liscio, finto, piacente, ma privo di sostanza), gli elettori apprezzano l’approccio battagliero e scordano il resto, se trovano un motivo sufficiente a tener desto il loro interesse. E Trump non fa nessuna fatica a tener desto l’interesse di chi lo ascolta: li lascia sulle spine, nel dubbio, scioccati e divertiti.
È dura essere uno stronzo nella vita quotidiana. Il successo in questo campo richiede doti notevoli e una considerevole intelligenza sociale.1 Lo stronzo efficace spesso impara a manipolare le zone grigie della cooperazione. Se le persone sentono di essere state vittime di una mancanza di rispetto e se ne lamentano, forse non riescono a definire con precisione le loro obiezioni, e lo stronzo – che resiste a ogni discussione sul perché la sua condotta sia stata accettabile o no – elude la sfida, provando a se stesso, una volta di più, che non esiste una ragione che lo costringa ad ascoltare. È difficile farlo in modo attendibile senza essere completamente isolati. Così lo stronzo di successo dispone di altri metodi: 1) le terrà sulle spine, senza fornire indizi per classificare il suo tipo di personaggio; 2) offrirà qualche qualità positiva, per esempio essere divertente o brillante o bellissimo o ricco. La persona maltrattata allora non si sentirà più così disgustata e magari sarà disposta a perdonare o almeno a dimenticare in fretta.
Non esiste un «vero Trump» dietro le apparenze, in parte perché ci tiene sulle spine in questa precisa maniera, alternando liberamente modi diversi di presentarsi, a volte con estrema rapidità, persino a metà di una frase. Questo ci lascia privi di una sensazione certa sulla sua persona, e dunque incapaci di decidere quale reazione avere nei suoi confronti. Turbati e incerti, siamo destabilizzati; e lui può fare ancor meglio ciò che vuole.

Lo showman

Il successo come stronzo o artista del rimorchio non garantisce automaticamente l’ingresso nell’arena politica. La politica richiede un genere speciale di spettacolo. Lo stronzo politico può essere un cattivo attore offrendo solo l’untuosa esibizione di Ted Cruz, per esempio. Perché recitare è la forma d’arte specifica della politica.
Lo showman, d’altra parte, sa come realizzare un bello spettacolo per divertire il pubblico. P.T. Barnum conosceva l’arte dello showman («Puoi ingannare alcune persone tutte le volte, e tutte le persone qualche volta...»); sapeva esattamente come il pubblico avrebbe accolto le sue produzioni («Più grosso è l’imbroglio, più piacerà alla gente»); e si arricchì creando uno spettacolo che suscitava passioni semplici («Nessuno è mai fallito per aver sottovalutato l’intelligenza del popolo americano»).
Trump è uno showman, come Barnum, ma appartiene alla categoria dei pagliacci: è un rozzo praticante dell’arte, spesso inconsapevole. Non calca le scene per puro amore dello spettacolo, come un ballerino o un comico; come l’artista del rimorchio, ha bisogno dell’attenzione della sua preda, che nasce dal formidabile desiderio di apparire superiore agli occhi degli altri. È una qualità che si può raggiungere senza autocoscienza (anzi, potrebbe essere necessario non averla). Dolly Parton ha detto di sé: «Ci vuole un mucchio di soldi per sembrare così dozzinale». Trump non farebbe mai un commento simile; non darebbe mai prova di possedere un senso tanto sviluppato di autoconsapevolezza.
In inglese, il termine per definire questo tipo umano è ass-clown. Ass come asino: lento di comprendonio, magari noioso, testardo, arroccato sulle sue posizioni, o più semplicemente stupido. Il clown, al contrario, cerca di intrattenere un pubblico con la finzione giocosa o l’esagerazione comica, dimostrando un’acuta sensibilità verso quello che gli altri trovano divertente o piacevole o scioccante.
Sommando questi due tipi, il risultato è un ass-clown, uno che cerca il divertimento di un pubblico ma è anche lento a comprendere il modo in cui viene giudicato. Per usare una delle definizioni correnti, si tratta di una persona «inetta o maleducata, tanto da diventare oggetto di scherno» o «che usa la propria natura di asino per far ridere gli altri, ma finisce per essere l’oggetto dello scherzo».2
Sulla tavola del discorso di accettazione dopo essersi aggiudicato le primarie del Michigan, le carni erano semplicemente meravigliose. Per la prima volta nella storia, una vittoria è stata celebrata con una specie di spot pubblicitario, un fantastico spiegamento, veramente magnifico, di «bistecche Trump», in origine vendute da Sharper Image – una catena di negozi di articoli per la casa e prodotti hi-tech –, e di altri prodotti con il marchio Trump: bottigliette di acqua minerale Trump, vino Trump e la rivista «Trump» (o in realtà un’altra rivista, con un nome diverso, che potreste sfogliare se il vostro genere è la pornografia della ricchezza). Il depositario del marchio ha scordato di dire che alcuni prodotti non hanno avuto particolare successo. (Per qualche ragione le bistecche non andavano da Sharper Image.)3 Ma poiché era stato messo in discussione il suo senso degli affari, e poiché questo è un punto dolente, come la faccenda delle dita, era importante che tutti noi fossimo rassicurati sul suo status di uomo d’affari che sa sempre perfettamente ciò che sta facendo.
Questa è una cosa davvero divertente, ma Trump non sembra capirlo. Capisce che la sua pretesa di essere un uomo d’affari potrebbe indurre la gente a chiedersi se vendere bistecche a cento dollari al chilo da Sharper Image (ha perfino insistito sul prezzo elevato) fosse una proposta d’affari valida e che molti avrebbero trovato le prospettive di vendita, be’, non esattamente promettenti? Ma lui era così serio. Incurante degli altri e molto serio. Guarda il pagliaccio che racconta una barzelletta senza capire perché fa ridere.
Naturalmente, questo non è l’umorismo perspicace del comico, che ci osserva ed è più avanti di noi, sa prima di noi dove andrà la nostra mente, suscita in noi aspettative che poi capovolge o sovverte, lasciandoci sorpresi e divertiti. È più vicino al puro vaudeville e alla comicità da torte in faccia: un uomo scivola su una buccia di banana, gli cadono i pantaloni larghi e sformati mentre un’auto lo inonda col fango di una pozzanghera. È un momento semplice in cui è facile immedesimarsi – come Homer Simpson. Homer vuole della birra. Gli piace la birra. Mi piace la birra. Capisco Homer. È come me. Mi piace Homer. È semplice. Questo è divertente.
Trump è davvero divertente e tutti noi non facciamo fatica a capire cosa vuol dire sentirsi un asino. Questo gli dà più libertà d’azione di quanto potrà mai averne uno come Ted Cruz, che ispira un’intensa antipatia. Perfino i suoi colleghi conservatori dimostrano una straordinaria creatività nell’esprimere il loro odio.4
Bob Dole: «Non piace a nessuno».
John McCain [riferendosi a Cruz e a due suoi colleghi]: «Spostàti».
Il consigliere di McCain: «[McCain] odia Cruz, cazzo. È semplicemente offeso dal suo stile».
George W. Bush: «Quel tipo non mi piace e basta».
John Boehner: «Somaro»; «falso profeta»; «Lucifero».
I compagni della Harvard Law School: «Uno stronzo tronfio»; «Non eravamo ancora usciti da Manhattan e già mi aveva chiesto qual era il mio QI.»
Il suo compagno di stanza a Princeton: «Un Backpfeifengesicht» [una faccia da schiaffi]; «un incubo di essere umano»; «odiato a largo raggio. È il suo superpotere».
Donald Trump: «È un individuo sgradevole. Non piace a nessuno. Al Congresso non piace a nessuno. Non piace a nessuno da nessuna parte, una volta che lo conoscono».
Ted Cruz: «Se cercate qualcuno con cui uscire a bere una birra, be’, forse quel qualcuno non sono io».
Trump, al contrario, è simpatico in parte perché ama manifestamente il suo Paese, come ama il suo business delle bottiglie di acqua minerale e il reality televisivo e la rivista, tutte cose che, per il fatto di essere associate a lui, sono per forza le migliori. Questo è un modo di amare, ed è dolce in sé. E se lo amate, vi riamerà, vi inviterà a crogiolarvi nel suo affascinante stile di vita, come se ora aveste un amico ricco che conosce la gente famosa e ha una supermodella per moglie. Lui chiama tutto questo «beautiful», e ne è convinto. In fondo, è un magnifico genere di reciprocità; noi esseri umani siamo tutti amanti. È questo che consente alla passione di riempire i vuoti lasciati dalla ragione e, in tal modo, le cose possono davvero essere semplici. Il che rende possibile indentificarsi con quest’uomo, in quanto essere umano, e trovarlo perfino simpatico, per il momento. Per il momento, cioè, in cui si attenua il riflesso automatico di disgusto, per quelli offesi dalla sua stronzaggine.
Perfino un pagliaccio potrebbe possedere l’intelligenza acuta e rapida del comico, benché con alcuni punti ciechi. A differenza del genio comico, e come il semplice asino, il pagliaccio soffre perché non è consapevole di come appare agli occhi degli altri. Lo vede abbastanza – abbastanza da fare il buffone o lo scemo, da intrattenerci con sorprendenti simulazioni – ma ancora non si accorge della comune percezione della sua persona. Una ragione per cui è divertente è che sono così tante le cose che non afferra.
Trump può così davvero sostenere questo assunto, splendido nella sua semplicità:
La crisi: l’America perde.
Il cattivo: tutti i nostri stupidi politici.
La soluzione: ricominciare a vincere.
L’eroe: Trump, perché io sono uno che stravince e vinceremo tutti insieme.
Uno si chiede: ma perché, come faremo a «ricominciare a vincere»? Solo facendo «grossi affari»? (Con Putin?) Mi sfugge qualcosa? Eppure per lo showman, la storia non ha bisogno di altri dettagli se suona sensata; deve solo suonare come musica alle orecchie del pubblico.
Non bisogna essere cinici per raccontare questa storia. Il principale consigliere per la comunicazione in entrambe le vittorie di George W. Bush, Mark McKinnon, dice di aver usato due volte la stessa architettura narrativa per arrivare alla vittoria.5 Era un cinico manipolatore, un machiavellico tessitore di sogni? No, perché lui per primo credeva a quella storia. Dopo aver aiutato John McCain a ottenere la nomination repubblicana, scelse di non lavorare contro Obama. Non perché ne condividesse la politica (non la condivideva). Ma perché, dice, Obama aveva semplicemente la storia più bella.

Il cacciaballe

Trump spesso spara merda, vale a dire fa commenti poco lusinghieri su una persona. È un insultatore prolifico e colorito («sfigato», «[a] bassa energia» [detto, senza sosta, del povero Jeb Bush], «il piccolo Marco» [epiteto che adesso gli resterà appiccicato addosso per tutta la vita]).6 Non meno importante, e forse un insulto di eguale portata, spesso spara stronzate, cioè il prodotto dei suoi discorsi è confuso e rozzo. Non è eseguito con cura, non rivela attenzione ai dettagli. È l’esatto opposto dell’arte della retorica come parte dell’arte di governare. Con le parole, Trump dimostra un certo lassismo.7
Trump è un tipo speciale di pagliaccio. È un eccezionale cacciaballe, uno che – per usare la definizione del filosofo Harry G. Frankfurt – parla senza tenere in alcun conto la verità.8 Ciò che dice è vero a volte. Quando non lo è, spesso non gli importa, perché non era quello lo scopo primario del suo discorso. Non asserisce deliberatamente quello che sa essere falso sperando di far credere agli altri quello che sa non essere vero. Semplicemente non si cura di ciò che è vero e di ciò che non lo è. Per lo showman, tutto è un pretesto per divertire più che per ingannare e, nel caso di Trump, per innalzare se stesso al rango di intrattenitore – da ultimo, al rango di Intrattenitore in Capo.
Essere un cacciaballe, cioè un produttore industriale di stronzate, è una cosa legata a un certo stato mentale. Come spiega il filosofo G.A. Cohen: «Le balle, concettualmente parlando, portano i pantaloni: le stronzate sono stronzat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Trump
  4. Introduzione
  5. 1. Il pagliaccio e lo stronzo
  6. 2. Una forza del bene?
  7. 3. L’uomo forte
  8. 4. Salvare il matrimonio
  9. Ringraziamenti
  10. Note
  11. Indice