Smisi di ticchettare sulla tastiera e rilessi il testo grattandomi la testa con la matita. Si guardarono. I metri che li separavano non avevano importanza perché i loro pensieri divennero visibili, caddero al suolo, rimbalzarono e poi svanirono all’istante. Nella frazione di secondo in cui rimasero a fissarsi, tutto si congelò; si fermò persino la brezza che agitava gli alberi. Poi lei sbatté le palpebre ed entrambi distolsero lo sguardo, imbarazzati, pieni di vergogna e allo stesso tempo sedotti dall’idea di innamorarsi di uno sconosciuto.
Levai gli occhi al cielo, posai la matita sul tavolo e mi alzai di scatto, come se qualcuno mi avesse messo una molla sotto il sedere.
«Ma che stronzata!» Era ovvio che nessuno mi avrebbe sentita, eppure avevo bisogno di dire ad alta voce la sola cosa che riuscivo a pensare in quel momento. «È una grandissima stronzata.» Ricordava l’inizio di Star Wars, ma in versione sboccata. Che stronzata. Una stronzata pazzesca. Una stronzata delle dimensioni del letamaio che stavo scrivendo, immensa.
Ero a corto di idee, questa era la triste verità. Le cinquantasette pagine che avevo scritto non erano che cretinate dietro le quali mi stavo nascondendo, era ovvio. Cretinate insulse e orripilanti, degne di un concorso letterario per liceali. Alla fine della giornata mi imponevo di aver scritto almeno due pagine ma, vista la situazione, cominciavo a gioire anche solo di due o tre paragrafi dignitosi. Dignitosi? Mi illudevo.
Passare le giornate davanti al computer non aveva senso. Dal momento che ero sola in casa, non avevo bisogno di fingere, quando sapevo benissimo che non mi sarebbe venuto fuori niente di intelligente, per quel giorno. E forse mai più. Così dal salottino, lo chiamerò così, che era anche studio e soggiorno, mi spostai in camera – un tragitto di soli tre passi – e mi misi seduta sul letto. Diedi un’occhiata ai miei piedi nudi, inorridita dallo smalto scrostato sulle unghie, presi un posacenere e mi accesi una sigaretta…
Se solo ripensavo a come ero prima… Da quando in qua trovavo accettabile tanta trasandatezza? Poi cercai con la coda dell’occhio il cellulare e, senza pensarci su più di due decimi di secondo, lo afferrai.
Uno squillo, due, tre.
«Sì?»
«Se fossi una fallita, mi vorresti ancora bene?» chiesi con disinvoltura.
Lola esplose in una risata che fece vibrare il telefono.
«Sei una paranoica» rispose.
«Non è paranoia. Non ho ancora scritto una frase decente. In casa editrice mi cacceranno con un calcio in culo. Un calcio madornale. O forse non avranno neanche bisogno di farlo. Perché il calcio me lo sto dando da sola.»
«Non permetterò a nessun altro di prenderti a calci in culo, Valeria. Quello è un mio privilegio esclusivo» aggiunse lei affettuosa, quasi fosse un complimento.
«Sai qual è la cosa più complicata per uno scrittore giovane? Pubblicare il secondo romanzo. Il secondo romanzo… implica il fatto di avercelo! Quello che ho io invece è uno stronzo. La mia seconda stronzata, ecco cosa sarà.»
«Che sciocca.»
«Dico sul serio, Lola. Temo di aver sbagliato a licenziarmi.» Mi presi la testa tra le mani e mi accorsi del dondolio molle del mio chignon sfatto.
«Non dire stupidate. Ne avevi fin sopra i capelli, il tuo capo era brutto da paura, e adesso hai quanto ti basta per vivere. Dov’è il problema?»
Il problema era che i soldi non duravano in eterno e «far fortuna nel mercato editoriale» mi era sempre sembrata una prospettiva molto incerta. Ci pensai sopra un secondo, ma il clacson di un autobus all’altro capo della linea mi distrasse. Guardai l’orologio. Era solo mezzogiorno e Lola avrebbe dovuto essere al lavoro.
«Ti ho chiamata in un brutto momento?» le chiesi.
«Ma va’!»
«Sento il traffico. Sei in giro?»
«Sì, mi sono inventata un terribile dolore al polso per uscire e fare un giro per negozi.»
Scossi la testa, sorridendo con disapprovazione. Ah, Lola…
«Non so perché, ma ero sicura che a quest’ora non ti avrei trovata in ufficio. Uno di questi giorni sarai tu quella che cacceranno a calci in culo, tesoro.»
Fece una risatina.
«Sono efficiente e veloce, non credo che cerchino più di questo per fare un lavoro come il mio.»
«Forse non gli dispiacerebbe qualcuno che non se la svigni di continuo» risposi, mentre mi rendevo conto che anche la mia manicure lasciava parecchio a desiderare.
«Senti, sono a due fermate da casa tua. Ti va se passo?»
«Certo che mi va.»
Riagganciò. Lola non si congedava mai al telefono.
Mi fermai a pensare alla sua vita, tanto movimentata, e a quella sua agenda rossa piena di appuntamenti che sembravano sempre emozionanti e importanti, anche quando si trattava di sedute dall’estetista per farsi ritoccare la ceretta brasiliana. La sua estetista, sì, la donna che lei aveva soprannominato «Miss Shaigon», ma che in realtà era nata a Plasencia e che una volta mi aveva strappato fino all’ultimo pelo senza darmi neanche il tempo di rendermene conto.
Quando non sapevo cosa fare, mi piaceva curiosare tra le pagine dell’agenda di Lola, dove lei annotava tutta la sua vita. I numeri di telefono dei ragazzi con cui usciva, il proprio peso, quante volte scopava (erano tante, per mia grande invidia), quante ore si proponeva di passare in palestra e quante ne faceva davvero, quanto beveva, quante sigarette fumava, gli appuntamenti con Sergio, gli abiti che prestava, quelli che portava in lavanderia e quelli che doveva comprare per rifornire il guardaroba; e c’erano anche mille ricevute di negozi e supermercati di cui lei sottolineava senza motivo gli importi, e che incollava sulle pagine finali di quella specie di diario… La sua vita era tutta lì, scarabocchiata sulla carta con pennarelli colorati; senza pudore, in una specie di selvaggio nudismo molto tipico di Lola, che non aveva paura di niente, men che meno di se stessa. Era appassionante.
Io avevo ormai informatizzato la mia agenda perché in questo modo il computer o il cellulare potevano animarsi con quei loro suoni ripetitivi e fastidiosi capaci d’interrompere la mia eterna sonnolenza, e ricordarmi che dovevo andare a trovare mia madre o aiutare mia sorella in uno dei suoi progetti assurdi, come per esempio spostare tutti i mobili della casa. Sì, erano questi ormai i miei appuntamenti. La mia agenda non era un diario di viaggio come quella di Lola; riportava piuttosto un mucchio di impegni famigliari e scadenze di pagamento da incrociare con i dati dell’agenda di mio marito Adrián. Sì, marito, ho detto bene. A volte avevo la sensazione che quella parola stonasse con i miei ventisette anni. Anzi, a dire il vero… stonava eccome. Non soltanto con la mia età, ma, a tratti, con tutta la mia vita. Tuttavia questa è una faccenda in cui non volevo addentrarmi, almeno per il momento.
Mi affacciai alla finestra. Era una giornata radiosa, anche se da lontano si scorgeva qualche nube. Era comprensibile che Lola fosse scappata dal lavoro. Se chiusa in un ufficio ci fossi stata io, avrei desiderato fare la stessa cosa, anche se poi non ne avrei avuto il coraggio, ovviamente. Non sono mai stata una persona coraggiosa, non in quel senso, perlomeno. Forse avrei dovuto dire temeraria, giusto?
Suonò il campanello. Anche se vivevo in quel buco da un paio d’anni, non ero ancora abituata al suo squillo infernale e per poco non volai giù dalla finestra per lo spavento. Avrei combinato un bel casino, perché proprio sotto il mio appartamento al quarto piano c’era il tendone di un negozio pachistano di frutta e verdura. Non mi sarebbe piaciuto sfondarlo e morire impallinata da una mitragliata di litchi.
Quando mi ripresi andai alla porta. Non mi misi nemmeno una vestaglia; aprii con addosso una maglietta vecchia e un paio di pantaloncini anni Novanta, uno di quei capi per cui il tempo non passa mai. Credo di averli usati per farci ginnastica a scuola.
Lola mi squadrò dalla testa ai piedi prima di scoppiare a ridere.
«Accidenti, Valeria, begli shorts! Sono molto… come definirli, non so… retro-glam?»
Mi guardai allo specchio dell’ingresso e pensai che i miei indumenti non erano neanche la parte peggiore. Lola, forse per non infierire, non aveva commentato la mia discutibile acconciatura alla Amy Winehouse e l’enorme scempio che mi ero fatta sul mento cercando di schiacciare un brufolo che per il resto degli esseri umani non esisteva neanche. I miei capelli castano chiaro erano spenti e senza vita. Soffermandosi a guardarli si poteva addirittura scorgere un riflesso verdognolo. Per fortuna io non lo facevo più…
«Hai ragione, avrei dovuto mettermi l’abito da sposa per riceverti, non so come ho fatto a non pensarci…» risposi sprezzante mentre la facevo entrare e scacciavo via con una manata la vergogna di essere diventata la racchia che ero.
«No, no» rise Lola, «dico davvero. Mi piacciono. Ti donano molto. Hai delle belle gambe e non le metti mai in mostra. Adrián impazzirà, davanti a questi tuoi pantaloncini…»
«Bah!» La presi per matta. Ultimamente non ero più molto sicura che a mio marito piacesse qualcosa della roba che indossavo. E neanche di quello che c’era sotto, se proprio dovevo dirla tutta.
Le diedi le spalle per lanciarmi e poi raggomitolarmi sulla mia poltrona preferita, l’unica della casa. Ho detto poltrona e non divano. Perché per far entrare un divano anche solo a due posti in quel salottino avremmo dovuto abbattere almeno una parete. Mi fanno ridere quelli dell’Ikea e le loro soluzioni per organizzare adorabili appartamentini da trentacinque metri quadrati.
Guardai Lola, impeccabile come al solito. Non so come riesca a essere sempre tanto sexy, con quella stupenda chioma color cioccolata e le labbra rosse. Sono una donna eterosessuale, eppure ci sono giorni in cui la trovo semplicemente irresistibile. Fino a un anno fa ero anch’io una di quelle donne seduttive che si danno da fare per essere sempre perfette. Ora invece… Vabbè. Bastava guardarmi. Ero una ciofeca.
Mentre fissavo Lola con adorazione assoluta, lei si spettinò la frangetta con la mano destra e con la sinistra lasciò cadere la borsa a terra. Sorrisi vedendo spuntare il dorso rosso della famosa agenda.
«Come va il polso?» le chiesi.
«Ahi, ahi… Mi fa un male del diavolo! Credo di avere il tunnel carpale.» Si piegò su se stessa fingendo di soffrire in silenzio, come se avesse le emorroidi.
«La chiamerei piuttosto panzana carpale.»
«Insomma, Valeria, bisogna pur fare uno strappo alla regola ogni tanto. Ho finito la traduzione e non avevo voglia di restare lì con il muso, come il resto delle mie colleghe tristi. Sii buona, offrimi qualcosa di forte.» Si lasciò cadere ai piedi del letto e sorrise. «Uh! Copertina nuova? Avete consumato l’altra a forza di scoparci sopra come conigli?»
Ignorai le ultime due frasi e, un po’ perplessa, le dissi: «Lola, tesoro, è solo mezzogiorno».
«L’ora perfetta per un vermut.»
Lola mandò giù l’ultimo sorso di Martini Rosso facendo schioccare la lingua, come faceva sempre quando beveva con gusto. Poi masticò l’oliva, sorridente, con il rossetto ancora tutto al suo posto. Dovevo chiederle come faceva a essere sempre così perfetta. Guardai prima il mio raffinato bicchiere da cocktail, poi la mia tenuta domestica, e mi portai mentalmente le mani alla testa. Che disastro…
«E Adrián? Cosa fa?» chiese Lola senza troppe cerimonie.
«È al lavoro.»
«Immagino. Non credo ci sia un’epidemia di tunnel carpali.» Rise della propria battuta come se fosse una bomba, per poi spiegare subito dopo: «Chiedevo cosa fa Adrián nel senso di come affronta la terribile frustrazione che ti sta rendendo… intrombabile».
La fissai in silenzio. Lei allungò il braccio e mi strizzò due volte lo chignon dicendo: «Poti, poti»...