CAPITOLO UNDICI
La Sicilia
«Cosa pensi di fare in mia assenza?»
Per la prima volta dopo mesi sembrava interessarsi a lei e Mara quasi si commosse. Era la sera prima che partisse, una serata particolarmente penosa, trascorsa a casa in mezzo alle valigie pronte, con i quadri rimasti incompleti già coperti da teli bianchi, il frigorifero vuoto, il tavolo sparso di stoviglie di plastica e il cartone delle pizze che avevano ordinato per cena, per evitare di sporcare piatti, nonostante lei si fosse offerta di rimanere a rimettere tutto a posto.
«Andrò in Sicilia. Manco da diversi anni e alcuni amici dei miei genitori mi hanno invitato anche quest’anno, come ogni anno del resto.»
«Avremmo dovuto andarci insieme… ne avevamo parlato quando ci siamo conosciuti e mi hai raccontato della tua infanzia lì, ricordi?» disse lui.
«Certo che ricordo. Intanto, vado io, poi magari l’anno prossimo ci torniamo insieme. Oppure non so, se decidessi potresti anche raggiungermi lì.»
«Non penso mi sarà possibile, Mara, e poi non so quanto resterò in Grecia, credo a lungo.»
«Potresti risolvere la tua questione in poco tempo, chi può dirlo?» sorrise lei, speranzosa. «Potresti prendere un volo e venire a stare l’ultima parte dell’estate con me in Sicilia, venire in giro con me a vedere i posti in cui sono cresciuta. Ci sono tanti bellissimi luoghi da vedere, famosi in tutto il mondo, che i turisti fanno migliaia di chilometri per visitare.»
Giulio la interruppe scuotendo la testa: «No, non credo sia possibile». Fece una pausa. «Peccato, è andata così.»
A quella frase, lei ci rimase malissimo e smise di parlare, sentendo più forte quella cappa di angoscia che ormai stare vicino a Giulio le causava e da cui non vedeva l’ora di liberarsi, nonostante questo significasse il loro allontanamento.
Smise di parlare anche lui, che iniziò a girare per l’appartamento, che ormai mostrava evidenti i segni del prossimo abbandono e di una trascuratezza che si protraeva da tempo, come per controllare che tutto fosse a posto. Poi iniziò a sbadigliare e si accasciò sul divanetto, finché Mara capì e si alzò per andarsene. Lui la accompagnò alla porta e la salutò con un veloce bacio sulla tempia: «Ti aspetto domani pomeriggio alle tre» disse a voce bassa.
«Certo, a domani, sarò puntuale» rispose lei sussurrando. Non voleva disturbare i vicini di casa, e non aveva né voglia né energia di parlare più forte.
Il pomeriggio successivo lo accompagnò in aeroporto; si era offerta di farlo, anche se poi se ne era pentita e al momento avrebbe dato qualsiasi cosa pur di evitarlo. Erano giorni che sentiva il distacco tra loro aumentare e non se la sentiva di recitare la parte di quella che, tranquilla, accompagna il proprio uomo in partenza per un veloce viaggio di lavoro. Inoltre, lungo il tragitto c’era un vero e proprio ingorgo: Giulio diventava sempre più nervoso nel timore di perdere il volo, lei sempre più confusa nel traffico; insomma, la situazione, già pesante, era diventata un macigno. Non ci fu neanche il tempo di salutarsi con calma, prendere un caffè insieme, dirsi ancora qualcosa, promettersi un ritorno o rassicurarsi che tutto andava bene: Giulio non volle aspettare che lei cercasse un parcheggio, scese nella zona kiss and fly e si allontanò prima che lei realizzasse che quel che aspettava con timore da giorni stava accadendo.
Subito dopo la partenza, Mara passò le prime ventiquattro ore delle sue ferie stesa sul letto, a guardare il wind chime che oscillava per la brezza che entrava dal balcone aperto – si era ormai in estate – a cercare la luce azzurrina del cellulare riflessa nello specchio, nella speranza che si trasformasse in verde, come quando arrivava una telefonata, che la avvisasse: lui al porto in partenza, lui al porto all’arrivo, lui in quella casa sconosciuta su una spiaggia di Corfù.
La notte le capitò, di nuovo dopo molti mesi, di sognare Daniela. Al risveglio telefonò alla dottoressa che l’aveva curata, nella speranza che le desse qualche consiglio sul da farsi, anche se era sempre molto attenta a non influenzarla in alcun modo. In fondo, aveva soltanto bisogno di sentirla.
«Ero come in una bolla d’aria blu: sospesa da terra, galleggiavo a destra e a sinistra, in alto e in basso, come gli astronauti nelle navicelle spaziali, senza forza di gravità. Hai mai visto quelle immagini fatte col fotomontaggio, persone in carne e ossa che si muovono come in un fumetto? Qualcosa del genere!»
Mara raccontava alla dottoressa il sogno che l’aveva sconvolta e spinta a richiamarla, nonostante entrambe fossero in ferie e sul punto di partire per le vacanze.
«Ero stupita, non spaventata né preoccupata. Mi guardavo intorno incuriosita da quella massa di colore che mi avvolgeva, cercando di capire cosa ci fosse oltre. All’improvviso, è apparsa lei, Daniela, sbucando non so da dove. Mi ha guardato, era evidentemente arrabbiatissima: il volto esprimeva addirittura ferocia, mi sembrava una belva. Guardandola sono stata colpita da una ondata di vero e proprio terrore, e ricordo che nel sonno ha cominciato a battermi forte il cuore, credo di aver anche gridato.
Lei si è avventata su di me, mi ha preso per un braccio e ha cominciato a tirarmi con una forza incredibile; io gridavo e le chiedevo cosa volesse, ma lei taceva fissandomi con uno sguardo terribile e continuava a tirare. Poi ho capito che voleva tirarmi fuori dalla bolla di colore in cui ero, non sopportava che io fossi lì dentro. Le ho gridato di lasciarmi, ho cercato disperatamente di staccare il braccio dalla sua presa, ma inutilmente: aveva una forza sovrumana. All’improvviso, ha dato un grande strattone e tutto il blu che era intorno a me è scomparso, come se fosse un’onda altissima che si ritirava, come quelle onde enormi dell’oceano che corrono veloci. È scomparsa anche Daniela. Mi sono ritrovata per terra, sulla terra bagnata, e ho cominciato a piangere e a lamentarmi, chiamando il nome di Giulio e pensando che non sarei più riuscita a vederlo.»
«Mi sembra un sogno molto chiaro, no?» disse la dottoressa sorridendole.
Mara rimase qualche minuto in silenzio, pensando a quello che aveva appena raccontato, e si rese conto che era vero, non era difficile da interpretare.
Rimasero diversi minuti entrambe zitte, e quando ricominciarono a parlare il discorso virò quasi subito verso l’estate: Mara le chiese se sarebbe andata in vacanza al mare anche lei. La dottoressa rispose che sarebbe partita di lì a pochi giorni per la costa tunisina, e Mara la immaginò con una reticella rossa piena di formine colorate nascoste nel bagaglio.
Così decise di partire anche lei. In pochissimi giorni organizzò ogni cosa e tornò in Sicilia, dove era stata bambina. La rabbia che aveva verso Giulio e che finalmente sentiva chiaramente dentro di sé non le impedì di pensare che si stava avvicinando a lui, ai colori del mare che lui stava studiando, con gli occhi ben aperti e il pennello sempre tra le dita.
In quell’isola bellissima e complicata era nata per caso, e lì aveva trascorso i primi anni della sua vita. Lì aveva imparato a parlare e questo le aveva lasciato per sempre l’abitudine delle vocali troppo aperte e della «r» troppo arrotata. Si era innamorata del mare e della spiaggia, tanto da non poterne più a fare a meno; del caldo, che non aveva mai più sofferto dopo essersene andata, quando era ormai quasi una ragazzina. Tutti i colori, i sapori, i profumi che aveva sperimentato e conosciuto avevano inizio lì, in quegli anni barocchi, torridi e stordenti di profumi e sapori forti, eccessi che durante l’infanzia le davano anche fastidio, erano stimoli troppo grandi da gestire da sola, ma che poi erano diventati il prototipo delle sue percezioni, la prima esperienza cui paragonare tutto quello che era venuto dopo, quando la famiglia si era trasferita nel Continente. Nello stordimento accecante di quel tempo, a confronto del quale tutto era sembrato poi per diverse stagioni sciapo e indistinto, in quei ricordi quasi violenti per l’intensità, campeggiava Daniela, più grande, più calma, un’ancora stabile e confortante, un filtro rassicurante tra lei e il mondo intorno.
Per anni, dopo aver finalmente imparato a vivere lontano da lì, non aveva voluto tornarci. Aveva fuggito quel caos, in cui districare la bellezza dalla violenza era stato quasi impossibile. Si era accomodata in una realtà e in una natura più costanti, miti, moderate, dove passeggiare per strada non significava necessariamente essere sconvolta dall’odore fortissimo dei gelsomini avvinghiati alle cancellate o dal tanfo nauseabondo delle fognature a cielo aperto; dove stendersi sulla sabbia non si trasformava quasi subito in malore per il caldo rovente; dove mangiare non rappresentava un’esperienza entusiasmante o fastidiosa, a contatto con l’ossimoro dell’agrodolce o le esagerazioni di dolce o di salato.
Daniela aveva continuato a tornare ogni anno, ma lei aveva trovato sempre mille scuse per non accompagnarla. I genitori avevano spesso sottolineato questa sua assenza. Poi, da quando Daniela si era ammalata ed era morta, anche solo l’idea di tornare in Sicilia le era apparsa del tutto priva di significato. Adesso, però, tornare aveva per lei una grande importanza. Aveva bisogno di casa, di infanzia, di radici, costasse quel che costasse. Sapeva che sarebbe stato come reimmergersi nel liquido amniotico, che forse le avrebbe fatto male, ma le serviva.
La prima notte dopo il suo arrivo fu molto agitata da un altro incubo. Era da sola ed entrava nell’acqua blu di Naxos, camminando malferma sulle pietre. Felice, si lasciava andare in mare, sollevando immediatamente i piedi dal fondale e cominciando a nuotare: acqua fresca, trasparente, in cui si sentiva diventare leggera e agile. Sollevava la testa appena sopra la superficie per tirare un respiro profondo mentre nuotava, ma di colpo si sentiva strattonare, presa alle gambe. Un attimo dopo era sotto, senza respiro, e in senso contrario alla spinta naturale dell’acqua veniva tirata dentro una rete di corda a grosse maglie, dove già era imprigionato Giulio, che la guardava con gli occhi spalancati, annegando: era lui che la tirava.
Lei capiva subito: la voleva con sé. Provava un enorme raccapriccio rendendosene conto e vedendo i capelli lunghi di Giulio fluttuare intorno al suo viso sconvolto e cattivo. Allora si aggrappava con tutte le forze a quelle ciocche danzanti, le usava come punto d’appoggio per darsi la spinta verso l’alto e sgusciare fuori dalla rete di corda, raggiungendo il pelo dell’acqua nel momento esatto in cui le sembrava di soffocare per sempre.
Provò la sensazione di avere finalmente aria nei polmoni anche nella realtà, ritrovandosi seduta nel mezzo del letto a rantolare per il terrore e il sollievo. Sudata, sconvolta per la cattiveria che aveva visto in quegli occhi, ma ancora di più per la propria forza e per la determinazione con cui l’aveva lasciato a morire e si era salvata.
Passarono i giorni, non pensò più a quel sogno né al suo significato, anzi tornò a provare il sentimento abituale di desiderio e passione che la legava a Giulio da mesi. Si rese conto che era come avere la febbre e avrebbe voluto farla venire anche a lui, la febbre dei pomeriggi bollenti nella calura siciliana, da non poter esprimere perché doveva contenersi, ma poteva solo scriverglielo, sperando che anche in Giulio quell’attrazione non fosse scomparsa durante la sua permanenza in Grecia.
Le mancavano le ore silenziose allo studio a guardarlo dipingere, le esplosioni improvvise di sensualità che li spingevano ad abbracciarsi e a unirsi, quella strana magia che glielo faceva sentire parte di sé anche quando lui la faceva soffrire ignorandola. Eppure sentiva che anche quel periodo di lontananza aveva un senso, che quei giorni di distacco avrebbero avuto un significato per la loro storia e le avrebbero insegnato qualcosa. Le sembrava di intuire la sua felicità, sentiva che stava bene, si chiedeva se ancora pensasse, guardando quelle spiagge, che voleva possederla sotto il sole sulla sabbia greca, come avevano fantasticato settimane prima. Immaginava di stare con lui in una casa che non aveva mai visto, andare a letto prima, vederlo coricarsi nel buio e aspettarlo per fare l’amore, assaporare l’incertezza, chiedersi se avrebbe cominciato lui, se l’avrebbe cercata, se avrebbe sentito le sue mani su di sé nel buio oppure se le si sarebbe semplicemente addormentato vicino, troppo stanco per il lavoro del giorno.
Involontariamente, lo sognava di continuo, nel sonno e da sveglia. Sognava di sconvolgergli i sensi uscendo bagnata dal mare col costume intero e i capelli salati, come le capitava spesso di stare in spiaggia; di passargli davanti in una cucina ombreggiata di scirocco e stendersi bagnata su un letto bianco, aspettando di vedere se l’avrebbe seguita o l’avrebbe guardata soltanto passare, per continuare a dipingere.
Ogni pomeriggio Mara accendeva il computer, si connetteva, apriva la sua posta elettronica e trovava le sue e-mail, quasi sempre prive di testo, un riquadro bianco accompagnato da allegati contenenti le foto che andava facendo: fino a quel momento, la più bella era quella che ritraeva dall’alto la spiaggia di Paleokastritsa, il mare occupava quasi tutta l’immagine e c’era solo una striscia sottile di spiaggia beige. La distesa azzurra aveva macchie di tonalità diverse: più chiare, limpide, azzurro-verde alla riva; poi zone sempre più intense di colore, fino ad arrivare al mare aperto, che era di un blu così carico da sembrare grigio scuro in alcuni punti. Poi ancora oltre, vicino all’orizzonte, un blu petrolio che dava al violetto. Trasversali alle macchie di colore blu, che variavano secondo la profondità del fondale e le correnti, le linee morbide delle onde parallele tra loro tagliavano le circonferenze di colore. In quella foto il mare sembrava la tavolozza di Giulio che giocava col blu per imparare a usarlo. Anche le nuvole sovrastanti avevano un che di azzurrino, mischiato col bianco.
In un’altra foto che le mandò, il mare era cangiante nel verde acqua e nel celeste del cielo, ma stavolta era solo uno spicchio, perché tutto il resto dell’immagine era occupato dal verde deciso di alcune piante grasse in primissimo piano e degli alberi sulla collina che digradava nell’acqua.
Nella terza foto il cielo era una esplosione di cobalto compatto, senza sfumature; un blu elettrico più intenso e chiaro del mare, che in quel punto appariva come un cuneo più scuro al centro della foto, quasi interamente occupata dall’ocra della sabbia. Qui si vedevano anche due o tre bagnanti su una spiaggia semideserta. L’accompagnavano due righe in cui le spiegava che quello era il massimo dell’affollamento che si potesse trovare lì. L’informazione le sembrò sarcastica, pensando alla quantità di persone che affollavano le spiagge siciliane in quel mese di agosto.
Non c’era azzurro, invece, nell’ultima foto, solo verde acqua e, nel tratto di mare che lambiva le rocce bianche sottostanti, un minuscolo cimitero altrettanto bianco, con le piccole croci addossate tra loro e al muro di pietre che lo delimitava.
Quelle spiagge che fotografava e le spediva… perché lo faceva? Per mostrarle quanto fosse bravo, per farla volare lì con la fantasia, per farle chiudere gli occhi e immaginare o per mostrarle che era vivo e felice anche senza di lei? Adoravano entrambi il caldo, il mare, l’estate e l’acqua; l’estate per loro era essere vivi, essere animali, era la pelle scottata e salata.
«Sei abbronzato? Salato anche tu?» gli rispondeva nelle e-mail che forse lui neanche leggeva, visto che quando scriveva nuovamente non c’era traccia di risposta alle sue domande.
Mara, intanto, si crogiolava nei continui sogni che faceva su di lui. Avrebbe voluto raccontargli di come una mattina, appoggiata a un muretto, avesse trasalito all’improvviso immaginandolo dietro di sé, col corpo appoggiato al suo come quel pomeriggio in cui le aveva mostrato i bozzetti sul davanzale, allo stesso modo di altre volte, quando nei mesi precedenti aveva avuto l’improvvisa e realistica sensazione della sua lingua tra le cosce; sensazioni fuori contesto, non costruite, non volute, improvvise come flash, scaraventate su alla coscienza dal fondo di sé, pieno del suo desiderio di lui. Un desiderio troppo forte che lui forse nemmeno voleva, una passione divorante, che si cullava dentro in quei giorni in cui erano così lontani.
Era contenta di vedere il mondo coi suoi occhi attraverso quelle foto, rispondere alle e-mail, chiedergli, guardare le cose da un’altra prospettiva, come quando all’inizio del loro amore aveva visto il proprio corpo attraverso il suo sguardo che dipingeva, ma qualcosa stava confusamente cambiando. Cominciava a rendersi conto che se era lì, lontano da lui, doveva innanzitutto recuperare la propria capacità di star sola e, semmai, tornare a casa, guardarlo ed essere felice che lui esistesse così come era e che lei lo aveva incontrato, come due persone distinte che si attirano e si stanno vicine per scelta.
La storia con Giulio aveva avuto da sempre i tratti dell’ossessione amorosa e in fondo li aveva anche adesso a distanza. Eppure non avrebbe già più saputo rinunciare alla solitudine di quei giorni, che le serviva per pensare, scendere dentro sé stessa e rinascere. Dopo aver capito questo, con estrema fermezza cominciò ...