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Figlio unico
Non mi piace chi bara. Per questo lo dico subito: faccio parte dalla casta, sono nato in una famiglia agiata, vesto sempre in blu. Mi reputo noioso, monotono, non simpatico. Detesto perdere tempo con cose inutili, ma quando conta sono paziente e caparbio. Ho le mie idee, ma se risolve i problemi, sono favorevole al compromesso. Non voglio che nessuno cambi per me, né voglio essere costretto io a cambiare. Non scomodo Proust, ma anch’io per molto tempo sono andato a letto presto la sera. Però è da molto che mi alzo presto di mattina. Non ricerco il tempo perduto, ne ho buona memoria: il mio tempo l’ho vissuto, speso, consumato. In questo sono uguale a mio padre: tutti e due abbiamo corso molto. Ma lui si è fermato presto, troppo presto. A cinquantanove anni. E io a ventotto ho ereditato: ricchezza, responsabilità, passione per il Milan. Ho visto Sugar Ray Robinson deridere un avversario al Madison Square Garden, sono andato a Cuba quando era un bordello immorale, ho sentito dalla mia stanza Edith Piaf cantare in un giardino in Costa Azzurra, ho preso una manganellata dalla polizia argentina e uno schiaffo da quella italiana, sono stato il presidente di Gianni Rivera e il nemico di quelli che pensano che l’arte vada sempre e comunque sovvenzionata, ho accompagnato Lionel Messi da Papa Francesco che, dato che mi ero tolto la giacca, mi ha scambiato per un autista.
Sono stato atleta, sindaco, ministro, dirigente, ho governato il calcio, il Coni, lo sport. Ho proposto leggi, mi sono occupato di banche, di imprese, di bilanci, ho scelto gli ultimi due allenatori vincenti della nazionale azzurra: Enzo Bearzot e Marcello Lippi. Fortuna, non preveggenza. Credo che nessuno abbia attraversato l’Italia come me, dallo sport alla società, dai campi di calcio alla politica: ho premiato Nelson Mandela, ho obbedito a Madre Teresa di Calcutta, dittatrice del bene, che era piccola ma grandissima quando ti ordinava di aiutare; ho frequentato il Parlamento, sono stato eletto senatore. Qualcuno potrebbe pensare che non siano titoli di merito, ma è solo per dire che l’estate non l’ho mai passata in crociera. Sono stato criticato, preso in giro, osteggiato. Per le mie conoscenze, per le mie posizioni, per il numero delle poltrone occupate. Sempre da numero uno. Come quelli che da ragazzi sono già capoclasse. Posso non condividere, ma lo accetto. Su una cosa dissento: che io abbia galleggiato su tutto. Da bravo sciatore nautico, impermeabile alle correnti e alle mareggiate, non ho cavalcato le onde, mi ci sono buttato. E qualche volta sono stato travolto. Ma ho sempre cercato un modo per riemergere, per tornare in corsa, senza perdere la testa. Ho vinto e ho perso, ma l’amaro che ti lascia una sconfitta resta più a lungo della felicità di un successo.
A quindici anni ho dichiarato che era giusto per gli atleti guadagnare soldi. Non ho mai cambiato idea: la purezza è poter servire la propria passione, essere ricompensati dei sacrifici non sporca l’epica, altrimenti lo sport resterebbe uno svago da snob, da lord David Burghley, sesto marchese di Exeter, che si allenava sugli ostacoli posandoci sopra una coppa di champagne. Nessuno vince mai per i soldi, ma i soldi servono per vincere.
Immobilismo e moralismi non mi appartengono; sono astemio, mai stato incline all’euforia alcolica. Quando ho visto un amputato fare atletica ho capito che fino a quel momento non avevo visto niente. E che il corpo, grazie allo sport, restituisce le sensazioni di una vita. In un’epoca in cui l’Aids era la nuova peste, ho avuto, da sindaco di Roma, un assessore gay sieropositivo. Non lo dico per ottenere medaglie, ma perché una città è fatta di tutto e di tutti. E l’unico contagio incurabile è quello della paura.
Tendo alla fedeltà: ho da sempre gli stessi collaboratori e lo stesso brutto carattere. Quando voglio essere sgradevole ci riesco benissimo. La frase non è mia, ma di Artemio Franchi. Ho dato il vecchio esame di maturità nel 1958, quello con tutte le materie, in giacca e cravatta, senza aria condizionata. E ho smesso da poco di avere gli incubi. Ho frequentato grandi maestri: Indro Montanelli e Giulio Onesti. Ci metterei anche Nereo Rocco, che però è stato più un secondo papà. Giorgio Chinaglia per un’incomprensione stava per picchiarmi, Bettino Craxi, per molto più di un’incomprensione, anzi per un totale disaccordo, non mi ha parlato per più di un anno, Francesco Cossiga mi ha aiutato e capito, Giulio Andreotti mi ha chiesto, con i suoi modi prudenti, una raccomandazione, Vittorio Gassman a una nomina mi ha detto no perché non accettava di invecchiare, Renato Guttuso a un lavoro mi ha detto sì perché lo sport lo faceva sentire giovane. Con Gianni Morandi ho giocato a pallone, ma lui è bravo e io no, anche se sono tignoso.
Ho ammirato Pietro Mennea, la sua enorme classe, anche se era un rompiscatole, voglio bene a Gigi Riva, ho applaudito Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta, rivendico l’amicizia con Craxi: per me né santo né ladro; avrei voluto abbracciare Carlo Donat-Cattin, padre addolorato e affranto, ma ero stato educato a non dare confidenza agli uomini. Ho ascoltato Bob Dylan: «Abbi cura dei tuoi ricordi, perché non puoi viverli un’altra volta». Non plaudo alle guerre, non amo i muri, mi piace la parola «pace». Non sopporto i totalitarismi, sono cattolico, ma favorevole a divorzio, aborto, diritto a porre fine alla propria vita. E soprattutto a esigerne una migliore su questa terra. Se solo ci ricordassimo che siamo stati un paese di emigranti. Ho fatto il servizio militare in aeronautica, nel gruppo sportivo, quasi sempre in giro a fare gare. Se andavo male a scuola, niente vacanze, inutile che mi mettessi a piangere in ginocchio; se non volevo imparare il francese, ecco arrivare come istitutrice una nobildonna torinese che con me parlava solo quella lingua, se oziavo troppo al mare, ecco la richiesta di scrivere una lettera al giorno ai genitori, e naturalmente i libri sotto le ascelle per il portamento. Scantonare non mi era permesso. Guai disattendere i principi: nello studio bisogna impegnarsi. Il privilegio era una categoria da meritare. E a ventun anni ecco il viaggio in Puglia, non per vacanza, ma per lavoro: duemila chilometri sotto il sole in quattro giorni per riscuotere crediti di un fallimento e per farmi capire che la vita è miseria e dura necessità. Benvenuto nel mondo adulto, ragazzo mio.
Ho molto riflettuto sul fatto di essere figlio unico. Ha contato sul mio carattere? Tantissimo, credo. Ero amato, senza rivali, non dovevo condividere l’affetto, né mi dovevo differenziare da altri. C’ero io al centro della vita dei miei genitori, e questo mi era ben chiaro. Forse questo ha accentuato la mia tendenza a essere solitario, mi ha dato autonomia, solidità, capacità di concentrazione. Se ci sei solo tu, non provi invidie e gelosie, sei allenato a far fronte alle situazioni senza un alleato, non hai la tensione continua del confronto. Ancora oggi trovo piacere a passare del tempo da solo. Non sono orso, ma un conviviale ritroso. Avevo degli amici che abitavano proprio davanti all’albergo dove stavo all’epoca, tenevo le tapparelle abbassate per non far capire che ero arrivato. Per libertà e pudore. Il trauma è avvenuto quando mi sono affacciato alla società. Quando il mondo si allarga e tu scopri di esserne solo una parte, non più il fulcro, quando sei trattato normalmente, quando vieni contraddetto sul piano dei rapporti umani, quando si dimenticano di avere un appuntamento con te. Da ragazzo mi sentivo tradito, oltraggiato, poco considerato. Non era affatto così. Capita che uno si scordi di te, che non ti dia importanza, anche se ai miei genitori non capitava mai, io ero sempre al centro delle loro attenzioni.
La mia vita è iniziata a Padova il 6 dicembre 1939. Mio padre Luigi arrivava da una famiglia povera di Piove di Sacco, in tutto erano quindici figli. Papà è andato a lavorare a tredici anni, per pagare i debiti di mio nonno. Non era il più vecchio dei suoi fratelli però a vent’anni è diventato il capofamiglia, ha aperto un’azienda di commercio di tessuti e ha acquisito una buona posizione. Ha conosciuto mia madre, Marina, nell’estate del 1938. Mamma aveva perso il padre, morto in una guerra coloniale, quando lei era piccola. Mia nonna si era risposata con un polacco ebreo che si occupava di gioielli, ma a causa delle leggi razziali in Italia, sempre nel ’38, progettarono di scappare. Mamma, che aveva conosciuto papà da pochi mesi, si trovò a un bivio: o fuggiva in Svizzera con la famiglia oppure lo sposava. Si volevano molto bene e scelsero il matrimonio.
Si sono sposati il 26 dicembre 1938. La data rivela la decisione affrettata. Ho vissuto un’infanzia da persona benestante, ma ricordo benissimo che c’era poco da mangiare e nulla da comprare, anche con i soldi. La guerra livella, fino al 1947 c’è stata penuria per tutti. Mangiare le patate americane era una festa, davanti alla scuola spacciavano le gomme da masticare, mentre oggi c’è la droga. Gli Usa erano un mito, la patria del benessere, un sogno lontano: questo pensavo quando aprivo i regali che mandava la mia nonna materna: saponi, dentifrici e perfino un vestito da cowboy con il lazo. Papà leggeva abbastanza, era un veneto molto estroverso, un commerciante, disponibile al rapporto umano, a differenza di me. Lavorava come un matto, non si è mai risparmiato, alla fine il suo cuore non ce l’ha fatta più. Mi aveva confessato: «Non mi sono mai risparmiato», quasi sentisse che i suoi chilometri erano finiti. Mamma era più riservata, era nata a Torino, ma guidava auto e motoscafo. Apprezzava la libertà.
Siamo rimasti a Padova fino al 1945. Durante la guerra siamo stati sfollati, come tanti. Abbiamo passato un periodo a Venezia: ricordo la cassapanca di una casa e che ci siamo persi nelle calli. Durante i bombardamenti correvamo nella Basilica di Sant’Antonio, sperando che fosse un buon posto come riparo.
Nel ’45 ci siamo trasferiti a Milano. Avevo sei anni. Sono andato a scuola all’Istituto Gonzaga e ho fatto scherma perché papà era amico di Ciro Verratti, grande specialista del fioretto, oro a squadre nel ’36 a Berlino, e anche giornalista. Mentre papà giocava a bridge, io tiravo di scherma, me la cavavo abbastanza bene. Giocavo anche a calcio, ma non ero bravo. Però portavo il pallone e così mi garantivo il posto in squadra. I due peggiori facevano i portieri, a me non è mai toccato. Privilegiato sì, viziato no. Nel 1948, da via dell’Unione, siamo andati ad abitare in via dei Giardini, dove stavano costruendo. Papà ha preso un appartamento, gli avevano offerto di comprare tutto l’immobile, ma lui pensò fosse più prudente così. Di fronte c’era un terreno, dove poi hanno messo i giardini pubblici, giocavamo a pallone in quello spiazzo. Una volta, anche in centro, potevi sempre trovare un campetto, non c’era bisogno di essere il ragazzo della via Gluck, dove passavo spesso per andare nei magazzini dell’azienda di papà. Mi sbucciavo le ginocchia anch’io, rotolavo nel fango per prendere la palla. Da bambino ero scatenato, un po’ tirannico, se c’era da lottare, mi buttavo; non ero un piccolo lord, davo calci.
A dieci anni andavo molto in bicicletta. Avevo gambe robuste a forza di pedalare da Milano a Como, perché quando chiedevo ad Augusto, il magazziniere di papà, di accompagnarmi, quello protestava: «Guardi, signor Carraro, preferisco stare in ditta, con suo figlio mi stanco troppo». Lo sport mi piaceva. In casa eravamo divisi: papà per Gino Bartali, mio zio Vittorio e io per Fausto Coppi. Discussioni a non finire, anzi, litigate pazzesche. La bicicletta mi affascinava, c’era un negozio della Bianchi in via Dante e ogni volta che passavo restavo appiccicato con il naso alle vetrine. Oggi lo si definirebbe uno show-room, pochi modelli appesi, da venerare. E c’era Rossignoli, in corso Garibaldi, negozio più popolare, quasi un’officina, che c’è ancora adesso ed è diventato di gran moda, mentre quello della Bianchi è scomparso. Poi sono caduto, mi sono fatto male, e la passione per le due ruote mi è passata. Non ero un ragazzo che fraternizzava con i compagni di scuola, studiavo da solo e avevo pochi amici. Però io che ho modi spicci e sono per una parola in meno, mai in più, ero affascinato da un affabulatore che vendeva false stilografiche Parker per strada. Era proprio un imbonitore, uno da piazza del mercato, strillava e magnificava le qualità del suo prodotto, come quelli che nel vecchio Far West vendevano pozioni magiche. Io andavo matto per le penne e allora il mito era la Parker 51, quella con il pennino coperto e il cappuccio a incastro. Ma la cosa che mi faceva più impazzire era la vendemmia, pestare l’uva nei tini. Un sacco bello, direbbe Carlo Verdone. Lo pensavo anch’io mentre con mio cugino Mario, a piedi nudi, nel vigneto di zia Palmira a Piove di Sacco, pigiavamo i grappoli. Perché la felicità da piccoli non vale quella da grandi?
A undici anni a Rapallo andavo per mare con un dinghy, la barca a vela più piccola. Con papà, nell’aprile del 1953, visitammo la Fiera di Milano, che includeva il settore della nautica: c’era il motoscafo Sebino, una grande novità. Era prodotto dai cantieri Riva, che avevano sede a Sarnico, sul lago d’Iseo, in provincia di Bergamo. Uno dei marchi pionieri del made in Italy, nati grazie all’ingegno di Carlo Riva. Altri costruivano belle barche in mogano, ma lui fu il primo a capire che oltre alla bellezza e al prestigio serviva affidabilità, perché i motori marini spesso tradivano, non avevi mai la certezza che partissero. Riva andò in America, si fece dare l’esclusiva dei motori Chris Craft, famosa azienda nata per imbarcazioni da lago per la caccia alle anatre, montò un diesel tecnologicamente non sofisticato, ma di facile manutenzione. E iniziò la produzione in serie. La Dolce Vita navigherà con i Riva: da Brigitte Bardot ad Anita Ekberg, da Aristotele Onassis a Soraya. Ma noi più che allo status symbol guardavamo alla funzionalità. Arrivammo a Sarnico e l’ingegnere Riva, per convincerci, disse che a Portofino, a garantire l’assistenza, c’era un meccanico che si chiamava Telin. Comprammo il Sebino, di Telin non ci fu mai bisogno, io cominciai a fare sci nautico. Papà non era tipo da fronzoli: hai voluto il motoscafo? Stavo attaccato anche un’ora, guidava mamma, che è sempre stata molto attiva e si alzava presto per accompagnarmi alle gare.
Con lei nel ’47 andai in Austria con una Topolino. Superammo passo Grossglockner, che arriva fino a 2571 metri di altitudine, dove avevano fatto una strada bella, ma ripida. Le auto degli americani bollivano, la Topolino invece andava su. Una soddisfazione.
Non lo nego: se c’è una sfida, sono competitivo. Sono un atleta nervoso, ombroso e reattivo ai contrattempi, non volevo che i miei venissero a vedermi gareggiare. Urlavo, se solo mi accorgevo della loro presenza. Nel 1954 qualcuno mi avvisò: «Domani c’è una gara di slalom a Santa Margherita Ligure. Perché non partecipi?». Andai a provare il percorso e lì conobbi Luigi Figoli, maestro molto famoso, che era stato anche argento ai mondiali di Cortina di quell’anno nel bob a due. Il favorito della gara si chiamava Giorgio Maraolo, ma vinsi io, a sorpresa. Una sera con mamma andammo a prendere un gelato in piazzetta. Lei aveva trentatré anni, io quattordici, mi teneva per mano, forse io sembravo più grande, passò uno e la insultò: «Te la fai con i ragazzini», non l’avesse mai detto, mamma rispose a tono, ma si vedeva che non le era dispiaciuto. Quindici giorni dopo c’erano gli europei juniores. Vinsi anche quelli. Invece, a settembre, all’Idroscalo di Milano, ai campionati italiani assoluti non feci un buon risultato. Entrai comunque in nazionale, ero il più giovane, gli altri mi parevano tutti vecchi, anche se avevano venticinque anni. Nel ’55 andai ai mondiali a Beirut, la gara era davanti all’Hotel Saint-George, ritrovo della società che contava. Beirut allora era cosmopolita, la Svizzera del Medio Oriente. Non c’era stata ancora la rivoluzione di Enrico Mattei e il prezzo del petrolio non era alle stelle, però gli sceicchi dell’Arabia Saudita erano già ricchi e venivano a divertirsi in Libano, sul Mediterraneo. Non andai bene, però conobbi un mondo e da lì la mia carriera sportiva decollò: l’anno successivo vinsi europei e titolo nazionale. Ero un ragazzino che s’impegnava, troppo giovane per avere la patente, giravo in motorino, su un Motom, poi sono passato alla Lambretta, fedele anche a quella, ma per andare a fare le gare chiedevo passaggi.
Nel 1956 i primi successi nel giro internazionale: vinco a Montreaux la prima gara della stagione e a Copenaghen divento campione d’Europa di slalom. Mi premia Annette Strøyberg, che nel 1958 sposerà Roger Vadim, e suonano la canzone Hey There di Sammy Davis: «You with the stars on your eyes». Chissà se c’erano stelle nei miei occhi. Facevo tutte le specialità: preferivo lo slalom, me la cavavo nel salto, non sopportavo le figure. Ma servivano a fare punteggio per la combinata. Con me c’era Alberto Pederzani, più vecchio di tre anni, anche lui andava in vacanza a Santa Margherita Ligure, è stato un mio grande amico e una mia vittima; abbiamo gareggiato insieme, finché io nel 1961 ho smesso. Aveva la patente, quindi viaggiavo con lui. Alberto era un tipo alla Jean-Paul Belmondo, aveva molto successo con le ragazze, e anche in quello c’era un po’ di rivalità. Nel modo di sciare era più bello da vedere di me, ma aveva meno carattere. Le gare duravano dai primi di giugno a metà settembre, i nostri stati di forma si alternavano. Alberto faceva quasi solo slalom, un po’ di salto, niente figure. Quando capivo che lui era in una grazia divina, cercavo di destabilizzarlo, con una guerra piscologica. Allora la misurazione delle boe sul mare non era precisa, così a pranzo, facendo finta di niente, gli insinuavo il dubbio: ma lo sai che la quarta boa è complicata? E quasi sempre Alberto Pederzani alla quarta boa cascava.
Io non sono un dandy, non mi pongo al di sopra di vittorie e sconfitte, per me lottare non significa abbassarsi, ma trovare un modo per vincere.
Montanelli mi ha spiegato che un uomo di carattere ha un cattivo carattere. Credo sia una frase adattata di Jules Renard. Ho sempre voluto dire la mia, anche se era inopportuno. Nel ’57 andiamo in trasferta in Florida per i mondiali. E io contesto il capitano della nazionale: manca di temperamento, non è adatto al ruolo e non conosce l’inglese. Non era solo arroganza giovanile, era che volevo un’organizzazione migliore. Il presidente della federazione di sci nautico, l’avvocato Giuseppe Bolchini, molto noto a Milano e marito di Anna Bonomi, proprietaria di moltissimi immobili di grande prestigio, mi invitò nel suo ufficio per spiegarmi nei dettagli il perché della scelta. Perché mi davano tutta quella importanza? Ai mondiali di Cypress Garden in Florida arrivai terzo nello slalom. La verità? Ero un grande rompiscatole ma ero serio, mi allenavo anche d’inverno, facevo palestra, ottenevo risultati.
Da qui viene, anche nella mia vita da dirigente, il rispetto per i rompiscatole. Per gli atleti che, oltre alla classe, hanno temperamento, ombrosità, asprezze. Saranno difficili, complicati da gestire, grovigli pieni di spine, ma li preferisco agli uomini garbati e inconsistenti. Mi interessano i contenuti, più che le buone maniere: chi affronta il nemico, chi sopporta le cadute, ma continua ad avanzare. Mennea di tutti è stato il re. Antipatico, controverso, testardo. La sua è stata una corsa infinita, si è messo davanti al mondo, e soprattutto davanti agli americani, che erano colossi, mentre lui era un bianco del Sud, mingherlino e storto. La sua magia l’ha ottenuta con la fatica, con il riscatto, con la sofferenza. La stessa vittoria a Mosca nel 1980 nei 200 metri è stata menneiana. Quella di un uomo affamato e rabbioso, che parte ultimo e arriva primo, che dal fondo risale, e riacciuffa il suo sogno. Per questo l’ho amato. Perché Mennea si è misurato con Est e Ovest, si è confrontato con altre supremazie, ma sempre per imporre la sua. Non ha mai voltato le spalle alla battaglia.
Quando hai sentito la voce di Edith Piaf salire nella notte e hai visto Pietro Mennea correre, non hai più niente da imparare sulla fatica di vivere.
Le trasferte dello sport mi sono servite per vedere altri pezzi di mondo. Nel ’57 papà mi raggiunse in Florida e da lì andammo a Cuba e a New York. All’Avana lo squilibrio sociale era sotto gli occhi di tutti: locali, night-club, alberghi, un lusso sfrenato per pochi. Il resto era povertà per molti. Ti rendevi subito conto che a pochi chilometri dagli Stati Uniti d’America c’era quest’isola affamata, ridotta a un bordello, con l’etichetta di Las Vegas dei Tropici, dove gli americani, moralisti e puritani a casa, venivano a divertirsi, senza remore. A Cuba c’era degrado, in fatto di costume; il regime brutale di Batista e l’arroganza delle multinazionali americane facevano il resto. Però avevi anche la sensazione di stare sull’orlo di una tempesta, nell’aria si percepiva l’attesa di un cambiamento, perché in quel modo non si poteva più andare avanti.
A New York mi prese la curiosità di andare a Harlem, che allora non era un posto dove gli ex presidenti americani come Clinton si sceglievano l’ufficio, anzi, era l’inferno, sconsigliato da tutti. Il mio giro da incosciente andò bene. Avevo quell’età in cui se ti dicono di non andare tu vai, perché il proibito ti attira. Una sera sul ring del Madison Square Garden feci un incontro fulminante: mi apparve l’arte, la bellezza, la poesia. Era nera, aveva lo sguardo svogliato, si chiamava Ray Sugar Robinson. Un pugile fantastico. A un certo punto si lasciò andare sulle corde e si mise a ballare, dondolandosi con le braccia e seguendo un ritmo melodioso, l’avversario gli tirava i cazzotti e si sbilanciava, lui schivava, con indifferenza ed equilibrio, come per irriderlo, per fargli capire che non c’era nemmeno bisogno che lui, Sugar Ray, s’impegnasse tanto. Un capolavoro senza fatica. Mai vista tanta ostentata superiorità, anche se era un match senza titolo in palio. Sugar Ray aveva tutto: classe, eleganza, velocità. Ogni tanto si ritirava per fare il ballerino e in palestra si allenava con un’orchestra jazz che suonava per lui. Sul ring era veramente Sugar, zucchero, non violenza.
L’altra scoperta fu il Messico. Nel mio primo anno di università a novembre volai ad Acapulco per allenarmi lì fino a metà gennaio. Ma arrivai triste y solitario, per una ragazza francese che avevo lasciato a Milano. Presi l’aereo a Parigi, ma prima andammo al cinema a vedere Les Amants, dove Jeanne Moreau fa l’amore in accappatoio. Mi sembrò la cosa più erotica mai vista. La trasferta messicana iniziò senza allegria, ero così depresso che scrissi perfino una lettera ai miei genitori, chiedendo aiuto. E loro per farmi piacere decisero di raggiungerm...