LA CASA DEI RATTI
CAPITOLO 44
Il G6 si abbassò dolcemente in prossimità dell’aeroporto di Napoli, come una Cadillac con le sospensioni in modalità soft.
Amelia Sachs era l’unico passeggero e l’assistente di volo l’aveva viziata.
«Ancora caffè? Dovrebbe provare i croissant. Questi farciti al prosciutto e mozzarella sono favolosi.»
Potrei davvero farci l’abitudine...
Adesso, sazia e con la caffeina in circolo, Sachs si appoggiò allo schienale e guardò in basso. Riconobbe distintamente il Centro di accoglienza di Capodichino. Da lassù era una distesa caotica, molto più grande di quanto apparisse da terra. Dove sarebbero finite tutte quelle persone?, si domandò. Tra dieci anni, avrebbero vissuto in Italia? O in altri Paesi? O sarebbero state rimpatriate, mandate incontro a un destino che il loro viaggio aveva solo rimandato?
Sarebbero state vive o morte?
Il telefono vibrò. L’equipaggio non aveva richiesto che i cellulari fossero spenti.
«Pronto?» rispose.
«Detective Sachs... chiedo scusa, Amelia. Sono Massimo Rossi. È ancora a Milano?»
«No, sto atterrando, ispettore.»
«A Napoli?»
«Sì.»
«Bene, bene. Abbiamo ricevuto un’e-mail all’indirizzo della questura. L’autore, non sappiamo se uomo o donna perché non si è firmato, ha visto un uomo su una collina nei pressi del campo, la sera dell’omicidio di Dadi, subito dopo i fatti. Era accanto a un’auto scura. L’italiano del messaggio è pessimo, tanto che siamo convinti abbia usato un programma di traduzione. Ipotizzerei possa trattarsi di uno degli ambulanti, di madrelingua araba.»
«Dice dove l’ha visto?»
«Sì.» Rossi le diede il nome di una via. Servendosi di Google Earth aveva anche individuato un sentiero che conduceva alla collina di fronte al campo. Glielo descrisse.
«Probabilmente abbiamo appena sorvolato il posto. Ci passerò mentre rientro.»
«Troverà Ercole Benelli ad aspettarla. Nel caso siano necessarie traduzioni.» Ridacchiò. «O se ci fosse bisogno di mostrare un vero distintivo per sciogliere le lingue.»
Chiuse la chiamata. Bene, un cittadino preoccupato si era fatto avanti.
Un cittadino alquanto preoccupato.
Avrebbe trovato delle prove?
Forse sì, forse no. Ma non bisognava mai farsi sfuggire l’opportunità di raccogliere una traccia, anche infinitesimale.
* * *
Amelia sedeva sul sedile posteriore della limousine di Mike Hill, il cui gioviale autista stava ancora una volta flirtando con lei e facendole dono di ulteriori aneddoti su Napoli. L’argomento del giorno era l’eruzione del Vesuvio e Sachs apprese, con sua grande sorpresa, che non furono la cenere, la lava o il terremoto a uccidere, bensì le esalazioni velenose.
«Nel giro di pochissimi minuti. Puf. Lo dite voi, puf?»
«Sì.»
«Puf, e poi morti. Migliaia di morti. È una cosa che fa pensare, non crede? Mai sprecare anche solo un momento di vita.» Strizzò l’occhio e Sachs si chiese se fosse solito usare riferimenti a disastri naturali per sedurre le donne.
Gli aveva fornito le indicazioni sulla destinazione e l’auto stava procedendo lungo le strade tortuose tra le colline a nord del campo. In una gola al limitare degli alberi trovò Ercole e chiese all’autista di fermarsi.
Si salutarono e Sachs fece le presentazioni. I due uomini ebbero una breve conversazione in italiano.
«Può aspettare qui? Non ci metterò molto» chiese Sachs all’autista.
«Sì, sì! Ma certo.» L’omone sorrise, come se ogni desiderio di una bella donna fosse un ordine.
«Il sentiero è quello?» domandò Sachs a Ercole.
«Sì.»
Si guardò attorno. Era impossibile vedere il campo da lì, ma pensò che la stradina l’avrebbe condotta a un buon punto di osservazione.
Si infilarono elastici attorno alle scarpe e si incamminarono. Il sentiero era ripido, perlopiù terra ed erba, ma c’erano delle pietre piatte e levigate che sembravano messe lì apposta. Era un’antica strada romana?
Continuarono a salire, trafelati. E sudati. Era una giornata calda, malgrado fosse ancora presto.
Un alito di vento li avvolse in un dolce profumo.
«Telinum» osservò Ercole. Doveva averla vista girare la testa per cogliere meglio il profumo.
«Una pianta?»
«Un profumo. Ma fatto con alcuni degli aromi che stai fiutando: cipresso, calamo e maggiorana dolce. Il telinum era il profumo più popolare ai tempi di Cesare.»
«Giulio?»
«Il solo e unico.»
«L’unico e il solo.»
«Ah.»
Raggiunsero la sommità. Non c’erano alberi e, guardando in basso, Sachs si accorse che, sì, aveva un’ottima visuale del campo. Ma si perse d’animo quando non trovò tracce evidenti della presenza del Compositore. Andarono più avanti, verso il centro della radura.
«A Milano?» si informò Ercole. «Il capitano Rhyme ha detto che non hai trovato niente.»
«No. Ma abbiamo eliminato un indizio. È importante quanto trovarne uno che dà risultati.»
«Altrettanto importante?» fece lui ironico.
«Va bene. No. Ma bisogna comunque approfondire. E poi ho appena mangiato croissant su un jet privato, quindi non mi lamento. Non vedo impronte di scarpe né... be’, niente. Dove si sarà messo?»
Entrambi si guardarono intorno ed Ercole tracciò un cauto perimetro attorno alla radura. Tornò da Sachs. «No, niente.»
«Perché il Compositore sarebbe venuto quassù? C’è salito dopo l’omicidio, stando al testimone.»
«Per vedere chi lo inseguiva?» Il giovane agente fece spallucce. «O per comunicare con gli dei, o con Satana, o con qualsiasi spirito l’abbia posseduto.»
«Ha molto più senso di tutto il resto.»
Ercole scosse la testa. «Si sarà nascosto dietro quegli alberi. Vado a vedere.»
«Io controllo laggiù.» Sachs scese dalla sommità e andò verso una piccola radura più vicina al campo.
Si chiese ancora una volta perché fosse venuto fin lassù. Non era di strada, e risalire il sentiero doveva aver sottratto alla sua fuga preziosi minuti.
Poi si fermò. All’improvviso.
Il sentiero!
L’unico modo per vedere il campo – ed essere visti da laggiù – era lì, sulla cima, dopo essere saliti dalla strada. Eppure l’autore dell’e-mail aveva scritto di aver scorto il sospetto accanto a un’auto scura mentre osservava il campo.
Impossibile.
Non c’era modo di arrivare lassù con un’auto; il veicolo sarebbe dovuto rimanere a valle, nascosto alla vista.
È una trappola!
Era stato il Compositore a mandare l’e-mail in pessimo italiano, con un programma che traduceva dall’inglese, per attirare lei e gli altri agenti in quel posto.
Fece dietrofront. Stava per risalire sulla cima, chiamando Ercole, quando udì lo sparo. Una potente fucilata che rimbombò tra le colline.
Una volta in cima, Sachs si accovacciò nella macchia che formava il perimetro della radura e tirò fuori la Beretta. Lanciò un’occhiata a valle e vide l’autista di Hill, terrorizzato e accucciato dietro il paraurti dell’Audi. Sembrava stesse urlando al telefono, probabilmente con la polizia.
Poi guardò al di là dell’erba secca e frusciante. Ercole Benelli era riverso per terra a faccia in giù, accanto a una maestosa magnolia. Fece per alzarsi e correre da lui, ma un secondo proiettile si conficcò nel terreno proprio davanti a lei e, un momento dopo, il rimbombo della fucilata riempì l’aria.
* * *
«Una sola intervista?»
L’uomo all’altro capo del telefono stava parlando con la sua leggera cadenza strascicata del Sud degli Stati Uniti. Questo sembrava rendere la richiesta più persuasiva.
Tuttavia Rhyme disse a Daryl Mulbry: «No».
Quell’uomo era decisamente tenace.
Rhyme e Thom si trovavano nella sala della colazione, in albergo. Normalmente Rhyme non nutriva interesse per quel momento della giornata, ma in Europa il costo della camera comprendeva una colazione completa e, forse per via del viaggio o per il coinvolgimento nei casi, il suo appetito era più vigoroso del solito.
Oh, poi c’era da dire che il cibo lì era dannatamente buono.
«Garry è stato pestato. Qualsiasi cosa possiamo dire sul caso potrebbe servire a farlo allontanare dai detenuti comuni.» Mulbry era al vivavoce, nell’ufficio di Charlotte McKenzie presso il consolato. C’era anche lei in linea, e aggiunse: «Gli agenti della Polizia Penitenziaria sono brava gente e lo tengono d’occhio. Ma non possono essere presenti tutto il tempo. Ho bisogno anche solo di un elemento che suggerisca la sua innocenza, perché venga trasferito in un’altra struttura».
Intervenne di nuovo Mulbry. «Almeno potrebbe dare a noi un’idea su cosa ha scoperto?»
Rhyme sospirò. Replicò, sforzandosi di essere paziente: «Abbiamo qualche indicazione di una possibile innocenza, sì». Non voleva essere più specifico, per timore che Mulbry facesse trapelare la cosa.
«Davvero?» Era McKenzie. Entusiasta.
«Ma questa è solo metà della storia. Dobbiamo poter indicare il vero colpevole. Non ci siamo ancora arrivati.» Spiro aveva acconsentito al loro coinvolgimento, ma Rhyme non avrebbe mai e poi mai rilasciato una dichiarazione alla stampa senza il benestare del procuratore.
«Non potrebbe darci anche solo un elemento?» insisté Mulbry.
Rhyme alzò lo sguardo, al di là del tavolo della colazione. «Oh, mi dispiace. Adesso ho una riunione importante. Devo vedere una persona. Mi faccio risentire appena possibile.»
«Be’, se...»
Clic.
Rhyme rivolse la sua attenzione alla persona in questione, che si stava avvicinando al loro tavolo: il cameriere, un tipo magro in giacca bianca, con un vistoso paio di baffi. «Un altro caffè?»*
«Significa...» fece per dire Thom.
«Ci arrivo da solo. E sì.»
L’uomo se ne andò e tornò poco dopo con una tazza di americano.
Thom si guardò intorno. «Nessuno è grasso in Italia. Ci hai fatto caso?»
«A cosa?» domandò Rhyme. Dal tono si capiva che era distratto. Stava riflettendo sia sul caso del Compositore sia su quello di Garry Soames.
L’assistente continuò. «Guarda questo cibo.» Indicò il vasto buffet con diversi tipi di prosciutto, salame, formaggio, pesce, frutta, cereali, pasticcini e una mezza dozzina di varietà di pane fresco, oltre a misteriose leccornie avvolte in carta lucida. E su ordinazione erano disponibili uova e altri piatti. Tutti stavano consumando un pasto completo, eppure nessuno era grasso. Rotondo, magari. Come Beatrice. Ma non grasso.
«No» re...