Pearl S. Buck
«In Cina è ammirata ma non letta e in America è letta ma non ammirata» così il «New York Times» ha riassunto un giorno il paradosso di questa scrittrice americana di nascita e cinese di adozione che ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1938, ma resta ancora oggi un segreto per pochi intimi.
Nata Pearl Sydenstricker nel 1892 da due missionari presbiteriani in Cina, impara a parlare cinese prima che inglese, grazie alla tata Wang, che quando la porta fuori le mette sempre un berretto perché, le spiega, «questi capelli gialli non sembrano umani». Wang è stata una delle tante schiave sessuali di cui la miseria riempie allora le campagne cinesi. Salvata dalla strada dai due missionari, spiega alla bambina le cose del sesso senza pudore. Nasce qui la disinvoltura sull’argomento che Pearl mostrerà sempre, anche nei suoi romanzi, scandalizzando l’America. Accanto a questa tata esotica e dal parlare schietto, Pearl impara a guardare il mondo da punti di vista differenti, e soprattutto ad accettare l’idea che l’Occidente non sia il centro del mondo. Quando Pearl da bambina le chiede perché il suo odore sia diverso da quello dei cinesi, Wang le risponde, senza scomporsi: «Perché voi bianchi vi lavate troppo».
Cresce nella regione del Jiangsu, a contatto con le storie spaventose di sofferenza e morte dei contadini cinesi. La vita laggiù è un ciclo ininterrotto di siccità, inondazioni e morte, e nelle famiglie le bambine vengono strangolate alla nascita o annegate come gattini. Ogni tanto passa l’esercito di un signore della guerra locale, e le teste mozze dei nemici sono esposte su canne di bambù nella piazza del paese. Quando gioca nel retro della casa, Pearl trova spesso nell’erba ossa umane.
Vive con i genitori e due fratelli in una specie di terra di mezzo. Non appartengono alla comunità occidentale, che vive trincerata a Shanghai, e nemmeno a quella cinese, che li considera diavoli bianchi. Il padre è un invasato che passa le giornate a predicare il Vangelo in cinese tra i contadini ostili e torna a casa la sera coperto di sputi e lividi. La madre è una bellezza sensuale che appassisce presto al suo fianco, trascurata per la missione e piegata dal dolore di vedere morire – di malattie e condizioni igieniche spaventose – quattro dei suoi sette figli. La Cina di fine Ottocento è un Medioevo asiatico inimmaginabile ai nostri giorni. In casa non c’è acqua corrente, né elettricità, e il bagno è una vanga appoggiata al muro nel retro del giardino. Ogni estate la famiglia si ritira a Kuling, sulle montagne, per sfuggire al caldo, alla carestia e alle epidemie. Alcuni anni la siccità è così spaventosa che al ritorno la campagna appare irriconoscibile. I profughi in fuga dalla fame hanno divorato tutto, ogni foglia, ogni frutto, perfino la corteccia degli alberi è stata bollita e mangiata.
La sera Pearl ascolta le storie della tradizione orale cinese. Tutto un mondo colorato, violento, sessualmente esplicito le si rovescia addosso e la plasma per sempre. «Decisi che sarei stata una romanziera quando non avevo ancora dieci anni» dirà più avanti. Nel 1910 viene mandata dai genitori negli Stati Uniti per frequentare l’università. Ha diciotto anni, è bellissima ma sembra una folle, la pelle segnata dal sole e i vestiti preparati da una sarta cinese sulla base di vecchi modelli ormai fuori moda. «Le compagne venivano a gruppi a osservarmi» ricordava. È un’ottima allieva e ben presto diventa la più popolare della scuola, ma tra lei e le compagne resta sempre come uno schermo invisibile. È silenziosa, come assente: «Avevo imparato dalle donne asiatiche l’arte dello scomparire». Nel 1914, dopo la laurea a pieni voti, il capo del dipartimento di psicologia le chiede di restare come assistente, ma l’improvvisa malattia della madre la richiama in Cina.
Quando scende dalla nave, Pearl trova un Paese diverso da quello che ricordava. La Cina ha attraversato una rivoluzione, fatto cadere l’impero e sta precipitando verso la guerra civile tra il partito nazionalista che governa, e il partito comunista che lavora alla presa del potere, e decine di signori locali che si spartiscono le zone lontane dalle città. Pensa di restare per una breve visita, in realtà si ferma più di vent’anni. Quando è ancora a bordo della nave che la sta riportando in Cina, sente la trasformazione: «Iniziai di nuovo a pensare in cinese». Prende in mano la gestione della casa, cura la madre e ottiene un lavoro presso la società missionaria, dove rifiuta di fare proselitismo ma si dedica volentieri all’insegnamento.
È in questo periodo che incontra John Lossing Buck, missionario e agronomo appena arrivato in Cina. Si fidanzano e si sposano nel giro di un mese, e nei primi anni di matrimonio sono molto felici. Lui è concentratissimo sul suo lavoro, che lo porterà a fondare il dipartimento di studi agrari dell’Università di Nanchino e a far nascere la scienza agronoma cinese moderna. Lei si diverte a giocare al ruolo della moglie del pastore, crea un giardino, tiene un dispensario e una piccola scuola per gli indigeni. Segue il marito nei suoi viaggi nell’interno, su una moto rumorosissima. Mentre lui parla coi contadini, lei incontra le loro mogli. Impara a comprendere sempre meglio i cinesi, che poi immortalerà nei suoi romanzi: «Erano le creature più reali che avessi mai visto, le creature più vicine alla terra, alla nascita e alla morte, al pianto e al riso. Visitare le loro case divenne la mia ricerca della realtà».
Accoglie nella sua casa Lu, una contadina che è rimasta incinta dopo essere stata violentata da un soldato. La aiuta nel parto, salvandole la vita e guadagnandosi la sua lealtà per sempre. «Dichiarò che la sua vita mi apparteneva, e – anche se c’erano volte in cui avrei preferito che appartenesse a qualcun altro, perché era una donna di forte carattere e di lingua sciolta – sapevo di poter contare sulla sua lealtà.» Questa donna indistruttibile, che ispirerà la figura di Olan del romanzo La buona terra, anni dopo le salverà la vita nascondendola nella sua capanna per due giorni durante un pogrom contro gli occidentali di Nanchino.
Nel 1920 mette al mondo una bambina, Caroline, e viene subito dopo operata per un tumore all’utero che le impedirà di avere altri figli. Il suo matrimonio è in crisi, anche se non ha nessuno a cui confidarlo. Cerca una via di fuga nella scrittura, scrivendo degli articoli sulla Cina per alcune riviste americane. Caroline è una bambina bellissima ma ben presto mostra di essere diversa. Non parla, ha crisi violente durante le quali nessuno riesce a tenerla, oppure si isola per ore nel suo mondo. Per qualche anno Pearl cerca di illudersi che sia un problema passeggero ma quando la bambina ha quattro anni deve prendere atto che qualcosa in lei non funziona. La porta negli Stati Uniti per farla visitare e il verdetto cade come una condanna: handicap mentale. «La chiuda in un istituto e la dimentichi» le dice uno dei medici. Pearl non ne vuole sapere. Visto che le hanno detto che una sorellina potrebbe stimolarla, adotta una bambina in un orfanotrofio di New York, Janice, e riparte per la Cina, nonostante il Paese sia ormai in piena guerra civile tra nazionalisti e comunisti, a cui si aggiungeranno presto anche i giapponesi.
Nel 1929 deve arrendersi alla realtà e accettare il fatto che Caroline è ormai ingestibile in casa. Torna negli Usa per cercare una scuola a cui affidarla. È inorridita dagli istituti che le vengono proposti. A quell’epoca l’handicap è considerata una vergogna e i bambini sono abbandonati a se stessi come bestioline. Alla fine scopre una scuola in New Jersey, diretta da un uomo che le sembra un po’ più gentile degli altri, e gli affida Caroline, che ha nove anni. «Mi mancherà per tutta la vita la persona che non poteva essere. Non sono rassegnata e mai lo sarò» scrive. Per fortuna c’è Janice, la figlia adottiva, che ha bisogno delle sue cure: «Mi meravigliavo di continuo della fortuna di averla trovata, fra tutti i bambini del mondo. Janice semplicemente mi ha salvato la vita».
Ritornata nella sua casa di Nanchino, inizia a lavorare al romanzo La buona terra, storia di un contadino cinese povero e della sua famiglia. Termina il manoscritto in due mesi, pensando in cinese e traducendo in inglese. Attraverso un agente letterario di New York trova un editore abbastanza coraggioso da pubblicarlo. Il libro esce negli Usa nel 1931 e a sorpresa è un successo. Resta in classifica per anni, vende due milioni di copie, viene tradotto in tutto il mondo, vince il Premio Pulitzer e viene acquistato da una casa di produzione di Hollywood per diventare un film.
Pearl accetta di scrivere un seguito, e poi un altro, per formare una trilogia. Visto che i giornalisti e il pubblico sono curiosi di questa autrice misteriosa, che vive dall’altra parte del mondo, si fa convincere ad andare più volte negli Stati Uniti per la promozione. Durante una delle sue conferenze trova il modo di inimicarsi le chiese protestanti, attaccando pubblicamente la loro politica di missione in Cina, che definisce colonialista e ottusa. «Non possiamo esprimere il Vangelo se abbiamo nascosto in noi un senso di superiorità razziale» afferma davanti a una platea di missionari scandalizzati. Nella sua infanzia cinese ha imparato a parlare chiaro e non ha intenzione di cambiare adesso che è famosa. Parla in pubblico in favore della contraccezione, dei diritti delle donne, della condizione dei neri. «Alcune delle cose che il mio popolo fa mi fa vergognare di essere bianca» dichiara a un giornalista.
Il suo editore, Richard Walsh, la segue ovunque e la protegge. È un uomo colto, curioso, pieno di delicatezza, presto innamorato di lei. Quando lui si presenta in Cina per dirglielo, Pearl fugge letteralmente di casa con Janice, mentre il marito è in missione, e si imbarca per gli Stati Uniti. Durante la traversata getta la fede nuziale in mare e scrive al marito chiedendogli il divorzio. Nel 1935 firma le carte a Reno, e il giorno stesso sposa Richard, che nel frattempo ha anche lui divorziato dalla moglie, altro gesto che scandalizza il pubblico americano.
Con i soldi dei diritti d’autore compra una casa in Pennsylvania, Green Hill Farm, trasformandola secondo i suoi sogni: un parco che diventa un giardino fiorito, un’ala tutta per Caroline quando viene in visita dall’istituto, un giardinetto di bambù per ricordarle la Cina lontana. Adotta quattro bambini piccoli, come sempre decisa ad avere tutto nella vita. Quando deve andare a New York per la promozione di un libro, li sistema in due ceste di vimini sul sedile posteriore dell’auto e si mette in viaggio. «Qualcuno avrebbe potuto stupirsi di questa strana vita» dice sua sorella Grace, «ma Pearl aveva tutto sotto controllo. Lo aveva sempre avuto.»
Continua a scrivere, due libri sui suoi genitori, una biografia dell’ultima imperatrice cinese, e poi un flusso ininterrotto di romanzi, spesso di qualità ineguale. Non si prende troppo sul serio come scrittrice. Quando nel 1938 le comunicano che le è stato assegnato il Nobel esclama: «È ridicolo!». Il delegato della Cina Popolare, invitato dall’Accademia di Stoccolma, rifiuta di partecipare. I libri di Pearl S. Buck, all’inizio pubblicati in Cina con grande successo, sono vietati dal regime comunista perché accusati di dare un’immagine negativa del Paese. Sull’altro lato dello schieramento politico, McCarthy l’ha messa sulla sua lista nera come comunista e l’Fbi la controlla, soprattutto per il suo attivismo a favore dei diritti dei neri.
Lei non si cura delle polemiche e continua a scrivere, chiusa nella sua grande casa che di fatto è la sua Cina privata. «Pronuncio i nomi dei miei personaggi, ed essi si alzano davanti a me come fossero nella stanza.» Emerge sfinita dalle lunghe sedute di scrittura, non rilegge mai neanche una riga. Una segretaria copia a macchina e Richard si occupa della correzione. Diventa prodigiosamente ricca ma non abbandona il suo attivismo politico. Prima della guerra cerca di sensibilizzare gli americani sulla minaccia rappresentata dal Giappone e sulla necessità di aiutare la Cina, vittima di una terribile invasione. Dopo la guerra si fa portavoce della tragedia dei bambini amerasiatici, nati dalle relazioni dei soldati americani con le donne indigene.
Nel 1953 Richard ha un infarto, che lo lascia quasi cieco e semiparalizzato, e che lo ucciderà qualche anno dopo. Pearl reagisce adottando altri due bambini, un orfano per metà bianco e per metà nero e un orfano per metà bianco e per metà giapponese. Poi pubblica un libro dove rompe un altro tabù parlando del dolore di avere una figlia handicappata, e infine un libro di memorie. Quando non parla della Cina, parla di se stessa: «È il mio unico materiale» si giustifica.
Negli anni della vecchiaia si circonda di collaboratori giovani e sempre bellissimi. Ne sceglie uno, Theodore Harris, assunto come maestro di ballo per le figlie, per farne il suo segretario tuttofare e il suo compagno. Muore nel 1973, pochi giorni prima di compiere ottantun anni. Sulla tomba vuole che sia scritto il suo nome cinese, Zhenzhu. Uno degli ultimi giornalisti ad averla vista, quando ormai non usciva più di casa, controllata a vista da Harris, solenne come un’anziana imperatrice manciù nella sua corte in esilio, la ricorda così: «Molto antica, molto drammatica, molto immobile. Molto orientale. Era lì davanti a noi, graziosamente, eppure non era lì. Non eri del tutto sicuro che non fosse una prigioniera».
Nahui Olin
Suo padre è un alto ufficiale dell’esercito messicano e un ingegnere famoso per i suoi brevetti di fucili e cannoni. Quando lei nasce, nel 1893, sta progettando quello che diventerà il suo fucile più noto, il Mondragón calibro sette, ma non sa che l’arma più pericolosa appena nata è un’altra: si chiama Carmen Mondragón, ha immensi occhi verdi che sembrano voler divorare il mondo e da grande – con il nome d’arte di Nahui Olin – diventerà la donna più bella e più scandalosa di Città del Messico, oltre che modella, pittrice, poetessa e compositrice.
Di famiglia è ricchissima, e tra le più potenti del Paese. Dopo il colpo di Stato appoggiato dagli americani nel 1913, suo padre è nominato ministro della Guerra. Cresce, ultima figlia adorata – una delle leggende nere della sua vita sostiene che il padre avesse con lei un rapporto incestuoso – tra Città del Messico e Parigi, dove si appassiona all’arte.
Si sposa presto e male, scegliendo il più bello della sua generazione, Manuel Rodríguez Lozano, ex cadetto, aspirante diplomatico. Lei vuole solo far dispetto alla famiglia e andarsene di casa. Lui mira alla figlia di Mondragón per farsi aprire le porte giuste e a letto preferisce gli uomini. Il matrimonio è un disastro ancora prima di cominciare. Il ritratto ufficiale delle nozze è l’unica foto dove gli occhi leggendari di Nahui sembrano spenti. Lo sposo, per parte sua, ha l’aria di uno che si trova lì per caso.
Nasce un figlio, non voluto da nessuno dei due, che muore pochi mesi dopo in circostanze mai chiarite. È un’altra delle leggende terribili di Nahui. Il marito l’accusa di aver soffocato il bambino in una crisi di follia. Più probabile che il piccolo sia caduto durante una lite tra i genitori. Il padre di Nahui mette a tacere lo scandalo e manda la figlia a Parigi, chiedendole solo di non divorziare finché lui sarà vivo, per rispettare le convenzioni del loro ambiente.
Lei vive alcuni anni in Francia, dove incontra tutti quelli che contano – Picasso, Matisse, Cocteau – e scopre l’arte. Nel 1921 torna in Messico. Il padre è morto e lei è decisa a riprendersi la sua libertà. Si taglia cortissimi i bei capelli d’oro. Quando è di umore particolarmente negativo li rade a zero, in un’acconciatura trasgressiva che fa girare la gente per strada e mette in risalto i suoi occhi enormi e la bocca sensuale. È la prima a indossare in città qualcosa che assomiglia a un’antenata della minigonna, per mostrare le gambe, che ha bellissime. Posa per tutti i pittori del Paese. Partecipa a una mostra collettiva di pittura dove conquista ogni uomo presente in sala, primo fra tutti Diego Rivera, grosso batrace erotomane che l’ha incrociata anni prima a Parigi e non l’ha dimenticata: «Ho chiari in mente i colori per dipingere il tuo sguardo di oceano infuriato, screziato di malva e cieli dell’altopiano, di smeraldi e turchesi aztechi» le ha scritto allora.
Ma l’uomo che Carmen vuole fin dal primo momento è un altro, Gerardo Murillo, in arte Dr. Atl, un pittore e un rivoluzionario molto amato dal governo messicano che gli ha messo a disposizione come casa e atelier il grande convento della Mercede nel centro della città. Si incontrano a una festa e lui avverte immediatamente il pericolo: «Nel viavai dei saloni affollati si è spalancato davanti a me un abisso verde come il mare: gli occhi di una donna. Sono precipitato in quell’abisso all’istante, come se scivolassi da un’alta scogliera cadendo nell’oceano».
È lui a ribattezzarla Nahui Olin, da una data mitica del calendario azteco, il quarto movimento, quando, dice la tradizione indigena, il sole verrà distrutto e si apriranno cinquecento anni di oscurità in attesa di un nuovo astro. Pochi giorni dopo Nahui si trasferisce nel convento della Mercede, con le sue poche cose. Accanto a Murillo si diverte a dare scandalo, girando nuda per casa incurante degli ospiti in visita. Scrive poesie sperimentali, dipinge grandi quadri naïf e disegni in bianco e nero molto vicini all’Impressionismo europeo, che Murillo però non apprezza granché. «Il tuo corpo è la tua opera d’arte assoluta e ineguagliabile» le dice. Nahui non si scoraggia. Si iscrive al Sindicato de Obreros Técnicos, Pintores y Escultores fondato da Diego Rivera. Espone con buon successo, ma inizia anche a scrivere, pubblicando in rapida successione tre libri che la critica definisce indecenti o rivoluzionari, a seconda della posizione politica del giornale.
Presto fra Nahui e Murillo scoppia la guerra. Lui la tradisce con tutte le modelle che passano nell’atelier, lei reagisce con violenza. Gli distrugge i dipinti, lo insulta in pubblico. Appende un proclama contro di lui fuori dall’atelier: «Miserabile dottorucolo / assassino di donne». Ogni tanto salta fuori una pistola, o una modella si rompe una gamba, spinta da Nahui giù per le scale. La loro relazione finisce come è iniziata, nella violenza. «Ti odio perché odio essere succube della tua bellezza» le scrive Murillo.
Va a vivere da sola in un appartamento nella calle 5 de Febrero, pieno di gatti, che Tina Modotti visita spesso, rimanendo in estasi davanti a ogni dettaglio. Si conoscono da anni. All’epoca del suo soggiorno in Messico anche il compagno di Tina, Edward Weston, è stato ossessionato dalla bellezza di Nahui: «Bisognerebbe essere di pietra per non innamorarsi di lei» scriveva nel diario. L’erotismo e la libertà sessuale sono al centro della sua vita, personale e pubblica. Si impegna per i diritti delle donne, fonda un’associazione femminista per la lotta contro le droghe, partecipa alle manifestazioni per il suffragio femminile, l’uguaglianza con gli uomini, i diritti delle don...