Nina ha trent'anni, i capelli ricci e un amore autoimmune nell'anima, "al quale si sopravvive, ma dal quale non si guarisce". Come tante giovani single, per affrontare la giungla sentimentale di Milano colleziona appuntamenti più o meno riusciti con uomini conosciuti su Tinder, ma il ricordo del suo ex le brucia ancora dentro. Non importano i chilometri che li separano né le volte che si sono detti addio: la loro storia sembra impossibile da cancellare. Finché è lui a dimenticare tutto - o quasi - dopo un'overdose di LUV, potentissimo allucinogeno che dà l'illusione di viaggiare nel tempo. Ora l'ex di Nina è convinto di vivere alla fine degli anni Novanta: non sa cosa siano Facebook e WhatsApp, comunica con sms e squilli e, soprattutto, crede di stare ancora con lei. Quando Nina torna in Puglia per l'estate, ad attenderla a casa trova rose rosse, lettere e compilation. Ed è costretta a chiedersi: quante volte si può amare la stessa persona sbagliata? Quanti tentativi sono ammessi prima di dichiarare una storia finita? Quand'è che l'ultima possibilità è davvero l'ultima? Un romanzo "revival" insolito e brillante che racconta i sentimenti prima delle dating app, quando la tecnologia era imperfetta e l'amore sembrava molto più facile.

- 378 pagine
- Italian
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23
Risvegli
Giovanni Maria Zecchi ha un bioritmo perfettamente regolare. Entro l’una di notte gli viene un attacco narcolettico e ha bisogno di dormire. Entro le 7 del mattino si sveglia. È un metodico. Fa colazione. Fa la cacca. Fa la doccia. S’asciuga i capelli col phon. Sceglie la camicia, l’abito fatto su misura con le iniziali ricamate all’interno, la cravatta di Marinella. Si spruzza due gocce di Acqua di Parma e va in ufficio. Una volta gli ho detto che Acqua di Parma è da vecchi. Mi ha detto che in alternativa potrei frequentare uno che usa Acqua di Giò. Touché.
Io, invece, mi sveglio sistematicamente in ritardo, trafelata, mi lavo la faccia e i denti, infilo i vestiti in vero acrilico di Zara che ho lasciato in giro la sera prima, mi raccolgo i capelli che assomigliano a un nido di quaglia e arrivo in ufficio con ancora il segno del cuscino in faccia.
Nel weekend, però, ci svegliamo insieme. Si sveglia prima lui, con una puntuale erezione mattutina, che poggia sulle mie chiappe, dando quasi sempre il via a una godibile sessione di morning sex. E poi, mentre le prime luci di un luglio inoltrato filtrano dalle persiane socchiuse della sua camera da letto, mi abbraccia. E ci intrecciamo. E restiamo stretti, a lungo. A volte ci riaddormentiamo. Quasi sempre a cucchiaio, su un fianco, io rannicchiata dentro di lui, con le spalle mie contro il petto suo, e tutte le minacce del mondo chiuse fuori dalle sue braccia forti da vero millennial.
A volte protesta. A volte vuole fare lui il “cucchiaio piccolo” ed essere abbracciato da dietro. Dice che è più comodo essere il “cucchiaio piccolo”. Che ci vuole reciprocità. Che abbiamo voluto la parità. Così m’arrampico sulle sue spalle e lo stringo io, da dietro, e gli bacio i capelli, che sono lisci e profumano sempre. E sento una cazzo di tenerezza che non ricordavo d’avere. E penso che forse è questo ciò che dobbiamo fare, forse dobbiamo solo superare tutti gli stereotipi che ci hanno ossessionate, su cosa devono fare gli uomini e cosa dobbiamo fare noi donne. E penso che forse dovremmo smetterla di cercare rassicurazione negli uomini e iniziare a rassicurarli noi; forse dovremmo smettere di preoccuparci sempre di come e quanto siamo amate, e imparare ad amare meglio, imparare ad amare davvero, imparare ad amare per prime. Che forse è così che si ama. E poi quasi sempre mi chiedo quale sia la fregatura madornale, il ferale cazzinculo – come si dice in gergo tecnico – che ci dev’essere, in quest’uomo qua. Perché dài, è ovvio che è solo questione di tempo. Che verrà fuori.
Giovanni Zecchi. Gio-van-ni-zec-chi. Quando inizio a chiamare un uomo per nome e cognome è sempre un segnale preoccupante. È sempre indice del fatto che mi sto innamorando di lui, se di innamoramento vogliamo parlare. Se di innamoramento possiamo parlare, dopo i 25 anni di età.
Giovanni Zecchi. Nina Dell’Oglio. Zecchi-Dell’Oglio, sul campanello di casa. Oppure Dell’Oglio-Zecchi, se vogliamo fare i moderni. La signora Zecchi. Lo step successivo del mio personale delirio ovarico sarà immaginare cosa studieranno i nostri figli all’università.
Intanto, la prossima settimana andiamo in ferie. No, non insieme. Lui si era organizzato un viaggio in Sardegna con i colleghi, in barca. Chiamalo scemo. Non mi ha chiesto di andare con lui, non mi sono proposta di accompagnarlo. Una cosa che impari, quando sei single e studi le coppie intorno a te, è che è importante rispettare gli spazi e gli interessi individuali. Viceversa, è un attimo e ti ritrovi a diventare uno di quei casi umani che hanno il profilo Facebook in condivisione con il fidanzato, una di quelle sfigate che abbandonano le amiche appena s’accoppiano, una di quelle derelitte che “no, non esco stasera, perché lui non esce” un mono-organismo pseudoconiugale che scava la catacomba dell’amore.
Io tornerò in Puglia, perché per me – da perfetta terrons – d’estate è questo che si fa: si torna a casa, si mangiano le frise sponzate nell’acqua coi pomodori e l’olio d’oliva quello buono che ha fatto la zia in campagna; si va al mare sulle spiagge vergognosamente affollate, si smadonna in coda, si paga la malavita locale per parcheggiare la macchina ed evitare che venga rubata o sfregiata sulla carrozzeria, si beve birra in spiaggia fino al tramonto. E la sera si fa l’arrosto nel giardino della villa degli amici, innaffiato di vino primitivo, si parla dell’Industria che inquina e di come sarebbe bello se le cose cambiassero, e di come la colpa sia delle amministrazioni, e di come la colpa sia dei cittadini, e di come in generale siamo tutti bravi a dispensare grandi lezioni di civiltà, essendocene andati, dall’alto della nostra migrazione in un Nord che ci ha accolti, normalizzati e radicalizzati sull’importanza della raccolta differenziata; e poi si aspetta che l’umido della notte faccia evaporare le stelle nelle prime luci dell’alba, tra un bicchiere di limoncello o di amaro all’alloro (entrambi rigorosamente fatti in casa) e il racconto di vecchie storie, che ogni volta cambiano, arricchite di elementi nuovi e rielaborazioni, come in ogni perfetta narrazione orale che viaggia negli anni di bocca in bocca in bocca, all’interno di uno stesso gruppo di amici. E un “chissà che fine ha fatto quello”, “non puoi capire chi ho rivisto” e un “sai chi ha avuto un figlio?” e un “sai chi è diventato completamente calvo?”.
Io e Giovanni Zecchi non ci vedremo per un mese. Ma sono straordinariamente tranquilla. Provo una forma inedita di serenità, come se avessi iniziato a drogarmi di magnesio. Non saprei spiegare ma questa storia, questo rapporto, questa roba qui che ci siamo ben guardati dall’etichettare, ha fatto passi da gigante negli ultimi mesi. Sissignori, passi da gigante.
24
Brutta stronza
“Brutta stronza, rispondimi! Lo vedo che sei online” mi scrive Bepi, su WhatsApp, dopo che ho fatto squillare a vuoto la sua ultima telefonata.
“Asp sto preparando la cena.”
“Non te la tirare, cazzo, la prossima volta che dici che siamo solo ‘amici di WhatsApp’ ti faccio il culo a tarallo” minaccia.
“Ti chiamo io tra mezz’ora, dopo mangiato” gli rispondo.
“Ho uno scoop pazzesco su PDM!”
Questa non è una novità. Per non restare ignorato nell’elenco delle mie conversazioni aperte, per sottrarsi alla condanna insopportabile della doppia spunta grigia mentre sono online, mentre parlo con altri e non con lui, Bepi fa sempre questa roba: millanta scoop pazzeschi sul più grande e più tossico amore della mia vita. Qualunque esperimento di sensibilizzazione, qualunque tentativo di spiegargli che PDM non è un tema da usare con leggerezza, è evidente, non ha sortito alcun effetto.
«Oh, finalmente, QUALE ONORE!» mi dice, appena risponde alla mia telefonata, prima ancora di salutarmi.
Bepi patisce ferocemente la mia latitanza telefonica. È che io detesto parlare al telefono, ho sprecato troppe ore della mia vita con la cornetta attaccata all’orecchio, finché il telefono (Swatch, ovviamente) non diventava incandescente e nel padiglione auricolare non germogliavano muschi e licheni. Troppe ore a parlare con amiche del cuore di cui ho perso le tracce da millenni e con ex fidanzati che se potessero mi sparerebbero con la lupara.
«Scusami, sono uscita tardissimo dall’ufficio, è un periodo di merda, sono tutti in sbattimento pre ferie, ogni anno è così, sembra che debba crollare il mondo ad agosto» gli spiego e, in effetti, non mento, poiché come tutte le maledette estati sembra che tu debba infilarti il telefono aziendale direttamente nella mutanda del bikini e lavorare in spiaggia, essendo perennemente reperibile, in quelle che formalmente sarebbero le tue ferie.
«Vabbè ma se insisto vuol dire che ho qualcosa da dirti!» mi fa, lievemente inacidito.
«Dicame, sono qua.»
«Sei seduta?»
«Sono spalmata sul divano a squamare come una carogna.»
«Fa caldo, no?»
«Ho voglia di scuoiarmi viva, ma dimmi.»
«Ma non puoi metterti l’aria condizionata?»
«No, mi piace questo fatto che a Milano solo io e i cingalesi viviamo ancora senza aria condizionata, mi mantiene umile, coi piedi per terra, il proletariato che ti ricorda chi sei.»
«Ahaha tu sei pazza! Ma hai almeno il ventilatore?»
«Cosa credi che sia questo rumore che senti? La bora di Trieste?»
«Vabbè, senti, ho una cosa da dirti» mi fa, improvvisamente serio. «Ci ho pensato a lungo, ma stai per tornare e secondo me è giusto tu sia preparata» continua.
E il suo tono mi turba, tutt’a un tratto. Perché lo capisci subito, basta una sillaba pronunciata in un certo modo, bastano i tempi, le pause, i respiri che si sciolgono tra le parole dette tutte d’un fiato, come quando un discorso te lo sei preparato ma sei comunque in ansia, ecco bastano questi dettagli a capire che genere di informazione stai per ricevere. Non è un caso quando noi donne ci lamentiamo del “modo” e non (solo) del contenuto di ciò che gli uomini ci dicono. I modi fanno la metà del messaggio.
«Dimmi!»
«Allora, stai calma» che è la cosa migliore da dire, per farmi agitare. «Ho incontrato PDM ieri sera, avrei fatto finta di non vederlo come tutte le altre volte ma ci siamo proprio trovati di fronte…» prosegue.
«Sì…»
«E mi ha chiesto di te.»
«In che senso? Che ti ha chiesto? Che gli hai detto?»
Il cuore mi batte. Che poi batte sempre, il cuore, lo fa senza neppure farsi notare, quello, senza strepitare, indefesso pompa litri e litri di tessuto ematico, salvo intoppi. A volte però decide di farcelo presente, che è affaticato e spossato, che c’ha il fiatone. Ecco. Il mio cuore ha il fiatone.
«Mi ha chiesto se c’eri, che fine hai fatto, come stai.»
«Che faccia di merda» rispondo, agitata come se stessi facendo un corso intensivo di zumba fitness, e invece sono stesa sul divano come un pachiderma arenato.
«Eh, ma c’è di peggio» continua.
«Cioè?»
«Dice che ti sta cercando ovunque e non riesce a trovarti.»
Taccio. Non riesco neppure ad articolare una risposta che non sia una sequela di volgarità, eruttata da quella cloaca che è la mia anima.
«Che significa che mi sta cercando?» chiedo poi.
«Non lo so, Nì, ho lasciato perdere, non volevo dargli troppe informazioni né volevo averne. Però mi ha detto che ha bisogno di rivederti e che siccome io ti sento, dovevo riferirtelo, fartelo sapere, perché dice che ha bisogno di parlarti…»
«Dev’essersi bruciato anche l’ultimo neurone…»
«Che già prima funzionava a intermittenza» risponde Bepi.
«Sì, ma ora s’è fulminato. Come gli viene, dico io, di rompere i coglioni a te? Ma come si permette di avvicinare un mio amico e dirgli queste robe? Ma cosa vuole?»
«E io infatti non volevo neppure parlartene. Solo che ero con Britney, che è amico di Stefania…» mi spiega.
Britney è un amico di Bepi, una sfranta che dichiara di lavorare in ambito CULturale e annovera, tra le sue numerose abilità, la capacità di riprodurre fedelmente l’intera coreografia del videoclip di Baby One More Time. Britney indossa esclusivamente skinny jeans neri, in tutte le stagioni dell’anno, e ha un taglio di capelli a metà tra Natalie Imbruglia e i Tokio Hotel, con un ciuffo leccato che gli occulta mezza faccia e lo condanna a una vita da monocolo. Cos’hanno in comune Bepi e Britney? Assolutamente nulla, a parte la spiccata predilezione per il pene. Ecco, Britney è amico di Stefania, che è la sorella di PDM.
«Mi ha spiegato che sta male, Nì. Cioè, non sta proprio bene…» mi dice Bepi.
Non sta bene. Non. Sta. Bene. Non sta bene. Questa è bella! Come sarebbe a dire che non sta bene? Non è mica previsto che s’ammalino, i nostri ex. Devono essere sani e robusti, sempre e per sempre. Cosa vuol dire, adesso, che PDM non sta bene? Cos’ha?
E succede così che una lava d’angoscia mi investe e mi paralizza, in una frazione di secondo l’incubo della malattia che viene a tutti quelli che abitano lì m’assale, salta fuori dal tappeto di paure con le quali convivo e assume espressione, e mi guarda, e tutto si ferma, e io trovo il coraggio di chiedere, secca, chiamando a raccolta tutta la mia lucidità: «Ha un tumore?». Perché a Taranto se sai che qualcuno non sta bene, non pensi all’influenza, al raffreddore, all’allergia. Pensi alle metastasi.
«No, no, no! Non è una cosa così grave. È qualcosa di neurologico, o psicologico, non ho capito bene, considera che ero al terzo cocktail, tipo» mi risponde, con un’incomprensibile superficialità, perché dovrebbe aver ormai imparato che, quando si tratta di PDM, bisogna attivare sempre le migliori facoltà d’analisi e comprensione. Anche se ormai non mi importa più di lui. Anche se ormai è finita. Anche se ormai.
Il mio corpo s’ammorbidisce, i muscoli rilasciano la tensione, il morso che all’istante aveva preso a tirarmi le interiora s’affievolisce. Il terrore evapora, la paura che lui potesse non esserci più. Non dico nella mia vita, che vabbè, ho imparato ampiamente a vivere senza che lui ci sia, ma proprio nel mondo, su questo pianeta, su questa Terra che gira intorno al sole mentre la luna le gira intorno. È curioso, ora che ci penso, questo fatto di odiare gli ex. È esattamente come amarli, in effetti. Stessa intensità, stessa veemenza, stesso dispendio di energie. In fondo l’odio è solo l’amore messo di capo sotto, sono i poli che s’invertono, le passioni positive che si rivoltano al contrario. Ma l’intensità, il bisogno, il ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Fai uno squillo quando arrivi
- Dedica
- PRIMA PARTE
- SECONDA PARTE
- TERZA PARTE
- Nota dell’Autore
- Ringraziamenti