Io, gli ottomila e la felicità
eBook - ePub

Io, gli ottomila e la felicità

I miei sogni, tra amore per la montagna e sfida con me stessa

  1. 252 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Io, gli ottomila e la felicità

I miei sogni, tra amore per la montagna e sfida con me stessa

Informazioni su questo libro

«Vedere un essere umano che realizza un sogno è una cosa meravigliosa. Come andare sulla Luna o scoprire l'America: questo è il motivo per cui noi siamo qui.» Sono parole di Tamara Lunger, la giovane e fortissima alpinista altoatesina che nel febbraio 2016 ha tentato con Simone Moro la vetta del Nanga Parbat in invernale. Lui l'ha raggiunta, mentre lei, a soli 70 metri dalla cima, ha rinunciato. Stava male e ha ascoltato la "voce interiore" che le diceva di scendere, con la consapevolezza che, se invece fosse andata oltre per amor di gloria, avrebbe poi avuto bisogno d'aiuto per scendere, magari mettendo in pericolo i compagni di cordata. Ma chi è questa donna capace di imprese finora tentate solo da uomini? Che cosa la spinge a sfide estreme? In questo libro Tamara si racconta parlando dell'impresa del Nanga, ma scavando molto anche nel proprio mondo e dentro di sé. Ne scaturisce una personalità dirompente che, cresciuta a profondo contatto con la Natura, abituata fin da piccola a mettersi alla prova nello sport, coltiva la passione per l'alpinismo come un modo per trovare se stessa. Certo, essere una donna in un ambiente finora quasi solo esclusivamente maschile ha un prezzo: al campo base bisogna farsi valere, dimostrare che si è capaci di sforzi "da uomini" e magari anche tenere a bada alpinisti «che sembrano marinai appena scesi da una nave»… Ma Tamara, forse anche grazie a un pizzico di follia davanti ai pericoli, vive l'alpinismo come un modo per migliorarsi costantemente, essere in armonia con il cosmo. Per lei la sfida in montagna ha infatti anche qualcosa di spirituale, la avvicina a Dio. E le dona la felicità. Leggere queste pagine, ora avventurose ora meditative, è come fare un'iniezione di energia pura.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687789

Guai

(Nanga Parbat)

L’ho detto, sono molto competitiva, vengo dalle gare, quelle in cui arrivare secondi equivale a essere ultimi. Sono fatta così, è più forte di me. Vado sulle mie montagne a fare una qualsiasi gita e se vedo una persona che mi supera, giovane, vecchio, uomo o donna, a piedi o di corsa, devo andargli dietro e sorpassarlo. Anche se probabilmente dal lunedì al venerdì lui lavora in un ufficio o scrive libri: ma non mi importa, io lo devo superare e basta.
Mi faccio ridere da sola ma è così. Anzi, peggio: io sono così.
Credo che la rivalità sia parte del gioco, lo rende anche più affascinante e divertente ma sempre alla condizione di non barare, di essere sempre onesti, di aderire a un fair play che prevede che la voglia di arrivare primi non metta in pericolo la vita altrui o non causi problemi all’interno del team di una spedizione.
Sfidarsi non solo fa parte del gioco, anche se di gioco molto rischioso si tratta, ma favorisce sogni sempre più grandi: chi avrebbe immaginato fino qualche decennio fa di poter tentare gli ottomila, che già sembravano inespugnabili in primavera, nei mesi invernali? Credo nessuno.
Così come alla fine degli anni Settanta chi poteva pensare di salirci in stile alpino, senza bombole di ossigeno, né portatori? Ma a guidare tutti noi è un istinto umano, l’istinto per la bellezza assoluta, la voglia quasi incosciente di spostare l’asticella sempre più in alto, vedere fin dove si può resistere. È un amore incondizionato per la montagna, la ricerca di quel tratto di roccia che nessuno prima di te ha calpestato o di quell’attimo di incanto che mai nessuno ha conosciuto. Sempre con la sensazione, forse l’illusione, che grazie a quel momento si potrà essere una persona migliore e, tornati a casa, si potrà far partecipi anche altri di quella punta di magia che ci ha toccati. Per qualcuno può essere l’assoluto, per qualcun altro la ricerca di Dio: l’importante è non dimenticarsi mai che se siamo qui non è solo per arrivare per primi in cima a una montagna.
Ho anche scritto proprio qui di come mi facesse star male, neanche poi così velatamente, immaginare che Tomek arrivasse sulla cima prima di noi; ma, con un po’ di sforzo e un filo di lucidità, avrei gioito per loro. Perché vedere un essere umano che realizza un sogno è una cosa meravigliosa. È andare sulla Luna o scoprire l’America, questo è il motivo per cui noi siamo qui.
Io penso che Dio abbia regalato a ognuno di noi dei talenti ed è compito nostro e nostra responsabilità trarre il meglio da questo dono che abbiamo ricevuto. Possiamo sentirci dire che siamo pazzi, che mettiamo a rischio la nostra vita, ma a me non interessa, perché ritengo che noi facciamo quello che facciamo perché è ciò in cui siamo bravi. Ognuno di noi è diverso dall’altro e possiamo decidere, non è educato ma non mi viene un’espressione migliore, di buttare nel cesso questa nostra diversità o farne qualcosa di grande. Io credo di aver il dono di sopportare bene l’alta quota, di avere questa voglia di sforzarmi come un uomo e quindi la capacità di salire dando tutta me stessa. Non è che sia sempre felice di avere questo dono, nel senso che temo che allontani potenziali fidanzati, e che gli uomini abbiano paura di accompagnarsi a una donna con le spalle larghe e quasi settanta chili di muscoli.
Ma, a parte le mie faccende di cuore, mi sembra sempre che abbia un senso quello che faccio, cioè salire sulle montagne. Ma che invece il senso si perda quando mi ritrovo a osservare che le cose vanno diversamente. In quel caso soffro molto, perché il mio idealismo va a farsi benedire e mi continuo a fare mille domande.
Non passa neanche un’ora dal mio post su Facebook che sento la zip della tenda che si apre. È Nardi, evidentemente c’è ancora qualcosa che deve dirci e che non può aspettare. Ma quando ne osservo il viso, colgo nei suoi occhi un’espressione strana. Tanto è chiaro che è fuori di sé quanto a me sfugge quale possa essere la ragione. Non capisco cosa cavolo sia successo.
«Ciao» dico.
«Tami, hai già postato su Facebook che andiamo insieme per la Kinshofer?» chiede sapendo già la risposta.
«Sì, perché?» gli chiedo cadendo dalle nuvole, sempre un po’ infastidita da questa abitudine di certe persone di fare domande a cui sanno già la risposta. Il tono di Nardi si fa formale.
«Sono costretto a pregarti, anche se mi secca e mi dispiace perché avrei preferito non doverlo fare, di cancellare immediatamente il tuo post. È una cosa che andava concordata. Dovevamo decidere assieme come comunicare la notizia.»
È con questa sequenza di frasi perentorie che inizia uno dei momenti più strani della mia vita di montanara.
Nardi prosegue il suo discorso e io lo osservo a bocca aperta mentre argomenta dicendo che il suo ufficio stampa ha dato di matto, se l’è presa con lui e così via. Trasecolo, non so di cosa stia parlando. “Quale ufficio stampa?” mi chiedo, ma lo shock è tale che lo rassicuro sul fatto che lo cancellerò subito. Non ne vedo la ragione, ma non è certo una questione di vita o di morte che il post rimanga online: dal mio punto di vista era solo un modo per dire a chi mi segue che non molliamo, e vedrete che ci andremo su quella montagna.
«Ok, lo tolgo» gli dico, guardando Simone che è accanto a me muto come un pesce.
«Grazie» dice secco Nardi che si gira e se ne va. Prendo rapidamente coscienza di quello che è successo. Ed esplodo.
«Cosa cazzo siamo qui a fare?» lascio come al solito detonare la mia rabbia su Simone. «Non siamo qui per i click, i like e altre idiozie simili... Cosa cazzo sta dicendo? Di cosa mi accusa? Cosa diavolo vuole?»
Vado avanti così per un po’, ho un diavolo per capello, parlo da sola, sembro isterica e accanto a me Simone attende che l’onda scateni la sua potenza contro le rocce e che arrivi la risacca per poter dire anche lui la sua.
«Secondo me dovevi lasciarlo online, il post» dice calmo ma stupito e di pessimo umore anche lui. «Molta gente l’avrà già letto e la notizia è di sicuro già rimbalzata... Ti fa fare la figura della scema.»
Io sono fuori di me, mentre lui rimane un attimo in silenzio.
«... che poi» riprende, «non è neanche questo il punto» aggiunge, spiegandomi che secondo lui la questione vera è chiedersi chi diavolo sia Daniele Nardi per dirmi quello che posso e non posso scrivere.
Per una volta le sue parole non riescono a calmarmi e quasi non voglio neanche farmi vedere alla cena, perché sono troppo incazzata, ma è Simone a suggerirmi sia meglio che andiamo entrambi.
«Dobbiamo chiarirla subito. Altrimenti non se ne fa niente e con lui non ci saliamo.»
«Ok, hai ragione. Ma gli faccio il culo» dico coi nervi a fior di pelle.
Dopo mezz’ora ci dirigiamo verso la loro tenda, dove mi sento sempre molto a casa. Hanno il tappeto per terra ed è molto accogliente, ma adesso quella arrabbiata sono io, mentre Nardi assume l’atteggiamento conciliante di chi è in cerca di pace. Lo guardo e mi dico che vorrei ripubblicare il post solo per fargli saltare i nervi.
«Dai, Tami, perdonami, scusami se ti ho chiesto di cancellare il post ma mi hanno fatto pressioni, non è colpa mia» ci prova.
“No, non te la cavi così facilmente” è quello che penso.
Non mi controllo, gli dico che non so chi gli abbia suggerito di farmi cancellare il post, ma che trovo ridicolo che lui abbia fatto sua una simile richiesta. Gli dico che tutta questa storia mi sembra penosa, che siamo qui a scalare, a fare un’impresa e non a pensare al marketing e agli uffici stampa. Che, certo, lo so, non sono stupida, servono anche quelli, ma devono essere solo uno strumento per la nostra impresa. E che il fine è altro, il fine è perseguire un sogno. E raggiungerlo.
«Sai cosa penso? Che tutta questa storia che hai messo in piedi, tu o il tuo ufficio stampa, sia roba da sfigati» dico a un certo punto col solito piglio diplomatico.
Ma non mi basta, no, non mi fermo più. Aggiungo che secondo me se l’è presa tanto solo perché voleva dare la notizia per primo per avere più contatti, più like e tutto questo genere di idiozie. Nardi adesso è molto meno aggressivo di quando si è presentato nella nostra tenda, ma insiste a citare il suo fantomatico ufficio stampa che lui paga così tanto e il fatto che non può prescindere da quello che gli dicono.
Finché anche Simone dice la sua, con la forza della sua esperienza e storia.
«Anche se hai un ufficio stampa, sei tu il boss, sei tu che sali il Nanga, e non devi farti dire cosa fare da loro. E comunque hai esagerato, l’account di Tamara è suo e ognuno a casa propria fa quello che gli pare. E non può fare irruzione Nardi a dirle cosa scrivere e cosa no.»
«Dovevamo comunque parlarne prima tutti assieme» insiste Nardi, ormai sempre più sulla difensiva.
«Alex è il capo e abbiamo definito tutti i dettagli stamattina. Mi ha dato la sua parola poche ore fa e quindi non vedo cosa ci sia da discutere» rincara la dose Simone.
La faccenda sembra non finire mai, si prosegue ancora per un po’ con Nardi che finge di scusarsi ma non arretra dalla sua posizione e Simone che cerca di fargli capire quanto siano ridicoli i suoi argomenti.
«Ok, non metto più niente su Facebook, va bene?» dico stremata, solo con la voglia di tornare a parlare di quello che conosco e cioè quando partire, dove mettere i campi, e cosa serve per arrivare in cima.
È Alex però che a un certo punto prende la parola.
«Dai, sediamoci e proviamo a risolvere la cosa in maniera tranquilla» dice con il suo tono gentile. Sembra un bambino che non sopporta che i suoi genitori litighino e prova a convincerli a fare pace. Ma non basta la dolcezza di Alex perché quello che succede dopo è ancora peggio.
Da questo momento in avanti infatti si passa dal bizzarro al grottesco. Tanto che tuttora faccio fatica a credere che sia successo veramente e quasi non vorrei neanche scriverlo. Ma ne ho sentite tante sulla questione e sento di dover dare la mia versione.
Siamo sempre a tavola e Nardi improvvisamente ricomincia a parlare in modo strano, lentamente, scandisce bene le parole come se stesse parlando a uno straniero che fa fatica a capire la sua lingua.
«Quindi... Simone... tu ci chiedi di salire con noi, giusto? Ce lo stai chiedendo... Esatto?»
Simone è a sua volta perplesso, risponde a monosillabi, taglia corto.
«Quindi... voi... Simone e Tamara... ci chiedete se potete passare dalla via che noi abbiamo già preparato?»
Ho la netta sensazione di essere l’unica a non “leggere” fra le righe quello che sta succedendo. Siamo cinque alpinisti che preparano una spedizione ma sembriamo dei politici di potenze rivali sul punto di dichiararsi guerra.
Capisco tutto tardi, perché Simone quando rientriamo nella nostra tenda non mi spiega nulla, probabilmente stufo di tenere la testa in queste polemiche e come al solito concentrato sul dopo.
Abbiamo perso uno zaino? Bene, facciamo senza uno zaino.
Siamo precipitati? Bene, vuol dire che arriviamo giù più rapidamente.
Questo è Simone e questa è la sua forza.
Un amico una volta mi ha chiesto perché Simone sia così potente, perché sia forse il migliore alpinista del suo tempo. È semplice: perché lo vuole.
Siamo già nel sacco a pelo, sto chiedendo a Simone se secondo lui è coinvolto anche Alex, ma lui lo esclude.
«No, impossibile, Alex è uno con dei valori, mi sento di mettere la mano sul fuoco su di lui e sulla sua parola» sta dicendo Simone, ma veniamo interrotti da Igone che bussa alla nostra tenda, trafelata e quasi in lacrime.
«Scusate, mi imbarazza farmi vedere così. Ma devo assolutamente dirvi una cosa. Vi siete accorti?» chiede.
«Di cosa? Di cosa ci dovevamo accorgere?»
«Che Nardi ci ha registrato, ha registrato tutta la conversazione.»
«Certo, l’ho visto» sostiene Simone serafico.
«Coooosa? Cosa cazzo state dicendo?» dico io cadendo dalle nuvole.
«È così, ci ha registrati. E io sono preoccupata, molto preoccupata» dice Igone. «Alex non vuole litigarci, ma io non voglio che vada con lui, ho paura per Alex. Non mi fido di uno che fa una cosa del genere. È matto. O lo sta diventando.»
Capisco subito perché Nardi ha registrato la conversazione.
Vuole far sapere a tutti che Simone gli ha chiesto un favore, vuole che la cosa sia pubblica, vuole uscirne alla grande dimostrando che Simone Moro ha bisogno di Daniele Nardi. Tutta questa storia comincia a darmi la nausea.
«Perché non me l’hai detto? Perché non mi hai detto che Nardi ci stava registrando?» chiedo a Simone.
«Perché so che lo stimi e volevo pensarci un attimo prima di dirtelo.»
Igone è preoccupata, ci spiega angosciata che quello che deve partire in spedizione è il suo uomo, l’amore della sua vita. E che, se questi sono i presupposti, non ha intenzione di starsene buona al campo base a vederlo partire con un pazzo come Nardi che insulta spesso anche lei.
Decidiamo di convocare un altro incontro per il giorno dopo, ma ci diciamo già fra noi che con Nardi non si sale, che l’ha fatta troppo grossa. Proviamo a dormire ma, almeno per quanto mi riguarda, peno disperatamente a prendere sonno dopo una serata del genere.
C’è comunque parecchio traffico attorno alla nostra tenda: la mattina dopo, verso le otto, quando ancora siamo mezzi addormentati, sentiamo una voce chiamarci.
«Simone, Simone» dice un uomo sottovoce.
Temo sia Nardi e non rispondo, mi fingo addormentata come da bambina, quando non si vuole essere coinvolti in questioni spiacevoli. Sono stufa marcia di ascoltare le sue scuse, stufa marcia di sentirgli nominare un’altra volta il suo ufficio stampa.
Al terzo tentativo, Simone risponde e anch’io capisco che fuori dalla tenda c’è Alex e non Daniele.
Anche lui, come Igone la sera prima, non sembra davvero molto felice.
Si scusa per averci svegliato e ci racconta di non aver chiuso occhio e di aver vomitato più volte per via dello stress che gli ha causato la discussione di ieri.
«Sono venuto senza scarpe per non farmi sentire» dice, ma gli scappa un sorriso per l’assurdità di tutta questa faccenda. Ci mostra i piedi fradici ma la situazione non ci fa per nulla ridere.
«La storia di ieri ha passato il limite. Anche Ali non ne può più e non ha più voglia di salire con Nardi. E Igone è incazzata con me perché non ho ancora chiuso» dice Alex.
«Ho voglia di dirgli che non mi fido più. Non mi fido di uno che registra una conversazione di nascosto. Non salgo su un ottomila con un tipo del genere» aggiunge prima di andarsene.
Indiciamo una nuova riunione, Simone e Daniele sembrano Putin e Obama e noi il drappello diplomatico al seguito. Non mi piace, è tutto sbagliato, non so quanto ancora potrò sopportare questa situazione. Dalle prime parole di Simone è chiaro che ormai lo spazio per mettersi d’accordo è pari a zero.
«Tu, Nardi, ci hai registrati ieri sera. Non sono stupido. E quindi noi con te non lavoriamo più» esordisce, senza troppi giri di parole.
Nardi impallidisce, adesso sì che sembra davvero un bambino, non perché si divertiva a farmi scherzi stupidi, ma semplicemente perché si comporta come un ragazzino beccato a fregarsi una mela e che poi lo ammette e si scusa, ma non capisce che noi non condividiamo questo tipo di atteggiamento.
«Questo è successo e questo è il motivo per cui noi non saliremo con te.»
Nardi si rende conto che non c’è spazio per una difesa né per contin...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Io, gli ottomila e la felicità
  4. Tu sei proprio pazza
  5. Ai piedi del Nanga (Nanga Parbat)
  6. Quattro ragazze su un furgone
  7. Scintille al campo base (Nanga Parbat)
  8. Una nuova via (Nanga Parbat)
  9. Una strana storia d’amicizia e alpinismo
  10. Non tornare più a casa
  11. Veniamo con voi (Nanga Parbat)
  12. Guai (Nanga Parbat)
  13. Se sto troppo bene...
  14. Un corvo per amico (Nanga Parbat)
  15. Nardi se ne va (Nanga Parbat)
  16. Farcela assieme (Nanga Parbat)
  17. E adesso? (Nanga Parbat)
  18. Gioia assoluta (Nanga Parbat)
  19. Su, su verso il campo 4 (Nanga Parbat)
  20. «Settanta metri, ancora settanta metri!» (Nanga Parbat)
  21. Resistere (Nanga Parbat)
  22. Dentro e fuori dal mondo
  23. Postfazione. Come è nato questo libro
  24. Indice
  25. Inserto fotografico