Un regno di cenere e ulivi
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Un regno di cenere e ulivi

  1. 504 pagine
  2. Italian
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Un regno di cenere e ulivi

Informazioni su questo libro

La narrazione - la testimonianza, vivida e chiara, di cose viste in prima persona hanno la capacità di catturare l'interesse di persone che hanno smesso da tempo di prestare attenzione o hanno semplicemente rinunciato a farlo." Con queste parole Michael Chabon e Ayelet Waldman introducono l'edizione originale di questa raccolta, pubblicata nel 2017, e purtroppo ancora tristemente attuale e necessaria, per raccontare e comprendere un conflitto che dura da quasi un secolo. Alcune tra le penne più brillanti della letteratura contemporanea si uniscono in un viaggio collettivo tra le pagine dove si sposano letteratura e impegno civile per raccontare la guerra di ogni giorno. Perché gli scrittori sono coloro che del prestare attenzione al mondo hanno fatto una professione e che potranno, forse, incoraggiare la gente a guardare in profondità, nel particolare. E a smettere di distogliere lo sguardo.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817094603

Visita a una prigione

Dave Eggers

Siamo arrivati al valico di Eretz con tutti i necessari permessi e i timbri e le approvazioni per farmi entrare a Gaza. Ma il giovane israeliano al cancello mi respinge seccamente. È seduto nella garitta, una struttura non più grande di un casotto da giardino, e assomiglia in tutto e per tutto all’addetto alla friggitrice di un fast food. È magro e inverosimilmente giovane, con pochi peli sparsi sul labbro superiore e sul mento. Indossa un cappellino da baseball nero con la scritta DEA – Drug Enforcement Agency, una delle forze dell’ordine statunitensi – a grandi lettere bianche. Dice che oggi non posso entrare a Gaza, poi torna a dedicarsi ai fogli che ha di fronte a sé. Attraverso la finestrella vediamo che sta disegnando una donna ideale su un blocco di carta intestata.
Sono insieme a una guida israeliana, un ex soldato dell’IDF, e abbiamo viaggiato per quasi tutto il giorno, osservando insediamenti e avamposti in Cisgiordania. Da quando siamo partiti, con l’aiuto di mappe e a voce molto alta, la mia guida ha sostenuto con energia la tesi secondo cui gran parte di quello che abbiamo visto non è opera di coloni isolati, zeloti e integralisti, ma risponde piuttosto a un piano sistematico, concepito e finanziato dal governo israeliano allo scopo di circondare i palestinesi e tagliarli fuori dalla loro terra e dal loro stesso popolo.
Già questo è abbastanza sconvolgente, ma la miriade di regole bizantine e confini che rendono oggi possibile l’esistenza di Israele e Palestina è altrettanto inquietante, se non di più. Ovunque in Cisgiordania abbiamo incontrato posti di blocco stradali, la nostra auto è stata perquisita e abbiamo visto campi profughi, e a presidiare il tutto, con addosso l’uniforme israeliana, sono invariabilmente soldati che sembrano aver superato l’adolescenza da pochi mesi. Riempiono a malapena le loro mimetiche e hanno l’aria alternativamente annoiata e terrorizzata. E come la maggior parte dei diciannove-ventenni, sono preda dell’irrazionalità, del capriccio e della diffidenza. In troppi casi di abuso da parte dell’IDF, a un sistema di base che privilegia le regole – l’essenza disumana di ogni occupazione – si unisce un aspetto capriccioso: soldati giovanissimi che prendono decisioni sbagliate.
Questo ragazzino nella garitta è uno dei giovani a cui è stato concesso un potere eccessivo e incontrollato. Quando gli chiediamo perché non posso entrare a Gaza, pur avendo il permesso e l’approvazione necessari, ci risponde che i visitatori non possono trascorrere il fine settimana a Gaza.
«Questa non l’ho mai sentita» dice la mia guida.
In effetti non c’è alcun regolamento che stabilisce che non si possa visitare Gaza nei fine settimana.
Per tutta la settimana in Cisgiordania, i membri del nostro gruppo di scrittori hanno assistito e ascoltato testimonianze sugli innumerevoli modi in cui l’occupazione ha reso la vita meno che umana per milioni di palestinesi – e, vale la pena di sottolinearlo, per gli israeliani quell’occupazione la mettono in atto. Quando le leggi sono irrazionali e la paranoia rampante, e sono odi antichi a sostenere le une e l’altra, la vita diventa una serie di frustrazioni e di umiliazioni, e le persone umiliate o sono private del loro spirito o, non avendo più nulla da perdere, sono spinte ad atti di violenta disperazione. I giovani incaricati di far applicare queste leggi e queste regole disumanizzanti diventano a loro volta meno umani – diventano insensibili, irrazionali, provano un piacere perverso nel deliberato esercizio del potere.
Adesso, di fronte al cancello, stiamo sperimentando un piccolo assaggio di tutto questo. Oltre il valico c’è il muro che separa Gaza da Israele. È alto otto metri e mezzo e impenetrabile. Davanti a noi, visibile a circa cinquecento metri di distanza, c’è una maestosa torretta di guardia, dello stesso tipo di quelle viste in Cisgiordania, minacciosa e impersonale, pensata per incutere paura. Il muro è interrotto da un grosso edificio moderno che sembra il terminal di un aeroporto. La facciata è perlopiù di vetro e ha un aspetto stranamente accogliente. Sul lato ovest, il muro prosegue, ancora e ancora fino al Mediterraneo.
Sono stato in parecchie carceri americane e per molti aspetti l’ingresso a Gaza ricorda quello di un grosso penitenziario di massima sicurezza. Ci sono le garitte, i muri, le torrette di guardia, le mutevoli e insensate regole per le visite, e adesso, mentre la mia guida e io ci guardiamo intorno alla ricerca di qualcuno a cui appellarci che non sia il ragazzo che disegna donne, noto per la prima volta che c’è un uomo con un fucile semiautomatico puntato contro di noi.
È un soldato israeliano in una bassa torretta di guardia appena al di là del cancello, a meno di cinquanta metri. Tiene il suo Tavor puntato verso di noi. Indossa occhiali da sole e ha la guancia premuta contro l’arma a significare, o a farci credere, che sia pronto a usarla. Lo indico alla mia guida e l’ex soldato si stringe nelle spalle.
«Probabilmente non è neanche carica» dice. Ma mi sembra improbabile.
Sono ormai le tre e mezza e l’unica regola vera applicabile qui è che il confine di Gaza chiude alle quattro in punto.
«Se non riesci a entrare oggi possiamo ritentare domenica» dice la mia guida.
E per quanto discutiamo con il giovane nella garitta, sembra l’unico essere umano a presidiare il confine e sembra godere di un’autorità piena e indiscussa. La mia guida fa una serie di telefonate a burocrati e giornalisti israeliani. Nessuno di quelli con cui parla ha mai sentito parlare di regole che proibiscono visite a Gaza nel fine settimana. Finalmente raggiunge un alto papavero all’interno dell’edificio a vetri.
Dieci minuti prima delle quattro, ecco comparire un altro soldato israeliano. È una specie di addetto stampa militare ed è amichevole come un farmacista di provincia. «Salve!» dice. Fa un cenno alla mia guida e mi fa passare al di là del cancello. Mentre andiamo verso la struttura che separa Gaza da Israele, mi chiede se ho dovuto aspettare molto, se sono mai stato a Gaza, se mi è piaciuto il viaggio in Israele fino a questo momento.
Pochi minuti dopo sono seduto su un lungomare a Gaza City. Il sole splende e il cielo è limpido e azzurro. Centinaia di famiglie sono fuori a godersi la giornata. Venditori di palloncini, seguiti dai bambini e ignorati dai genitori, trascinano grandi esplosioni di colore che spingono verso l’alto trattenuti dalle cordicelle. Barche da pesca verniciate in tinte stravaganti beccheggiano dolcemente sulle onde. Sopra le nostre teste volteggiano gli aquiloni.
Sono in compagnia di un uomo di nome Hazem, un faccendiere che fa da guida ai giornalisti in visita a Gaza. Hazem ha quasi quarant’anni, una moglie e dei figli piccoli. Benché ci siano quasi 28 gradi, indossa una giacca sportiva sopra un maglione; e siccome ha lavorato spesso con i media britannici, parla con un accento ricercato e cupo. Restiamo seduti a guardare il lungomare affollato e io tento di far capire a Hazem quanto sia sorprendente per me tutto ciò, questa scena lieta, queste famiglie felici, questi bambini seduti sulla sabbia a mangiare gelati, questi gruppi di ragazzi che occhieggiano timidi gruppi di ragazze, questa scena di idilliaca normalità in una regione famosa in tutto il mondo solo per i conflitti, la povertà, le privazioni e l’isolamento. Nessuno conosce questo aspetto di Gaza, perché nessuno può visitarla.
Dal 2005, con la vittoria elettorale di Hamas, un partito politico considerato molto più radicale di Al-Fatah, la sua controparte in Cisgiordania, Gaza ha vissuto tre guerre con Israele e l’imposizione, nel 2007, di un blocco che impedisce l’ingresso di materiali di ogni genere, dal cemento alla fibra di vetro ai fertilizzanti. Un tempo, decine di migliaia di abitanti di Gaza lavoravano in Israele e in Cisgiordania, ma dopo la seconda intifada, nel 2000, la gran parte ha perso il permesso di lavoro. Quando Hamas ha preso il potere a Gaza, i pochi permessi di lavoro restanti sono stati tutti revocati. Alla vigilia del cessate il fuoco del 2014, un pugno di permessi – cinquemila – sono stati concessi, ma la disoccupazione ha continuato a crescere.
«È una sensazione bruttissima» dice Hazem. «Ti tocca l’anima, ti fa male. La sensazione di non potersene andare. E che nessuno possa venire qui.» Benché Gaza abbia quarantadue chilometri di spiagge bianchissime, e un tempo fosse una meta prediletta dai bagnanti – c’era perfino un casinò – Hazam non ricorda l’ultima volta che ha visto un turista nella Striscia di Gaza. «Siamo persone aperte» dice, «ma è una cosa che non dipende da noi.»
Nei giorni prima dell’ingresso a Gaza, ho incontrato decine di palestinesi della West Bank e nessuno di loro era mai stato a Gaza. Pochissimi conoscevano qualcuno a Gaza. Ma invariabilmente avevano l’idea di un posto di miseria e tragedia. E senza dubbio quando ci sono andato, nel marzo del 2016, Gaza era uscita da soli due anni da un brutale conflitto con Israele. In quella guerra, Israele aveva lanciato decine di migliaia di proiettili su Gaza, distruggendo 12.620 unità abitative e danneggiandone seriamente altre 6455. Duemiladuecento residenti sono stati uccisi, fra cui circa millequattrocento civili. Sui media, Gaza è descritta da molto tempo come un inferno, una vasta prigione a cielo aperto.
Ma poi c’è questo lungomare. Il suono della musica si fa più forte dalla passeggiata che abbiamo davanti e capiamo che proviene da minuscole macchine per bambini, decorate in oro, rosso e azzurro. Per pochi shekel i piccoli possono fare un giro, spinti sull’asfalto per qualche minuto da robusti adolescenti che tentano di guadagnarsi da vivere nel pomeriggio assolato.
Si avvicina un anziano, cerca di venderci dei coltelli. Sono coltelli da cucina con manici color pastello e il venditore li tiene aperti a ventaglio come le carte di un mazzo. Hazem gli fa cenno di allontanarsi, ma io commetto l’errore di mostrare una vaghissima curiosità per la mercanzia e l’uomo si ferma davanti a noi. Tira fuori un pezzo di carta e con un gesto fluido lo taglia a metà. Offre quel coltello per l’equivalente di un dollaro. Hazam rifiuta. L’uomo offre due coltelli per lo stesso prezzo. Dopo un nuovo rifiuto, l’uomo riduce il prezzo a un dollaro per tutti i coltelli che ha. Per un attimo penso di acquistarli, solo per accontentarlo, poi penso a che assurdità sarebbe tentare di portare fuori da Gaza dieci coltelli attraverso i sistemi di sicurezza israeliani. Hazem rifiuta e il venditore abbandona le braccia lungo i fianchi. Distoglie lo sguardo da noi e ispeziona il lungomare in cerca di una remota possibilità di vendita.
Con Hazem abbiamo saputo di questo concerto, una rarità a Gaza, uno spettacolo nuovo. Da mesi il gruppo, chiamato Sol Band, distribuiva volantini in città e invadeva i social media con le notizie sul concerto, che doveva essere gratuito per tutti. Da quando ha preso il potere nel 2007, Hamas non vede di buon occhio eventi culturali come questo, ma da alcuni indizi sembra che le restrizioni stiano diminuendo. Nel 2016 Hamas ha consentito la proiezione di qualche film, anche se ogni pellicola viene pesantemente censurata e gli spettacoli sono accuratamente sorvegliati dagli Hamsawi – così a Gaza viene chiamato l’esercito ombra delle spie in borghese e la polizia collegata ad Hamas.
I concerti sono ancora più rari. Per fare una qualunque esibizione musicale a Gaza bisogna ottenere il permesso di Hamas e gli Hamsawi sono riluttanti a concedere autorizzazioni a causa del rischio che uomini e donne si mescolino impropriamente. In qualsiasi assembramento pubblico, soprattutto a un concerto, le donne devono sedersi da una parte e gli uomini dall’altra. Nessuno può alzarsi in piedi, soprattutto perché stando in piedi si potrebbe ondeggiare al suono della musica e questo potrebbe essere un principio di ballo. E il ballo è severamente vietato. Come ogni tipo di contatto lascivo fra i sessi, che naturalmente sarebbe facilitato dalla danza.
Alla sera presto entriamo nell’edificio della Mezzaluna Rossa. La sala da ballo al secondo piano è stata trasformata per l’occasione in sala da concerto. Il suono soffocato della musica amplificata riempie l’atrio. Con Hazem, saliamo i gradini levigati fino al mezzanino e vediamo decine di giovani di Gaza riuniti tutti insieme, coi volti grigi dietro a una cortina di fumo di sigarette. Durante un intervallo del concerto ci si riunisce in piccoli gruppi, gruppi maschili, femminili e misti, e gli uomini fumano. Gli uomini indossano jeans attillati, le donne hijab scintillanti e stivaletti nuovi. Alle loro spalle ci sono porte a battenti e al di là delle porte i suoni amplificati di una band in piena azione.
Proprio all’ingresso c’è un gruppo di giovani che fanno da accoglienza. Due sono in piedi dietro a un tavolino pieghevole e ciascuno ha in mano quello che sembra un elenco degli ospiti. Hazem dice qualcosa sulle nostre credenziali di giornalisti e ci lasciano entrare. La sala è buia e piena di ragazzi di Gaza. L’atmosfera è elettrica, anche se il pubblico, circa quattrocento tra uomini e donne sotto i trent’anni, è ordinatamente seduto. Le sedie sono state disposte in due settori, uno maschile e uno femminile. Con Hazem troviamo gli ultimi posti ancora liberi, in una delle ultime file del settore maschile. Immediatamente una giovane donna con un bambino in braccio si intrufola nel nostro settore, poche file davanti a noi. Non porta lo hijab e si siede in mezzo a due uomini, sfiorando i loro fianchi. Ben presto vediamo altre donne nel settore maschile, e uomini nel settore femminile.
Senza alzarsi dalla sedia, tutti ondeggiamo alla musica – melodie popolari del momento che vengono dall’Egitto e dal Libano. Sul palco, la band è disposta come in un quadro ben composto ma immobile. C’è un tastierista, un clarinettista, un batterista e una donna con l’abito tradizionale che suona l’oud. Il cantante fa qualche passo incerto a destra e a sinistra, ma il resto della band suona coi piedi perfettamente fermi. Certe canzoni suscitano urla di giubilo e la gente canta tutte le parole. Alcuni alzano i telefonini per registrare il concerto, gli schermi azzurrini alti sopra le teste, e quando inizia una nuova canzone qualcuno esulta e canta con la band. Sembra tutto molto diverso, molto più libero di come ci si aspetterebbe sotto il governo conservatore di Hamas. Per i ragazzi single presenti in sala, questo è chiaramente l’evento del mese – forse dell’anno. Il pubblico continua ad arrivare e la sala è sempre più affollata. Gli amici si cercano. La gente si alza, fa spazio, si siede. Ben presto ci sono decine di persone in piedi alle nostre spalle e altre continuano a entrare, senza interruzione.
Intanto un uomo con jeans e giacca sportiva si muove agitatissimo nella sala, fuori di sé come tutti i concert promoter del mondo. È giovane, elegante, nervoso, va avanti e indietro nella corsia centrale, sposta le sedie, ne porta di nuove, dirige il traffico, cerca un posto per tutti, tiene d’occhio il cellulare.
Siccome ho visto abbastanza dello spettacolo, e siccome sempre più gente continua a entrare nella sala, Hazem e io cediamo i posti a due donne appena arrivate e ce ne andiamo. Al mezzanino incrociamo due giovani donne, entrambe giornaliste. Il mondo dei giornalisti e dei faccendieri a Gaza è piccolo, per cui Hazem le conosce. Una è Basilah1, con cui ho degli amici americani in comune. In mezzo al fumo di sigarette e al ronzio dell’evento più importante della stagione, chiacchieriamo per qualche minuto, poi le giornaliste rientrano a vedere il resto del concerto.
Fuori, il cielo è roseo e l’aria si sta rinfrescando mentre il sole tramonta. Un suono di tamburi invade la strada e quando Hazem porta la sua vecchia berlina sulla via principale ci troviamo dietro a un corteo nuziale. Un grosso camion col pianale aperto trasporta una decina di uomini – musicisti che suonano percussioni e fiati, diffondendo nel cielo serale una marcia ritmata e delirante. Dietro al camion c’è una fila di sei macchine decorate con palloncini e stelle filanti. Serpeggiano nel traffico, suonando il clacson e spargendo palloncini rosa che invadono la carreggiata polverosa.
Seguiamo il corteo nuziale lungo via Al-Rashid, che segue la costa e poi gira verso est, all’interno. La strada è piena di tuk-tuk e motociclette e taxi. Bambini a piedi nudi giocano sui marciapiedi tra le macerie. Gruppi di adolescenti camminano in mezzo alla strada, contromano, sfidando le auto che devono evitarli. Dei vecchi su carretti trainati da cavalli costeggiano il marciapiede. Le luci bianche dei negozi accompagnano il percorso. Mentre seguiamo il corteo, un altro ci viene incontro. Come quello che stiamo seguendo, è formato da un camion con percussioni e fiati seguito da macchine e furgoni carichi di invitati.
Per qualche ora, questo giovedì sera, Gaza City è piena di vita e di festa, una città di mare carica di potenzialità. Inaspettata come l’idillico lungomare poche ore prima, via Al-Rashid il giovedì sera ha una vitalità esuberante che sfata tutti i pregiudizi che abbiamo su Gaza.
È così ogni fine settimana, dice Hazem. I cortei nuziali vanno su e giù lungo via Al-Rashid e finiscono in uno dei molti ristoranti sul lungomare. Ci si aspetta che i giovani di Gaza si sposino, e farlo a dispetto dell’alta disoccupazione giovanile è difficile. Molte coppie spendono fino a ventimila dollari per le nozze e si porteranno dietro il fardello di questo debito per molti anni. I bambini devono arrivare alla svelta – bambini che, ancora una volta, si farà fatica a mantener...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cenere e ulivi
  4. Introduzione. Ayelet Waldman e Michael Chabon (traduzione di Alberto Cristofori)
  5. Il custode delle colombe. Geraldine Brooks (traduzione di Giuseppina Oneto)
  6. La mia, la tua gente. Jacqueline Woodson (traduzione di Giuseppina Oneto)
  7. Il tempo gonfio e la morte del significato. Ala Hlehel (traduzione di Giuseppina Oneto)
  8. Il gigante in gabbia. Michael Chabon (traduzione di Alberto Cristofori)
  9. La terra d’inverno. Madeleine Thien (traduzione di Giuseppina Oneto)
  10. Mr Nice Guy. Rachel Kushner (traduzione di Giuseppina Oneto)
  11. Sami. Raja Shehadeh (traduzione di Cristano Peddis)
  12. Parole occupate. Lars Saabye Christensen (traduzione di Barbara Bonadeo)
  13. Visita a una prigione. Dave Eggers (traduzione di Alberto Cristofori)
  14. Sumud. Emily Raboteau (traduzione di Barbara Bonadeo)
  15. Viaggio in Cisgiordania. Mario Vargas Llosa (traduzione di Alberto Cristofori)
  16. Con la maglia della Palestina. Assaf Gavron (traduzione di Cristano Peddis)
  17. L’amore ai tempi di Qalandiya. Taiye Selasi (traduzione di Cristano Peddis)
  18. Immaginando Gerico. Colm Tóibín (traduzione di Alberto Cristofori)
  19. Le giustificazioni sono finite. Eimear McBride (traduzione di Barbara Bonadeo)
  20. In alto. Hari Kunzru (traduzione di Isabella Zani)
  21. Storilandia. Lorraine Adams (traduzione di Isabella Zani)
  22. Il muro di separazione. Helon Habila (traduzione di Isabella Zani)
  23. Cento bambini. Eva Menasse (traduzione di Isabella Zani)
  24. Visibile, invisibile: due mondi. Anita Desai (traduzione di Isabella Zani)
  25. L’hip-hop non è morto. Porochista Khakpour (traduzione di Marinella Magrì)
  26. La storia ignorata dell’occupazione. Fida Jiryis (traduzione di Marinella Magrì)
  27. Non è un Paese per clown. Arnon Grunberg (traduzione di Marinella Magrì)
  28. Giustizia, giustizia devi cercare. Ayelet Waldman (traduzione di Alberto Cristofori)
  29. Due storie, molte storie. Colum McCann (traduzione di Marinella Magrì)
  30. H2. Maylis de Kerangal (traduzione di Marinella Magrì)
  31. Postfazione
  32. Ringraziamenti
  33. Gli autori
  34. Copyright
  35. Indice