The 100. Homecoming
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The 100. Homecoming

  1. 336 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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The 100. Homecoming

Informazioni su questo libro

Nuove navicelle arrivano sulla Terra, in fuga dalla stazione spaziale a corto di ossigeno. I 100 sono pronti ad accogliere i fortunati sfuggiti a una morte certa. Tra i nuovi arrivi ci sono vecchi amici come Glass e Luke, che ritrovano così Clarke e Wells. C'è anche il temibile Vice Cancelliere Rhodes, però, che intende ristabilire il regime di terrore instaurato sulla stazione spaziale, senza sconti per nessuno. Bellamy, colpevole di aver causato il ferimento del Cancelliere, è il suo primo bersaglio. In fuga dalla colonia, si rifugia con i suoi amici tra i terrestri. Lo scontro con le truppe di Rhodes è inevitabile. Il Vice Cancelliere sferra un attacco spietato, ma i suoi avversari sono determinati a resistere. È giunto il momento che i 100 si uniscano e lottino per difendere la libertà che hanno trovato sulla Terra.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687833

CAPITOLO 1

Glass

Glass aveva le mani coperte del sangue di sua madre. Se ne rese conto a poco a poco, come attraverso una fitta nebbia, quasi che quelle dita appartenessero a qualcun altro e il sangue fosse parte di un brutto sogno. Quelle mani, però, erano le sue ed erano davvero insanguinate.
Aveva il palmo destro incollato al bracciolo della poltrona, nella prima fila della navicella, mentre qualcuno le stringeva forte la mano sinistra. Era Luke. Non l’aveva più lasciata dopo averla trascinata lontano dal cadavere della madre per poi spingerla sul sedile, e la teneva stretta come se volesse risucchiare quel dolore straziante dal corpo per assorbirlo.
Glass cercò di concentrarsi sul calore della sua mano, sulla fermezza della stretta che Luke non allentò nemmeno quando la navicella cominciò a vibrare, precipitando a velocità supersonica verso la Terra.
Appena qualche minuto prima Glass era seduta accanto a sua madre, pronta ad affrontare il nuovo mondo insieme a lei; ma ormai Sonja era morta: le aveva sparato una guardia impazzita che voleva a tutti i costi imbarcarsi sull’ultima navicella in partenza dalla Colonia condannata. Glass strizzò le palpebre, nel vano tentativo di scacciare dalla mente quella scena: la mamma che si afflosciava per terra senza emettere un suono; Glass che s’inginocchiava accanto a lei; la mamma che boccheggiava e rantolava; Glass che le prendeva la testa in grembo, soffocando i singhiozzi per dirle quanto le voleva bene. Aveva visto la macchia scura allargarsi sulla camicia della donna, mentre la vita l’abbandonava e i lineamenti del volto si distendevano dopo aver detto alla figlia le sue ultime parole: Sono così fiera di te.
Non c’era verso di fermare quella sequenza d’immagini, proprio com’era impossibile cambiare la verità. Sua madre era morta, e Glass e Luke sfrecciavano nello spazio a bordo di una navicella che da un momento all’altro si sarebbe schiantata sulla Terra.
Il veicolo fu scosso da una potente vibrazione e sbandò prima da un lato, poi dall’altro. Glass se ne accorse a malapena. Avvertì la vaga sensazione della cintura di sicurezza che le si conficcava nel costato, mentre il suo corpo seguiva i sobbalzi della navicella, ma il dolore per la morte della madre la feriva molto più in profondità della fibbia metallica.
Aveva sempre immaginato il dolore come un peso… quelle rare volte che ci aveva pensato, a dire il vero. La Glass di un tempo non si era mai soffermata troppo a riflettere sulle sofferenze degli altri, ma le cose erano cambiate dopo la morte della madre di Wells; aveva osservato il suo migliore amico aggirarsi per la stazione spaziale con le spalle curve, come oppresso da un enorme fardello invisibile. Per lei era diverso: si sentiva svuotata, inerte, prosciugata di ogni emozione. L’unica cosa che le rammentava di essere ancora viva era la mano rassicurante di Luke sulla sua.
La cabina era gremita di gente. I sedili erano tutti occupati, ma c’erano anche uomini, donne e bambini in piedi, accalcati in ogni centimetro quadrato di spazio. Si aggrappavano gli uni agli altri per sostenersi anche se nessuno rischiava di cadere, tanto erano stretti, una massa ondeggiante di corpi e lacrime silenziose. Qualcuno sussurrava il nome delle persone lasciate sulla Colonia, altri scuotevano la testa disperati, incapaci di accettare il fatto di aver detto addio ai propri cari.
L’unica persona che non sembrava in preda al panico era l’uomo seduto alla destra di Glass, il Vice Cancelliere Rhodes. Teneva lo sguardo fisso avanti a sé, ignaro o forse incurante delle espressioni stravolte degli altri. Per un istante il dolore di Glass fu soppiantato da un impeto d’indignazione. Il padre di Wells, il Cancelliere, avrebbe fatto di tutto per dare conforto alle persone che gli stavano attorno. Del resto non avrebbe nemmeno accettato di salire sull’ultima navicella. Tuttavia Glass non era nella posizione ideale per giudicare. Era riuscita a imbarcarsi grazie a Rhodes, che aveva portato lei e sua madre a bordo avvalendosi della propria autorità.
Un scossone la inchiodò alla poltrona, poi la navicella sbandò di quasi quarantacinque gradi prima di tornare a stabilizzarsi con una picchiata da voltastomaco. Gli strilli di un bambino sovrastarono il coro di mormorii sgomenti. Alcuni passeggeri gridarono quando la struttura di metallo cominciò a deformarsi, come stretta nel pugno di un gigante. Nella cabina echeggiò uno stridio assordante e prolungato che soffocò le grida e i singhiozzi terrorizzati.
Glass strinse da una parte il bracciolo del sedile e dall’altra la mano di Luke, preparandosi all’ondata di panico. Che, tuttavia, non arrivò. Sapeva di dover avere paura, ma gli eventi degli ultimi giorni l’avevano come stordita. Era stato già abbastanza difficile vedere la sua casa andare in pezzi mentre la Colonia esauriva rapidamente l’ossigeno; ancora più difficile affrontare una folle passeggiata nello spazio non autorizzata per andare dalla Walden alla Fenice, dove c’era ancora aria respirabile. Eppure le era sembrato che il gioco valesse la candela, allora, quando lei, sua madre e Luke erano riusciti a raggiungere la navicella. Invece adesso non le importava più di arrivare sulla Terra. Meglio finirla subito che doversi svegliare ogni mattina e ricordare che la mamma era morta.
Con la coda dell’occhio vide Luke con lo sguardo dritto avanti a sé, il volto una maschera granitica di risolutezza. Stava cercando di mostrarsi coraggioso per lei? O l’addestramento militare gli aveva insegnato a mantenere la calma in circostanze estreme? Lui meritava di meglio. Dopo tutto quello che lei gli aveva fatto passare, era così che sarebbe andata a finire? Erano sfuggiti a morte certa sulla Colonia soltanto per ritrovarsi scagliati verso una fine diversa, ma pur sempre terribile? Secondo i calcoli degli scienziati, gli umani avrebbero dovuto aspettare almeno un altro secolo prima di tornare sulla Terra, in modo da essere sicuri che le radiazioni dovute al Cataclisma si fossero ormai ridotte drasticamente. Il loro era quindi un ritorno prematuro, un esodo disperato con esito incerto.
Glass girò la testa verso la fila di oblò della navicella, oltre i quali sfrecciavano le nuvole grigie. Ebbe appena il tempo di pensare che era uno spettacolo bellissimo, quando all’improvviso gli oblò implosero in una miriade di frammenti di vetro e metallo bruciato che volarono nella cabina. Lingue di fuoco guizzarono all’interno. Le persone più vicine agli oblò cercarono di abbassarsi e allontanarsi, ma non c’era spazio per muoversi. Si piegarono quindi all’indietro, franando su quelli che avevano alle spalle. Esalazioni di metallo arroventato penetrarono nelle narici di Glass, insieme a un altro odore che le indusse un conato di vomito… Con orrore crescente si rese conto che era il lezzo di carne bruciata.
Opponendosi alla spinta della velocità che la inchiodava al sedile, Glass riuscì a girare la testa per guardare Luke. Per un istante non sentì più le grida, i pianti, gli schianti metallici; non rammentò più l’ultimo respiro esalato dalla madre. Vedeva soltanto il viso di Luke, la sua mascella volitiva, il profilo perfetto che, notte dopo notte, aveva sognato nei lunghi mesi di Confinamento, dov’era stata rinchiusa in attesa di essere giustiziata il giorno del suo diciottesimo compleanno.
Lo stridio assordante della lamiera che si squarciava la riportò di colpo alla realtà. Le riverberò nelle orecchie, nella mascella, nelle ossa, fino alle viscere. Strinse i denti. Inorridita e impotente, vide il tetto della cabina strapparsi e volare via quasi fosse un brandello di stoffa.
Glass si costrinse a guardare di nuovo Luke, che nel frattempo aveva chiuso gli occhi, ma le stringeva la mano con rinnovato vigore.
«Ti amo» gli disse, e le sue parole furono inghiottite dalle urla degli altri passeggeri. Poi, con un improvviso boato da far tremare le ossa, la navicella si schiantò sulla Terra e tutto si oscurò.
Glass udì in lontananza un cupo lamento gutturale, gravido di un’angoscia che non aveva mai sentito prima. Provò ad aprire gli occhi, ma bastò quel minimo sforzo a farle venire la nausea. Si arrese e si abbandonò di nuovo alla tenebra. Passò qualche momento. O forse qualche ora, chissà. Ancora una volta lottò contro l’inerzia per emergere da quel buio confortante e riprendere i sensi. Per un dolce, straniante millisecondo, non capì dove si trovava. Percepiva soltanto una profusione di strani odori. Non aveva idea che fosse possibile fiutarne tanti tutti insieme. C’era qualcosa che le ricordava i campi solari, il suo luogo preferito per darsi appuntamento con Luke, ma amplificato un migliaio di volte. Qualcosa di dolce, diverso però dallo zucchero o dal profumo. Più ricco, più intenso. A ogni respiro il suo cervello impazziva per identificarli. Qualcosa di speziato. Qualcosa di metallico. Infine un odore familiare catturò la sua attenzione. Sangue.
Le sue palpebre sfarfallarono e Glass aprì gli occhi. Si trovava in un ambiente così spazioso da non riuscire a vederne le pareti; il soffitto trasparente, trapunto di stelle, era altissimo. A poco a poco la sua coscienza prese atto della realtà e la confusione cedette il posto a una sorta di timore reverenziale. Stava guardando il cielo, il cielo vero, sulla Terra, ed era viva. Tuttavia stupore e sollievo durarono pochi istanti: un pensiero angosciante le si affacciò alla mente e il suo corpo fu scosso dal panico. Dov’è Luke? Si alzò a sedere di scatto, allarmata, ignorando la nausea e il dolore che volevano costringerla a sdraiarsi di nuovo.
«Luke!» gridò, girando la testa da una parte e dall’altra. Pregò di scorgere la sua sagoma familiare nella massa indistinta di ombre sconosciute. «Luke!» Il coro crescente di lamenti e di grida soffocò la sua voce. Perché qualcuno non accende la luce?, pensò vagamente, prima di ricordare che si trovava all’aperto. Le stelle emanavano un fievole scintillio, ma il chiaro di luna era sufficiente a mostrarle che le sagome gementi e agonizzanti erano quelle dei suoi compagni di viaggio. Doveva essere un incubo. Quella non era la Terra che le avevano sempre descritto, non era un luogo per cui valesse la pena morire. Chiamò ancora Luke senza ottenere alcuna risposta.
Doveva alzarsi in piedi, ma il cervello non le sembrava più collegato con i muscoli; una strana debolezza le immobilizzava il corpo, come se avesse dei pesi invisibili attaccati agli arti. La gravità sul pianeta era più forte, oppure era lei a essere ferita? Si toccò gli stinchi e trasalì. Aveva le gambe bagnate. Stava forse sanguinando? Abbassò lo sguardo, temendo ciò che avrebbe potuto scoprire. Aveva i pantaloni strappati e la pelle escoriata, ma non c’erano ferite visibili. Posò le mani sul pavimento, no, sul terreno, e si accigliò. Era seduta nell’acqua… uno specchio d’acqua che pareva dilatarsi all’infinito, con una linea indistinta di vegetazione a delimitarne il margine più lontano. Glass sbatté le palpebre e aspettò che i suoi occhi si abituassero all’oscurità per rivelarle qualcosa di più significativo, ma l’immagine non cambiò. Lago. La parola le scivolò nella mente con naturalezza. Era seduta sul bordo, sulla riva, di un lago della Terra, un fatto surreale come la devastazione che la circondava. Intorno a lei, la scena era apocalittica: corpi immobili e mutilati, gente ferita che piangeva e invocava aiuto, lamiere contorte e fumanti di altre navicelle che si erano schiantate a pochi metri l’una dall’altra. C’era anche chi s’infilava negli squarci dei relitti ancora in fiamme e ne riemergeva trasportando un corpo inerte sulle spalle.
Chi era stato a salvarla? Se era stato Luke, che fine aveva fatto?
Glass si sforzò di alzarsi sulle gambe malferme. Irrigidì le ginocchia per non farle cedere e allargò le braccia per recuperare l’equilibrio. Rimase in piedi nell’acqua gelida e sentì che la mente le si schiariva a poco a poco, benché le gambe continuassero a tremarle. Mosse qualche passo esitante e urtò un sasso nascosto sotto la superficie del lago.
Abbassò lo sguardo e trattenne il fiato. Il chiaro di luna era sufficiente a mostrare che l’acqua aveva una strana colorazione rossastra. Erano forse stati l’inquinamento e le radiazioni del Cataclisma a darle quel colore? Oppure i laghi erano naturalmente rosa in quella regione della Terra? Nella Colonia, Glass non aveva mai prestato molta attenzione ai corsi di geografia terrestre, e ora col passare dei minuti se ne rammaricava sempre di più. In quel momento il grido disperato di una figura accasciata sul terreno accanto a lei le fornì la dolorosa risposta: non si trattava di un effetto collaterale delle radiazioni protrattosi nel tempo… l’acqua era rossa di sangue.
Rabbrividì e si avvicinò barcollante alla persona che aveva gridato. Era una donna riversa sulla riva, con la parte inferiore del corpo immersa nell’acqua sempre più rossa. Glass si chinò e le prese la mano. «Non preoccuparti, andrà tutto bene» le disse, fingendo una sicurezza che non provava. La donna aveva gli occhi spalancati per la paura e il dolore. «Hai visto Thomas?» ansimò.
«Thomas?» ripeté Glass, alzando lo sguardo verso il desolante panorama di corpi e lamiere. Doveva trovare Luke. L’unica cosa più terrificante di ritrovarsi sulla Terra era pensare che lui fosse chissà dove, ferito e solo.
«Mio figlio, Thomas» rispose la donna, stringendo più forte la mano di Glass. «Ci siamo imbarcati su due navicelle diverse. La mia vicina…» S’interruppe con un rantolo di angoscia. «Lei mi ha promesso che si sarebbe presa cura di lui.»
«Lo troveremo» disse Glass, facendo una smorfia quando le unghie della donna le affondarono nella carne. Si augurò che la prima frase pronunciata sulla Terra non si rivelasse una bugia. Ripensò alla scena caotica che si era lasciata alle spalle: la ressa di coloni che boccheggiavano in cerca di ossigeno sul ponte di lancio e si spintonavano per conquistare gli ultimi posti sulle navicelle di salvataggio. Nella calca, i genitori erano rimasti separati dai figli. I bambini con le labbra cianotiche sgranavano gli occhi in cerca dei familiari che probabilmente non avrebbero più rivisto.
Glass riuscì a liberarsi soltanto quando la donna lanciò un grido di dolore e abbandonò la mano inerte nell’acqua. «Vado a cercarlo» le disse, sollevandosi per allontanarsi. «Lo troveremo.»
Il senso di colpa le attanagliò le viscere, minacciando di paralizzarla, ma sapeva di doversi muovere. Non c’era niente che potesse fare per alleviare le sofferenze di quella donna. Non era un medico, come la fidanzata di Wells, Clarke, e nemmeno un tipo empatico, come Wells o Luke, capace di dire la cosa giusta al momento giusto. C’era soltanto una persona sul pianeta che lei aveva il potere di aiutare, e doveva trovarla prima che fosse troppo tardi.
«Mi dispiace» sussurrò girandosi verso la donna, che aveva il viso contratto dal dolore. «Torno subito. Devo trovare il mio… una persona.»
La donna annuì a denti stretti, le lacrime che fluivano tra le palpebre chiuse.
Glass distolse lo sguardo e riprese a camminare. Aguzzò la vista nel tentativo di dare un senso alla scena che aveva davanti. La combinazione di oscurità, vertigini, fumo e lo shock di trovarsi sulla Terra trasformava tutto in un’unica macchia indistinta. Le navicelle erano atterrate sulla riva di un lago, lasciando cumuli di rottami fumanti ovunque arrivasse il suo sguardo. In lontananza scorse il profilo frastagliato delle chiome degli alberi, ma era troppo sconvolta per concedergli altro che un’occhiata fugace. A che cosa servivano gli alberi, o i fiori, se Luke non era lì con lei a guardarli?
I suoi occhi guizzavano da un superstite all’altro, tutti con l’aria stordita e sofferente. Un vecchio sedeva su un grosso pezzo di metallo staccatosi da una navicella, la testa fra le mani. Un ragazzino con il viso insanguinato se ne stava da solo accanto a un groviglio di fili elettrici che sprizzavano scintille, ignaro del pericolo. Guardava il cielo, come volesse trovare il modo per tornare a casa.
Tutt’intorno c’erano decine di cadaveri: persone sulle cui labbra aleggiavano ancora gli strazianti addii, persone che non erano riuscite a scorgere uno sprazzo del cielo azzurro per cui avevano sacrificato tutto. Avrebbero fatto meglio a restare sulla stazione, a esalare l’ultimo respiro circondate da parenti e amici, invece di morire lì da sole.
Ancora malferma sulle gambe, Glass si avvicinò ai corpi disseminati per terra, pregando con tutta se stessa che nessuno di quei volti senza vita avesse il mento volitivo di Luke, il suo naso affilato, i suoi ricci capelli biondi. Tirò un amaro sospiro di sollievo nell’esaminare il primo cadavere. Non era Luke. Dibattuta fra speranza e paura, passò a quello successivo. E poi a un altro. Tratteneva il fiato quando voltava un corp...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CAPITOLO 1. Glass
  4. CAPITOLO 2. Wells
  5. CAPITOLO 3. Clarke
  6. CAPITOLO 4. Wells
  7. CAPITOLO 5. Glass
  8. CAPITOLO 6. Bellamy
  9. CAPITOLO 7. Wells
  10. CAPITOLO 8. Clarke
  11. CAPITOLO 9. Glass
  12. CAPITOLO 10. Clarke
  13. CAPITOLO 11. Wells
  14. CAPITOLO 12. Clarke
  15. CAPITOLO 13. Bellamy
  16. CAPITOLO 14. Wells
  17. CAPITOLO 15. Glass
  18. CAPITOLO 16. Bellamy
  19. CAPITOLO 17. Glass
  20. CAPITOLO 18. Clarke
  21. CAPITOLO 19. Wells
  22. CAPITOLO 20. Glass
  23. CAPITOLO 21. Wells
  24. CAPITOLO 22. Clarke
  25. CAPITOLO 23. Bellamy
  26. CAPITOLO 24. Glass
  27. CAPITOLO 25. Wells
  28. CAPITOLO 26. Bellamy
  29. CAPITOLO 27. Wells
  30. CAPITOLO 28. Bellamy
  31. CAPITOLO 29. Glass
  32. CAPITOLO 30. Clarke
  33. RINGRAZIAMENTI