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Cammino senz’anima ripensando al rumore sordo dell’impatto. È un loop che ha il sapore di una rullata di tamburo seguita da un colpo secco. Se fosse rock, subito dopo attaccherebbero la chitarra e il basso. Ma è una canzone che non inizierà mai, è terminata nei capelli biondi di quella ragazza.
Mi guardo nello specchio che ho in camera da letto. È uno specchio rettangolare, alto e stretto.
Perché è qui?
Perché sono uno sciacallo.
Dieci anni fa morì il padre della mia amica Susanna. Lei mi chiese di darle una mano a recuperare qualche suppellettile e io misi a disposizione la mia squallida monovolume per mezza giornata. In verità mi pesava molto, ma non sapevo dirle di no anche se mi infastidiva partecipare, seppur per poche ore, a quel lutto che non era mio. Io nemmeno lo conoscevo questo tizio e dalle foto che intravedevo nel suo appartamento era pure un idiota.
Gli scatti erano inequivocabili. Lui durante una battuta di caccia assieme a persone baffute con fucili, tute mimetiche ed espressioni aggressive. Lui con in braccio le due figlie piccole allo zoo che fanno graffio-graffio con la manina e mostrano i denti come un felino inferocito mentre il leone vero sonnecchia in gabbia dietro di loro. Lui che riceve un premio da un vecchio in blazer blu che ha delle basette imbarazzanti e dei denti guasti. Lui con un gran sorriso che indica un piatto di rigatoni al pomodoro con l’entusiasmo che una persona sana di mente dovrebbe avere per una donna nuda o al limite per il Guernica di Picasso. Poi certificati, lauree, una feluca, un paio di archi appesi, una serie di vecchie piccolissime foto di defunti sistemate in mezzo a elefantini, cavallucci e tartarughe di cristallo, ninnoli inutili a forma di cose inutili, chiavi di violino, papillon, maschere della commedia dell’arte, Pulcinella, Charlot, Totò, pure un cazzo di Pierrot di ceramica cesellato a mano. Come se quella casa fosse una sorta di enorme calamita di tutte le più grandi banalità del mondo, un ricettacolo del consumismo italico più bieco e guascone.
Cercai conferma nella libreria e infatti trovai l’enciclopedia della cucina nostrana, il corso rapido di inglese, il dizionario dei sinonimi e contrari e una cinquantina di VHS di film comprati in edicola e mai visti. Adesso che ci penso, qualsiasi volume di quella libreria era comprato in edicola, dall’intrigante Tonni del mar Mediterraneo al sorprendente Vasi Cinesi della dinastia Ming. Quest’uomo era una specie di benefattore del suo edicolante che, sono certo, quando la sera tornava a casa raccontava alla moglie: «Oggi è passato il pollo e gli ho appioppato tre fascicoli sulla storia della diarrea nell’Asia Minore».
Riempimmo la mia auto di cianfrusaglie mentre Susanna voleva assolutamente abbinare un piccolo racconto a ogni sciocchezza che mettevamo negli scatoloni. Il diploma di Miglior papà del mondo che gli regalarono lei e la sorella quando il padre compì cinquant’anni e allora poi lei scrisse una poesia che ancora custodisce gelosamente nel suo cassetto e che un giorno forse avrebbe letto. Il finto Oscar di quando è andato in pensione consegnato dai colleghi durante la festa a sorpresa, con una cinquantenne formosa, tale Maria Beatrice, che piangeva un po’ troppo per essere una semplice collega e quindi la madre di Susanna, gelosissima, gli teneva il muso. Il vestito da sceicco per un carnevale a Viareggio del ’77 con la madre vestita da odalisca, dove i due si ubriacarono e pare che fu proprio in quell’occasione che fu concepita Susanna. Io sorridevo annuendo e accompagnavo il tutto con degli ipocriti «Incredibile…», «Meraviglioso…» e «No, vabbe’ che figata…». E mentre continuavano a schiantarmisi addosso come meteoriti questi squallori, notai quel vecchio specchio lungo e pensai che mi piaceva parecchio.
Proprio mentre Susanna raccontava commossa di quando utilizzava quel walkie-talkie giallo col suo papà, io desideravo mettermi nudo davanti a quello specchio e osservare meticolosamente il mio corpo. Quello specchio in ferro battuto che un tempo doveva essere stato di un beige tendente al giallo adesso era macchiato di verdino e ruggine. Aveva un fascino primordiale, ci vedevo dentro delle donne in guêpière nere, dei seni tosti, delle mani virili. Io mi stavo innamorando di quello specchio, avevo bisogno di rivederlo e di sentirne l’odore.
«Sei stato un amore oggi con me, vorrei che scegliessi un oggetto da tenere in ricordo di mio padre. Quello che vuoi…»
Fui uno sciacallo.
Oggi sono uno sciacallo nudo davanti a un vecchio specchio, pochi anni prima dei quaranta.
Il doppio mento che comincia a diventare pappagorgia, le spalle che indicano le quattro e quaranta, la pancia che si affaccia sul pene, le cosce che si toccano e i piedi gonfi e screpolati. Sì, certo, riconosco di non essere la persona meno interessante della Terra, posso affrontare diverse conversazioni e divagare dall’Indice Mibtel a Cristiano Ronaldo con una certa disinvoltura, ma il senso di abbattimento che mi provoca esaminarmi nel mio specchio sciacallo è qualcosa di difficilmente raccontabile. È un atto di un’intimità inconoscibile.
Giovenale non ci aveva capito un cazzo, altro che Mens sana in corpore sano, è esattamente il contrario: Corpus sanum in mente sana. Solo se hai una buona immagine di te potrai avere un corpo vigoroso e funzionante. Il corpo è lo specchio del tuo stato d’animo, se non lo rispetti significa che vuoi punirti.
Forse ha ragione Francesca. Me lo chiedo mentre mi bevo un bel bicchiere di questo Ben Nevis invecchiato ventun anni che mi hanno regalato gli amici per il mio compleanno. L’hanno pagato 270 euro comprandolo su eBay, hanno messo quindi 27 euro a testa per questa linfa sbalorditiva invecchiata in botti di sherry e finita in botti di Porto, una sensazione di raffinatezza che parte dalla Scozia, passa per il Portogallo e arriva dritta a casa mia che abito a due passi dalla tangenziale. Il mondo ha glorificato l’inutilità e io a ogni sorso di questo smegma single malt mi sento sempre più parte dell’ingranaggio, sempre più complice succube, anzi quasi un sacerdote della fuffa i cui pensieri sono schiumati e immobilizzati.
Parliamoci chiaro, noi siamo nati sani, fino a prova contraria la maggior parte di noi nasce che ha tutte le sue cosine a posto e ha le stesse identiche potenzialità degli altri. Certo, se nasci a Göteborg potrai essere più alto di un peruviano, ma qui non si sta parlando di fisico bensì di potenzialità cerebrali. È solo che appena vieni al mondo, ti danno tre schiaffi sul culo, ti tranciano il cordone con un bisturi, ti lavano alla meno peggio e ti appoggiano addosso a una tizia nervosa che ti ha appena partorito con dolore e fino a due minuti prima stava urlando e cacandosi sotto dalla paura. Ovvio che non può amarti al cento per cento, una parte di lei ti odia perché le hai fatto male, le hai causato nausee, suo marito non vuole più scoparsela e stai per cambiarle la vita procurandole forse una depressione post-partum che la indurrà ad avere una scarsa igiene personale. Poi, per carità, sono sorrisi, carezze e bacini ma negli anni a seguire il rapporto con quella donna diventerà la croce o la delizia della tua vita. Se è affettiva con te, sensibile e rispettosa e piano piano ti svezza con tenerezza ti è andata di lusso, ma se questa tizia ti schiaccia e fa in modo che tu ti identifichi con lei, preparati a fare una vita di merda e pagare milioni agli psicoterapeuti perché quella ti ha fregato di brutto. Se sei una femminuccia preparati a vestirti come lei, pettinarti come lei, usare le stesse dinamiche mentali e ripetere passo passo tutte le cazzate che ha fatto. Se sei un maschietto invece puoi cominciare fin dall’adolescenza a scegliere se frequentare club privé pieni di femmine autolesioniste o dark room farcite di uomini profumati. E non sentirti troppo macho se scegli il club privé perché sappi che è la stessa cosa. Nasciamo dritti, cresciamo storti e impieghiamo tutta la vita a cercare di raddrizzarci. E in questi casi lo specchio non mente. Se è lungo e cattura tutto il tuo corpo, quel maledetto specchio ti dirà sempre la verità.
E oggi la verità è che avrei voluto vedere il viso di quella biondina. Le ho visto solo i capelli e stanotte so che non dormirò pensando a che viso poteva avere quel cranio sconquassato.
Ultime tre cose che penso: il sangue che scorre quando arriva sui capelli lunghi si coagula più facilmente, vorrei tornare a quando avevo diciotto anni e cambiare tutta la mia vita, se fossi stato più attento avrei potuto evitare che quella ragazza venisse investita. Poi galleggio, non penso più.
Chiudo gli occhi e non dormo.
2
Casa mia è buia anche quando c’è il sole, ma dalla finestrella della cucina si vedono gli alberi della piazzetta e a me basta per non sentirmi troppo accartocciato dentro al cemento. In realtà, una volta c’era una finestra molto grande che si affacciava sul parco e pare che il sole irrorasse di luce tutto il salone ma ai proprietari dava fastidio e così la murarono rendendo la casa umida e fredda. L’ho presa in affitto già così ma ho visto una foto di come era prima e adesso so quanto l’autolesionismo possa far male persino agli appartamenti.
Solitamente in primavera dormo con i boxer e una maglietta a maniche lunghe ma, appena scatta l’estate passo alle maniche corte. Alcune delle T-shirt con cui vado a letto hanno loghi di festival della birra, località balneari, associazioni umanitarie e poi ne ho pure una arancione dell’Olanda con cui amo addormentarmi. Ma la mia preferita è quella blu con su scritto in rosso Ruben che è il mio nome. L’ho comprata su internet a soli 14 euro e ne sono davvero soddisfatto. I boxer sono gli stessi che ho indossato durante il giorno.
Prima di andare a dormire di solito trangugio un litro di acqua liscia e poi mi abbandono a un verso di sollievo come se avessi appena terminato di correre una maratona.
La maratona la faccio, sì, ma con le serie televisive. Mi butto in poltrona a ora di cena, una gamba sul bracciolo, pisello di fuori e mi metto a guardare quattro o cinque puntate di gente che si spara, si tradisce, ammazza zombi o azzanna colli. Questa roba ti fa pensare che tutto accada solo in America. Se gli alieni arrivano sulla Terra difficilmente decidono di atterrare in Lussemburgo o in Uzbekistan; loro scelgono il Nevada e la Florida. Anche i serial killer disertano città bellissime come Amburgo o Valencia optando spesso per Chicago o Los Angeles. È impensabile che il paranormale possa manifestarsi in Turchia o in Molise perché è nel Maine e nel New England che succedono cose stranissime. I morti viventi non amano la costa dell’Algarve o gli altopiani del Kenya, ma preferiscono frequentare il Minnesota e il Texas. Addirittura i vampiri hanno abbandonato la Transilvania per stazionare abitualmente in California.
Di rado mi emozionano queste storie, però devo dire che hanno una capacità straordinaria di spegnermi il cervello. E quando sono spento, sto molto meglio.
Poi verso mezzanotte mi piace affacciarmi dalla finestra e sputare lentamente di sotto. Produco un filo lunghissimo di saliva fino al marciapiede. La sfida è abbastanza ardua perché devo evitare davanzali, panni stesi, automobili, motorini parcheggiati e passanti ignari. Mi avvince l’idea di fare tutto di nascosto rischiando che qualche dirimpettaio possa vedermi. Appena scorgo un passante devo calcolare il momento esatto per sputare e sfiorarlo senza che lui si accorga di nulla. Mi batte forte il cuore ogni volta ma poi ce la faccio, solo un paio di volte il rumore dello sputo sul marciapiede è stato captato da persone che hanno poi guardato in alto, però l’ho sempre scampata. Abito al sesto piano, è difficile vedermi. Quando c’è vento corro più rischi perché lo sputo può spostarsi anche di un paio di metri e infatti lo scooter del mio vicino di casa si è preso una mezza dozzina di scaracchi in questi anni.
Una volta, sei anni fa, ho notato che mi era scaduto un uovo in frigo. L’ho scagliato in mezzo alla strada alle tre di notte: è stato bellissimo. Un suono indimenticabile che soltanto schiantando un uovo sull’asfalto si può godere. Qualcuno magari lo può interpretare come un rigurgito di puerilità ma io lo catalogo come “piccola stranezza”. Ognuno di noi ne ha qualcuna.
Io per esempio ho tre motivetti che canto in determinati momenti da quando sono bambino, tre hit personali che conosco solo io e che adatto a mio piacimento variando spesso anche le parole. Quando scolo la pasta, per dire, parodizzo She Loves You dei Beatles che diventa Si Mangia yè yè yè. Sotto la doccia mentre mi scartavetro la testa con lo shampoo ho partorito negli anni un pezzo house fortissimo dove, con ritmo tribale, ripeto le parole: «Lava-Scrosta-Spacca-Schizza-Spruzza-Nannannà». Ho la canzone di quando mi lavo le mani che dura circa venti secondi, comprensiva di velocissima insaponatura e risciacquo con acqua tiepida. La musica di sottofondo richiama la Marsigliese, e il testo, seppur superficiale è secondo me molto appropriato: «Laveremo fino alla morte queste mani zozze che ho / e mi vien dal profondo del cuor / alè alè alè sciacquiam il saponè». Il picco di genialità lo raggiungo però quando mi lavo le parti intime, sempre con la Marsigliese: «Laveremo fino alla morte queste chiappe zozze che ho / e mi vien dal profondo del cul / alè alè alè spacchiamo ’sto bidet».
So che questa consuetudine rasenta la malattia mentale ma non ho mai detto di essere sano e ci tengo a precisare che questi motivetti in presenza di terzi sono cantati rigorosamente tra me e me senza emettere alcun suono. Funzionano lo stesso.
Nonostante tutto questo, fuori c’è il sole e proprio venticinque ore fa una ragazza bionda moriva sul viale a pochi centimetri da me. Ho sognato una bambina senza occhi seduta su una sedia a dondolo mentre io facevo una goffa corsa sul posto indossando una tuta grigia zuppa d’acqua. Non so cosa voglia dire e non lo voglio sapere.
Anni fa uscivo con una buddhista riccia che aveva la pretesa di interpretarmi i sogni. Diceva delle minchiate sul mio inconscio che non stavano né in cielo né in terra, nonostante di lavoro vendesse intimo in un centro commerciale.
«Se ti sei sognato che galoppavi su un destriero bianco, significa che sei a cavallo. Fidati che sta andando benissimo.»
«Non ti sembra un po’ ingenua come disamina?»
«Io non ti capisco quando parli, Ruben. La vita è molto più semplice di come la vivi tu.»
Sì, forse per certi versi è vero, se fai della lobotomia un tuo obiettivo concreto.
Ovviamente non le ho risposto così, l’ho solo pensato digrignando i denti. Ma poi le ho sorriso e le ho dato un bacio sulla fronte: «Hai ragione, amore». Poi l’ho mollata per telefono.
Mi lavo. Canticchio. Mi vesto. Eludo lo specchio, oggi non voglio dargli soddisfazione.
Scendendo le scale mi chiedo da chi verrò approcciato attraversando la portineria. Ultimamente, se superi indenne il portiere, ci sono un paio di vecchie condomine in agguato che possono attaccarti dei bottoni spaziali. Ognuno ha motivazioni profonde per parlarmi. Il portiere sa che faccio il giornalista in un quotidiano sportivo e cerca sempre di carpirmi informazioni da agente segreto per poi spacciarle al bar agli altri nullafacenti della zona.
«Ma quell’infame se ne va a giocare in Inghilterra, vero? Dica la verità!»
«Ma la pole position della Ferrari è solo culo? Non vincerà il Gran Premio, vero?»
Grazie al mio portiere la frase che ho pronunciato più volte in vita mia è diventata: «Non lo so».
Le vecchie, invece, hanno semplicemente il gusto di parlare con un uomo giovane ed educato che possa dar loro una v...