Giustizia non è un sogno (La)
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Giustizia non è un sogno (La)

Perchè ho creduto e credo nella dignità di tutti

  1. 238 pagine
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Giustizia non è un sogno (La)

Perchè ho creduto e credo nella dignità di tutti

Informazioni su questo libro

Nonostante l'età, faccio ancora sogni assurdi. Come quando vedo le immagini intollerabili dei cinesi o degli indiani chini sui sacchi di amianto e mi domando: «Ma non esiste un modo per andare a fare il magistrato laggiù?». È impossibile, me ne rendo conto.Nella sua carriera Raffaele Guariniello, uno dei magistrati più importanti del nostro Paese, non si è occupato di mafia o terrorismo. Si è occupato di ciascuno di noi. Della nostra dignità.Era in gioco la dignità dei lavoratori nei primi anni Settanta, quando Guariniello svelò il sistema di schedature alla Fiat: lì si calpestava il diritto a essere rispettati nella propria vita privata e a prescindere dalle idee politiche.Erano in gioco la dignità e spesso anche la vita in tutte le fabbriche - a partire dalla Sia, Società italiana per l'amianto, per arrivare, naturalmente, a Eternit - su cui Guariniello indagò risalendo alle cause di innumerevoli, troppi decessi per mesotelioma.Erano in gioco i valori dello sport e la salute degli atleti - non solo dei professionisti ma anche dei semplici amatori - quando Guariniello si occupò di sostanze dopanti.Erano in gioco la vita e il diritto a un lavoro sicuro la notte stessa in cui Guariniello si precipitò sul rogo della Thyssen, dando inizio a un'inchiesta senza precedenti, in Italia e nel mondo, che ha segnato un cambiamento fondamentale nel modo di considerare le morti sul lavoro.Concludendo la sua straordinaria carriera, Guariniello scrive un'autobiografia "professionale" che a ogni pagina risuona di passione. Leggerla è ripercorrere tappe fondamentali nella storia d'Italia, rivivendo momenti dolorosi ma anche rincuorandosi perché, grazie al lavoro della magistratura, siamo diventati passo dopo passo un Paese molto più civile.

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Informazioni

1

Una visita a sorpresa

È passato più di un anno da quel giorno. Alla fine, mi sono fatto coraggio, e ho preso in mano le carte che mia mamma ha abbandonato nei cassetti al momento di lasciarmi. Ancora oggi, tutti i sabati, li incontro, lei e mio padre, come se nulla fosse in realtà cambiato. E parlo, parlo, senza aspettare risposte che già conosco.
E allora, alla fine, ho preso in mano quelle carte, ed ecco spuntare un mio vecchio appunto, finito lì chissà come.
Ricevo la denuncia e comincio i primi accertamenti riservati. L’idea è quella di trovare documentazioni e prove. Di fare una perquisizione. Alla Fiat, nel palazzo dei palazzi. Non è uno scherzo. Il problema è duplice: individuare i luoghi giusti, il pericolo è quello di entrare in un luogo sacro e ritrovarsi a mani vuote. E poi c’è da eseguire la perquisizione di sorpresa. Per risolvere questo secondo problema, decido di agire nel periodo delle mie ferie estive, destinate a iniziarsi il primo agosto 1971.
Tanti anni fa. Quasi tutti gli anni della mia vita di magistrato. Persino la mia calligrafia è cambiata. In peggio.
È un foglio della Pretura unificata di Torino, un ufficio che oggi non esiste più. È uno di quei ciclostilati che si usavano per scrivere le sentenze. La data è del 5 agosto 1971, il giorno della perquisizione.
Ero alle prime armi, un passero ancora insicuro, ammaliato dai colleghi più anziani. In magistratura c’ero entrato alla fine del 1967. Due anni da uditore senza funzioni, soprattutto all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Torino. Il mio compagno di scrivania era Giancarlo Caselli, eravamo affidati alle cure di un altro giovane, Marcello Maddalena, entrato prima di noi in magistratura.
Era il posto ideale per chiunque sogni di fare questo mestiere. Dove si conducevano le indagini contro i malviventi, si analizzavano le prove, si architettavano le strategie investigative. E infine si decideva se mettere in prigione il cattivo di turno. Ecco, il mio problema era quello. A me mandare la gente in galera non è mai piaciuto. Non ho mai amato la custodia cautelare, che all’epoca si chiamava carcerazione preventiva. Ma in quell’ufficio, per forza di cose, era il pane quotidiano. E io ero a disagio. Quel lavoro non faceva per me.
È per questa sorta di crisi di rigetto che nel 1969 decisi di passare in pretura, che all’epoca era considerato come il luogo meno nobile della giustizia, dove si trattavano i reati di poco conto, che non affrontano i grandi problemi della società e non danno prestigio ai magistrati. Questa almeno era la convinzione di noi giovani e rampanti neolaureati.
Il dirigente dell’Ufficio Istruzione Mario Carassi – grandissimo magistrato e grandissimo uomo – si sorprese, mi disse che non capiva le ragioni della scelta. Ma il mio rifiuto non era una bizzarria, né una posa aristocratica. È che sono così. Prima di entrare in magistratura, mi sono laureato e ho fatto l’assistente all’università con un maestro eccezionale, Giovanni Conso, che con il suo esempio mi ha dato lezioni di rigore e di dedizione al lavoro. Ognuno di noi giovani aveva alcuni temi da sviluppare. Il mio era quello della libertà personale dell’imputato. È stato un argomento sul quale ho studiato e scritto, ricavandone una convinzione intima, che negli anni si è rafforzata: la carcerazione preventiva è uno strumento da utilizzare con parsimonia.
Sarà una necessità. Ma per condannare una persona devi avere delle prove, mentre per metterla in prigione bastano degli indizi, sia pure gravi. Che non sono le prove.
Credo che per incarcerare un uomo servano gli stessi elementi necessari alla condanna. In caso contrario, troppo spesso la custodia cautelare diventa solo uno strumento, un modo per mettere sotto pressione l’individuo arrestato. Il magistrato può anche ordinare la perquisizione di una casa privata, o il sequestro di un bene. Questo lo capisco e lo condivido. Ma la libertà di una persona è sacra, inviolabile. Sono sempre stato turbato dall’idea di privare un uomo della sua libertà, persino quando se lo meritava. E mi fa orrore il tintinnar di manette smentito dal successivo sviluppo del processo.
Nel mio mondo ideale non deve esserci distinzione tra i due momenti, quello dell’arresto e quello del giudizio. Le nostre leggi sono migliorate in questo senso, hanno ridotto le distanze, una volta non si parlava neppure di gravi indizi, bastavano sufficienti indizi. Dovremmo arrivare a un sistema dove si possa mettere dentro una persona soltanto in presenza di prove così forti da imporre una condanna.
Queste parole sorprenderanno. Eppure, la libertà personale dell’imputato è un valore che fa parte della mia formazione culturale. Quando si arriva alla condanna definitiva dopo almeno tre gradi di giudizio – che sono troppi ma questo è un altro discorso –, allora l’esecuzione della pena è dovuta. Anzi, trovo negativo che si arrivi a questo momento con grande ritardo, trascinando all’infinito i processi. Invece la carcerazione intesa quasi come un anticipo della sentenza di condanna mi lascia perplesso.
Qualcuno dirà: un magistrato che non vuole arrestare i cattivi è una contraddizione in termini. Non credo. La custodia cautelare deve essere l’extrema ratio, l’ultima decisione, la più grave.
Nelle preture dei primi anni Settanta non c’erano molte occasioni per sentirsi davvero utili. La prima inchiesta che mi venne affidata aveva portato al sequestro di una quarantina di roulotte. Erano state attaccate al suolo diventando a tutti gli effetti delle abitazioni permanenti, in violazione di qualunque norma sulle concessioni edilizie. Avevo appena cominciato a occuparmi di urbanistica. Ai miei occhi il territorio rappresentava uno dei principali beni collettivi che era possibile tutelare sfruttando le leggi a nostra disposizione.
A farla breve, non ero certo un mostro d’esperienza, in quell’estate del 1971. La pretura era un mondo strano. C’era una ragione se la snobbavano in tanti. Era un luogo dove si facevano processi per guida senza patente e assegni a vuoto. Minutaglia, insomma.
L’inchiesta sulle schedature Fiat nacque quasi per caso, da una storia piccola, di vanità ferite e di ripicche tipiche della vita da ufficio. Un ex sottufficiale dei Carabinieri lavorava alla Fiat dall’inizio degli anni Cinquanta. Era inquadrato come fattorino ai Servizi Generali dove il suo capo era un altro ex militare, un colonnello dell’Aeronautica, che in passato era stato anche arruolato nel controspionaggio. Il “fattorino” era stato licenziato in tronco per essersi rifiutato di prendere il treno dopo che il suo superiore gli aveva negato l’auto di servizio per una trasferta a Milano. Lo Statuto dei Lavoratori, all’epoca dei fatti, stava muovendo i primi passi. Il giudice al quale si era appellato l’ex dipendente aveva dato ragione all’azienda, sostenendo che vi fosse la giusta causa. Ma aveva anche disposto la trasmissione degli atti alla sezione penale della Pretura. C’era qualcosa che non gli tornava, in quella storia all’apparenza così banale, e aveva descritto con precisione quali fossero le mansioni affidate all’ormai ex fattorino: «Svolgeva indagini riservate e condotte in modo tale da non far trapelare né la qualifica di dirigente Fiat, né che tali indagini erano fatte per conto di un’azienda. Tale lavoro investigativo infatti doveva essere svolto sempre fuori dall’ufficio».
Uno strano tipo di fattorino. Molto simile a un agente segreto. E ne era anche consapevole, al punto da denunciare di aver svolto per anni un lavoro con una qualifica diversa da quella che corrispondeva alle sue effettive mansioni. Con candore (oppure, come era più probabile, esercitando una vendetta su coloro che lo avevano incautamente messo da parte) ammetteva di aver impiegato gli anni trascorsi in Fiat a informare l’azienda con «ampie relazioni scritte, previe opportune e discrezionali indagini in ordine alle qualità morali, ai trascorsi penali, alla rispettabilità delle persone con le quali la società stessa era o doveva entrare in contatto». Peccato che senza l’apposita licenza del prefetto fosse vietato eseguire investigazioni o ricerche per conto di privati. Non era una trovata del giovane e ambizioso Guariniello, ma la conseguenza di un Regio Decreto sulla Pubblica Sicurezza che risaliva al 18 giugno 1931, ancora in vigore. Il senso di quella norma è chiaro anche a rileggerlo oggi, che ha ormai ottant’anni suonati. Sono cose che non si fanno, perché la raccolta d’informazioni su una persona, su un lavoratore, danneggia la sua libertà individuale. Semplice, e molto attuale.
Quello del giudice era un chiaro invito ad approfondire, ma costituiva anche motivo d’imbarazzo nel mio stesso ufficio. Nella Torino di quegli anni, la Fiat era un santuario, e tale sarebbe rimasto per parecchio tempo ancora. Le notizie che i dipendenti dell’ufficio Servizi Generali portavano in dote all’azienda «non potevano pervenire se non da Organi e Uffici del Servizio di Polizia di Sicurezza e dall’Arma dei Carabinieri». Confesso, tutte quelle maiuscole in una sola frase mi mettevano in soggezione. E non dovevo essere l’unico ad avere pensieri del genere per la testa.
Ancora nei miei appunti del 5 agosto 1971 leggo:
Da più parti mi hanno chiesto cosa farò del processo. Rispondo: non ho ancora avuto tempo di esaminare il fascicolo, me ne occuperò al ritorno dalle ferie. Ho una via, e un nome. C’è il postino che gli porta la posta, e il ristorante dove va spesso a pranzo. Esamino portone per portone l’intera via Giacosa. Alla fine scopro la sede del servizio di spionaggio, ma è un numero ben diverso da quello risultante agli atti. Se fossi andato a quell’indirizzo avrei fatto un temibile buco nell’acqua. Programmo la perquisizione per il 5 agosto, predispongo le comunicazioni, da fare un attimo prima. E parto per le vacanze. Torno la sera del 4 agosto, clandestinamente, all’insaputa dei miei dirigenti. Il giorno dopo sono in ufficio. Raduno chi riesco a trovare, senza passare attraverso i comandi. Un maresciallo della Guardia di finanza, un vigile urbano, un cancelliere. E parto con la mia macchina, in una città deserta. Faccio l’autista alla mia forza di Polizia.
Può far sorridere l’aria di mistero artigianale che si respira in questo mio vecchio appunto, e il silenzio nei confronti dei dirigenti. Ma ognuno di noi aveva le sue buone ragioni. L’Italia era reduce dall’autunno caldo, la questione sociale nelle fabbriche era di grande attualità. Fiat e sindacati discutevano da mesi della riorganizzazione della rappresentanza sindacale, trattando sull’introduzione del delegato di reparto e soprattutto dei consigli di fabbrica, che avrebbero avuto una certa importanza nel decennio successivo. Il nuovo contratto aziendale che sommava tutte queste novità, alla ricerca di una difficile pace sociale, venne ratificato a Roma proprio la mattina del 5 agosto 1971.
Tempi difficili. Torino era la città-fabbrica. E io ero convinto di averne scoperto un segreto. Da anni si parlava delle schedature, di indagini interne sui dipendenti. Quella segnalazione arrivata dal giudice civile era troppo precisa per essere ignorata. Insomma, io almeno la pensavo così. Avevamo il dovere di andare a vedere, anche se questo significava rompere una consuetudine di ossequio, e violare per la prima volta un santuario, l’azienda che rappresentava tutto per la città.
L’indagine era artigianale per forza di cose. Ma quella visita segreta avrebbe prodotto risultati inattesi. Con la mia squadra improvvisata scesi dall’auto al principio di via Giacosa, non distante dalla sede principale della Fiat. Il resto del percorso lo feci sulla canna della bicicletta guidata dal vigile urbano che intanto si era unito a noi arrivando direttamente da casa. In una villetta di questa strada residenziale avevamo individuato la sede dei fantomatici Servizi Generali, che esistevano davvero, ma dei quali nessuno in azienda aveva mai sentito parlare.
Entrammo da una piccola porta. Lasciai agli agenti il compito di spiegare all’unico custode cosa stava accadendo. Feci le scale, entrai nelle stanze al primo piano. Non c’era nessuno, aria di vacanza. Mi misi al lavoro. Esaminai e sequestrai una valanga di fogli, fino a quando mi trovai davanti a una grande cassaforte a muro, ovviamente chiusa. «Nessuno ha la combinazione, soltanto il capo la conosce», così mi venne detto dal custode. Il capo era in vacanza a Ischia. Lo feci chiamare: o la combinazione oppure usiamo l’esplosivo per forzare la cassaforte. Scelse la prima opzione. Per nostra fortuna, perché questa cosa della dinamite me l’ero inventata al momento.
Aprimmo, e all’interno trovammo, ahimè, decine di buste con soldi in contanti. Sopra ognuna di esse c’era il nome del destinatario: i pubblici ufficiali che passavano le notizie all’azienda. Era la loro paga mensile. In genere si trattava di poche decine di migliaia di lire. In quella cassaforte c’erano, tra gli altri, i nomi di alti funzionari della questura di Torino, del capo torinese della cellula del Sid (Servizio informazioni difesa, il nostro disciolto servizio segreto), di un maggiore dei Carabinieri.
A leggere i documenti mi resi subito conto che la vicenda stava andando oltre ogni aspettativa. Non si trattava di episodi dilettanteschi e sporadici, ma di un vero e proprio sistema, ben consolidato. Ero contento, e spaventato al tempo stesso. C’erano le spie, i nomi dei collaboratori. Mancava solo il risultato del loro lavoro, quelle schede delle quali il fattorino aveva mostrato alcuni esemplari.
Ma le sorprese di quella mattina erano appena cominciate. Il primo sopralluogo della mia vita ebbe un decisivo contributo dalla buona sorte, che si materializzò con l’ingresso negli uffici di un signore: me lo ricordo solo come alto, allampanato e dall’aria furtiva. Ne prendemmo le generalità, ma la sua voglia di essere altrove era evidente. Disse che doveva assentarsi per una questione personale, doveva tornare a casa. Ebbi la felice idea di andargli dietro. Attraversò via Giacosa con passo veloce, quasi di corsa. Entrò da un portone laterale in una delle palazzine del quartier generale Fiat in corso Marconi, che non era esattamente il suo indirizzo di casa.
L’accesso è libero. Lo seguo. Prende un ascensore. Vedo che si ferma a uno degli ultimi piani. Salgo anch’io. Non c’è nessuno. Ma vedo una porta socchiusa. Entro e trovo il mio amico dentro stanzoni enormi, pieni di scaffali. Vedo che è in funzione il tritacarte. Inizio la perquisizione e qui mi salta il cuore in gola.
Le ultime righe sono così fitte che mi è difficile interpretarle a tanti anni di distanza. Gli appunti dell’epoca finiscono qui. Sembra il soggetto di uno dei film di spionaggio che in quel periodo andavano per la maggiore. Ma si trattava di una faccenda seria, forse è per questo che al termine di quella lunga giornata sentii il bisogno di mettere per iscritto le mie sensazioni e, soprattutto, il racconto di com’erano andate le cose. Quello non era un ufficio, ma una specie di biblioteca, piena di raccoglitori con migliaia di fogli ciascuno, sistemati in ordine alfabetico. La lettera A, per fare un esempio, riempiva da sola un centinaio di faldoni. Impossibile portare via tutto: decidemmo allora di mettere sotto chiave la stanza.
Era un archivio sterminato, che copriva un arco di tempo di circa ventitré anni, dal dopoguerra al 1971. In tutto erano 354.077 schede che descrivevano con precisione la vita privata, i costumi, gli orientamenti politici e persino le inclinazioni sessuali dei dipendenti dell’azienda, di molti sindacalisti, politici, personaggi di spicco della vita italiana. C’era tutto, compresa una nota riservata del direttore del personale, che forniva nuove istruzioni per la raccolta e l’uso di quelle informazioni: adesso che il nuovo Statuto dei lavoratori vieta la raccolta d’informazioni, era questo il senso della sua circolare, continuiamo a fare le stesse operazioni, le stesse schede, però dobbiamo scriverle in maniera più discreta, scegliendo termini appropriati. Lo Statuto dei lavoratori come problema lessicale.
Quelle schede parlavano da sole. La prima era datata 1949, l’anno in cui erano stati creati i Servizi Generali, a tutti gli effetti un ufficio incaricato di stabilire il grado di “purezza” ideologica e sociale dei dipendenti e di uomini politici, giornalisti, scrittori e sindacalisti. Nel 1951, un operaio dell’azienda era stato valutato così: «Prepotente e impulsivo, viene spesso notato in compagnia di elementi sospetti tanto dal lato morale quanto da quello politico». Quelle schede non erano reperti storici, vecchie consuetudini legate a un tempo ormai lontano, ma una prassi che con il passare del tempo stava diventando sempre più intensa.
Oltre duecentomila schede risalivano al periodo 1949-1966. Le altre 150.655 invece erano più recenti, coprivano l’ultimo quadriennio, 1967-1971, gli anni della nuova ondata di assunzioni in Fiat, in cui evidentemente si avvertiva la necessità d’informazioni dettagliate sugli ultimi arrivati. Il fatto che il capo di quell’ufficio fosse stato nominato proprio nel 1967 non era un caso. C’era bisogno di persone del ramo, e il nuovo responsabile aveva impresso ritmi industriali alla fabbrica dei dossier. Il tono, il linguaggio usato in quelle schede costituisce una cartina di tornasole. Si dava conto dei vizi piccoli e grandi, delle paure e delle speranze dei dipendenti, non ritenendoli degni di una minima tutela della loro sfera intima, della loro privacy.
Le schede erano piene di maiuscole e di punti esclamativi, e i contenuti ancora oggi potrebbero avere uno straordinario valore storico, per ricostruire i cardini di una certa cultura d’azienda che per altro verso stava cambiando e si stava ormai aprendo al confronto pubblico. Come disse Bianca Guidetti Serra, l’avvocato di parte civile dei sindacati nel processo che più di ogni altro si è battuto per la divulgazione degli atti e delle schede, arrivando a farne un libro solo quindici anni dopo, a causa della difficoltà a trovare un editore.
Dal 1949 al 1971, non c’era stata una sostanziale differenza nel tono di quelle intrusioni nelle vite degli altri. Anzi, da un iniziale “artigianato”, con schede di poche righe, nel tempo si era arrivati a veri e propri dossier sempre più dettagliati. Nel 1949, un’operaia veniva descritta così: «Nubile e madre di una bambina di quattro anni. Simpatizza per i partiti di sinistra e conduce vita piuttosto libera...». 1955: «È donna di pessima moralità, vive saltuariamente presso la figlia o presso un amante, elemento di cattiva condotta». 1958: «Vive sola, di reputazione mediocre. È notoria una sua relazione con un uomo sposato, che sovente l’accompagna a bordo di un’autovettura». 1963: «Reputazione cattiva, è ritenuto dall’opinione pubblica un omosessuale». 1970: «Sua madre si è risposata nel luglio scorso. Durante la vedovanza ha lasciato a desiderare per la condotta morale e civile e ha avuto anche un aborto».
Lo spartiacque di quel lavoro di schedatura, e il principale elemento di discriminazione nei confronti dei lavoratori investigati, era l’orientamento politico. Ed è quasi superfluo specificare quale fosse la grande paura di allora. 1954: «Ex partigiano, incensurato politicamente e penalmente, iscritto al Pci, è il propagandista più attivo dello stabile in cui abita». 1955: «Iscritto al Pci da diversi anni, a favore del quale svolge attiva propaganda politico-sindacale. Intimamente convinto della dottrina marxista, obbedisce ciecamente alle disposizioni del suo partito, rendendosi utile in vari modi». 1956: «È iscritto alla Fiom. Attivista propagandista, schedato come tale, viene saltuariamente vigilato dai competenti organi di polizia. Politicamente pericoloso in caso di sommosse». 1957: «Abbonato da diversi anni al quotidiano “l’Unità” che legge appassionatamente insieme ai familiari». 1963: «Reputazione cattiva, è ritenuto dall’opinione pubblica un omosessuale».
Quelle schede facevano male. Non si limitavano a violare la privacy delle persone. Ne decidevano i destini. Essere assunti o licenziati dipendeva anche e soprattutto da quei giudizi nascosti. Negli anni in cui “il posto”, tanto più alla Fiat, costituiva un avanzamento sociale, la speranza di un futuro migliore per se stessi e per i propri figli, quanti erano gli uomini e le donne che se l’erano visto negare, che erano stati costretti a rientrare nei ranghi della manovalanza saltuaria, in una vita fatta di espedienti per tirare a campare?
Emilio Pugno, uno dei sindacalisti spiati, insieme con Sergio Garavini, poi parlamentare, scrisse questo ricordo di un operaio che aveva subito sulla sua pelle le conseguenze del lavoro fatto dai “colleghi” dei Servizi Generali. «Era un bravo verniciatore, commissario sindacale di reparto. Licenziato dalla Fiat, non riuscì più a trovare un altro posto. Un mattino si presentò alla Camera del lavoro distrutto, aveva passato la notte a smontare le attrezzature di un circo e aveva ricevuto come paga 500 lire. Due ore dopo, sopraffatto dalla disperazione, si buttò nelle acque del Po».
In ogni storia c’è sempre un dettaglio che più di ogni altro mi resta impresso. Al termine di quella lunga giornata rimasi colpito dalla esiguità delle ricompense versate agli informatori. Vere e proprie “paghette”, come quelle che una mamma assegna ai propri figli adolescenti. Poliziotti e carabinieri di gran nome che accettavano buste con solitarie banconote da diecimila lire, massimo quarantamila, in cambio di una violazione sistematica dei diritti dei lavoratori, categoria nella quale anch’essi rientravano. Era come se non si rendessero conto, come se la dignità di quegli operai fosse cosa da n...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La giustizia non è un sogno
  4. Prologo
  5. 1. Una visita a sorpresa
  6. 2. Il mostro di Loch Ness
  7. 3. Il nemico
  8. 4. Una domenica al cinema
  9. 5. Io e l’Avvocato
  10. 6. La strada del formaggio
  11. 7. Lo sport e le farmacie
  12. 8. La fabbrica dei tedeschi
  13. 9. Per l’eternità
  14. 10. Tra scuole, miracoli e terremoti
  15. Epilogo
  16. Indice