Parte seconda
Milano
1
Una nuova vita, Milano.
Matteo cammina lungo il binario, il borsone sulla spalla, la mano sinistra tiene il manico del trolley. Intorno a lui, sfrecciano donne e uomini, la marcia della metropoli coi piedi sul piano padano e la testa in Europa.
Le strutture liberty della Stazione Centrale sono il grembo che lo consegna a un mondo sconosciuto, nella luce ancora estiva del piazzale. Il Pirellone costringe lo sguardo verso l’alto.
Matteo inclina la testa cercando qualcosa dietro la massa compatta del grattacielo. Dovrebbe essere proprio lì, eppure non si vede, nascosto dal gioco delle prospettive.
Land of opportunity.
«Va’ e spacca» gli ha detto Armando.
«Sta’ al posto tuo» l’ha ammonito Aurelio.
Nell’abbraccio di sua madre, le parole sono state un sussurro appena percepibile: «Stai attento».
Emma, quello che doveva dirgli, l’aveva scritto a luglio.
Quando si sono rivisti dopo le vacanze al McCallan, era come se non fosse successo niente. Matteo è arrivato mezz’ora in anticipo, lasciando Giuseppe nello scantinato di Storti a lavorare sull’ultima sezione del codice.
Quando lei è scesa dallo scooter, gli è sembrata un incanto, la pelle ambrata dall’abbronzatura, i capelli lunghi, sciolti sulle spalle, un vestito leggero e gli occhi scuri impenetrabili.
Si sono guardati a lungo in silenzio, seduti a un traballante tavolino in plastica, davanti all’ingresso del pub. Non erano più studenti del liceo, eppure i luoghi di Roma rimanevano quelli della scuola.
È stata lei a parlare per prima, in tono neutro: «Sei stanco».
«Non mi sono riposato molto.»
«Egomnia? L’hai finita?»
Lui ha fatto no con la testa. «E tu, il cubo? L’hai risolto?»
Emma ha scosso il capo.
«Mi sei mancata.»
E questa volta lei ha annuito, ma non voleva parlare di quello, di loro. «Mi mancherai.» Ed è stato allora che il nero inespressivo degli occhi si è fatto più scuro.
«Sarò a Roma due volte al mese, Emma. Non sto partendo per la guerra.»
«Per quella sei già partito prima che ti conoscessi.» E si è protesa in avanti passandogli una mano tra i capelli.
«Aspettami» ha detto lui, domando un fremito nella voce.
«Tu non dimenticarmi.»
Poi le labbra si sono cercate in una promessa.
Il ricordo infiamma la nostalgia. Matteo alza di nuovo lo sguardo sul Pirellone. «Milano dovrà crescere in alto e in basso» aveva detto qualcuno tempo prima.
Così era stato. Grattacieli e linee della metropolitana, spina dorsale e arterie della città.
Tutto diverso dai mille metri di Corviale.
Matteo scrolla le spalle, si libera d’incertezze e nostalgia. Quindi si dirige verso i taxi sul lato della stazione, accelerando per cercare il ritmo della città.
Quando sale in macchina, guarda ancora il cielo attraverso il finestrino.
Duecentotrentuno. Ottantacinque. Trentadue.
L’auto esce dalla corsia. Matteo continua a sondare l’azzurro dal lunotto posteriore cogliendo un ultimo, sfuggente lembo del Pirellone.
Non è quello l’edificio che sta cercando.
Duecentotrentuno metri, trentadue piani. Il grattacielo più alto d’Italia.
Della Torre Unicredit ha letto su una rivista qualche tempo prima. Complesso svettante d’acciaio e vetro, sormontato da una cuspide di ottantacinque metri a reinterpretare il gotico lombardo, nel XXI secolo, qui e ora. Per toccare un cielo dove non abita più un dio, ma solo fama e successo. I lavori sono terminati proprio quell’anno. E Matteo si è promesso che anche lì dentro avrebbero sentito parlare di Egomnia.
I limiti sono fatti per essere superati.
Prima però doveva riuscire a vederlo, il grattacielo progettato dall’archistar César Pelli.
«Dove andiamo?» lo sorprende la domanda del tassista.
Matteo sospira. «Via Guglielmo Roentgen, al campus della Bocconi.»
2
L’ingresso è anche soggiorno, spazioso e arredato in modo essenziale con un tavolo e quattro sedie. La superficie è ingombra di carte, giornali, libri. Uno è aperto sul frontespizio: Manuale di marketing e comunicazione d’impresa. Sopra e sotto, scritte a matita, minute e ordinate. La stessa calligrafia ha riempito un blocco di appunti. A metà delle quotazioni di piazza Affari su una pagina del «Sole-24 Ore» risalta un alone scuro. Ed è come se il colore di quella carta proiettasse Matteo nelle aule del San Giuseppe, alla mattina dello scazzo con Gervasi, al momento in cui il volteggiare nell’aria di un ritaglio appallottolato gli ha fatto catturare l’intuizione.
Sono passati sei mesi.
Una vita.
Il principio di tutto.
Gli piace pensare che la genesi di Egomnia, di uno strumento di misurazione matematica, coincida con lo svolazzare di un foglio nel vento. E rivede il ponte sul Tevere, quel pomeriggio di marzo, la mano che estrae di tasca il foglio, il ranking delle università…
Chiude gli occhi.
Quando li riapre è nella sua stanza del campus Bocconi, e fissa il muro di fronte alla porta, occupato da un angolo cottura e da una credenza su cui si ammassano lattine vuote di Coca Cola e Red Bull. Sulle pareti laterali, le porte delle camere. Una è chiusa, l’altra aperta. Sulla prima campeggia il poster della scena di un film: Edward Norton con la camicia sbottonata e la cravatta che pende dai lati del collo passa una birra a Brad Pitt.
Matteo è infastidito: è come se il caos della scrivania di Italo Storti si fosse trasferito a Milano, dandosi una ripassata. Immagina Giuseppe nello scantinato della SystemLab a elaborare stringhe di codice e quel pensiero lo pugnala a tradimento.
«Parti tranquillo» gli ha detto la sera prima. Ma Matteo non si è fidato delle rassicurazioni dell’amico. Poi si è chiesto se Giuseppe Iacobucci fosse davvero un amico. Ce li ha ancora degli amici, lui? Luca, l’ha perso quando l’intuizione di un istante è diventata ossessione. Ad Alex ci ha pensato il tempo, e Roma.
«Che hai?» l’ha incalzato Giuseppe la sera prima.
«I tre mesi del contratto sono finiti…» Matteo ha lasciato la frase in sospeso, affidando al sottointeso l’incertezza che lo tormentava.
Le dita del programmatore si sono bloccate per un attimo sulla tastiera. Giuseppe non gli ha fatto sconti. «Devi chiedermi qualcosa?»
La domanda ha costretto Matteo a uno sforzo supplementare. «Che hai deciso?» ha chiesto alla fine con voce incerta.
«Sinceramente ho pensato di mollarti, ma poi…» Giuseppe si è concesso il piacere cattivo di una pausa. «Ma poi ho cambiato idea» ha concluso.
«Stiamo facendo una cosa importante.»
L’altro ha sbuffato. «No, non è per questo. È solo perché io non me ne vado mai da una festa sul più bello.»
«Allora preparati, perché tra poco si comincia a ballare sul serio.»
È accaduto meno di ventiquattr’ore prima, ma sembrano passati mesi. L’alta velocità Roma-Milano ha curvato il tempo.
Matteo scaccia quei ricordi e si concentra sull’arredamento della stanza. La compongono un divano in pelle addossato alla parete, accanto alla porta aperta, e il ragazzo che se ne sta sdraiato sopra. Non si è mosso da quando Matteo è entrato dopo aver bussato senza ricevere risposta. Gli dà le spalle, disteso su un fianco. Tiene la testa su un braccio reclinato. Ha i capelli castani di lunghezza media e indossa una maglietta nera sopra una tuta di marca. Ai piedi, Nike Jordan Superfly. Sembra sprofondato nel sonno. Quando Matteo si schiarisce la voce, dal divano non si registra nessuna reazione.
Poi, superato l’imbarazzo iniziale, Matteo si muove verso la porta aperta accanto al divano. La domanda lo fa sobbalzare quando sta per varcare la soglia. «Un orso passa davanti a una casa con tutte le finestre a sud. Di che colore è l’orso?»
Matteo si morde un labbro, aggrotta la fronte, spiazzato. Poi sospira. «È vecchia, sta in un film» risponde mentre passa nella stanza attigua.
È un ambiente cinque per cinque con un letto a una piazza, un comodino, un armadio e una scrivania alla parete di sinistra. Una finestra incornicia un cielo azzurro che fa dimenticare Milano.
«Allora?» insiste l’altro, alzando la voce.
Matteo scuote la testa. Comincia male. «Bianco.» Imposta il tono come se stesse recitando. «Una casa con tutte le finestre a sud è una casa al Polo Nord, e quindi l’orso è bianco. Ma sta in un film.»
Oltre la porta, un grugnito d’assenso.
Matteo apre il trolley e comincia ad allineare gli abiti sul letto. Le pieghe perfette di camicie e pantaloni gli ricordano Monica, e la malinconia supera l’irritazione. «Io sono Matteo.»
«E non ce l’hai un cognome?»
Stronzo. Lo pensa ma non lo dice. «Achilli» si limita a rispondere.
Suono metallico di molle, seguito da rumore di passi. «E allora, Achilli, adesso una roba difficile…»
Matteo si volta.
Il ragazzo è alto, sulla ventina. Sotto la maglietta nera, si intuisce una muscolatura atletica. Se ne sta poggiato allo stipite e con la mano sinistra si massaggia l’omero destro. Il viso regolare tradisce una noia congenita e una supponenza inscalfibile. «Una donna muore. Al funerale ci sono le due figlie. Una si innamora di un uomo che non ha mai visto. Torna a casa e uccide la sorella.» Pausa scenica.
A villa Flora non dureresti due minuti, pensa Matteo che s’immagina quel tipo in un confronto con Alex sull’asfalto di Portuense.
«Perché?» conclude l’altro con un ghigno che scompone la maschera di noncuranza.
Matteo apre l’armadio, ispeziona l’interno e sistema il trolley sul fondo. «C’entra il lavoro dell’uomo?»
«Non c’entra niente. T’arrendi?»
Matteo prova a concentrarsi sul problema. Elimina tutte le variabili che l’altro ha taciuto. La soluzione dev’essere nelle parole. E alla fine la risposta viene d’istinto, senza ragionamento, un’immedesimazione involontaria e realistica. Matteo si volta e incrocia lo sguardo del tipo sempre poggiato allo stipite. «Non è un problema di logica. È più…» Si blocca pensando alla parola esatta. «Psicologia, non so come dire.»
«Se lo sai, rispondi.»
«Uccide la sorella per ricreare la condizione in cui ha incontrato l’uomo… sì, insomma, il tizio che le piace… Pensa che lo sconosciuto tornerà per un altro funerale. È l’unico elemento da porre come costante.»
L’altro inarca un sopracciglio, e la maschera di supponenza lascia spazio alla sorpresa. Comincia ad applaudire. «Congratulazioni!»
«Che ho vinto?»
«Una qualifica da serial killer.»
«Perché non la finisci con le cazzate?»
L’altro la smette di applaudire, si avvicina al letto e sposta una camicia. La piega dell’indumento si scompone mentre il tipo si siede. Quindi si allunga sul letto puntellandosi con i gomiti ed è come se la stanza fosse sua.
Matteo vorrebbe dirgli di andarsene, che deve imparare a vivere. Invece rimane zitto, sperando di chiuderla lì. Ha solo voglia di finire con quel gioco assurdo e concedersi il piacere patetico di annusare i vestiti che sanno di bucato, e gli fanno pensare a casa.
«Non sono cazzate. È un test dell’FBI. Qua dentro lo uso per capire la gente. Quindi, complimenti. Sei un bocconiano doc.»
«Praticamente un assassino.»
«Praticamente un vincente, che poi è uguale. Avere un coinquilino sfigato è cheap. Capisci?»
«Chiarissimo. Infatti sono preoccupato.»
L’altro si finge incazzato prima che le rughe d’espressione si spianino e un sorriso gli illumin...