"Abbiamo tentato qui di scrivere la storia interiore di Napoleone. Poiché la sua personalità si esprime a ogni passo della sua carriera politica, divengono elementi essenziali dell'esposizione le sue idee quale fondatore di regni e legislatore, la sua posizione fra la rivoluzione e il legittimismo, le sue concezioni di fronte al problema sociale e a quello europeo." Figura immortale nel panorama degli uomini che hanno fatto la storia, Napoleone è il protagonista di questo volume di Emil Ludwig, tra i più celebri biografi del Novecento per la sua capacità di dare vita a narrazioni avvincenti e insieme fedeli alla verità storica. Dal piano pubblico a quello privato, la ricostruzione di Ludwig racconta scelte ed esitazioni, fantasie e calcoli, sentimenti e strategie che decisero il destino di Bonaparte - e con lui della Francia e dell'intera Europa - dalle prime battaglie nella Rivoluzione francese alle grandi campagne con le altre potenze del Vecchio Continente, fino alla sconfitta di Waterloo e all'esilio a Sant'Elena. Il ritratto fedele di un uomo e di un'epoca, la rievocazione appassionante di una grande epopea "che solo una volta, in un millennio, una creatura mortale seppe foggiare".

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Historical BiographiesLibro Terzo
Il fiume
Rifulge alla sua mente sino al fondo
il mistero dai secoli tentato;
quel ch’è meschino tutto è superato,
sol mare e terra hanno qui ancor pondo.
Goethe
I
Intorno a un gran tavolo ovale son seduti circa venti uomini, giovani e vecchi, con occhi da soldati o da studiosi, quasi tutti in semplici vesti, senza merletti e parrucche, secondo la moda del 1800, pochi in uniforme senza galloni e decorazioni: son teste che vengono dalla pratica e dalla teoria, dagli uffici e dalla campagna, dal campo e dal gabinetto scientifico; son uomini tenuti insieme e indotti a una precoce serietà da un elemento solo, dall’avere fatto in comune la dura esperienza di una rivoluzione decennale, che si accingono ora in comune a concludere. Quel che li circonda, il freddo splendore delle Tuileries, dove regnarono gli ultimi Borboni, il riflesso rosso dorato delle tende e dei tappeti, non si conviene alla loro semplicità borghese; lo scintillio delle candele, che si rifrange nei pendagli di cristallo dei lampadari, sembra voler ricondurre ai tempi della luce e del colore.
Anche gli uomini del Direttorio avevano preparato alle loro amiche feste di vita in saloni regali, ma erano rimasti al Lussemburgo, dove prima di loro avevano tenuto assemblee i Pari di Francia; le Tuileries sembravano popolate di maledizioni e di fantasmi. Il dittatore ha rotto l’incantesimo: due mesi dopo il colpo di Stato ha preso possesso, insieme agli altri due Consoli, dell’antico palazzo: un fascino misterioso lo attirava laggiù. Pure era stata un’entrata più burlesca che solenne, quando, sette anni dopo l’arresto dell’ultimo sovrano, vi giunse il primo cittadino, e i parigini ebbero materia di buon riso scorgendo, sotto le strisce di carta male incollate, i numeri delle carrozze da nolo, piccola ironia della storia. Anche lo stato d’animo del Console non era meno improvvisato di quell’ingresso simbolico: «Non basta essere alle Tuileries» disse all’amico, guardandosi attorno con ingenua curiosità. «Bisogna anche restarvi!»
Più d’uno, tra quelli seduti intorno al tavolo oblungo, ha un giorno aspettato tremando, in parrucca incipriata, jabot e escarpins, se e quando Sua Maestà gli avrebbe fatto l’onore di riceverlo. Poi ci si era accomodati intorno a un tavolo del Lussemburgo, ma era un tavolo senza pace: vi passavano leggi, decreti e disposizioni eccezionali, e le une cacciavano avanti le altre, e tre costituzioni erano sorte, salite e precipitate col rapido splendore e la fugace brevità di un razzo. Tutto questo decennio, nel quale nuove concezioni volevano tramutarsi in nuove realtà, parve a Parigi un’unica notte solcata di luci improvvise ed echeggiante di rulli di tamburi: un accampamento senza fronti, senza battaglie, con partiti in armi pronti a marciare, con la lotta fragorosa dell’ordine antico e dei nuovi ardimenti, rimbombante del caotico cozzare di speranze e ambizioni, gigantesco baccanale di libertà, eguaglianza e inganno; e dall’alto, osservavano di tra le nubi Rousseau con occhi esterrefatti, Voltaire con sorriso di scherno, i due che avevano provocato quel finimondo con un paio di libri.
All’improvviso si è fatto silenzio. Da quando quel piccolo uomo, dalla verde uniforme sdrucita, ha assunto la presidenza di quel tavolo, per guidare insieme al Consiglio di Stato anche lo Stato medesimo, i partiti si sono rintanati nei loro rifugi, sdegnosi o soddisfatti, ma ad ogni modo ridotti al silenzio. La Francia, indebolita dai clubs e dalla corruzione, dal terrore e dalla demagogia, ritorna come una avventuriera stanca di troppe vicende d’amore ad affidarsi a un unico valido braccio che la voglia sorreggere.
Per riuscire a essere proprio l’uomo cercato dalla Francia Bonaparte da ultimo dovette soltanto volere, non più quasi lottare. Non poteva essere che un uomo dell’ordine, nuovo al potere, mai legato a un partito e che pur si fosse acquistato il favor popolare: cioè un soldato e un vincitore. Moreau, se avesse avuto maggior fede in se stesso e maggiore abilità, avrebbe potuto essere un rivale: gli altri grandi condottieri erano morti o già messi nell’ombra, concorrenti borghesi non ve n’erano. In sostanza, dopo le sue imprese di guerra, a Bonaparte toccò senza gran difficoltà il potere statale, e gli sarebbe venuto senza lotta alcuna, se egli non si fosse ostinato a conservare la forma della legalità, nel che ebbe un insuccesso quasi grottesco.
D’altra parte, appunto in questa artificiosa ricerca di difficoltà, stanno gli indizi e le garanzie delle sue doti politiche. Con la stessa chiarezza con cui tiene la spada, vede pure i limiti del potere della spada. Dice in quel tempi: Sapete quel che più ammiro nel mondo? L’impotenza della forza bruta a organizzare cosa alcuna... La Francia non tollererà mai il governo della spada... Alla fine la spada vien pur sempre superata dallo spirito». Che questo massimo condottiero del suo tempo non abbia mai, né ora né più tardi, battuto il pugno di ferro sul tavolo, non a Parigi e non nelle trattative d’armistizio di pace o di alleanze: questo rivela il genio politico, capace di vedere nella propria spada soltanto una delle proprie armi. Oggi e ancora per tre lustri successivi, il suo orecchio, mai reso sordo dal fragore di guerra, non cesserà più dall’ascoltare l’opinione pubblica, la voce del popolo che non obbedisce ad alcun calcolo, che sfugge alla mentalità matematica del suo spirito, ma che tanto più commuove la capacità fantastica dell’animo suo.
Bonaparte, siccome ha più fiducia nello spirito che nella spada, mira all’ordine e alla pace più decisamente che alla guerra e alla conquista. La storia di questo decennio ne sarà la dimostrazione.
Ordine significa per lui eguaglianza, ma non affatto libertà: egli accetta nella sua dittatura uno solo di questi due beni della Rivoluzione. Fatta eccezione di poche incertezze, lo difenderà sino alla fine, per quanto l’apparenza possa metterglisi contro. Ma la libertà? Che cos’è mai la libertà? «Il selvaggio, come l’uomo civile, ha bisogno di un signore e maestro, di uno stregone che domini la sua fantasia imponendogli rigida disciplina, mettendogli la catena, impedendogli di mordere fuori tempo, di chi lo picchi e lo conduca a caccia: obbedire è il suo destino, non merita di meglio e non ha diritto alcuno!» Questa parola minacciosa del misantropo non mostra che uno degli aspetti dei suoi pensieri segreti. Infatti in tutte le epoche, i paesi e gli uffici del suo potere, sempre riconosce soltanto chi è capace, elevandolo al disopra di migliaia di uomini, allo stesso modo che egli è giunto a dominare milioni con l’energia e l’attività, con la propria superiorità innata e acquisita. Sì, è pur sempre un figlio della Rivoluzione, e tale rimarrà, oltre tutte le forme esteriori del suo potere.
Qui è una parte della sua forza misteriosa. Quanto più s’allarga l’ambito del suo dominio, tanto più sicuri si sentono tutti dentro una compagine, che soddisfa i desideri di ogni uomo di merito, garantendo lo stato sociale, l’influenza e la ricchezza, dato che colui che tutto dirige è sorto in mezzo a loro. Lo ha mostrato già ai primi passi. Quando Siéyès, nel suo progetto di costituzione, gli ha proposto il Presidente di Stato con sole mansioni rappresentative, lo ha cancellato con un commento soldatesco: «Via questo porco da ingrasso!».
Si fa invece avanti il Primo Console, con pieni poteri, ma anche con pieno lavoro: generalissimo e capo della politica estera, cui spetta nominare tutti i ministri e gli ambasciatori, i consiglieri di Stato e i prefetti, gli ufficiali e i giudici. Trenta senatori da lui nominati eleggeranno i loro colleghi, ma essi non avranno facoltà di presentare proposte di legge, come del resto non ne avranno l’Assemblea legislativa e il Tribunato, creati in sostanza solo per dare uno sfogo ai politicanti e per consentire ai senatori vita brillante con ricchi stipendi.
Benché tutto dipenda da uno solo, questi però fa dipender tutto non dai nomi, ma dalle persone. Non è la nascita, né il partito che portano ai primi posti nello Stato e nell’esercito, e neppure ai secondi o agli ultimi; è solo l’energia e la capacità. Su queste stesse basi ha formato anche il Consiglio di Stato.
Il dittatore si è circondato abilmente e liberamente di un gruppo delle più valenti personalità. Ecco il grande Laplace, che egli, per fare onore all’Istituto, ha nominato addirittura ministro dell’Interno, sin che lo studioso non preferirà ritornare dalla meccanica dello Stato alla meccanica del cielo. Ecco Roederer, funzionario e giornalista, uno dei più indipendenti fra quanti abbiano vissuto in quei venti anni accanto a Napoleone: quegli anche che ci ha conservati i più preziosi colloqui. Ecco Trouchet, uno dei primi giuristi del suo tempo; e son tutti davvero cittadini, e così si apostrofano, e sono insieme monarchici e giacobini, poiché qui regna la vera eguaglianza, regna la Ragione.
Quando al cittadino console viene presentata la relazione ufficiale delle sedute, dichiara: «È importante riferire esattamente le opinioni delle autorità giuridiche: questo fa effetto; ma quello che pensiamo noi, gente di guerra o di denaro, non ha importanza. Spesso nell’ardore della discussione, io ho detto cose, di cui riconobbi poi subito la falsità, e non voglio passare per migliore di quel che sono». Se si accorge che servilmente lo si approva, replica: «Voi non siete qui, signori, per essere del mio parere ma per manifestare il vostro. Io poi lo confronterò col mio e vedrò qual è il migliore».
Queste sedute, che cominciano spesso alle nove di sera, perché il Console sino a quell’ora ha dovuto occuparsi dei più urgenti problemi giorno, si prolungano talvolta sino alle cinque del mattino. Se un consigliere casca dal sonno, se si addormenta il ministro della Guerra, egli li scrolla gridando: «Restiamo svegli, cittadini! Son appena le due. Dobbiamo guadagnarci il denaro che ci dà il popolo francese». Bisogna però dire che egli, il primo a quel tavolo, è anche, coi suoi trent’anni, uno dei più giovani. Ma in tre campagne di guerra ha imparato a provvedere a centinaia di migliaia di uomini. L’amministrazione di un esercito che si stendeva dalle Alpi, attraverso il mare, sin giù nel deserto, non è la miglior scuola per l’amministrazione di uno Stato? Anche allora si trattava di provvedere al denaro e al pane, alla giustizia, alla punizione e al compenso, alla pace, all’obbedienza e all’ordine.
La notte stessa del colpo di Stato ha istituite due Commissioni per la preparazione del Codice: questo era stato il primo atto della sua dittatura. Il caos proveniva dalla mancanza di leggi. Sino all’alba della Rivoluzione, la Francia non possedeva un diritto organicamente unificato; più tardi era stato promesso, ma tuttora, undici dopo, non era venuto. Nella prima estate, nomina tre grandi giuristi e, quattro mesi più tardi, è pronto il primo progetto del Codice Civile, chiamato poi Codice Napoleonico, e viene discusso nel Consiglio di Stato. Un anno e mezzo dopo, le nuove leggi vengono già votate alla Camera.
Tutto quello che ha valore nuovo e moralmente decisivo in questo Codice, il quale vige da più d’un secolo in Francia, e sino al 1900 vigeva anche in tutti i paesi conquistati, i cui principi dominano ancor oggi quasi tutte le leggi civili europee, è diritto rivoluzionario.
Questo libro, che il dittatore ha studiato per mesi e in cui molte questioni dibattute ha personalmente risolto, libera i saldi principi della ragione dalle incertezze, e ne estrae i diritti dell’uomo. Da esso è sparita la nobiltà ereditaria, tutti i figli hanno gli stessi diritti, tutti i genitori sono tenuti a provvedere ai figli, gli ebrei sono parificati giuridicamente, il matrimonio civile viene istituito ed è dissolubile.
Intorno a questo punto, come in tutti i problemi del diritto personale, il suo spirito familiare di isolano e la sua conoscenza degli uomini hanno a lungo discusso: «Guardate i costumi del paese: l’adulterio non è un fenomeno raro, bensì consueto: è una questione di canapè... Queste donne che rompono la fede coniugale per qualche gioiello o per qualche verso, per Apollo o le nove Muse, hanno bisogno di un freno».
Il suo spirito ordinatore tende al matrimonio; personalmente riesce persino a ottenere che le mogli debbano seguire i mariti nella deportazione: «Come si potrebbe vietarlo a una moglie persuasa dell’innocenza del consorte? E se ubbidisce alla sua persuasione, al suo dovere, non dev’essere altro che una concubina?... Quanti uomini si sono resi colpevoli solo a causa delle loro mogli, e si dovrebbe vietare a esse, che l’hanno provocata, di dividerne la sorte infelice?». Approva anche la consuetudine romana di proclamare solennemente alle nozze che la moglie passa dalla tutela del padre a quella dello sposo: «Sarebbe un’ottima cosa per Parigi, dove le donne si credono in diritto di fare quel che loro accomoda: non servirà efficacemente per tutte, ma per molte».
Egli dunque è sì partigiano del divorzio, ma del divorzio reso più difficile: «Che ne sarà del più stretto vincolo creato dalla natura, quando si diventa all’improvviso l’un l’altro estranei? Se non rendiamo il divorzio difficile, una donnina si prenderà un marito che non le conviene affatto, soltanto per moda, per comodità... per l’appartamento. La legge deve metterla in guardia... Vi sono in sostanza solo tre motivi legittimi per il divorzio: tentativo di assassinio, adulterio ed impotenza».
Son tutti plastici pensieri di un conoscitore d’uomini, capace anche per le sue facoltà matematiche di sintetizzare i fatti con concetti: un cervello cioè creato per dominare l’insieme delle leggi, essendo tenuto in equilibrio fra la teoria e la pratica, fra l’energia e lo scetticismo.
I suoi pensieri intorno all’infedeltà passata di Giuseppina e alla presente sua fedeltà, l’intensa e talvolta preoccupata partecipazione di lei, testimoniataci dagli interessati, appunto a questi paragrafi, ci rivelano la lotta interiore del grande legislatore. Infatti mentre egli medita se il divorzio dalla consorte che non gli dà figlioli diverrà un giorno ragion di Stato, essa è turbata dallo stesso pensiero, e cerca con la propria influenza di rafforzare con la legge il matrimonio, che il marito doveva tendere ad allentare.
È indotto anche da un senso personale a evitare lo scandalo, salvando l’onore. Respinge il giudizio dei tribunali nei problemi coniugali, sostituendovi l’intesa reciproca, appunto per serbare il segreto: «Il procedimento deve iniziarsi per mutuo consenso, il che non è ragione del divorzio, ma indice che esso è necessario». È meglio nascondere dietro questa formula i maltrattamenti, i vizi, l’adulterio; col suo spirito patriarcale aggiunge poi che spetta alla famiglia decidere in un proprio consiglio il divorzio, mentre il giudice deve solo confermarlo.
Istituisce, per questo, anche la nuova forma di divisione di letto e di mensa, sempre però in base a un accordo segreto, giacché, quando i coniugi hanno taciuto di fronte al pubblico, possano poi di nuovo riconciliarsi. Ed è appunto la conservazione della compagine familiare, il fine perseguito da questo ordinatore e da questo antirivoluzionario in senso statale. In lui la necessità sociale ha tale valore, che afferma doversi l’adulterio delle mogli, punire non dal divorzio, ma da leggi penali. Per tale austera concezione fondamentale, eleva pure i limiti d’età delle nozze, abbassati dalla Rivoluzione sino ai tredici e quindici armi, e fissati ora ai quindici e ventuno.
Ai bambini viene promesso tutto ciò che il secolo poi lentamente seppe svolgere. Intanto vien loro assicurata la paternità dell’uomo nella cui vita matrimoniale vengon generati, sin da prima che vedan la luce. «Il padre sarà tenuto a riconoscere il figlio, a meno che sia assente da casa da quindici mesi.» Però, da uomo di mondo e da uomo sociale, conclude: «Onoriamo la verità, ma perché devo sacrificare l’onore della moglie quando non giova a nessuno? Se anche il marito ha dubbi circa le date, bisogna che taccia: l’interesse del figlio innanzi tutto».
Quando viene proposto di limitare il diritto dei figli maggiorenni a essere mantenuti, si oppone: «Forse che un padre deve avere licenza di scacciare la propria figlia quindicenne? Oppure, se ha sessantamila franchi di rendita, deve poter dire a suo figlio: sei grande e grosso, va’ a lavorare?... Chi limitasse questo diritto, susciterebbe nei figli il pensiero di sbarazzarsi del padre». Si vuole inoltre, con la propria rapidità rivoluzionaria, rendere possibile l’adozione con semplice atto notarile. Egli ribatte: «Non è un contratto civile né un atto giuridico. Gli esseri umani vanno guidati soltanto con la immaginazione, senza di essa sono bruti. Un soldato non si fa ammazzare per i suoi cinque soldi al giorno o per una miserevole decorazione. Soltanto colui che gli tocca il cuore, può elettrizzarlo! Un notaio non può commuoverci, perché gli paghiamo dodici franchi; ci vuole dunque un altro procedimento, un atto legislativo. Cos’è l’adozione? Una imitazione della natura, una specie di sacramento... Per volere della società, il rampollo in carne e ossa di un dato essere umano si trasforma in un altro rampollo in carne ed ossa. Dove trovare atto più sublime? Ispira a due esseri un affetto naturale che non conoscevano. Di dove deve venire simile evento? Come il lampo, dall’alto».
«In tali sedute» dice Roederer «il Primo Console ha dimostrato quell’attenzione e quell’acuta analisi che era capace di dedicare per dieci ore consecutive allo stesso oggetto, se necessario, oppure ad oggetti diversi, senza mai confonderli, senza lasciarsi mai distrarre dal ricordo del precedente o dalla preoccupazione del seguente». Egli è pieno di venerazione per la logica e l’energia mentale dell’ottantenne Trouchet, e questi a sua volta ammira lo spirito analitico e giuridico del Console trentenne, il quale a ogni disposizione fa due domande: «Questo è giusto? Questo è utile?». Non si stanca mai di informarsi delle soluzioni precedenti, e specialmente di quello che hanno ritenuto giusto i Romani e Federico il Grande.
A quel tavolo non soltanto vengono discusse trentasette leggi, il Console pone problemi in ogni senso: Come procurare il pane? Come procurarci denaro? Come garantirci nuova sicurezza? Esigendo da tutti i ministri rapporti precisi, mette alla prova la loro capacità di lavoro, ma finge di non accorgersi della loro stanchezza, e quand’essi tornano a casa, vi trovano ancora lettere di suo pugno che esigono una risposta per il mattino. «È alla testa di tutto» scrive un collaboratore, «governa, amministra, tratta, e, con la sua mente mirabilmente lucida e organica, è in grado di lavorare diciotto ore al giorno. In tre anni ha governato più che certi sovrani in cento.» Ciascuno viene interrogato nel suo linguaggio da specialista, così che, assicurano, nessuno poteva prendere il pretesto di non capirlo: la esattezza tecnica delle sue domande sorprende anche il monarchico più ostinato.
Una memoria infallibile, ecco l’artiglieria con la quale difende la piazzaforte del suo cervello. Dopo un viaggio di controllo, Ségur dà relazione intorno alle fortificazioni della costa settentrionale. Il Primo Console gli dice: «Ho letto i vostri rapporti sulla situazione, sono esatti, ma avete dimenticato due dei quattro cannoni di Ostenda, e precisamente su questo viale, dietro la città». Ségur ci racconta del suo stupore, giacché egli ha infatti dimenticato due soli cannoni, e si tratta di migliaia, sparsi in tutti i punti.
A grado a grado l’inaudita macchina, che per dieci anni era stata ferma o aveva retrocesso, viene messa di nuovo regolarmente in moto. Nei rapporti degli ultimi anni tutte le province si lagnavano per la mancanza di sicurezza, di ordine, di pulizia; il luigi d’oro, del valore originario di 24 franchi, costa oltre 8000, il franco istituito dal Direttorio era subito precipitato anch’esso, i nuovi ricchi avevano comperato beni dello Stato, monasteri, dominii dei nobili, ma nessuno aveva pagato tasse. Che fa il nuovo dittatore? Due settimane dopo il colpo di Stato aveva già istituito in ogni provincia esattorie per le imposte, perché è la vera libertà civile dipende dalla sicurezza della proprietà. In un paese dove i gettiti fiscali posson mutare ogni anno, essa non esiste più». Due mesi più tardi esisteva la Banca di Francia, l’anno seguente una nuova amministrazione per i dazi, per il catasto, per i beni forestali. Si vale dei beni statali, invece di venderli rovinosamente come i suoi predecessori, per ricomperare rendita, e la rendita sale così da 7 a 17; comincia a estinguere debiti e interessi, rinnova le Camere di Commercio, regola la Borsa, distrugge la speculazione che viveva della moneta svalutata, sventa gli inganni dei fornitori militari, degli imprenditori di guerra e degli ufficiali; risana e salva a questo modo l’industria, che era scesa fino a un quarto o...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Napoleone
- Libro Primo. L’ isola
- Libro Secondo. Il torrente
- Libro Terzo. Il fiume
- Libro Quarto. Il mare
- Libro Quinto. La rupe
- Avvertenza
- Cronologia
- A proposito di Emil Ludwig
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