Pazza idea
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Pazza idea

  1. 176 pagine
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Informazioni su questo libro

Un uomo, una donna, quarantenni, parigini. Non ci sono nomi. Si conoscono a una colazione di lavoro. Si piacciono, si rivedono, si danno del lei, scambiano sms sempre più intimi. Si innamorano perdutamente. Ma sono entrambi sposati, ci sono dei figli, e nessuno vuole mettere in pericolo la propria famiglia. «Non faranno mai l'amore, mai. Erano d'accordo.» Un patto folle, che li vede incontrarsi per un caffè, a cena, al cinema, a passeggio per la città. Conversano, ma spesso si ritrovano in silenzio, basta guardarsi e sapere di esserci, insieme, basta sfiorarsi o baciarsi. Potrebbe essere la soluzione perfetta, rinascere in un amore che si priva del corpo e che lascia libera la fantasia e i sogni. E lei ora è rinata, e rinasce a ogni trillo del telefono, sboccia sotto le parole e le carezze di un uomo nuovo, esce dal torpore di un matrimonio di cui è rimasto molto poco. Ma non è controllabile questo desiderio improvviso che un giorno dopo l'altro si fa ossessione, bisogno prepotente di mescolarsi, minaccia reale che mette a repentaglio la loro promessa di castità. Trasformando così una pazza idea in un tormento quotidiano, da cui liberarsi diventa molto difficile.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817094580
eBook ISBN
9788858689134

Quasi nulla

Era uno di quei giorni difficili, in mezzo a una settimana difficile. Bisognava accettare la realtà del quotidiano. Un marito che sa formulare solo rimproveri, che si lamenta regolarmente di sua moglie, di ciò che fa o non fa sua moglie, un uomo che non apprezza niente, mai niente. Non si sentiva più motivata, come se le avessero amputato una parte di sé, della sua natura più vera. A fine giornata, all’uscita dall’ufficio, mentre faceva la spesa col cuore gonfio, aveva risposto così alla sua amica Gabriella: «Non mi piace lamentarmi, questo è il problema».
Non vi badava. Era convinta, sinceramente convinta, che una vita tranquilla fosse la cosa migliore. La vita tranquilla, quella che non riserva nessuna sorpresa, né bella né brutta.
Quando si vedevano per pranzare insieme, ogni quindici giorni, a volte meno, davanti a un succo fresco di carota, finivano sempre per parlarne. Gabriella le faceva notare che si trovava di certo in un vuoto affettivo e amoroso.
«La tua non è una vita tranquilla, è una vita senza amore. Vedrai, un giorno qualcuno ti dirà che sei bella. Qualcuno saprà amarti. E allora…»
«Allora cosa?»
«Capirai che è possibile. Che si può essere amate, amate davvero, per quel che si è, interamente.»
«Ma no, non mi interessa. E poi non sono il tipo che piace, fidati. Nessuno si gira a guardarmi per strada. Men che mai vorrei che succedesse.»
Sempre la stessa conversazione. Ma quando lasciava Gabriella, a volte, si diceva: E se invece accadesse? Se un giorno qualcuno mi dicesse che sono bella? No, non accadrà mai.
Forse esisteva – benché lei ne dubitasse seriamente – un uomo meraviglioso, da qualche parte, uno che trovasse adorabili le sue spalle, e che fosse in grado di stupirsi di ciò che era, anziché ricordarle in continuazione ciò che non era, qualcuno che le dicesse quanto desiderava baciarla, capace di appassionarsi alla curva dei suoi fianchi, che le perdonasse i seni feriti dalla vita e li trovasse belli e persino leggeri. Ma non si sarebbe di certo messa a cercare. E poi per cosa, per «calpestare il cuore dei suoi figli»? Un giorno una sua conoscente aveva pronunciato quella frase, parlando di divorzio. No, lei non avrebbe mai potuto, mai più.
L’amore, quello grande, bello, se esisteva, non portava da nessuna parte. Del resto, ne aveva fatto indirettamente esperienza. I suoi genitori si erano amati alla follia, per poi altrettanto alla follia combattersi, straziarsi, ammazzarsi, e infine divorziare per continuare a odiarsi, cioè amarsi. Aveva conosciuto quell’amore insensato, esclusivo, che devasta tutto al suo passaggio: l’onestà intellettuale, la verità, la famiglia, i figli. Le sembrava che l’amore, il grande amore, quello che fa sognare, bisognasse evitarlo, evitarlo assolutamente. I nobili cavalieri, i toreri, i ballerini di tango dalla carnagione olivastra e gli occhi neri che ti sconvolgono per sempre e ti offrono più godimento in una notte che in una vita, quelli era meglio non incontrarli, e se pure li incontravi e fosse nato un grande amore, sarebbe stato meglio rinunciare, nascondere tutto. Non vivere nulla.
La vita tranquilla, come la chiamava lei, era preferibile. Tuttavia, quel giorno, rientrando a casa con le braccia cariche di sacchetti della spesa, sentì una fitta al cuore.
Forse – si disse – andando avanti con gli anni, non vivrò più niente, mai più niente. Mai più un uomo mi amerà come un uomo deve amare, e mai più mi sentirò bella, desiderabile, da cima a fondo, totalmente. E morirò con la sensazione di un grande spreco. La sensazione di non aver fatto niente di bello né di grande nella vita, di non averla vissuta come dev’essere vissuta: onorandola, celebrandola. Ma piuttosto che lamentarsi, arrivò alla conclusione che bisognava accettarlo, che questo era il «suo destino».
Nel frattempo aveva aperto il portone del palazzo, felice di aver parlato con la sua amica, e di bere di lì a poco un altro succo di carota con lei. Felice di rivedere i figli.
Nello specchio dell’ascensore si era osservata i lineamenti. Era piena di difetti. Le sopracciglia, troppo folte da una parte, troppo sottili dall’altra, il viso un po’ largo, le rughe di espressione, e quelle intorno alla bocca, che partivano dal naso, avevano un nome? Rughe a parentesi? La pelle non era particolarmente luminosa, la grana non molto uniforme. Degli occhi non sapeva cosa pensare. La bocca invece era disegnata piuttosto bene. E gli zigomi alti, interessanti: esposti alla luce. Ma bastava? Dopotutto suo marito non aveva torto. No, non era bella, era appena nella media, e avrebbe già dovuto ritenersi fortunata – e ringraziare il cielo – di aver trovato qualcuno.
Guardando ancora, subito prima che si aprissero le porte d’acciaio, il profilo del suo volto, si sorprese nel provare collera. Anche se oggettivamente non era molto bella, né di viso né di corpo, una donna piuttosto banale, insomma, perché doveva sentirsi così? Nella vita aveva incrociato donne che non avevano né più né meno di lei, e che tuttavia sembravano emanare fiducia in se stesse, sicurezza. Le radici del suo malessere dovevano essere altre, più profonde, forse. Arrivò alla conclusione che solo qualcuno con un viso simile al suo avrebbe potuto capirla – cioè capire la sua non-bellezza – e dunque, forse, amarla. Qualcuno con la faccia un po’ larga come la sua, la pelle chiara, e niente di speciale. Ma subito si riprese: se a quarantacinque anni non l’aveva ancora incontrato, voleva dire che questo qualcuno non esisteva.
Serve una vita per amarsi. Per perdonarci di ciò che non siamo, domare i nostri difetti, capire infine che non lo sono, essere teneri con noi stessi. A quarantacinque anni, finalmente, aveva cominciato ad apprezzarsi. Non fisicamente, ma per il resto sì. Era soddisfatta dei risultati raggiunti, nel lavoro, come madre, tutto sommato poteva essere fiera almeno un po’ della strada percorsa. La sua vita era una vittoria su ciò che non era riuscito a stroncarla. Aveva dimenticato le lacrime e gli altri dolori, piccoli o grandi, che l’avevano resa la donna che era oggi. Tutto ciò aveva fatto di lei una superstite, una persona capace di meravigliarsi oltre ogni immaginazione, e per un nonnulla. Ogni giorno, o quasi, era una festa, ogni fetta d’anguria all’inizio dell’estate, ogni cucchiaio di crema chantilly, ogni raggio di sole che le cadeva sulle palpebre. Apprezzava tutti i piaceri della vita, fossero anche stati infinitamente piccoli, come mordere una fettina di limone, o infinitamente grandi, come aprire la porta di casa e sapere di trovarci una famiglia, la sua. Era contenta, molto contenta della propria vita – anche semplicemente per il fatto di essere in vita – e che questa vita fosse piena. Il bicchiere era pieno, perché ormai sapeva che ci sono cose che non si possono avere, cose che si possono perdere, e domande intorno alle quali ci si può continuare a interrogare senza mai, mai trovare risposta, e ancor meno pace.
Così era ben decisa a essere felice del suo matrimonio. E lo era. Il suo primo divorzio, caotico più che doloroso, l’aveva lasciata esangue. Si era ritrovata sola, con i due figli di quattro e sei anni, a battersi per tutto. In primo luogo per le cose che sembrano scontate: un appartamento, un lavoro, la dignità. Lei che non aveva mai prestato molta attenzione a quella parola aveva capito quanto fosse importante per un essere umano preservare la dignità. Nessuno doveva sapere niente della crepa immensa, della ferita, del senso di fallimento totale, delle sue scelte sbagliate, accumulate l’una sull’altra, impietose, mortifere, desolanti. Quando usciva faceva del suo meglio perché nessuno notasse cosa covava dentro. Si era dibattuta come il topolino caduto nel secchio pieno di panna.
Quando, alla fine di quel periodo terribile, aveva incontrato suo marito (il secondo), averlo a fianco l’aveva salvata. Ecco che all’improvviso qualcuno si preoccupava di lei, le telefonava, andava a trovarla. Era una persona per bene, molto per bene. Con dei principi, una dirittura morale, un uomo onesto. Si erano messi insieme, come si dice; lui aveva due figlie, e rappresentavano un bell’esempio di ricomposizione riuscita. Un piccolo gruppo di due adulti e quattro bambini, presto cinque, un festoso corteo, un baccano continuo: la vita. La corsa sul marciapiede della stazione, le Barbie che cadono nei Lego, gli scambi di carte dei Pokémon, le grandiose ricostruzioni «storiche» mischiando Playmobil, Kapla e dinosauri, i cappotti degli uni recuperati per gli altri, il rompicapo dei calzini tirati fuori dall’asciugatrice. Molte risate, le piccole crisi per riuscire a far sedere ognuno al proprio posto, e tanto, tanto movimento: una vita che si tesse giorno dopo giorno, si rafforza, s’ispessisce, si densifica, rassicurandola, rassicurandola, rassicurandola. Erano in DUE ormai a gestire il quotidiano, in DUE a rispondere alle domande, in DUE a occupare il campo e a passarsi la patata bollente, e questo le permetteva di uscire, di essere strappata all’infernale e spietato monologo; significava, cioè, salvarsi dagli artigli dei suoi demoni implacabili.
Il tempo distrugge la coppia, si dice. Non è così. La coppia distrugge se stessa perché non ci vede chiaro, all’inizio, grazie al cielo. Se la coppia ci vedesse chiaro, non si formerebbe mai. Benedetta cecità, dunque. Nel giro di nove anni, e con un figlio in più, avevano ceduto. Lui non capiva bene la moglie, e provava una profonda delusione. Lei si aggrappava alle risate dei bambini per sopportare gli umori del marito. Impaziente. Esasperato. Collerico.
Alcune persone proiettano facilmente sull’altro le proprie insicurezze. Con gli anni, e gli alti e i bassi inevitabili della carriera, suo marito aveva trasferito su di lei la frustrazione di non essere ancora diventato il personaggio che ambiva a diventare – noto, rispettato, persino invidiato. Vedeva in lei una donna molto naturale, cosa di cui aveva paura, e con ragione, perché lei era così. Niente trucco, abiti semplici, un fascino un po’ aleatorio. Glielo aveva rimproverato, tra le altre cose, un po’, poi molto, poi sempre di più, fino a minare la sicurezza di lei, facendo commenti sul suo aspetto fisico, dandole lezioncine sullo sport, che chiunque dovrebbe praticare, comprandole un tappetino, un libro sul metodo Pilates, elencando gli alimenti che avrebbe dovuto evitare, parlandole del controllo al quale bisogna esercitarsi semplicemente per «rispettarsi». Quante volte l’aveva costretta a cambiarsi facendole notare che gli abiti non le stavano bene. E lei aveva capito, perché fin troppo chiaramente lui l’aveva detto, che il suo corpo non era più bello. La pancia, le cosce, i fianchi e anche il seno, a proposito del quale lui un giorno le aveva confessato di «non capirlo». Le aveva suggerito di mettere i tacchi per sembrare «meno compatta» e di scegliere di preferenza i colori scuri, che sfinavano. Ciò che era stato aggiustato da una parte – la vita – era venuto meno dall’altra: era venuta meno la famigerata «fiducia in se stessa», quella cosa per la quale le donne lottano, anima e corpo, con accanimento, temerarietà, talora disperazione. Adesso si vergognava del suo corpo. Era mortificata per le smagliature. Preoccupata per i polpacci. Terrorizzata per i fianchi. Si commiserava, per quel crollo, era furiosa per esserne vittima, o meglio per essere caduta nella trappola dell’insicurezza proiettata dallo sguardo altrui. Quando lui scherzava sulla bellezza interiore (che riteneva un grande imbroglio, un’illusione), lei tratteneva il respiro. Forse non era così bella come le donne che lui aveva frequentato prima, o alle quali aspirava; ma lei voleva credere di esserlo almeno un po’, da qualche parte, almeno nelle spalle, ecco. Lei le amava, le sue spalle. Ed ecco che il suo corpo era come frammentato. Non era più una donna ma un corpo assemblato, fatto di tante parti. Un viso, discreto, braccia sottili, gambe cicciottelle, pancia e seni da rifare, fianchi troppo larghi, le natiche mai menzionate. Crudeltà, che si schermiva però da ogni cattiva intenzione – «È per te che lo dico».
Sì, aveva ragione lui: non faceva più nessuno sforzo, e a dir la verità gli sforzi non avevano mai dato frutti, al contrario. Non aveva nessuna voglia di vivere vestita di nero per fargli piacere, né sempre sui tacchi nella speranza di apparire più slanciata. Tutto ciò la annoiava, le sembrava stupido, sempre più stupido, e dopo quasi dieci anni di vita di coppia, lei glielo rinfacciava. Era questo il prezzo da pagare per stare insieme? Prima o poi bisognava mollare, su certi argomenti. E comunque lui aveva molte qualità. Era un ottimo padre e patrigno, e questo non aveva prezzo. L’uomo perfetto non esiste, pensava spesso. Stava a lei crescere, fare del suo meglio in quella situazione.
La colpa non è mai di uno solo, dal momento che l’altro accetta, tollera, spalleggia e, in un certo senso, incoraggia. In fondo lei aveva accettato e tollerato quello stato di fatto, sentendo la vitale necessità, dopo essere stata una donna divorziata, sola e con dei bambini, di tornare a qualcosa di normale, rassicurante – di estremamente prevedibile, semplice, quadrato. Lui le aveva offerto tutto questo, quello che la spiritosa Gabriella definiva la sicurezza di un armadio. A volte si aveva bisogno di un armadio cui appoggiarsi per rimettersi in piedi, come l’edera necessita di un muro di pietra sul quale arrampicarsi. Il marito dunque non era da biasimare, non più di lei che aveva fatto questa scelta, una scelta dettata dalla ragione e dallo sfinimento. Grazie a lui si era ricostruita, aveva imparato di nuovo a stare dritta, al di là delle circostanze, grazie a lui aveva potuto proteggere i suoi figli da ogni tempesta.
Non gliene voleva, ma già da tempo vedeva con chiarezza fino a che punto erano diversi l’uno dall’altra. Lui, affascinato dalla cantante Shakira, ossessionato dalla giovinezza che cercava a tutti i costi di tenere viva a colpi di creme antirughe a base di proteine della frutta. Le rubava le sue maschere di bellezza o, dopo le vacanze, le creme per prolungare l’abbronzatura. Aveva la...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. Pazza idea
  5. Quasi nulla
  6. Tutto
  7. Ringraziamenti