Creature grandi e piccole
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Creature grandi e piccole

  1. 448 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Creature grandi e piccole

Informazioni su questo libro

James Herriot racconta i suoi primi due anni di professione trascorsi nello Yorkshire: veterinario alle prime armi, la sua vita viene subito assorbita da un mondo che impara presto ad amare e ad apprezzare, insieme agli animali grandi e piccoli di cui si occupa per lavoro e agli abitanti di quella regione, un po' ruvidi e scontrosi. Un libro che racconta con delicato umorismo le mille sfide affrontate dall'autore nella cura dei suoi speciali "pazienti". Una storia d'amore e compassione per la natura e le sue incredibili creature.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
eBook ISBN
9788858688229

Capitolo 1

Di questo non si parlava nei libri, pensai mentre la neve sospinta dal vento entrava dalla porta aperta e mi si posava sulla schiena nuda.
Ero sdraiato a faccia in giù sul selciato in una pozzanghera di sporcizia indefinibile con il braccio affondato dentro la mucca che aveva violenti premiti e con i piedi che cercavano un appiglio tra le pietre. Ero nudo fino alla vita e su di me la neve si mischiava con lo sporco e con il sangue secco. Non riuscivo a distinguere niente oltre il cerchio di luce tremolante gettata dalla fumosa lampada a petrolio che il contadino reggeva al di sopra di me.
No, i libri non dicevano neanche una parola sul modo di cercare funi e altri strumenti al buio; sul modo di mantenersi puliti con mezzo secchio di acqua tiepida; sui selci che ti affondano nel petto. E anche sul lento intorpidimento delle braccia, sulla subdola paralisi dei muscoli mentre le dita tentano di opporsi ai potenti premiti espulsivi della mucca.
Non v’era cenno in nessun posto del graduale sfinimento, della sensazione di inutilità, della piccola voce lontana della paura.
Riandai con la mente a quella figura nel libro di ostetricia. Una mucca in piedi su un pavimento scintillante mentre un veterinario sdolcinato con immacolato camice da parto introduceva il braccio a garbata distanza. Il veterinario era rilassato e sorridente, il coltivatore e i suoi aiutanti erano sorridenti, perfino la mucca era sorridente. Non c’era in nessun posto sporco né sangue o sudore.
Il signore della figura aveva appena finito un’eccellente colazione e si era recato nella casa accanto a far partorire la mucca per puro divertimento, al posto del dolce. Non era uscito dal letto rabbrividendo alle due del mattino, né aveva percorso a scossoni quasi venti chilometri di neve gelata, fissando assonnato la strada davanti a sé finché nella luce dei fari non apparisse la fattoria solitaria. Non si era arrampicato per circa un chilometro sulla bianca cresta rocciosa fino al granaio privo di porta dove si trovava la sua paziente.
Tentai di avanzare un po’ dentro alla mucca. Era un caso di presentazione posteriore e io stavo faticosamente spingendo con la punta delle dita una corda sottile che finiva con un cappio verso la mascella inferiore del vitello. Intanto il mio braccio era compresso tra il vitello e le ossa del bacino. A ogni premito della vacca la pressione aumentava fino a diventar quasi insopportabile, poi la bestia si rilassava e io spingevo avanti la corda un altro po’. Mi chiedevo per quanto tempo avrei potuto continuare così. Se non riuscivo ad applicare il cappio alla mandibola entro breve tempo, non avrei mai tirato fuori il vitello. Mugolai, strinsi i denti e cercai di nuovo di andare avanti.
Un’altra piccola raffica di neve entrò nel granaio e potei quasi sentire lo sfrigolio dei fiocchi sulla mia schiena sudata. Sudore ne avevo anche sulla fronte e mi gocciolava dentro gli occhi mentre spingevo.
Quando una vacca deve figliare e la cosa si presenta difficile, c’è sempre un momento in cui cominci a chiederti se ce la farai. Io ero in quella fase.
Brevi ragionamenti cominciarono ad attraversarmi il cervello. «Forse sarebbe meglio macellare questa vacca. È così piccola e stretta di bacino che non vedo proprio come il vitello possa uscire», oppure: «È una bella bestia grassa, proprio del tipo da macello, perciò non pensa che le renderebbe di più chiamare il macellaio?»; o forse: «È una pessima presentazione. In una vacca più larga sarebbe abbastanza semplice far girare la testa, ma in questo caso è quasi impossibile».
Naturalmente, avrei potuto cavarmela praticando sul vitello l’embriotomia... passandogli un fil di ferro intorno al collo e segandogli la testa. Quanti casi di questo genere finivano con il pavimento cosparso di teste, zampe, mucchi di intestini. C’erano libri grossi così per illustrare gli innumerevoli modi in cui si può fare a pezzi un vitello.
Ma nessuno di essi andava bene qui, perché questo vitello era vivo. Tendendomi al massimo, ero riuscito a portare il dito fino alla commessura della bocca ed ero trasalito sentendo una contrazione della lingua della piccola creatura. Non me l’aspettavo perché in quella posizione i vitelli di solito sono morti, asfissiati dalla flessione eccessiva del collo e dalla pressione esercitata dalle possenti contrazioni della madre. Ma questo aveva ancora una scintilla di vita e se veniva fuori doveva essere intero.
Andai al mio secchio d’acqua, ormai fredda e sporca di sangue, e in silenzio mi insaponai le mani. Poi mi buttai di nuovo a terra, sentendo i selci più duri che mai contro il petto.
Spinsi le dita dei piedi tra le pietre, mi tolsi il sudore dagli occhi e per la centesima volta cacciai dentro alla vacca un braccio che sentivo molle come una massa di spaghetti; lungo le piccole zampe asciutte del vitello, che si muovevano violentemente come carta vetrata contro di me, poi fino alla curva del collo e all’orecchio, e infine, tormentosamente, lungo il lato del muso verso quella mandibola inferiore che era diventata la massima aspirazione della mia vita.
Era incredibile che fossero quasi due ore che facevo questo: due ore di lotta con le forze che mi venivano meno per spingere un piccolo cappio intorno a quella mandibola. Avevo tentato tutto il resto – spinta di una zampa indietro, leggera trazione con un uncino smussato nella cavità orbitale – ma ero ritornato al cappio.
Era stata fin dal principio una seduta deprimente. Il coltivatore, il signor Dinsdale, era un uomo alto e tetro di poche parole che pareva sempre in attesa del peggio. Aveva con sé un figlio alto, tetro e silenzioso ed entrambi avevano osservato i miei sforzi con crescente malinconia.
Ma peggio di tutto era stato lo Zio. Appena entrato nel granaio a mezza costa ero stato sorpreso vedendo un vecchietto con gli occhi chiari e con un cappelluccio tondo, comodamente seduto su una balla di paglia. Si stava riempiendo la pipa ed era chiaro che aspettava con ansia lo spettacolo.
«E allora, giovanotto» gridò con la voce nasale del West Riding. «Sono il fratello del signor Dinsdale. Sono proprietario nel Listondale.»
Io deposi la mia attrezzatura e feci un cenno con la testa. «Come va? Mi chiamo Herriot.»
Il vecchio mi esaminò, con sguardo penetrante. «Il mio veterinario è il dottor Broomfield. Immagino che ne avrà sentito parlare... lo conoscono tutti. Un uomo meraviglioso, il dottor Broomfield, specie per i parti. Non ho mai visto che non ce la facesse, capisce.»
Produssi un debole sorriso. In qualsiasi altra occasione sarei stato felice di apprendere quant’era bravo il mio collega, ma non so perché adesso no, adesso no. Addirittura, quelle parole misero in moto dentro di me il lugubre rintocco di una piccola campana.
«No, temo di non conoscere il dottor Broomfield» dissi togliendomi la giacca e sfilandomi, molto più a malincuore, la camicia dalla testa. «Ma non è molto che sto da queste parti.»
Lo Zio fu stupefatto. «Non lo conosce! Be’, è l’unico a non conoscerlo. Nel Listondale lo portano in palmo di mano, glielo dico io.» Si abbandonò a un silenzio scioccato e avvicinò un fiammifero alla pipa. Poi lanciò un’occhiata alla pelle d’oca del mio torace. «Spogliato ha un fisico da pugile, il dottor Broomfield. Mai visti muscoli simili.»
Un’ondata di debolezza mi percorse lentamente. Mi sentii a un tratto i piedi di piombo, sentii di non essere all’altezza della situazione. Mentre cominciavo a disporre le mie funi e i miei strumenti su un asciugamano pulito, il vecchio parlò ancora.
«E da quanto tempo è laureato, se posso chiederlo?»
«Ah, da circa sette mesi.»
«Sette mesi!» Lo Zio sorrise indulgente e mandò fuori una nuvola di puzzolente fumo azzurro. «Be’, non c’è niente che valga un po’ di esperienza, lo dico sempre io. Il dottor Broomfield sono più di dieci anni che lavora per me e se ne intende sul serio. No, tenetevi pure tutta la scienza dei vostri libri. Per me, voglio l’esperienza.»
Misi un po’ di antisettico nel secchio e mi insaponai con cura le braccia. Poi mi inginocchiai dietro la vacca.
«Il dottor Broomfield si mette sempre speciali oli lubrificanti sulle braccia, per prima cosa» disse lo Zio tirando una boccata dalla sua pipa, con soddisfazione. «Dice che usando solo acqua e sapone si producono infezioni nell’utero.»
Eseguii la mia prima esplorazione. Era il momento opprimente che tutti i veterinari devono attraversare, quando si mette la mano in una vacca per la prima volta. In uno spazio di pochi secondi avrei saputo se di lì a un quarto d’ora avrei potuto infilarmi di nuovo la giacca o se invece mi aspettavano ore di duro lavoro.
Questa volta ero sfortunato; era una cattiva presentazione. Presentazione posteriore e niente spazio: più che una secondi para pareva di esplorare una giovenca non sviluppata. Ed era secca come non so che... doveva aver perso le acque da ore. Era uscita per il pascolo in collina e il parto era cominciato una settimana prima del termine; per questo avevano dovuto portarla in quel granaio semidecrepito. In ogni modo, sarebbe passato un bel po’ di tempo prima che io rivedessi il mio letto.
«Be’, che cosa ha trovato, giovanotto?» La voce penetrante dello Zio ruppe il silenzio. «Presentazione posteriore, eh? Allora, non la farà penare. Ho visto il dottor Broomfield fare in questo modo... rivolta completamente il vitello e lo tira fuori con le zampe in avanti.»
Avevo già sentito quel genere di sciocchezze. La mia breve pratica mi aveva insegnato che tutti i coltivatori sono degli esperti con le bestie degli altri. Quando nei guai ci sono le loro bestie, si precipitano a telefonare al veterinario, ma con quelle dei vicini sono pieni di fiducia, bene informati e prodighi di utili consigli. Un altro fenomeno da me osservato era che il loro parere era in genere considerato più prezioso di quello del veterinario. Come adesso, per esempio; era chiaro che lo Zio era un saggio riconosciuto e che i Dinsdale ascoltavano con deferenza tutto quello che diceva.
«Un altro sistema per un lavoro di questo genere» continuò lo Zio «è prendere qualche tipo robusto con delle corde e tirare tutto fuori, così come si trova.»
Mi mancò il fiato mentre saggiavo con la mano tutt’intorno. «Temo sia impossibile far girare completamente un vitello in così poco spazio. E tirarlo fuori senza voltarlo vorrebbe dire rompere il bacino della madre.»
I Dinsdale strinsero gli occhi. Evidentemente pensavano che evitassi di compromettermi di fronte alla maggior conoscenza dello Zio.
E adesso, due ore dopo, la sconfitta era a un passo. Ero quasi a terra. Mi ero rotolato ed ero strisciato sui selci sporchi mentre i Dinsdale mi osservavano in tetro silenzio e lo Zio continuava a produrre un inarrestabile torrente di commenti. Erano anni che lo Zio, il viso rubicondo splendente di piacere, gli occhietti sfavillanti, non trascorreva una notte così felice. La sua lunga spedizione su per il pendio era stata ripagata in abbondanza. La sua vitalità era intatta; si era goduto ogni istante.
Mentre ero disteso con gli occhi chiusi, il viso rigido di sudiciume, la bocca spalancata, lo Zio prese in mano la pipa e si chinò in avanti dalla sua balla di paglia. «È quasi battuto, giovanotto» disse con profonda soddisfazione. «Be’, non ho mai visto il dottor Broomfield sconfitto ma lui ha un sacco di esperienza. E soprattutto, è forte, veramente forte. Quello non lo stanca nessuno.»
La rabbia mi inondò come alcol puro. Naturalmente, la cosa giusta sarebbe stata alzarsi, rovesciare il secchio di acqua insanguinata sulla testa dello Zio, scendere di corsa il pendio e riprendere la macchina per allontanarsi al più presto; allontanarsi dallo Yorkshire, dallo Zio, dai Dinsdale, da questa vacca.
Invece strinsi i denti, tesi le gambe e spinsi con tutta la mia forza; e con un senso di incredulità sentii il mio cappio scivolare sul piccolo incisivo aguzzo e dentro la bocca del vitello. Cautamente, mormorando una preghiera, tirai con la sinistra la sottile corda e sentii stringere il cappio. Ero riuscito ad afferrare quella famosa mascella inferiore.
Alla fine potevo cominciare a fare qualche cosa. «Adesso, signor Dinsdale, tenga questa corda ed eserciti solo una lieve pressione su di essa. Io spingerò indietro il vitello e se lei contemporaneamente tira in modo regolare, la testa dovrebbe girarsi.»
«E se la corda si stacca?» chiese lo Zio speranzoso.
Non risposi. Misi la mano contro la spalla del vitello e cominciai a spingere contrastando le contrazioni della vacca. Sentii il piccolo corpo allontanarsi da me. «Adesso tiri in modo regolare, signor Dinsdale, senza scosse.» E tra me: «Oh Dio, fai che non scivoli via dal cappio».
La testa stava girando. La testa stava raddrizzandosi contro il mio braccio, poi l’orecchio mi sfiorò il gomito. Mollai la spalla e afferrai il piccolo muso. Tenendo i denti lontani dalla parete della vagina con la mano, guidai la testa finché si fermò nella posizione in cui doveva fermarsi, sulle zampe anteriori.
Allargai prontamente il cappio fino a farlo arrivare dietro le orecchie. «Adesso tirate la testa mentre la vacca ha i premiti.»
«Nossignore, adesso bisogna tirare le gambe» gridò lo Zio.
«Dannazione, ho detto di tirare la corda della testa!» urlai con tutta la voce che avevo e mi sentii immediatamente meglio mentre lo Zio si ritirava, offeso, sulla sua balla.
Grazie alla trazione la testa fu portata fuori e il resto del corpo la seguì con facilità. La bestiola rimase immobile sui selci, gli occhi vitrei che non vedevano, la lingua bluastra e molto gonfia.
«Morto. Per forza» grugnì lo Zio ritornando all’attacco.
Tolsi il muco dalla bocca, soffiai forte nella gola e cominciai a praticare la respirazione artificiale. Dopo qualche pressione sulle costole, il vitello emise un rantolo e gli tremolarono le palpebre.
Lo Zio si tolse il cappello e si grattò la testa incredulo. «Perdiana, è vivo. Pensavo che sarebbe stato morto di sicuro dopo che lei si era gingillato per tutto quel tempo.» Aveva perso molta della sua combattività e la pipa gli pendeva spenta dalle labbra.
«Lo so che cosa vuole adesso il nostro piccolo amico» dissi. Afferrai il vitello dalle zampe anteriori e lo tirai fino alla testa della madre. La vacca era allungata sul fianco, con la testa abbandonata stancamente sul pavimento ruvido. Le costole si sollevavano, gli occhi erano quasi chiusi; pareva che non le importasse niente di niente. A un tratto sentì il corpo del vitello accanto al muso e ci fu una trasformazione; spalancò gli occhi e con il muso cominciò a esplorare, annusandolo, il nuovo oggetto. Il suo interesse cresceva ogni volta che annusava; faceva uno sforzo per rivoltarsi fiutando ed esplorando tutto il vitello, e intanto rumoreggiava sordamente. Poi cominciò a leccarlo metodicamente. In un’occasione come questa la natura fornisce un perfetto massaggio stimolante, e mentre le ruvide papille della lingua materna sfioravano la sua pelle, la piccola creatura inarcò la schiena.
Sorrisi. Questo era il pezzo che mi piaceva. Il piccolo miracolo. Capivo che era una cosa di cui non mi sarei mai stancato per quanto potessi assistervi. Mi tolsi dal corpo il più possibile di sangue secco e di sudiciume, ma per lo più mi si era indurito sulla pelle e neppure con le unghie sarei riuscito a staccarlo. Bisognava aspettare il bagno caldo a casa. Infilandomi la camicia da sopra la testa, mi sentii come se fossi stato bastonato. Tutti i muscoli mi dolevano. Avevo la bocca secca, le labbra quasi incollate tra loro.
Una sagoma alta e tetra mi ronzava intorno. «Che ne direbbe di qualcosa da bere?» chiese il signor Dinsdale.
Sentii il mio viso sporco screpolarsi in un sorriso incredulo. Mi passò davanti una visione di tè caldo ben guarnito di whisky. «Molto gentile da parte sua, signor Dinsdale, sarei felice di bere qualcosa. Sono state due ore difficili.»
«Nossignore» disse il signor Dinsdale guardandomi senza batter ciglio, «intendevo per la vacca.»
Cominciai a balbettare: «Ah, sì, certo, naturalmente, in ogni caso le dia da bere. Deve avere molta sete. Le farà bene. Certo, certo, le dia da bere».
Raccolsi tutto il mio armamentario e uscii inciampando dal granaio. Nella brughiera era ancora buio e un vento aspro sferzava la neve, pungendomi gli occhi. Mentre, faticosamente, ridiscendevo il pendio, la voce dello Zio, stridula e indomita, mi raggiunse per l’ultima volta.
«Il dottor Broomfield non è d’accordo che si dia da bere dopo il parto. Dice che ghiaccia lo stomaco.»

Capitolo 2

Faceva caldo nel piccolo autobus traballante e io mi trovavo dal lato sbagliato, dove il sole di luglio batteva sui finestrini. Mi spostai, chiuso scomodamente nel mio vestito migliore, e infilai un dito nel colletto bianco che mi stringeva cercando di allentarlo. Era un abbigliamento assurdo con un tempo simile, ma alcuni chilometri davanti a me il mio probabile datore di lavoro mi stava aspettando e dovevo fargli buona impressione.
Da quel colloquio dipendeva molto; essere un veterinario appena laureato in quel 1937 equivaleva a prendere il biglietto per la fila dei disoccupati. L’agricoltura era depressa da un decennio di negligenza governativa, il cavallo da tiro che era stato il sostegno della professione stava rapidamente scomparendo. Era facile fare i profeti di sventura quando i giovani che uscivano dalle università dopo cinque anni di sgobbate si trovavano di fronte un mondo indifferente al loro entusiasmo e al loro esplosivo sapere. Di solito c’erano due o tre posti di lavoro negli avvisi del «Record» ogni settimana, con una media di ottanta candidati l’uno.
Non mi era parso vero quando arrivò la lettera da Darrowby, nei D...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Creature grandi e piccole
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Capitolo 11
  15. Capitolo 12
  16. Capitolo 13
  17. Capitolo 14
  18. Capitolo 15
  19. Capitolo 16
  20. Capitolo 17
  21. Capitolo 18
  22. Capitolo 19
  23. Capitolo 20
  24. Capitolo 21
  25. Capitolo 22
  26. Capitolo 23
  27. Capitolo 24
  28. Capitolo 25
  29. Capitolo 26
  30. Capitolo 27
  31. Capitolo 28
  32. Capitolo 29
  33. Capitolo 30
  34. Capitolo 31
  35. Capitolo 32
  36. Capitolo 33
  37. Capitolo 34
  38. Capitolo 35
  39. Capitolo 36
  40. Capitolo 37
  41. Capitolo 38
  42. Capitolo 39
  43. Capitolo 40
  44. Capitolo 41
  45. Capitolo 42
  46. Capitolo 43
  47. Capitolo 44
  48. Capitolo 45
  49. Capitolo 46
  50. Capitolo 47
  51. Capitolo 48
  52. Capitolo 49
  53. Capitolo 50
  54. Capitolo 51
  55. Capitolo 52
  56. Capitolo 53
  57. Capitolo 54