MERCOLEDÌ
II
LA TIROCINANTE
CAPITOLO 6
«Signor Rhyme, è un onore.»
Non era sicuro di come rispondere. Un cenno del capo sembrava appropriato. «Signor Whitmore.»
Nessuna menzione ai nomi di battesimo. Rhyme aveva comunque scoperto che il suo interlocutore si chiamava Evers.
L’avvocato poteva benissimo arrivare direttamente dagli anni Cinquanta. Indossava un completo blu scuro di gabardine, una camicia bianca con colletto e polsini che parevano di plastica per quanto erano inamidati. La cravatta, altrettanto rigida e sottile come un righello, era di una tonalità di blu che si sarebbe quasi potuta definire viola. Un rettangolo bianco faceva capolino dal taschino della giacca.
Il viso di Whitmore era lungo e pallido, talmente inespressivo che Rhyme pensò per un istante che avesse avuto la paralisi di Bell o qualche altra paralisi dei nervi cranici. Nel momento in cui giunse a una conclusione, però, la fronte dell’avvocato si aggrottò quasi impercettibilmente mentre osservava il salotto e il suo equipaggiamento da CSI.
Rhyme si rese conto che l’uomo aspettava di essere invitato a sedersi. Lo fece prontamente e Whitmore, lisciandosi i pantaloni e sbottonandosi la giacca, prese una sedia a portata di mano e si accomodò, dritto come un fuso. Si tolse gli occhiali, pulì le lenti rotonde con un panno blu scuro, poi ripose entrambi, rispettivamente sul naso e nella tasca.
Per chi incontrava Rhyme la prima volta, le reazioni possibili erano in linea di massima due. Alcuni restavano di stucco, fino a perdere quasi la parola, e arrossivano davanti a un uomo paralizzato per il novanta per cento del corpo. Altri, invece, scherzavano e facevano battute sulla sua condizione. Piuttosto fastidioso, sebbene migliore della prima reazione.
Alcuni – quelli che Rhyme preferiva – quando lo incontravano gettavano un’occhiata o due al corpo, poi proseguivano, guardandolo indubbiamente come avrebbero guardato eventuali parenti acquisiti: ci asterremo dal giudicare finché non ne avremo inteso la sostanza. Ed era esattamente quello che fece Whitmore.
«Lei conosce Amelia?» gli domandò Rhyme.
«No, non ho mai incontrato la detective Sachs. Abbiamo un amico in comune, un compagno di classe delle superiori. Brooklyn. Un collega avvocato. In un primo momento aveva telefonato a Richard perché considerasse il caso, ma lui non si occupa di cause per lesioni personali. Così le ha dato il mio numero.»
Il viso stretto accentuava l’espressione pensierosa, e Rhyme rimase sorpreso nell’apprendere che quell’uomo e Sachs erano all’incirca coetanei. Avrebbe detto che Whitmore avesse una mezza dozzina di anni di più.
«Quando mi ha telefonato per propormi un possibile caso e mi ha detto che lei era disponibile come perito di parte, sono rimasto di sasso.»
Rhyme rifletté sulla linea temporale implicita in quell’affermazione. A quanto pare, Sachs aveva affidato a Rhyme l’incarico di consulente prima ancora di avergli confessato che era quella la ragione che, la sera prima, l’aveva indotta a mettersi al volante da casa della vedova a Brooklyn fin dentro il suo salotto.
Sono passata per chiederti una cosa. Ho bisogno di un favore…
«Naturalmente, sono lieto che lei sia disponibile. Tutti i contenziosi sui decessi ingiusti implicano spinose questioni probatorie. E so che questo è vero soprattutto nel nostro caso. Lei gode di un’ottima reputazione.» Si guardò intorno. «La detective Sachs è qui?»
«No, è in centro. Si sta occupando di un caso di omicidio. Ieri sera però mi ha parlato della sua cliente. Sandy, è questo il nome?»
«La vedova. La signora Frommer. Sandy.»
«La situazione è brutta come me l’ha descritta Amelia?»
«Non so cosa le abbia detto.» Una precisa correzione all’imprecisione di Rhyme. Dubitava che Whitmore potesse essere uno spasso come compagno di bevute al bar, però sarebbe stato perfetto come consulente, soprattutto nel controinterrogatorio di un testimone avverso. «Tuttavia, confermo che la signora Frommer sta affrontando un periodo molto duro. Il marito non aveva un’assicurazione sulla vita ed erano anni che non lavorava a tempo pieno. La signora Frommer è impiegata in un’impresa di pulizie, ma solo part-time. Hanno debiti. Debiti ingenti. Ci sono dei parenti lontani, ma nessuno di loro è nella posizione di poterli aiutare granché sul piano finanziario. C’è un cugino che può offrire un tetto provvisorio, in un garage. Sono anni che mi occupo di lesioni personali e posso dirle che per molti clienti il risarcimento è un colpo di fortuna; nel caso della signora Frommer, si tratta di una necessità.
«Dunque, signor Rhyme… Mi scusi, lei era capitano di polizia, giusto? Devo chiamarla così?»
«No, mi chiami pure Lincoln.»
«Ebbene, vorrei informarla sulla nostra situazione.»
Nell’avvocato c’era una componente robotica. Non irritante. Semplicemente strana. Forse sulle giurie faceva presa.
Whitmore aprì la sua antiquata ventiquattrore – anche questa, circa degli anni Cinquanta – e prese dei fogli bianchi, senza righe. Tolse il cappuccio a una penna (non stilografica, cosa che un po’ sorprese Rhyme) e, con una grafia minuta che si riusciva a malapena a leggere a occhio nudo, scrisse quel che sembravano la data e le parti presenti, l’argomento dell’incontro. Fogli senza righe, sì, ma il salire e scendere delle lettere era regolarissimo, quasi fossero state tracciate poggiandosi a un righello.
Guardò quei pochi appunti, ne sembrò soddisfatto, e sollevò lo sguardo.
«Intendo sporgere denuncia al tribunale di primo grado di New York, la Suprema Corte, come lei sa.»
Il foro, il più basso dello Stato, nonostante il suo nome altisonante, si occupava di cause penali, ma anche di cause civili; Rhyme vi aveva testimoniato mille volte come perito di parte per l’accusa.
«Le citazioni in giudizio saranno per danno tanatologico; per conto della vedova, la signora Frommer. E del figlio.»
«Un adolescente, giusto?»
«No. Dodicenne.»
«Ah, già.»
«E per danni morali e materiali relativi all’asse ereditario del signor Frommer. Da quello che ho capito, è sopravvissuto per dieci minuti in uno stato di atroce agonia. Quel risarcimento, come ho detto, andrà nel suo asse ereditario e sarà effettivo a beneficio di chiunque sia menzionato nei documenti testamentari o in base alla decisione del tribunale per l’omologazione dei testamenti se l’uomo non ne ha redatto uno. Inoltre, presenterò denuncia per conto dei genitori del signor Frommer, al cui sostegno, nei limiti delle sue possibilità, egli contribuiva. Anche quella sarà un’azione per danno tanatologico.»
Si trattava dell’avvocato meno brioso, se non il più noioso in assoluto, che Rhyme avesse mai conosciuto.
«Il petitum della mia denuncia – la richiesta di risarcimento danni – è, parlando in tutta sincerità, scandalosamente alta. Trenta milioni per danno tanatologico, venti milioni per danni morali e materiali. Non li avremo mai. Tuttavia, ho stabilito quelle somme unicamente per ottenere l’attenzione degli imputati e creare un po’ di pubblicità intorno al caso. Non intendo affatto arrivare al processo.»
«No?»
«No. La nostra situazione è leggermente insolita. Dato che non esistono né assicurazione né altri mezzi finanziari a sostegno della signora Frommer e di suo figlio, essi hanno immediato bisogno di un risarcimento. Un processo potrebbe durare un anno e forse più. Per allora, saranno in rovina. Avranno bisogno di denaro per procurarsi un tetto sulla testa, per l’istruzione del ragazzo, per stipulare un’assicurazione sanitaria, per le loro necessità. Dopo che avremo presentato un solido caso contro gli imputati, e avrò manifestato la volontà di ridurre notevolmente la richiesta, sono convinto che le controparti firmeranno qualche assegno: per loro saranno bruscolini, ma per la signora Frommer si tratterà di somme considerevoli, e all’incirca quanto basta per dire che giustizia è fatta.»
Rhyme si disse che quell’avvocato sarebbe stato perfettamente a suo agio in un romanzo di Dickens. «Mi sembra una strategia ragionevole. Adesso però possiamo parlare delle prove?»
«Un istante, prego.» Evers Whitmore avrebbe tirato dritto come un treno sul percorso che aveva tracciato, a dispetto di tutto. «Per prima cosa, vorrei illustrarle le tortuosità della normativa di riferimento. Ha familiarità con la responsabilità civile?»
Era evidente che qualsiasi risposta – sì, no, forse – sarebbe stata del tutto irrilevante. L’avvocato Whitmore gliel’avrebbe resa familiare.
«Non proprio, no.»
«Le darò un quadro d’insieme. La responsabilità civile riguarda il torto generato dall’imputato a danno del ricorrente, oltre che l’inadempimento del contratto. L’origine è nella parola…»
«Nella parola latina che significa “contorto”? Tortus.» Rhyme aveva una passione per i classici.
«Esattamente». Whitmore non era né colpito né deluso dalla cultura di Rhyme, che gli aveva impedito di sfoggiare la propria. «Gli incidenti stradali, la diffamazione e la calunnia, gli incidenti di caccia, le lampade che prendono fuoco, lo sversamento di sostanze tossiche, i disastri aerei, le aggressioni – le minacce di percosse – e le percosse a tutti gli effetti. Queste ultime spesso si confondono. Persino l’omicidio premeditato, che può avere risvolti sia civili sia penali.»
O.J. Simpson, pensò Rhyme.
Whitmore riprese: «E dunque, un’azione civile per danno tanatologico e lesioni personali. Il primo passo è trovare il nostro imputato: chi è l’esatto responsabile della morte del signor Frommer? L’ideale sarebbe che a causare il danno sia stata la scala mobile e non un fattore esterno. La normativa sulla responsabilità civile dice che chiunque riporti lesioni da un prodotto – qualsiasi cosa, un elettrodomestico, un’automobile, un farmaco, una scala mobile – ha più facilità nel provare il torto. Nel 1963, un giudice della Suprema Corte della California avviò un’azione legale chiamata responsabilità oggettiva per danno da prodotti difettosi per spostare il peso di una perdita dal consumatore leso al produttore anche laddove non vi fosse stata negligenza. Nel caso di responsabilità oggettiva bisogna soltanto dimostrare che il prodotto è difettoso e che ha procurato lesioni al ricorrente».
«Cos’è che costituisce un difetto?» domandò pronto Rhyme, ritrovandosi suo malgrado incuriosito da quella lezione.
«Questo è un punto fondamentale, signor Rhyme. Un difetto può essere legato alla cattiva progettazione, a un punto debole o a un difetto nella fabbricazione; o alla mancanza di adeguate informazioni sui pericoli per il consumatore. Le è capitato ultimamente di vedere un passeggino?»
E perché mai? Le labbra di Rhyme si arricciarono in un vago sorriso.
Whitmore sembrava immune all’ironia, e andò avanti. «Apprezzerebbe quello che dice l’adesivo: Rimuovere il bambino prima di piegare e chiudere il passeggino. Non me lo sto inventando. Naturalmente, sì, si chiama responsabilità oggettiva, ma non assoluta. Deve assolutamente esserci un difetto. Qualcuno che usi una motosega per aggredire la sua vittima, ad esempio, è una causa di forza maggiore. Per un’aggressione del genere, il ricorrente non può citare in giudizio il produttore della motosega.
«Or dunque, torniamo al nostro caso. La prima domanda è: chi citiamo in giudizio? La scala mobile marca Midwest Conveyance aveva un difetto di progettazione o di produzione? Oppure funzionava alla perfezione, ma la direzione del centro commerciale, un’impresa di pulizie o una società di manutenzione appaltatrice ha mostrato negligenza nelle riparazioni o nella manutenzione? Un operaio non l’ha richiusa a dovere l’ultima volta che è stata ispezionata? Qualcuno ha aperto manualmente il pannello mentre il signor Frommer ci stava sopra? La ditta edile che ha costruito il centro commerciale ha reso pericoloso quel mezzo? Il prestatore d’opera che ha installato la scala mobile? E che dire dei produttori dei componenti? Che dire de...