Il sapore dei desideri
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Il sapore dei desideri

  1. 392 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il sapore dei desideri

Informazioni su questo libro

Tess arriva a New York nella soffocante estate del 2006. Ha ventidue anni, è sola e negli occhi ha tutta la sua piccola provincia; trova una stanza in affitto a Williamsburg, Brooklyn, e un lavoro da aiuto cameriera in un prestigioso ristorante di Manhattan. Comincia qui l'anno che la conduce ad annusare e poi aggredire l'affascinante, caotica, massacrante e privilegiata vita che si è scelta nella più sfolgorante e impietosa delle città. Sarà un anno di continue lezioni: sulla mineralità e cremosità delle ostriche, sulle contraddizioni dello champagne, sull'amicizia, la cocaina, il desiderio e i bar di infimo ordine dove tirar tardi la notte. E mentre in lei si risveglia l'appetito per il vino e il cibo, insieme a un bisogno profondo di sperimentare, appartenere finalmente a qualcosa, la vediamo scivolare senza resistenze in un irresistibile triangolo magnetico: da una parte Simone, cameriera storica del ristorante, che incarna tutto ciò che Tess ha sempre voluto dalla vita, dall'altra la bellezza sfacciata ed evasiva di un barista di nome Jake. Sono loro, e l'enigmatico rapporto che li lega, la lezione più esaltante e amara che la ragazza dovrà imparare. Stephanie Danler dà forma al mondo ossessivo e adrenalinico chiuso tra le pareti di un ristorante, fatto di conversazioni interrotte, frasi ascoltate per caso, suggestioni che ribollono negli angoli. E la storia di Tess, racconto dell'orizzonte infinito che si stende ai piedi di chi a vent'anni scommette il proprio futuro su New York, rivela la forza che resta dentro dopo aver assaggiato il sapore del disincanto.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817094573
eBook ISBN
9788858689523
PRIMAVERA

I

Lo avrai previsto. Non tu, in realtà, perché non sei ancora capace di capire le cose da sola: tutti gli altri si danno da fare a capirle per te, giorni pieni zeppi di consigli non richiesti che non segui e avvertimenti scontati che non sopporti e che soffocano il tuo entusiasmo. Sì, senza dubbio lo avevano previsto, e le loro supposizioni si rivelarono esatte.
Quando sarai più vecchia, capirai che a livello inconscio non solo l’avevi previsto, ma lo avevi anche creato tu, alla tua maniera goffa e cieca. Ti consolerai col fatto che prevederlo o meno non avrebbe avuto la minima importanza. Quando si trattava di incidenti eri come una spugna. Forse da giovani lo sono tutti. Non ricordano, nessuno ricorda cosa si provi a possedere una così sconsiderata capacità di assorbimento.
Quando non riesci a capire cosa ti aspetta la vita è fatta solo di sorprese. Ripensandoci, in realtà di sorprese ce ne furono pochissime.
Dopo il lavoro facevamo una passeggiata, perché l’inverno stava allentando la sua morsa dispotica. La padronanza di Jake dell’ambiente che lo circondava cresceva man mano che ci allontanavamo da Union Square. Dopo aver superato Houston Street verso sud, o la Avenue A verso est, si trovava nel suo elemento.
Mi portava nei suoi bar. Diventava paziente, romantico, nervoso. Odiava i locali dove i baristi erano giovani. Tutti quelli che conosceva si chiamavano Buddy, Buster o Charlie, nomi da cane fedele. Odiava i bar con tavoli e luci scelti apposta per farli sembrare vecchio stile. Gli piacevano quelli vecchi davvero, con la vernice consumata, l’intonaco scrostato, le mattonelle scheggiate. Niente DJ. Niente lista dei cocktail. Negli altri bar poteva anche andarci, ma mai starci veramente.
Da Milady’s Jake chiamava Grace la barista, e per noi due sgabelli c’erano sempre. Da Milano’s, in Houston Street, c’erano un pitbull che dormiva sotto il tavolo e pattinatori professionisti impomatati allineati davanti all’ingresso insieme alle fidanzate modelle. Al Mars Bar i muri erano impregnati di urina; io ero l’unica donna e nessuno faceva caso a me. Un fragile ecosistema di uomini in là con gli anni, death metal, bevute e soddisfatta anarchia.
Da Sophie’s, sulla East 5th Avenue, il martedì il gestore era Brett, un amico di Jake «dei tempi andati», il che nella mia interpretazione significava che erano stati complici in qualche piccolo furto oppure insieme al riformatorio, dato che nessuno dei due ne parlava mai. Mite e imbronciato, Brett beveva con un occhio fisso sull’episodio dei Simpson trasmesso dal televisore sopra il bancone. Jake continuava ad allungarmi quarti di dollaro per mettere musica al juke-box, e tutte le volte che sceglievo una canzone si prendeva la testa tra le mani e gemeva.
«È un problema genetico? Le donne non capiscono niente di musica? Questa roba è una merda, una merda assoluta. A te piace?»
«È una bella canzone. Adatta per andare all’altare.» L’altare e Jake. Si tappò le orecchie.
«Sei matta da legare, mi fai venire voglia di morire.»
Non appena il pezzo finiva faceva scivolare un’altra moneta accanto alla mia birra e io mi avviavo, decisa a far sì non che apprezzasse la mia scelta, essendo impossibile, ma che non dicesse niente.
«Lo sai che Ian ha scritto questo brano per i Joy Division prima di morire?»
«Chi è Ian? Questo gruppo si chiama New Order.»
«Brett! Brett, hai sentito? Chi è Ian, mi ha chiesto costei! Questo gruppo si chiama New Order, ha detto!»
Brett distolse per un attimo gli occhi dallo schermo e mi squadrò da capo a piedi. Era deluso.
«Chi sono i Joy Division?»
«Cazzo!» esclamò Jake. L’intero bar era in rivolta. Uomini adulti davano manate sul legno, qualcuno mi puntò contro una stecca da biliardo. Quando il pezzo finì, un altro quarto di dollaro comparve accanto al mio boccale.
«Mi stai torturando?»
Lui si sporse verso di me e una ciocca di capelli gli ricadde davanti agli occhi. Gliela tirai indietro. Ecco chi ero diventata: la ragazza che doveva mettere a posto i capelli a Jake. Ormai era ubriaco, stava perdendo il controllo: mostrava i denti e sentivo che stava per scagliarsi contro di me.
«Mi piace» rispose.
«Ti piace umiliarmi?»
«No.» Mi posò una mano sulla guancia e le nostre fronti si toccarono. «Mi piace vedere come ti concentri quando sei laggiù. Ti mordi le labbra come se fosse una questione di vita o di morte. Mi piace vederti ballare sullo sgabello del bar, anche quando tutti ti gridano contro.»
«Ti piace come ballo sullo sgabello?» Feci per alzarmi; le sue mani mi trovarono e mi spinsero giù.
«Sei pronta?» mi chiese, e io annuii, mordendogli il collo. Credo che niente mi desse altrettanta soddisfazione di quando mi chiedeva se ero pronta a tornare a casa. Del pensare che saremmo usciti dal locale insieme, lasciando tutti gli altri a ordinare l’ultimo giro.
«Brett, ci aggiustiamo poi» disse Jake, sfilando una banconota dal portafogli per dargli la mancia e infilandomi l’altra mano sotto il reggiseno per pizzicarmi un capezzolo. Brett alzò le spalle. Era sempre così: niente conto da pagare, niente conseguenze.
UNA VOLTA QUI VIVEVANO GLI ARTISTI diceva il graffito sulle assi di compensato che schermavano le reti metalliche tese attorno a una gigantesca voragine nel terreno. All’interno le squadre di demolizione spaccavano il cemento, formando pile di terra e macerie. Sul compensato erano affisse alcune licenze di costruzione e l’immagine fatta al computer di un condominio, con una donna in tailleur e tacchi alti che si rilassava bevendo un bicchiere di vino e osservando lo skyline di Manhattan dal suo minuscolo appartamento bianco sospeso nel cielo. Era una bruna con occhi vagamente esotici. Forse una volta gli artisti vivevano lì, ma quella donna non era certo una di loro. Anche se aveva il volto rivolto a ovest, la scritta sotto l’immagine recitava LALBA DEL LUSSO A WILLIAMSBURG.
Il vento faceva spumeggiare le acque del fiume contro le rocce. L’erba era bruna e spelacchiata, le aiuole rinsecchite. Mi sedetti su una panchina per guardare il ponte e avvertii una fitta di ansia. Chi avrebbe comprato quei condomini? Chi avrebbe rimborsato i nostri prestiti per pagare gli studi? Il nostro senso dello stile ci avrebbe protetti? E se un tempo lì vivevano i poveri, mentre ora sarebbero venuti ad abitarci i ricchi, noi dove saremmo andati?
Due senzatetto avvolti in strati di abiti incolori dormivano su tavoli da picnic. Ero diventata bravissima a non guardare le cose sgradevoli. Ero in grado di sorvolare con gli occhi qualunque pozza di vomito sulla banchina del treno, qualunque drogato piegato in due che sbandava sul cemento, qualunque donna che strillava contro il suo bambino in lacrime, perfino le coppie che litigavano ai tavoli del ristorante, le donne che piangevano davanti alle fettuccine facendo roteare la fede nuziale. Essere una da cinquantuno per cento mi aveva insegnato a non permettere a nessun turbamento di alterare la mia compostezza. Uno dei due senzatetto era sdraiato su un fianco e mi dava le spalle. Aveva i calzoni mezzi calati, un pezzo di carta igienica coperto di merda che gli sporgeva dalla fessura tra le natiche come una bandiera per segnalare la resa. Una scarpa da tennis gli era caduta giù dal piede e giaceva accanto al tavolo.
Continuai a fissarlo finché non ce la feci più. Il sole sembrava non sapere bene se tramontare o no, e invece di provare l’eccitazione metafisica che mi procurava di solito il cambiamento della luce, mi accorsi che i topi si aggiravano tra i sassi. Comincio a preoccuparmi, dissi al fiume. Controllai il telefono e tornai verso casa.
L’invito che ricevetti era vago, e io ero diffidente. Aspettai che gli desse un seguito. Ma Simone parlava sul serio: le sarebbe piaciuto molto averci a cena, io e Jake insieme. Noi tre. L’appuntamento era alle otto. Quando frugai tra i miei libri per vedere se ce n’era uno che potevo portarle per farle una sorpresa, trovai la copia di Emily Dickinson che mi aveva prestato la prima volta che ero andata a casa sua. L’avevo riletta spesso, ma mentre la tenevo in mano il ricordo completo di quel pomeriggio mi piombò addosso con un’ondata di vergogna. Non per il ricordo in sé, ma per la disinvoltura con cui si dimenticavano intere giornate. Con cui migliaia di sconfitte e trionfi si riducevano unicamente ai loro momenti più nitidi, e perfino quelli non riuscivano a durare nella memoria. Avevo già dimenticato gli uomini in riva al fiume. Avevo già dimenticato le sensazioni dell’autunno. La mia tristezza di quel giorno, quando mi ero separata da lei, esisteva soltanto in quel librettino, e anche lì era solo una reliquia.
E così, mi dissi davanti allo specchio, mentre applicavo l’eye-liner nero, non solo stavo per tornare a casa di Simone, ma avevo anche ricevuto un invito a cena, e non ci andavo da sola, bensì con Jake. Indossavo un maglione nero di lana a trecce, stivali neri al ginocchio, calzoni neri incollati alle gambe. Sfumai l’eye-liner e mi avvolsi l’enorme sciarpa grigia attorno al collo. Sorprese a ogni angolo.
«E poi lei danza finché non muore. È l’unico modo per placare gli dei. È straordinario, mi faccio un punto d’onore di andarci ogni volta che lo mettono in cartellone» disse Simone, tirando fuori un pollo arrosto dal forno. Io tenevo in braccio una pila di libri che avevo tolto dal tavolo rotondo. Non c’era altro posto dove posarli se non per terra.
«Davvero? Mi sembra figo.»
«Lei e il suo “figo”» replicò Jake, scuotendo la testa. Stava sfogliando Meditations in an Emergency e ci guardava con un sorriso sulle labbra che mi faceva sentire al settimo cielo.
«Devo aver già ascoltato Stravinskij in passato» mentii.
«Naturalmente.»
«Ma adesso non me lo ricordo.»
«Be’» disse Simone, togliendosi i guanti da forno. «Io ti consiglierei il balletto: la musica è potente, d’accordo, ma fu la coreografia di Nižinskij, nella sua brutalità, a far infuriare davvero la folla nel 1913. Fu quello lo scandalo. Per favore, puoi togliere lo Chenin dal frigorifero?»
Simone era il direttore artistico del proprio appartamento. Quando arrivai Jake era già lì, le candele erano accese, sul giradischi c’era Bessie Smith e nell’aria aleggiava un odore inaspettato di patate e grasso di pollo liquefatto. Il forno aveva riempito la casa di fumo e Simone aprì la finestra. I piccoli rumori della strada penetrarono all’interno, un confine mobile che contrassegnava la nostra inclusione ed esclusione. Non appena varcata la soglia Simone mi aveva versato un bicchiere di sherry Fino e detto di accomodarmi al tavolo mentre si affaccendava in cucina.
Olive e mandorle erano disposte al centro in piatti coordinati («Tangeri» mi rispose, quando le chiesi da dove venissero), ma lei non lo aveva sgombrato. Libri, mezzi pompelmi, bucce svuotate di avocado, penne, ricette, caleidoscopi di cera di candela appiccicati alla superficie. Ed ecco Jake, che si aggirava a passi felpati come un delinquente in un museo, prendendo in mano oggetti, libri e carte e spostandoli. Quando entrai mi squadrò da capo a piedi, rivelandomi di essersi accorto dei dieci minuti in più che avevo dedicato al trucco. Si trovava a suo agio a casa di Simone come non l’avevo mai visto nella propria.
«La storia ha origini pagane… Ma quello che mi ha sempre interessata è che il mito della sera della prima rispecchia l’arco narrativo del balletto, il quale è una discesa nell’abisso del brutale e del primitivo. Il suo fervore crea un analogo fervore nello spettatore. Davvero, riesci a immaginare una rissa durante un balletto?»
«Con chi sei andata a vederlo?»
«Mmh?» fece lei, in tono distratto. Portava un grembiule legato alto sopra i fianchi, come quando era al lavoro, ma aveva i capelli sciolti in un’acconciatura elegante e una maglietta bianca infilata in un paio ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il sapore dei desideri
  4. Dedica
  5. ESTATE
  6. AUTUNNO
  7. INVERNO
  8. PRIMAVERA
  9. Ringraziamenti