Ricordati perché lo fai
La folla della stazione mi rema contro come il primo giorno che arrivai a Milano.
Il fumo delle tante sigarette si confonde con il grigiore generale. Fuori le strade sono bagnate dalla pioggia e le persone salgono e scendono imbronciate dai treni. Fuggono dappertutto, dirette alla prossima coincidenza o a qualsiasi altro dovere le tenga in pugno. Danno la triste impressione che la vita non gli appartenga davvero ma stiano solo tentando di rincorrerla.
Sono in ritardo. Mi affretto verso il vagone da cui arrivano i fischi e mi picchio la valigia sulle ginocchia.
«Aspetti, ci sono io! Aspetti! Eccomi, eccomi qua. La metro ha avuto dei prob...»
«SI MUOVA, VELOCE! Non possiamo mica aspettare lei!»
Il controllore mi insulta in bergamasco, mi scuso e salto dentro poco prima che il portellone si chiuda. Io e la valigia ci sdraiamo a terra e riprendo fiato. Sono sudato e ho la vescica piena, mi verrà una cistite, lo sento. Che stress.
Gattono tra i posti cercando il mio e trovo Claudia nell’ultima fila. Sistemo la valigia e sprofondo sul sedile.
«Buongiorno, principessa dormigliona» mi dice.
«Non è colpa mia. Uno ha cercato di buttarsi sotto la metro e hanno bloccato tutto. Ho dovuto prendere il tram. Secondo me lo fanno per rovinare la giornata a chi ancora vuole vivere. Dico io, va bene, sei incasinato perso e vuoi farla finita, ma Virginia Woolf si è annegata in un fiume. Non è che prima si è messa a scavare fino a dirottarlo sul villaggio per affogare tutti.»
«Analisi affascinante. Hai una bella cera, a proposito. Sei stato prigioniero nella cantina di un pazzo e i militari ti hanno liberato stamattina?»
«Ho dormito poco. Vado a darmi una sistemata.»
Mi chiudo nel bagno angusto e mi cambio la maglietta umida. Sono lercio, mi avvolgo nella carta igienica e mi passo il deodorante. Cerco di sistemare i capelli arruffati guardandomi allo specchio. Sono troppo lunghi, mio padre avrà da ridire. E molti sono anche bianchi, il che darà fastidio a mia madre. Rievocherà i tempi in cui avevo otto anni ed erano nerissimi, dandomi la colpa di essere diventato adulto. Ho messo la crema idratante, ieri sera, ma ho ugualmente le occhiaie livide. Credo sia la dieta, mi sta sciupando il viso. Forse dovrei imitare Sia, la cantante, e farmi crescere la frangia sugli occhi. O magari potrei imparare l’uncinetto, intrecciare i peli della barba e crearmi una bella maschera.
Torno a sedermi di fronte a Claudia. Lei è sempre impeccabile, non so quale sia il suo segreto. Non suda, non inciampa, ha il volto rilassato anche a pilates e porta la 38 da quando frequentava le superiori, senza oscillazioni. Certe volte ho anche il sospetto che quei suoi capelli biondi e lisci effetto seta siano una parrucca.
Mi fulmina con lo sguardo: sa che lo sto pensando. Ultimamente ha imparato a leggere la mente. Lo fa con i suoi collaboratori, per intercettare il loro odio.
Dopo un’ora trascorsa a sbattere i piedi per l’ansia, provo ad ammazzare il tempo sbirciando su Facebook. La posta privata ha dei nuovi messaggi. Mi lecco le labbra, come al solito non so cosa rispondere, perciò consegno il cellulare a Claudia.
«Anche questo è il tuo lavoro, Samuele.» Prende il telefono e mi rimprovera con quei suoi occhi verdi e grandi, da stronza. «Non puoi fare sempre così.»
Non si tira indietro perché è la mia migliore amica. Un titolo che, però, le dà anche il diritto di ricordarmi quando mi comporto in modo infantile. Nessun conforto gratuito e nessuna pacca sulla spalla. Litighiamo spesso, ma siamo essenziali l’uno per l’altra. Entrambi sappiamo reggere quel pesante specchio in cui nessuno dei due vuole guardarsi. Ovviamente, non si rende conto che l’aiuto che mi offre è più di quanto io riesca a fare per lei.
«Prima o poi dovrai imparare» continua.
Già. La mia testa è una miniera di “dovrei”, come la mia vita. Io sono nel mezzo e le possibilità mi vorticano intorno, mescolandosi tra quelle che desidero e quelle che sono obblighi.
Dovrei iscrivermi in palestra, ormai ho le braccia flosce. Vorrei tornare sul primo vagone e baciare quel ragazzo carino che mi ha guardato mentre passavo, senza chiedergli neppure il nome. Dovrei confessare al mio amico Daniele che non è bravo a cantare e forse farebbe meglio a trovarsi un lavoro. Vorrei buttare nel cesso i cavolfiori e le verdure che fanno bene, smetterla di lavare i piatti, di cercare le offerte al supermercato, sono stanco. Vorrei andarmene via senza avvertire nessuno, con una piccola valigia quasi vuota. Dovrei trattare meglio Gilberto, fargli qualche regalo, lasciare correre quando fa cadere il sugo sulla tovaglia. Lui è sempre rispettoso con me.
Ovviamente bado solo ai doveri. Il resto dei pensieri li scaccio come zanzare, perché ho il terrore che, concedendomene uno, poi non riuscirei più a essere il ragazzo educato, che dove lo sistemi rimane, assennato, su cui contare.
Il treno viaggia in ritardo, ci fermiamo in continuazione.
«Sto morendo di fame.»
«C’è il riso, Sam» sbadiglia Claudia.
«Dovevo pensarci io, al cibo, lo sapevo. Vuoi capirlo che il riso mi rende stitico? Ho un equilibrio delicato, c’è già la colite spastica a darmi problemi, devo assumere fibre, non riso. Poi mi tocca prendere le pastiglie di erbe lassative, ma mi scombussolano l’organismo. Potevi fare un panino integrale con la frittata, come tutti.»
«Come tutti chi? Io lavoro nella moda, se divento obesa mi fanno un contratto da magazziniera.»
Sospiro, mi manca l’aria. «Ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa a casa. Il Valium?»
«L’ho preso io, è nel borsone dei medicinali, assieme al macchinario dell’aerosol. È allucinante che tu l’abbia portato con te.»
Ci guardiamo in cagnesco come facevano Lovely Sara e quella carogna di Lavinia. Io sono Sara, ovviamente.
«L’ho portato con me in caso di infiammazione del cavo orale, ok?» rispondo. «È un paese di montagna, non basta mettere una felpa di sera: l’umidità ti entra nelle ossa, tra quarantotto ore sarò col naso che gocciola, le tonsille gonfie e l’emicrania, ho bisogno del mio coso per l’aerosol.»
«Tua madre non ne ha uno in casa?»
«È gente semplice del Sud! Per il raffreddore useranno, che ne so, l’aceto o qualche loro rito tribale con olio e galline offerte in sacrificio.»
«Sei una vecchia checca drammatica. Tieni, leggiti qualcosa e non rompere il cazzo.»
Sfila un libro dal mio borsone e me lo getta sulle gambe.
Ecco. Questo me l’ha regalato Gilberto, il mio compagno. La settimana scorsa avevo allegramente espresso il desiderio di leggere un buon libro. Prima che partissi, lui se n’è tornato a casa con l’ultimo Premio Strega. Ha detto: «L’ho visto in vetrina e ho pensato che fosse perfetto, per questo momento che stai attraversando. Se hai bisogno di leggere, è il libro ideale per una catarsi». Avrei voluto che fosse una cosa mia, un regalo fatto a me stesso. Ma lui mi ha anticipato, come al solito.
Lo lancio sul sedile libero accanto al mio, e tiro l’ennesimo sospiro esagerato.
«Continuo a credere di aver dimenticato qualcosa.»
«Il tuo fidanzato, per esempio. A proposito, mi ricordi perché stai per sposarlo?»
«Perché questo lo renderà felice» rispondo mesto, ed evito i suoi occhi accusatori.
«E tu sarai felice per questo?»
Sorrido. «E quando mai so cosa mi renderebbe felice? Chi lo sa.»
Per Claudia non ha alcun senso, ma mi accetta per quello che sono, complicato e umorale. Ha trent’anni, uno in più di me, vive in un bilocale acquistato senza il sostegno di un uomo, di cui paga il mutuo con il suo lavoro di visual merchandiser e vetrinista. La sua missione è prevedere il meglio per se stessa, perciò parole come smarrimento e confusione le fanno alzare gli occhi al cielo fino a roteare le pupille verso il culo. È single da quando la conosco. Prova a suggerirle il rossetto più adatto alla sua carnagione, che piatto ordinare al ristorante o anche solo di non attraversare col rosso e ti spacca la faccia.
«Faccio due passi. Mi sta venendo una paresi alle gambe.»
Pochi metri e il treno ha uno scossone, così mi appoggio a una tizia tirandole i capelli.
«Ahia!»
«Ops. Perdonami.»
«Figurati, non fa niente. Ma... Samuele!»
«Oddio... Stefania!»
Si alza in piedi e le restituisco la ciocca rimasta impigliata tra le mie dita. Abbiamo fatto le superiori insieme. Le sue tette enormi hanno impedito a chiunque di avere una relazione stabile dal terzo al quinto anno.
«È un secolo che non ti vedo! Come stai?»
«Eh. Gay. E tu?»
Sbuffa. «Incinta. Sei andato meglio tu.» Si accarezza la pancia tonda e dura e poi dà un colpo alla mia. «Oltretutto stai una favola, il ciccione della quinta B è sparito.»
Se nel mondo gay ci facessimo i complimenti che le donne sprecano per noi con tanta gentilezza, non staremmo sempre a rubarci i fidanzati o a raccontare crudeltà sui colleghi che non portano calzini firmati.
Anche Stefania sta tornando al Sud, dalla sua famiglia. A quanto pare fa l’infermiera a Bologna, è sposata e ogni tre mesi scappa a casa perché le mancano i suoi nipoti. La storia di chiunque, su questo treno. Tutti che tornano nel posto in cui sono nati per riabbracciare l’estate del passato e i suoi ricordi lievi.
Mi ributto sul mio sedile, stremato dal cattivo umore, e rimetto la fronte sul vetro. Superiamo Roma e le gocce appese alla superficie filano verso il basso, ormai esaurite. Il sole torna a bucare le nuvole che via via si diradano nel cielo.
Sono sul treno che mi trascina al Sud dopo tre anni di assenza. Una volta non avrei visto l’ora di tornare alle melanzane imbottite di mamma, ai cavolfiori sott’olio della vicina. Ai muratori sudati e senza maglietta, agli anziani che giocano a carte sui tavolini di plastica, nei bar ancora pieni di fumo. Ai gatti randagi sui muretti, ai segnali stradali sbiaditi. A parlare con la panettiera che già a diciotto anni mi chiedeva quand’è che mi sarei sposato. Al caffè a ottanta centesimi, al profumo notturno di forno acceso. Alla brezza che sa di temporale, al vento che soffia dalle masserie e sa di fieno. Ai turisti senza fronzoli, alle pagliette messe di fretta, al trucco che non serve, ai mojito a mezzanotte. Ai baci sotto la luna, alle risate in macchina con i finestrini aperti, ai pianti trattenuti davanti ai treni che vorremmo perdere.
In passato avrei esultato per quella metà di vita che era lì ad aspettarmi, incazzata come un genitore a cui avevi promesso un orario di ritorno e invece non l’hai rispettato. Ma oggi no: mi sento troppo stanco e arrabbiato per questi sentimentalismi.
Mi piacerebbe spegnere tutto. Mi piacerebbe che il mio presente fosse la scena di un film che non convince perché rovina il resto della pellicola, e allora la si taglia, per rifarla, o magari no, andiamo avanti, dimentichiamoci di averla girata e non pensiamoci più.
«Senti, una volta a Salerno come si arriva, poi, a questa Trentinara?» mi chiede Claudia.
«Non so come funzioni, adesso. Probabilmente dovremo proseguire a cavallo o pagare venti denari a un viandante.»
«Fantastico.»
Mi metto le mani sulla fronte. «Questa vacanza mi ucciderà, lo so.»
«Ecco perché si chiama “vacanza”. Serve a rilassarsi.»
Sollevo le mani. «Oh, certo, scusa tanto se i miei problemi stanno infastidendo te, la tua vita e i tuoi perfetti capelli lisci! Guarda che hai insistito tu per accompagnarmi, e non ne ho ancora capito il motivo. Come fai a prenderti tutti quei giorni di permesso?»
«Non sei autosufficiente.»
Altre ore passano, lente e fastidiose. Non ho chiuso occhio, mentre Claudia dormirebbe dappertutto, anche in bicicletta. Si ubriaca e sviene continuamente sui cofani delle auto in giro per Milano. Poi si risveglia all’alba, titillata da qualche anziana, si mette a posto la camicia e torna a casa.
Finalmente il treno si ferma a Salerno e qui decidiamo di noleggiare un’auto. I miei ne hanno solo una e non voglio fare il figlio che torna e pretende. Saranno già ansiosi di puntare il dito sul resto.
È una giornata calda e soleggiata. Il mare oltre gli scogli del porto brilla e i pescatori lontani sembrano delle asticelle sottili. Il cielo ha impedito alle nuvole di smorzare il suo colore immenso. Tutto è piatto, addio ai grattacieli; la sensazione di essere minuscoli in mezzo a spazi così aperti ti strappa ogni difesa.
Claudia si mette alla guida e io mi irrigidisco perché sta succedendo per davvero. Accende la radio, che manda I Love You Always Forever di Donna Lewis.
Mi fa l’occhiolino. «Sorridi Sam. Dopotutto stai per sposarti e coinvolgere la tua famiglia. Non è meraviglioso?»
Già. Sorridi.
Percorriamo i...