Capitolo settimo
Nella tana del lupo
1
La stronza accumula provviste per una guerra nucleare, o ha a cena l’esercito della salvezza: tre mazzi di asparagi («quelli bianchi, Carmine, mi raccomando»), dodici carciofi, i broccoli romaneschi e le cipolle di Tropea e i radicchi amari trevigiani e la lollo e gli spinaci già capati («me li faccia pulire espressi dal ragazzo, non ho fretta»), mi sono dimenticata il dragoncello che sbadata, i peperoni quelli dell’altra volta che erano dolci, le melanzanine piccole da fare alla griglia e non ha ancora affrontato il capitolo frutta. Il verduraio le sistema i sacchetti dentro un cartone di dimensioni assurde, qui possiamo incancrenirci fino a domani.
«Io voglio solo due prugne, me le pesa per favore?»
«Eh, ma se tutti farebbero così…»
«Non lo stanno mica facendo tutti, mi pare… calcolare le eccezioni è il minimo sindacale anche per le scimmie, lo sa?»
Due prugne per addolcirsi la bocca dopo una giornata da dimenticare, dio boia, il top di gamma che non sfonda e io gliel’avevo detto alle teste quadre che gli interni in pelle bianca… i contadini ci salgono sopra con gli scarponi sporchi di merda, vabbe’ che i figli coi trattori ci vanno in discoteca… la Turchia era l’unica ad accettare standard non europei… se l’invenduto supera il trenta per cento la Cassa non basterà…
«Un attimino, se mi rintrona la capa io mi confondo…»
«Ho capito, vada a dar via i ciapp lei e le sue prugne.»
A bocca asciutta Adolfo si consuma nella propria rabbia, ci si crogiola accanendosi mentalmente sugli ingegneri che si gingillano con l’iPad mentre lui sta a smadonnare sul gestionale dei disegni, che non sarebbe mestiere suo; nel paesino del padre, Pietragalla, gli asini carichi di miti passavano sotto il ponte avveniristico, ne ho macinata di strada da allora. Nessuno mi ha mai regalato niente, sono andato avanti a sgomitate e dita in faccia, mi son fatto milanese al cento per cento, avevo bisogno di una donna decorativa ma ho sposato la decorazione sbagliata. Quando al mattino mi passa il dentifricio muta come il rimprovero, io ciavrò pure ’na fiatella da ammazzare un bue ma la smorfia di commiserazione te la puoi ficcare in quel posto, vogliamo parlare del tuo, di fiato? “Però” pensa Adolfo in ascensore “se beve almeno apre le gambe.”
«Col mio sperma voglio soffocare dei quartieri interi, modificare la corsa dei fiumi, voglio essere la causa di un cambiamento climatico, inseminare le giraffe e i girasoli… nella coppia il vero artista sono io.»
«Non sbandierare cazzi di cui potresti pentirti… e comunque si dice “il corso” dei fiumi.»
«Rivèstiti che sta tornando Andrea… cos’ha lasciato la Vesna in cucina?»
«Mangiate voi, io vado ai Navigli a fotografare le foglie sull’acqua.»
«Marò, le tue ispirazioni irresistibili…»
«Mio fratello mi chiama… posso desiderarla anch’io un po’ di felicità?»
«Tuo fratello ha tirato il calzino, e chi se ne frega della tua felicità… se è per fare cose che ci danneggiano tutti, vaffanculo te e la tua felicità.»
«Intanto vorrei farmi una doccia, anche se quel che voglio io non è mai stata una priorità in questa casa…»
«Leggi meno Fabio Volo e làvati bene che ne hai bisogno… sta’ attenta ai Navigli, di non cadere nel canale che anneghi…»
Quella donna ha il potere di mandarlo fuori di sé, il disprezzo che le tracima dai lineamenti è viscido come il liquido che le bagna le mucose; devo sottrarre Andrea alla sua influenza, ne farebbe un vigliacchetto incapace d’azione, eccolo che sale le scale.
«Ciao campione, oggi mangiamo da soli… mamma ha le fregole pittoriche…»
«La fregola è buona coi crostacei.»
«Cos’è successo piuttosto a scuola?»
«Un mio compagno ha una malattia neoplastica, gli cadranno i capelli.»
«Vedrai che guarirà…»
«Gli anticorpi mica sono come Batman… però non lo spifferare alla mamma se no chissà come reagisce.»
Bianca è ancora in accappatoio, si avvicina alla tavola a rubare un bicchiere di vino; Adolfo le sbircia il seno.
«A proposito di Fabio, non Volo… l’altra sera l’ho visto che s’è infilato alla fine… perché hai detto al direttore che il concerto gli era piaciuto? perché ti addanni a metterlo sempre in buona luce?»
«Ancora? se vuoi dal Lingy ci andiamo insieme, è uno psichiatra bravissimo.»
«Fra un po’ avrai bisogno di un ortopedico, altro che psichiatra (si alza dal tavolo, afferra la moglie per i gomiti), perché ti spezzo le braccine, arrogante schifosa…»
Lei si divincola, corre in camera dove Adolfo la segue – chiudono la porta, le moine e le offese giungono attutite.
Andrea immagina il mondo diviso in due, tutto è spaccato in due: le polpette si sdoppiano nel piatto, quelle col pomodoro e quelle senza, formano due squadre nemiche per sempre – i fagioli bianchi e quelli neri, essere bravi e fare schifo al cazzo, il maschio e la femmina, diventare vecchi o morire a dieci anni, la testa calva come un pulcino implume nel nido. In un libro sulle famiglie arcobaleno che hanno fatto pubblicità a scuola un aquilotto era figlio di un condor e di un fenicottero rosa, che malgrado la loro diversità migravano insieme e difendevano il figlio durante la tempesta.
«Mi fa malissimo la pancia… la mamma è in biblioteca…»
«Sto arrivando, non c’è la Vesna?»
«È già andata via… l’ho aiutata a preparare il baba ganush… come? ah, forse è stata la tahine che ne ho mangiato un cucchiaio…»
«Tieni duro, campione… sono in Melchiorre Gioia… ma la biblioteca non dovrebbe essere chiusa a quest’ora?»
«Non lo so… il mercoledì è aperta… forse nella sala vicino alla biblioteca c’era una conferenza, mi pare… papà ti scongiuro, io ti vengo incontro nel cortile e mi accompagni subito al pronto soccorso, ho i dolori fortissimi…»
«Ho capito, Andrea… di’ alla mamma, lo so che è lì… dille che fra cinque minuti sono a casa e regoliamo i conti… tu alla pancia non hai niente, hai fatto quello che potevi… adesso va’ in cucina e spàlmati davanti ai fumetti in televisione.»
Andrea riattacca consapevole di aver fallito, ma non considera giusto chiedere scusa a sua madre, e non vuole nemmeno che sia lei a scusarsi, ad allargare le braccia come sta facendo; la manovra diversiva è stata intuita dal nemico, succede nei giochi di strategia. Come quando la volpe si finge zoppa per attirare il falco lontano dalla tana. Se l’operazione fosse riuscita, Bianca avrebbe avuto il tempo di riprendersi, di smaltire la sbornia e smettere di vomitare sghignazzando; quando si sente più adulto di lei, Andrea chiama la madre col nome di battesimo, come chiama Adolfo suo padre – se loro cercano un complice e non un figlio, è normale che trovino un burocrate. Ma torna all’appellativo affettuoso quando Bianca gli fa pena: «l’alcol per la mamma è come per Wanda31 la cioccolata».
Adolfo entra in camera da letto e scopre, come si attendeva, la moglie ubriaca fradicia: scomposta, la vestaglia aperta fino alle mutande – orgogliosa di aver riaffermato, bevendo, la propria identità. Tutto le sembra leggero, se quei buffi aggeggi detti maschi lo sapessero di star volando come burattini di pezza… se conoscessero il piacere di lasciarsi cadere al primo schiaffo che arriva.
«Che esempio gli diamo a quello di là? a che ti serve tutta la tua cultura se ti riduci come una troia?»
«Lo chiami “quello”… chissà da chi mi sono fatta ingravidare… chissà, indovinala grillo… che fortuna, ah la bonne cha-chance… ss-so ein Glück…»
«Non riesci neanche più a parlare, glu-glu… hai bisogno di drogarti per prenderlo in culo dai tuoi amichetti? devi curarti (parte il secondo schiaffo, l’ira dà le stesse soddisfazioni dell’appetito) se no “quello”, mio figlio Andrea, non te lo faccio nemmeno più vedere…»
«E io ti uccido.»
Rumori sordi, ambigui, di lotta o peggio: Andrea ha alzato al massimo il volume del televisore ma non lo guarda più – si sta proiettando nel cervello i fotogrammi del suo amico Ribatteronda. Ribatteronda è un animale impossibile, che non muore mai proprio perché è inesistente: è come un serpente marino ma ha il diametro di un rinoceronte e vive nell’erba folta; le sue gobbe da anaconda finiscono in un rostro da insetto, lo si può accarezzare soltanto dai finestrini del treno. Sognando proprio di lui Andrea ha avuto pochi mesi fa la prima polluzione notturna; poi Bianca verrà in cucina mascherando con gli occhialoni scuri una tumefazione viola sullo zigomo, ma che importanza può avere questo nella savana?
«Vivetta, sei tu?»
«Hai composto il mio numero, chi dovrei essere? non è che qui da me ci siano le folle a farmi compagnia…»
«È successo ancora, mi avevi raccomandato che dovevo avvisarti… non sono tanto lucida…»
«Avete fatto sesso, dopo?»
«Maledettamente sì… ha promesso che non si ripeterà.»
«E tu gli credi?»
«Ma come, Vivy… proprio tu, la devota a prova di bomba, la pasionaria di Medjugorje, quella che sgranocchia rosari come pistacchi, la fiorettatrice di promesse a Dio, proprio tu mi inviti a non credere?»
La rosa camuna, nelle novantadue incisioni rupestri che la raffigurano, si presenta con tipologie leggermente variate: quella che Huggy si è appena fatto tatuare sulla spalla sinistra è la più romantica perché è la più simile a un vero fiore – ha una specie di stelo e le coppelle32 si distribuiscono simmetriche dentro e fuori dai petali. Quando Huggy contrae i deltoidi (è spinto a farlo spesso perché il tatuaggio recente gli prude), il fiore sembra percorso dalla brezza.
«Così le reclute di Brera avranno una cosa nuova da disegnare…»
«’U ciuri non lo vedono, mi sono annoiato di andarci… eh, così, alla ’ntrasatta… probabile che parto per la California, o per il Canada.»
Federica stringe le labbra, impallidisce portandosi istintivamente una mano alla pancia.
«Non puoi…»
«Se aspetto a tìa… sei tu che non puoi esagerare con le strisce al quarto mese, la cupoletta si sta facendo rotonda…»
Huggy la accarezza, copre le nudità col proprio accappatoio. Le smagliature lo disgustano ma la deontologia professionale gli impone di mostrarsi focoso.
«Duilio torna lunedì…»
«Ti fa pena? hai dei rimorsi?»
«Io voglio addosso a me solo cose belle…»
«Dove siamo diretti, tesoro? vuoi dirmi che siamo d’accordo per domenica? che al cornutazzu gli facciamo la sorpresa?»
«Sì… la droga la porto io, il negro lo porti tu…»
Ridono ciechi, felici, disperati; Satana brinda alla salute del feto.
Massimo col lavoro di modello si trova bene ma non gli basta nemmeno lontanamente per sbarcare il lunario; si ferma tre volte la settimana a pulire la palestra e gli entrano altri duecento euro, ma vorrebbe rendersi indipendente per l’affitto e non ci siamo ancora, hai voglia. Non gli piace che a pagarglielo sia Duilio anche se è chiaro che si presta volentieri, però lo fa un poco per pietà dopo quello che ha saputo, io non elemosino compassione da nessuno; l’ho costretto a giurare che delle magagne mie di pischello non ne parlerà in giro, ma si sa che la gente cià la bocca larga – prima mi svincolo pure da lui e meglio è. Ci sarebbe quella carampana tutta dipinta che s’è fatta avanti il primo giorno, amica de qua amica de llà – manco è malaccio quando non è ciucca – solo coi gioielli sarebbe ’n anno de pigione, ma uno cià la sua dignità, e coerenza, mica posso appizzarmi i soldi per andare in Africa a trovare Chantal e i pasti li scrocco da questa. Huggy dice che altro che i pasti, da come mi guarda magari l’appartamento in proprietà ci potrei ricavare alla fine («se una donna di stile ti offre un rolex, è da maleducati rifiutarlo»; «be’, si pe’ fasse scopà t’offre ’n rolex, tanto de stile nun dev’esse»); io comunque piuttosto che diventare un mantenuto tipo Huggy mi spacco la schiena ai mercati generali, m’alzerò alle tre chi se ne frega, si nota dagli occhi quando uno è marcio. Certo che per insistere insiste, eh, la madama Cleopatra.
«Hai lo stesso nome di un mio grande amore di gioventù.»
«Eh, i nomi son pochi e la gente tanta…»
«Conosco un cortiletto qui in Pontaccio dove cucinano il baccalà alla vicentina… nel ristorante ovviamente non nel cortile… si chiama N’ombra de vin, ti fa male viaggiare a panini.»
«Lassamo perde, nun c’è trippa pe’ gatti… facci er carcolo ch’io potrebbi da esse fijo suo…»
«Proprio per questo te lo dico, i giovani devono stare attenti alla nutrizione… non sei gentile, sai?»
«Mi scusi, ho scoattato ’n attimo… non mi ricordo mai che devo stare al posto mio.»
«Sei il più vivo, lì dentro… vecchie mummie deficienti del cazzo e ragazzine smorte che sembra gli abbiano infilato un manico di scopa su per il culo…»
«Salute signò, ogne parola è ’n fiore… nun se arrabbi, io mo’, cioè adesso, devo andare perché ciò una puntata al telefono con la mia fidanzata…»
Bianca aveva contratto i lineamenti come se lo volesse accoltellare, come se sentirsi respinta da quella specie di poppante mezzosangue colmasse la misura di un’umiliazione ormai senza ritegno, coltivata scientemente come un esaltato (ed esaltante) quod erat demonstrandum (“ora vedranno come accetto la sfida, se so ancora sedurre chi mi merita”). Massimo non ha dato peso all’episodio, il mondo è pieno di matte; pensa che non lo dovrebbe danneggiare sul lavoro, è lei che dopotutto ci ha fatto una brutta figura. Mi sa che cià ’na vita triste, porella, ma io nun la potevo migliorà in niente – ueikàp befana, t’ha detto pedalino: io nun so’ ’n oggetto.
“A che paragonarti, Gerusalemme? / Chi potrà salvarti e darti conforto…? / Grande come il mare è la tua rovina,… / I tuoi profeti ti annunciarono ...