Campione gringo
Ai miei nonni, ai miei zii e a ma’.
A tutti i migranti del mondo,
perché, se ci pensiamo bene,
dalle origini lo siamo tutti.
E allora mi viene in mente, mentre i coattoni seguono la bella ragazza per bulleggiarla e sfotterla dicendole cose sozze, che posso andarmene all’altro mondo se do una lezione a tutti quei facching bastardi. Ma sono nato morto e non ho manco un briciolo di paura. Ne ho avuto da sempre le prove, come poco fa, quando ho spaccato i denti a uno zarro che aveva mollato un apprezzamento pesante alla tipa, e lei, senza dirgli niente, guardava soltanto la strada da dove doveva arrivare l’autobus, e lei tutta a disagio, e ancora di più quando il bastardo le ha brancato una chiappa con le sue dita infestate di batteri. Lì ho mollato gli ormeggi che mi legavano al bancone della book dove lavoro: ho sentito vibrare la polvere attorno a me e sono uscito sparato per rovinarmi i pugni sul suo muso, alla finfine cosa ci potevo perdere se non ho mai avuto niente? Così gli arrivo da dietro, al pischello, e lo colpisco alla caviglia con una scarpata, e lui si piega come un rivolo che scorre su un vetro nei giorni di pioggia, così, lento, e poi gli piazzo con tutte le mie forze un cazzotto olimpico dietro la capoccia.
Zac! Pum! Ciaf! E gli martello sui denti finché non ho visto soltanto la sua massa rossa, grassa, lì, tremante, che misurava il marciapiede con il corpo stravaccato. Per questo c’era già un capannello attorno a me, perché ogni volta che ci sono risse nella street, i coattoni e i fighetti si fanno avanti per vedere da vicino.
Uno dei suoi pischelli mi dice: «Facching, man, a tradimento no; di fronte, indio di merda, da uomo».
E viene verso di me con un paio di coltelli fra i denti, come quei cani che distruggono tutto quello che toccano, e così, senza pensarci su, con lo stesso piede con cui ho fatto piegare il primo, al secondo gli mollo una bazukata in mezzo alle gambe e lo stendo. Prima che cada, gli vedo gli occhi come bianchi; immagino che i coglioni gli siano andati su per il culo fino al cervello. Poi va giù di schianto con il naso a terra.
Nel facching capannello nessuno ha più voluto fare il furbo con me, e vedevo che mi fissavano soltanto, lividi, nani, come piegati dal peso dell’aria.
A quel punto ho cercato di vedere la tipa, chennesò, per controllare se stava bene, ma non l’ho vista. C’erano tanti zarri che non sapevo se era passato l’autobus, o se qualche tipo se l’era tirata di lato per portarsela verso i vicoli in fondo, lì dove le case sono nidi di topi.
Una negra che aveva visto tutto il casino che avevo fatto si avvicina e mi tira per il braccio, togliendomi via dal capannello di gente mentre alcuni di loro cercavano di fare aria ai due stramortiti sul marciapiede; la negra mi trascina fino all’angolo e mi dice: «Mamma mia, faccia di culo, la finisci di sfruculiare il vespaio? Squagliatela o si mette male, ché qui non ci duri manco tre secondi».
Ma io mi stacco dal braccio della negra e la lascio piantata all’angolo a parlare da sola, e attraverso la strada verso la libreria per continuare a servire le mosche.
* * *
[Ah, non mi sentivo così bene da quando mi ero tuffato nel Río Bravo e a forza di braccia, quasi lasciandoci le penne, ne ero uscito ore dopo, mezzo morto, come respirando per la prima volta. Lì mi erano passate tutte le paure per le cose difficili, al bordo dell’acqua; da questo lato dell’abisso.]
Già al bancone della book, mi arriva come una falce il mio Chief alle spalle e mi domanda: «Hai venduto niente, pidocchio di merda?». Poi si avvicina alla vetrina che dà sulla strada e sbotta: «Fuck, che cazzo succede là fuori, all’angolo?».
Io mi stringo nelle spalle con lo straccio in mano perché bisognava finire di levare la polvere, avevo lasciato a metà per andare a prendermi a pugni con i coattoni e difendere la tipa.
«Investito un cane» gli dico seccato, o chennesò, e inspiro con aria scocciata. In quel momento alzo lo sguardo e sento una fitta al petto; un cartone alla bocca dello stomaco: la tipa sta attraversando la strada e viene verso la libreria.
Voglio sprofondare.
Le palle mi si rattrappiscono dal nervoso.
Non riesco nemmeno a inghiottire.
In un secondo mi vedo evaporato in aria sotto il suo sguardo; in un batter d’occhi divento transfugabile.
Anche il mio Chief la vede e mi dice rocambolesco: «La servo io, bastardo puzzolente», e mi fa gesti per farmi allontanare verso il fondo degli scaffali, in modo che non debba vergognarsi di me davanti alla bella ragazza mentre si accarezza la barbetta sul mento.
La tipa oltrepassa la soglia mettendo a soqquadro l’aria senza degnare di un’occhiata i libri ammucchiati sugli scaffali e sui tavoli; li oltrepassa e si avvita al bancone. Il mio Chief inarca arrogante le sopracciglia e porta a spasso gli occhi per non guardarle sfacciatamente la scollatura.
Io abbasso lo sguardo a terra, mi sento un naufrago di carta fra tanti libri.
Ho la bocca così secca che inizio a fare gargarismi con l’aria.
Lei gli dice sa dio cosa, perché non ci sento più; avverto soltanto le tempie che sfarfallano a mille all’ora. Il Chief mi chiama con un gesto per farmi avvicinare, e con voce da chincaglieria mi dice quasi all’orecchio: «Cosa le hai fatto, facching pidocchioso, che vuole parlare con te?».
Il Chief si allontana di qualche passo e fa finta di non guardare, ma io so che ha gli occhi dietro le orecchie e le orecchie nelle pupille. La tipa mi squadra dall’alto in basso, come trapassandomi, come se fossi di fumo, e prima di girare sui tacchi e uscire dice soltanto: «Zio, thanks... però no thanks. Non ho bisogno di eroi, you know?».
Si volta e sento tutte le sue curve, le sue labbra, i suoi seni, il suo odore colpirmi come un uragano sulla mia copertina epidermica. Il Chief le guarda le chiappe rubiconde mentre oltrepassa la porta e attraversa la strada verso il suo palazzo. Io rimango spiaccicato su tutte le piastrelle del pavimento; impiastricciato da una specie di sostanza appiccicosa che mi sta intorno, chennesò. Il mio Chief si volta e mi dice corrucciato: «Bastardo di merda, che cazzo è successo?».
Io faccio di nuovo spallucce e mi viene voglia di vomitare proprio lì, in mezzo ai litri d’inchiostro che devono aver sprecato le tipografie per inzuppare di lettere tutti quei libri. Ma non è la paura per essermi preso a cazzotti. Nella rissa là fuori il mio polso era catalettico incerottato. Sereno. Avrei potuto far passare un cammello dalla cruna di un ago mentre mi cammellavo quei coattoni. No, i tremori sono per le ragazze, soprattutto le più belle, quelle spumeggianti; sento cose che mi zompano nella pancia soltanto al pensiero di stare vicino a qualcuna di loro; penso che non dovrei nemmeno respirare la stessa aria che respirano loro; mi si accartoccia il midollo solo a sfiorare la loro pelle con lo sguardo. A fare a cazzotti me la sbrigo da solo, su questo non ci piove. Però le curve mi fanno derapare verso il peggiore dei miei abissi, o chennesò, e quando la tipa si è lanciata fuori dalla book mi sono sentito desolato, come rivoltato al contrario, così, moscio come l’ovatta.
E nemmeno ba, non ero riuscito a dirle nemmeno ba.
«Che caspita è successo?» Il Chief mi scuote dai miei obnubilati tremori.
«Niente, Chief.» Stringo di nuovo il collo nelle spalle fino alla pituitaria. «La tipa voleva una rivista di non so cosa che non abbiamo» gli dico per farlo smettere di ravanare nello squarcio che in quel momento sento aprirsi nel petto.
«Bastardo levitico, come possiamo sopravvivere se non riesci a vendere nemmeno una fottuta rivista, eh? Fuck, fuck, fuck.»
E io rimango lì, intontito, deglutendo fino alla nausea il mio stesso vomito.
Non riesco a dormire; guardo soltanto l’oscurità slavata che mi punzecchia l’iride, trapanandomi i pori per riempirli di freddo, così, nella soffitta che il mio Chief mi presta per farmi restare nella libreria, qui, presentendo melliflui ragni, bestie acquattate nei muri, pronte a saltare sulla mia carne. Ragni suicidi. E no, non riesco a sprofondare nel sonno, ma immagino la ragazza appesa alla lampada spoglia finché si rompono i vetri e mi pugnala con le sue unghie violacee nel mezzo della notte. Mi sembra perfino di sentire il rumore sdoppiato delle sue mani che mi graffiano la pelle, facendomi a pezzettini come quando strappo un giornale per pulire i vetri, con lo stesso rumore dei vetri quando si rompono.
«Bastardo. Merda. Fuck. Fuck. Fuck. Bastardo. Fottuto pidocchio pirolitico. Fuck. Fuck. Fuck» grida sempre più duro e sconvolto.
Non voglio alzarmi.
Non ho le forze per farlo di mia spontanea volontà. Sento ancora la febbre appiccicata alla pelle; sento una turbolenza agapita che mi percorre in circolo le viscere. In quel momento, di colpo, mentre contemplo il raggio di sole pieno della polvere che aleggia, calda, nelle sue viscere luminiche, il mio Chief lancia un urlo da sotto, dalla libreria, come se avesse la testa appiccicata a un altoparlante.
Bestemmiando, mi tolgo le coperte e scivolo giù per la scaletta della soffitta e scendo con gli occhi a pezzi, come se avessi pianto vetro macinato per tutta la notte, o che so io, ma lì, con gli occhi rigati dall’insonnia, vedo tutto il casino.
La libreria è a gambe all’aria. Distrutta. Il Chief sta già sollevando una scaffalatura e inizia a tirar su i cadaveri dei libri spaginati. La libreria sembra il sentiero del parco Wells in autunno, imbacuccata con foglie spezzate, a centinaia, che ricoprono il selciato come un tappeto. Alcuni libri sembrano perfino essere stati assassinati a coltellate, a bastonate, con i denti, a morsi; qui e là ce ne sono di amputati, come se un razzo nel culo gli avesse fatto esplodere le viscere e le coste. Il Chief mi guarda mentre tiene fra le mani un mazzo di pagine squinternate; però, invece di prendermi a male parole, di peggiorare le cose liberando tutta la sua rabbia contro di me, vedo che gli occhi gli si spezzano e crolla sulle sue scaglie. Io non so cosa fare, perciò non faccio niente. Mi ristringo soltanto nelle spalle e comincio a sollevare le cose più vicine. Tiro su un tavolo sradicato e ci spargo sopra un casino di libri che raccolgo da terra.
* * *
[«I libri sanguinano» mi ha detto il mio Chief quando mi ha ricevuto il primo giorno lì, nella book, perché aveva bisogno di un ragazzo molto a basso costo, per infilarsi nelle fessure della libreria e pulire tutto, per aiutarlo a fare tutto: ad arrampicarsi sui muri come uno scorpione per prendere o mettere a posto petulanze scritte; a trasportare casse anacreontiche di libroni e portarle in magazzino per riempirsi di vermi più lentamente, come si riempiono di vermi tutti i facching libri; ad avere un’inquietudine, un formicolio logorroico per passare lo straccio, spolverare e riassettare il locale.
«Ragazzo, cosa ne sai di libri?» mi ha detto quella prima volta che gli ho chiesto lavoro.
«Niente, signore» ho risposto.
«Come, niente? Non sarai mica un coglione, vero?»
«No, signore.»
«E allora cosa ne sai di libri?»
Ricordo che sono rimasto a fissare il suo infimiccolo negozio zeppo di mattoni fino al soffitto, e gli ho detto soltanto la prima cosa che mi è venuta in mente in quel momento: «Che ingombrano molto, signore».
Lì l’ho sentito per la prima volta ridere con quella risata da mostriciattolo di cartapesta con il culo sfondato. Si è tolto gli occhiali e ha ronzato come un moscone.
«Fuck, hi, hi, hi! Non soltanto sei un coglione, hi, hi, hi, ma proprio un esimio coglione!» e ha continuato per un bel po’ a ridere.
Quando gli si è calmata la risata tossicchiante, mi ha assunto subito per mettermi alla prova e per farmi pulire a gratis le vetrine dei libri.
«Giusto per capire, ragazzo, se non sei stupido come sembri e mi pulisci i vetri a specchio, fuck. Ah, e un’altra cosa: perché puzzi tanto come se avessi la merda appiccicata ai vestiti?»
Io ho pensato che era un gioco da ragazzi e che potevo lasciargli i vetri a specchio come i vetri delle casse da morto quando il morto ormai non ha più respiro e se ne va così, dall’altra parte dell’aria, imperterrito, ormai per sempre, senza facching fiato. E l’ho fatto, ho tolto tutta la sporcizia di secoli con le unghie come spatole e il fiato come detersivo per i vetri.
Mesi dopo, il Chief mi avrebbe confessato che mi aveva assunto perché ero l’unico ragazzo che non aveva la faccia di volergli rubare uno di quei mattoni di libri.
«E perché caspita dovrei volerli, o che so io» gli ho risposto insgarbito per la mia onestà disonorata. «Quello che voglio è andarmene più verso New York e non restare così vicino al posto da dove sto fuggendo, ma intanto, qui, posso mettere insieme un po’ di cash per lanciarmi come una pietra in un’altra pozzanghera.»
Ma queste ultime parole il Chief non le ha sentite perché le ho dette a voce così bassa che forse le ho pensate soltanto.
Così, passando le settimane, e vedendomi con la faccia da tutto, mi ha dato la soffitta della libreria in modo che, oltre a lavorare tutto il giorno, dessi un occhio al negozio di notte mentre lui se ne andava alla sua home con la signora e i signorini, e mi lasciava incarcerato con i lucchetti chiusi dall’esterno e la finestrella della soffitta sbarrata con le assi.
«... ma se hai bisogno di chiedere help puoi usare il pho...