Parte II
La ruota panoramica
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«Adele, rispondi tu?»
Adele alzò lo sguardo dall’sms che stava scrivendo e lo fermò su sua madre: la massa di capelli bruni tenuta su da un mollettone, il costume sbiadito dell’anno scorso. Le stava stretto, quel bikini. Un capezzolo le usciva, la mutanda le scivolava in mezzo al sedere. Avrebbe dovuto piantarla di prendere il sole sul balcone.
«Allora. Vai a rispondere, please?»
Scaldava il sugo con una mano e con l’altra cercava di accendersi una sigaretta. Allungava il braccio per afferrare una presina e la faceva cadere, rovesciava anche il sale.
Bye bye Ernesto, concluse Adele: si sono lasciati. Ebbe la tentazione di alzarsi e di pensarci lei, al sugo, anche se aveva già apparecchiato, passato il mocio e poteva bastare. Si chiese: Perché si ostina a portarli a casa, se non durano più di due mesi?
«Oh! Ma ’sto telefono?»
E ci si metteva anche Jessica a urlare dal bagno. Si era chiusa da un’ora a farsi la tinta, e morire se in casa alzava un dito.
Era sempre lei che doveva fare: Adele, è finito lo zucchero; Adele, tieni i soldi, vai a pagarmi ’sta bolletta. E ora, a mezzogiorno passato, nell’afa insopportabile della cucina, con il ventilatore che mulinava aria calda e il fornello che aggiungeva calore al calore, si chiese se la sua fosse una famiglia.
«Adele, porco giuda!» gridò Rosaria esasperata. «Vai a sentire chi cazzo è! E che cazzo!»
No, non lo era.
Si staccò dal divano, dal messaggio che stava scrivendo. Scalza, sbuffando, arrivò all’undicesimo squillo. Di solito i venditori mollavano al sesto e non c’era bisogno di scomodarsi, ma questo qui insisteva come un dannato.
Alzò il ricevitore: «Pronto?».
Dall’altra parte qualcuno c’era, ma non diceva niente.
Respirava.
Adele rimase in attesa, sovrappensiero.
Respiravano entrambi. Si creò un silenzio dentro la linea, come una bolla d’aria in una siringa.
Sentiva sua madre che continuava a trafficare aprendo il rubinetto, sbattendo ante. Jessica era sempre in bagno a impiastricciarsi. Pensò che fosse il vicino: quello strano tipo con la madre pazza. Non aveva senso, perché non si erano mai parlati né avevano niente da dirsi. E poi, non le sembrava nemmeno un soggetto incline allo scherzo.
«Pronto?» ripeté, tra lo scocciato e il divertito. Quel giochetto improvvisato, che potesse essere il sociopatico dell’interno 21, la distraeva dall’oppressione che provava.
L’estate, ai Lombriconi, era un inferno. Calava un silenzio di morte su ogni pianerottolo quando l’orologio toccava la mezza. Chi poteva sgattaiolava via e se ne andava al Million a prendere l’aria condizionata.
«Ehi!» Solo che loro erano troppo sfigate persino per il Million. «C’è qualcu-u-noo?» gridò ridendo.
Un colpo di tosse.
Un sospiro pesante.
Adele non ebbe alcun presentimento. Continuò imperterrita a civettare con il fantasma del vicino: «Sei un maniaco? Un mitomane?». Scimmiottando sua sorella: «Sei un manicomane, per caso?».
«Adele?»
Lesse l’ultima parola che aveva digitato nell’sms: “pillola”, dopodiché il cellulare le cadde di mano. Avvertì un freddo improvviso, come se nel suo stomaco avesse cominciato a nevicare.
Il suo corpo arrivò prima, infinitamente prima, alla verità delle cose.
Il telefono non aveva squillato per anni.
«Chi parla?»
Era rimasto inerte sul comodino, nell’angolo più buio del corridoio, per sette anni. A parte all’ora di cena e di pranzo, qualche volta, quando chiamavano quelli dell’Enel o della Vodafone per venderti qualcosa, e la mamma rispondeva invariabilmente: «No grazie, non abbiamo soldi». O qualche insegnante ogni tanto, o qualcuno che rompeva le palle: una, due volte al mese. Ma, eccetto questo, che non significava niente, il telefono non aveva squillato mai.
E nel frattempo erano arrivati i cellulari e internet, erano venute le mestruazioni prima a lei poi a Jessica, e mamma aveva cambiato due lavori e tre fidanzati, e lei si era messa insieme a Manuel ufficialmente.
Erano successe tante di quelle cose. Ma il punto non erano gli anni, e l’irrecuperabile che ci era caduto dentro. Il punto era che, dopo tutto questo tempo, lui aveva pronunciato il suo nome, non quello di sua madre, non quello di sua sorella, per primo.
«Ciao, Adele.»
Esplose la sigla del telegiornale.
Mamma non si era neppure affacciata per sapere chi fosse.
«Come stai?» le chiese.
Continuava a non rispondere.
Jessica le passò davanti con l’asciugamano in testa, e non sapeva niente, non immaginava.
Erano loro due, alle estremità di un cavo.
«Ci sei? Sei sola?» parlava con cautela. Come se non volesse infrangere il filo da equilibrista su cui erano sospesi. «Ti ricordi di me?»
Ricordava. Non lei, ma le sue arterie, i suoi recettori. Sentiva l’odore della sua schiuma da barba all’eucalipto, vedeva la sua calligrafia limpida e ordinata, alcuni caratteri identici al Times New Roman; seguiva la sua sagoma altissima lungo i binari della stazione, mentre lo chiamava, in lacrime, nella foschia invernale.
«Ti ho scritto ogni giorno.»
Adele si lasciò stordire da quella frase.
«Ti prego di credermi. Ti avevo promesso di tenerti un diario e io l’ho fatto.»
Non aveva più neppure un volto, la sua voce. In pratica, non esisteva. Eppure l’aveva riconosciuta all’istante, come fosse l’elemento chimico base di cui era composta la sua esistenza.
Avrebbe dovuto mettere giù prima che fosse troppo tardi. Invece rimase in ascolto. E lui continuò a parlarle in tono rassicurante. Il baccano dell’appartamento le arrivava come da una distanza siderale. Le sembrò di osservare da in cima a un tetto, con assoluto distacco, l’unica finestra rumorosa dei Lombriconi schiacciati dal sole.
Le sembrò di vedere se stessa intrappolata in quella vita.
«Va bene» riuscì a dire alla fine.
Posò il ricevitore.
Lentamente percorse il corridoio, s’impigliò sulla soglia della cucina. Sua madre si era infilata un prendisole hawaiano, la pelle abbronzata che sapeva di crema, la matita sciolta sotto gli occhi. E Adele pensò che toccava a lei, adesso, proteggerla.
Sullo schermo uno stabilimento balneare affollato risaltava stracolmo di felicità, l’inviato sul posto diceva ai microfoni di Studio Aperto che anche quell’anno la Riviera registrava il tutto esaurito. Jessica sgranocchiava un grissino con i capelli bagnati. Sua madre si voltò a guardarla: «Allora, quale ladro era? L’Enel o l’Eni?».
“Cara mamma” le aveva scritto una volta. Era solo un tema in classe, stupido e imbarazzante. Però quella volta aveva preso Ottimo. “Cara mamma, scusami se quando pulisco butto la polvere sotto il letto.”
Sedettero a tavola, tutte e tre in copricostume. Come se stessero per pranzare là, al ristorante del Bagno 38 che facevano vedere in tv.
In quei sette anni, rimaste sole, si erano date alla fantasia. Avevano preso abitudini speciali, come fingere di vivere altrove. Vestirsi stravaganti, colorarsi i capelli di viola come Jessica oggi, color melanzana. Fare le indipendenti. E una volta che Salvatore, o forse era Ernesto, si era fermato a dormire e poi, la mattina dopo, si era seduto sul divano pretendendo di essere servito e riverito, mamma lo aveva cacciato fuori a calci nel culo.
Adesso Rosaria riempiva i piatti, prima quelli delle sue figlie poi il proprio. Vuotava la pentola, incrociava le gambe sulla sedia come una ragazzina. E Adele non voleva farle questo. Neppure a sua sorella, neppure a se stessa.
Affondò la forchetta tra i fusilli senza infilzarne nessuno.
«A Ferragosto papà esce di galera.»
~
Manuel D’Amore, da bambino, sapeva come tirare un pallone e fare gol. Tanto che il pomeriggio di Pasqua del 2000, due della torre B che si davano arie da esperti gli avevano detto di farsi allenare sul serio, lui sì che aveva un futuro.
Invece era rientrato a casa sudato marcio perché doveva bere, e aveva trovato sua madre per terra, la bocca piena di sangue.
La finestra era aperta. Attraverso le tende le pallonate e gli insulti dei suoi amici rimbombavano fin lassù.
Aveva pensato fosse morta. Era rimasto inchiodato all’ingresso con la porta socchiusa dietro le spalle e si era sentito franare per un lungo istante.
Non era la prima volta che la menava. Succedeva sempre. Ma non era mai arrivato ad ammazzarla. Lo vedeva anche Manuel che non era una bella donna. Era un po’ sovrappeso, si vestiva come un uomo: con i jeans larghi, i maglioni scuri accollati. E mai un gioiello, sempre i capelli tagliati corti. Però era sua madre, era quello che nessuna persona al mondo poteva sostituire.
Aveva trovato il coraggio di avvicinarsi. Si era chinato, si era accorto che respirava: aveva solo perso conoscenza.
Il mondo di Manuel, apparentemente, era tornato a ruotare su se stesso.
L’aveva raccolta da terra. Senza sognarsi mai, neppure per scherzo, di chiamare il 118. Il corpo di sua madre pesava il triplo del suo, e lui l’aveva trascinato fino in bagno. Aveva aperto il rubinetto della vasca, controllato che l’acqua non fosse né calda né fredda. Poi l’aveva spogliata: i pantaloni, la canottiera, le calze, e mentre compiva delicatamente queste operazioni, aveva otto anni.
Le aveva sganciato il reggiseno, sfilato le mutande evitando di guardare. Con tutta la forza e la premura di cui era capace, l’aveva immersa. E lavata. Finché sua madre aveva riaperto gli occhi, pronunciato piano il suo nome. Se avesse chiamato il 118, i medici avrebbero allertato i carabinieri. Poi i carabinieri avrebbero portato via suo padre, e sua madre non voleva, e l’infanzia era un lusso che non poteva permettersi.
Invece adesso, nove anni dopo, poteva permettersi di tirare fuori dalla tasca 790 euro in contanti e pagare un iPhone 3GS da 62 giga con un gesto secco della mano. E provare, in aggiunta, una sensazione di piacere in ogni angolo del corpo, che non era affatto male.
«Ti devi prendere la custodia, però.»
Enzo aveva ragione.
«Fichissima, la voglio.»
Andarono a setacciare l’espositore, lo studiarono clinicamente. Un vento siberiano spirava dai condizionatori del Million.
Enzo indicò un esemplare con le borchie d’oro e un bulldog ringhiante stampato al centro. Manuel scosse la testa: se c’era l’oro, doveva essere vero. Sennò ...