1
Il giorno in cui ho detto basta
Era il 9 agosto del 2009, non avevo ancora compiuto trentadue anni. La sera prima avevo chiamato i miei genitori: in quei giorni stavano trascorrendo una breve vacanza in montagna, a qualche centinaio di chilometri da dove vivo, e gli avevo chiesto un incontro per parlare di una faccenda importante. Sono sicuro che quella telefonata, e il tono di urgenza nella mia voce, li sorpresero e forse li allarmarono. Non capita spesso che io chiami per farmi consigliare. Forse sarebbe più corretto dire che non capita mai. Accettarono senza esitazione e decidemmo di pranzare insieme in una trattoria a metà strada.
Il giorno dopo guidavo senza fretta lungo le strade periferiche dell’entroterra veneto. L’autoradio accesa su una stazione a caso e il volume alto per coprire i miei pensieri.
All’improvviso qualcosa, forse già incrinato, mi si ruppe dentro. Feci appena in tempo ad accostare l’auto. Arrestai il motore e scoppiai a piangere, la testa appoggiata sul volante.
Era stata una canzone, nemmeno ricordo quale ma ora non ha più importanza. So solo che quella combinazione di note, accordi e parole si fece largo in me simile a un bisturi, facendo risuonare, spezzandola, una corda dolorosa e già fragile.
In quel momento, tra le lacrime, io dissi basta.
Non c’è niente che possa compensare lacrime come quelle, versate sul ciglio di una strada, con le auto che passano accanto senza vederti, senza sentirti.
Era questa la vita che volevo? Era questa la vita che meritavo?
Ogni lacrima era un basta pronunciato a mezza voce.
Non era stato facile chiedere quell’incontro ai miei ma da troppo tempo stavo annegando in un periodo di sconforto solitario. Il male annidatosi nel mio animo si era nutrito nel tempo e, sempre più forte, aveva acquistato le dimensioni di un problema che non ero più capace di risolvere da solo. Avevo bisogno dei loro consigli e del loro affetto. Avevo necessità che mi aiutassero a capire cosa fosse giusto fare.
La radice del problema era il mio lavoro. Non stavo più bene, e avevo già superato da tempo la soglia di sopportazione. Potevo licenziarmi e cercarne un altro, ma avevo paura. Potevo, come mi suggerivano in tanti, cercare di avere pazienza e tenere duro. O forse potevo discuterne con i miei capi e insieme avremmo trovato una soluzione. Sì, ma quale?
Quelle lacrime improvvise lavarono via gli ultimi dubbi: non era quella la vita che volevo. La prospettiva di proseguire in questo modo era la cosa più terrificante a cui potessi pensare. C’era solo una cosa da fare e ora lo sapevo.
Quando fui calmo a sufficienza riaccesi il motore e ripartii.
I miei genitori arrivarono in anticipo. Mi accolsero preoccupati, notando subito i miei occhi arrossati e lo sguardo sfuggente.
«Ho appena deciso cosa fare» dissi trattenendo nuove lacrime. «Mi licenzio. ’Fanculo il lavoro.»
2
Voli spaziali e Coca-Cola zero
Non avrei mai immaginato di ridurmi in quel modo, mentre uscivo ridendo, per l’ultima volta, dai cancelli dell’università. Era il dicembre 2006: mi ero appena laureato in Ingegneria Elettronica a Padova, una facoltà piuttosto dura, non ancora alleggerita dalla fallimentare riforma del 3+2 introdotta qualche anno prima.
Avevo trent’anni, di certo non ero uno dei laureati più giovani. Non sono mai stato uno studente modello, e ho sempre avuto grossi problemi a tenere sotto controllo la noia e le distrazioni. Quante ore ho dormito sui banchi, per poi svegliarmi a fine lezione con le pieghe della camicia stampate in faccia. A casa, mantenere la concentrazione su quei libri fitti di formule e teoremi era una vera tortura. Mi perdevo tra i videogiochi, i miei coinquilini e gli aperitivi in centro.
A queste condizioni, non è una sorpresa che io ci abbia messo dieci anni a laurearmi. Non ero uno stupido, ma l’università italiana è concepita per premiare lo studente che ha caratteristiche specifiche: disciplina, memoria, dedizione e capacità di astrazione. Purtroppo io ne sono poco fornito. In compenso ho creatività e intuizione, ma queste non sono qualità altrettanto stimate tra i banchi universitari. E poi sono pigro, e questo viene stimato anche meno. Eppure non c’è niente che stimoli l’ingegno come la pigrizia. Alcune delle più grandi invenzioni sono state ideate da persone che non avevano voglia di abbandonare il divano.
Sentivo di dimostrare il mio valore le pochissime volte in cui ci veniva chiesto di inventare qualcosa. A catturare la mia attenzione bastava un problema la cui soluzione non fosse già scritta sui libri, perché una questione aperta per me era una sfida mentale. Ancora oggi mi diverto con le domande senza risposta come un bambino tra i mattoncini Lego.
In ogni caso, il mio curriculum non era compromesso. Non te lo dicono all’università, ma il voto di laurea conta poco in Italia. Per fare una distinzione alla buona, direi che nel nostro mondo del lavoro si cercano due tipi di dipendenti: gli esecutori e i creativi. Gli esecutori seguono gli ordini stabiliti, sono precisi e ordinati, di rado sorprendono, ed è questo che li rende preziosi. Sono i cavalli da tiro dell’umanità, indispensabili, efficienti, resistenti alla fatica e poco dediti all’uso della fantasia.
Un creativo è fatto di una pasta del tutto diversa. Ha bisogno di libertà e di spazio d’azione. Deve sentirsi premiato per la sua originalità; la noia e la ripetizione lo frustrano. Se il problema è divertente, un creativo lavorerà come un mulo per ore, starà sveglio di notte, non mangerà, fino a impallidire di fronte alla luce del suo monitor, ma alla fine ti sorprenderà con una soluzione brillante. Il loro grosso problema è che devono continuare a divertirsi altrimenti appassiscono. Questo è il motivo per cui cercai e trovai lavori che, almeno sulla carta, erano molto eccitanti.
Iniziai addirittura prima della laurea. Venni assunto con un contratto a progetto, stipendio regolare e straordinari pagati, suscitando l’invidia di molti. Un contratto di quattro mesi, di cui un mese e mezzo in un centro di ricerca dedicato ai trasporti ferroviari, in pieno deserto del Colorado. Lì avrei lavorato a bordo di un furgoncino adattato per correre sulle rotaie, dotato di quattro laser così potenti da essere in grado di forare l’acciaio dei binari. Il mio compito era migliorare un software, programmando in mezzo alle formiche rosse, ai serpenti a sonagli, alle tarantole e agli americani in pick-up, con temperature che oscillavano tra i quaranta gradi di giorno e sotto zero la notte. Disneyland non mi avrebbe offerto maggior divertimento.
Fui molto deluso quando, una volta laureato, la compagnia si offrì di assumermi a tempo indeterminato, assegnandomi però un progetto in India, molto meno eccitante. La paga era buona, ma rifiutai. Per molti ero stato un folle ma io, confidando nelle mie capacità, mi ero permesso di fare lo schizzinoso. Riguardo poi alla questione dell’esser giudicato folle, sarebbe diventato un tema ricorrente.
Il campo in cui volevo entrare sembrava elettrizzante: la robotica. Lavorare con i robot aveva per me un sapore di fantascienza: navi spaziali pilotate da androidi fatti di silicone e metallo o sexy principesse da salvare. Dopotutto, appartengo alla generazione che è cresciuta con i film di Guerre stellari e i libri di Asimov.
Animato da un misto di amore per il prossimo e un’abbondante dose di presunzione, mi immaginavo come una sorta di eroe dell’umanità. Nella mia fantasia mi credevo capace di progettare robot che fossero in grado di sostituire l’uomo nei lavori più pericolosi o monotoni, lasciandolo così libero di dedicarsi alle sue occupazioni preferite: l’arte, lo sport, la famiglia. Le mie invenzioni avrebbero permesso di esplorare pianeti o di restituire gli arti a chi li aveva perduti. Le automobili avrebbero guidato in modo computerizzato ed efficientissimo e gli incidenti stradali sarebbero diventati un lontano ricordo.
Sognavo in grande, è vero, ma perché limitare l’immaginazione? Non c’è niente di più deprimente di un sogno modesto. La realtà è più che sufficiente a calpestare la fantasia.
Mi dovetti accontentare, infatti, di qualcosa che con i voli spaziali aveva ben poco a che fare. Fui assunto da una piccola azienda appena nata, composta all’epoca solo dai due fondatori, miei coetanei. Si occupavano per lo più di robot industriali, ossia di bracci meccanici che vediamo spesso nei video pubblicitari di qualche casa automobilistica. Afferrano, spostano, verniciano, saldano e avvitano. Sono molto utilizzati nei processi produttivi moderni; parliamo di fabbriche, quindi, non di hangar spaziali.
La faccenda era comunque appetibile. Quel lavoro mi sembrava un’ottima rampa di lancio per i miei sogni di gloria. La giovane azienda, inoltre, sembrava farsi vanto di un modo innovativo di approcciare e risolvere i problemi, in contrasto con il diffuso tradizionalismo della realtà industriale italiana. Amavano i prototipi e le soluzioni originali. Mi piaceva.
Salii su quella barca convinto che mi avrebbe traghettato verso nuove ed entusiasmanti avventure ma la realtà risultò meno affascinante di quel che credevo. I miei sogni cozzarono con la generale arretratezza del settore industriale. I robot che ero chiamato a istruire sembravano tecnologia vecchia di vent’anni, e non escludo che lo fossero davvero.
Non mi persi d’animo e trovai comunque il modo di divertirmi. Innanzitutto, ero sempre in giro. Lavoravo molto da casa, ma ogni settimana c’era un posto nuovo in cui andare. Ogni trasferta era una piccola avventura: arrivavo con la mia valigetta, chiedevo un tavolo per il mio portatile, mi ficcavo gli auricolari nelle orecchie e iniziavo a far funzionare le cose. Non di rado cantavo o fischiettavo mentre lavoravo al mio PC suscitando le occhiate divertite degli operai. Quando me ne andavo, un giorno, una settimana o un mese dopo, tutto filava alla perfezione. Quasi sempre, almeno.
Con i miei capi ci consideravamo i tre moschettieri dell’innovazione: per ricavarci una nicchia nel mercato ci concentravamo soprattutto sui progetti di cui nessun’altra azienda voleva occuparsi perché troppo complessi o rischiosi. Giocavamo d’azzardo, e vincevamo. Uno dei nostri motti preferiti era: “Chi dice che una cosa è impossibile da fare non dovrebbe disturbare chi la sta facendo”. Condividevamo lo stesso tipo di approccio creativo al mondo del lavoro ed era per questo che li ammiravo. Pur dovendo fare i necessari conti con le preoccupazioni di un’azienda neonata, non potevamo resistere al richiamo di problemi che qualcun altro aveva etichettato come irrisolvibili. Era una specie di sfida pacifica da cui era impossibile tirarsi indietro.
Uno dei due responsabili, Paolo, non sembrava mai a corto di energie. Lo ammiravo. Aveva guadagnato in breve tempo il mio rispetto per le sue idee geniali e per l’aura di autorevolezza che lo circondava. Certo, aveva la curiosa abitudine di ingollare dozzine di lattine di Coca-Cola zero al giorno e poteva saltare senza problemi un sonno ma mai un pasto, però era un buon capo.
Ricordo ancora con affetto una notte in cui, durante una tirata solitaria in vista della consegna di un impianto, cancellai per errore l’ultima versione del software su cui stavo lavorando. Ero molto stanco e confuso dall’ora tarda. Preso dal panico, non ero riuscito nemmeno a trovare le copie di sicurezza. Chiamai Paolo in preda alla disperazione, convinto che mi avrebbe prima distrutto e poi licenziato. Non fece nulla di tutto questo. Dopo essersi accertato della situazione, mi disse: «Prendo la macchina e vengo a darti una mano. Tu intanto cerca bene le copie, sono sicuro che le hai fatte. Comincia a sistemare, io arrivo in un’ora».
Cercai le copie del programma con maggior calma e con mio grande sollievo le trovai. Avevo perso solo gli aggiustamenti dell’ultima mezza giornata. Ricordavo bene cosa avevo fatto e, in un paio di ore frenetiche, insieme a Paolo riportai tutto come prima.
Ce ne andammo dall’impianto a mezzanotte inoltrata. Gli dissi sinceramente che ero molto sorpreso: era venuto lì dopo cena, mi aveva dato una mano a risolvere il casino che avevo combinato, e in tutto quel tempo mai un rimprovero e neanche una battuta.
«A urlar contro uno pneumatico bucato né lo ripari né lo gonfi. Cosa avrei dovuto dirti che non hai già capito da solo? Sono cose che capitano. Non ho il minimo dubbio che la prossima volta starai dieci volte più attento.»
Così mi disse, e aveva ragione. Sì, era un buon capo.
3
Il mercato dell’infelicità
L’idillio non durò molto. Con l’arrivo della crisi economica, un paio di anni più tardi, dovemmo smettere di giocare ai cavalieri delle cause perse e iniziare a fare i conti con un mercato che si inaspriva sempre di più. Non avevamo più tempo per dedicarci a prototipi fantasiosi. L’azienda doveva iniziare a vendere copie di impianti già fatti per aumentare i margini di guadagno o non sarebbe sopravvissuta. Dal lavoro creativo a cui mi ero affezionato dovetti passare a svolgere sempre più spesso lavori ripetitivi e noiosi.
Dopo l’entusiasmo iniziale, la tipica fase di innamoramento che segue ogni nuovo inizio, arrivarono ben presto la routine, l’insoddisfazione, lo stress, la stanchezza. Tutte cose pericolose tanto per la salute fisica quanto per quella mentale. Il gioco e l’avventura si erano trasformati in fatica. Iniziai a desiderare sempre più intensamente l’arrivo dei weekend. Le ferie mi erano concesse ad agosto, quando tutto è più caotico e costoso, e mi venivano comunicate solo un paio di settimane prima. I pomeriggi di lavoro diventavano sempre più spesso sere. Le sere notti.
Iniziai a riflettere su quello che stavo facendo e su come passavo il mio tempo. La noia, mia nemica mortale da sempre, mi fece vedere le cose in un’ottica diversa. L’immagine che avevo dipinto di me stesso sbiadì, e iniziarono ad apparire le prime crepe sul muro di certezze che avevo tentato di costruire. Cominciai a farmi domande, quel tipo di domande che una volta fatte non possono essere ignorate, perché lasciano un vuoto che solo una risposta può colmare.
Un giorno dovetti mettere mano a un impianto che consideravo la mia prima creatura meccanica. Si trattava di una piccola cella automatizzata: al suo interno un robot molto veloce afferrava minuscoli pezzi di plastica e metallo e li assemblava in piccoli connettori elettrici. Per quanto ne sapevo, tutte le nuove auto di una famosa casa automobilistica avevano bisogno di due di quei connettori per il loro reparto elettrico. Avevo passato settimane su quel robot. Era il primo impianto che avevo programmato e conoscevo ogni sua funzione come le mie tasche. Anche l’amministratore delegato dell’azienda che lo aveva comprato era soddisfatto. Un mercato sempre più ingordo di risorse richiedeva, però, una produzione più veloce. La prima versione del nostro robot costruiva un connettore ogni nove secondi. Ci chiesero di ridurre il tempo del ciclo di almeno due secondi, il venti per cento in meno.
Paolo si fidò di me, l’ottimizzazione era la mia specialità. Una mattina arrivai come sempre con la mia valigetta, sistemai il portatile sul tavolo, mi infilai un po’ di musica nelle orecchie e iniziai. Accorciare di due secondi un processo già molto spinto era un affare non da poco, ma era questo il genere di sfide che mi esaltavano. Per stare sotto i nove secondi avevamo già fatto tutte le cose ordinarie. Per due secondi in meno dovevo cominciare con quelle straordinarie.
Usai tutta la mia fantasia e, alla fine, la mia creatura scalciava come un mulo. Dovettero ancorarla a terra con una piastra d’acciaio più spessa e più larga perché non si tirasse dietro il pavimento. Risultato finale: sei secondi e mezzo. A voler insistere di più il robot si sarebbe smontato da solo.
La mia soddisfazione, però, durò poco. Guardavo guizzare come una forsennata la macchina che avevo programmato e gli operai che faticavano a star dietro alla nuova velocità di produzione.
Fu allora che mi feci le prime pericolose domande: a chi serve tutto q...