III
LA MENSA
Un giorno che andavo a spasso,
a spasso coi miei fratelli,
vidi una señorita
coi fiori fra i capelli.
Oh, muoviti, señorita,
muoviti come sai!
Dondola, señorita,
e non fermarti mai.
Butta in alto le braccia
e poi tirale giù,
e gira, gira, gira,
finché non ne puoi più!
Mimi aveva la testa che le scoppiava. Il dolore martellante era iniziato durante l’ora di lettere e aveva la vista così annebbiata che stentava a vedere le parole scritte sulla lavagna. La signorina Lode le aveva prese dalle opere di Shakespeare e voleva che le imparassero a memoria:
aborro, abbranca, canaglia…
«La professoressa non ci stava con la testa quando ha scelto queste parole» sussurrò Jennifer all’orecchio di Mimi. «Non credo che le useremo spesso. Cosa vuol dire “canaglia”?»
«Ragazzaccio» rispose Mimi. Un paio di settimane prima, lei e Dee avevano visto Romeo e Giulietta alla TV e ricordava quella parola. Mimi fra l’altro si era perdutamente innamorata di Romeo.
«E chi sarebbe questo Shakespeare?» le domandò Jennifer.
«Ma dai! È quello che ha scritto Sogno di una notte di mezza estate.» Gli studenti più grandi stavano provando la commedia per la recita di fine anno. Mimi era una delle fate. «Me le detti, per favore?» disse scrollando il capo, nel vano tentativo di schiarirsi la vista.
Jennifer la guardò con aria comprensiva. «Hai di nuovo mal di testa?»
«Sì.» Mimi non parlava con tutti delle emicranie di cui soffriva da qualche tempo, perché non voleva essere compatita, ma non poteva nasconderle alla compagna di banco. Jennifer la copriva, specie quando Mimi doveva uscire di corsa dall’aula per vomitare. «Ha le sue cose» sussurrava alla signorina Lode, che annuiva nervosamente. Le mestruazioni erano un argomento all’ordine del giorno fra le ragazze dell’ultimo anno, anche se parecchie di loro le stavano ancora aspettando. Quelle che potevano, le usavano come scusa per uscire durante le lezioni. Jennifer però mentiva solo in parte, perché Mimi aveva quei ricorrenti mal di testa proprio da quando le erano venute. «Stai diventando grande» le aveva detto sua madre, anche se Mimi non si era sentita troppo rassicurata.
Quel giorno decise di tenere duro, tanto ormai mancava poco alla fine dell’ora. Scriveva le parole che Jennifer le dettava, sforzandosi di ignorare le fitte e i lampi che le danzavano davanti agli occhi, e fu un sollievo per lei quando suonò la campanella. Si mise in fila con gli altri e stava per scendere nel seminterrato dove c’erano i bagni delle femmine, quando qualcuno la prese per il braccio. Ian. Il mal di testa peggiorò all’istante.
«Aspetta un momento» fece lui. «Ho l’impressione che cerchi di evitarmi. Ma non è così, vero?» Era sempre difficile decifrare l’espressione di Ian: sorrideva come se stesse scherzando ma Mimi sapeva che non scherzava affatto. Dietro quel ghigno c’era un cuore duro come la pietra.
«No» rispose, «mi fa solo male la testa.» Cercò di ricambiare il sorriso, ma le stava venendo la nausea. «Mi scappa da…»
«Devi fare una cosa per me.»
«Cosa?»
«Casper ha mai dato qualcosa a Dee? Un biglietto, un anellino, roba così?»
«Non… non lo so. Può essere. Ma lo sai che non sono fidanzati.» Mimi non vedeva l’ora di correre in bagno.
«Scopri se le ha dato qualcosa e cerca di prenderla. Mi serve.»
«Va bene, ora però lasciami andare…» Mimi si scrollò di dosso la mano di Ian e scese le scale di corsa. Si chiuse in uno dei cubicoli e si inginocchiò, vomitando l’anima. Poi tirò la catena e si sedette sui talloni, appoggiandosi alla parete divisoria. Per fortuna i bagni erano deserti e nessuno le avrebbe chiesto come stava o avrebbe chiamato un insegnante.
Era incredibile come liberandosi lo stomaco, ci si liberava anche la mente: i rombi di luce erano spariti e la testa non le faceva più male. Il silenzio era rotto solo dal lieve gorgoglio della cassetta che si riempiva. L’odore del disinfettante si mescolava a quello della carta ruvida che si trovava solo nei bagni delle scuole. Il grigio satinato delle pareti e le lampade al neon davano un aspetto orribile a chiunque, perfino a Dee e Blanca, ma nonostante la puzza e quella luce spettrale le ragazze passavano lì parecchio tempo, perché quello era uno dei pochi posti dove gli insegnanti non entravano quasi mai.
Mimi aveva una gran voglia di sdraiarsi per terra, la guancia sul pavimento fresco, e non pensare a nulla, lasciando che il tempo le scivolasse addosso come un fiume.
Ma non poteva, ovviamente. Il pavimento puzzava troppo di varechina e prima o poi sarebbe entrato qualcuno. Inoltre le sue amiche la stavano aspettando in mensa e forse si stavano già chiedendo che fine avesse fatto. Si lavò la bocca e si bagnò le guance con l’acqua fredda, guardandosi allo specchio: aveva una faccia orrenda. Tirò fuori il rossetto che aveva rubato alla sorella maggiore e si picchiettò le guance sfregandole con il polpastrello. Era vietato truccarsi a scuola, ma sperava che nessuno se ne accorgesse. Si diede un’ultima occhiata e si sforzò di sorridere. «Dagli quello che vuole e ti lascerà andare» si disse a voce alta. Sarebbe stata la sua strategia con Ian.
Mimi fu stupita di vedere Dee e Osei seduti l’uno di fronte all’altra fuori dalla mensa. Di solito Dee tornava a casa per pranzo e sua madre si arrabbiava se faceva tardi. Qualche volta Mimi era andata a giocare a casa sua e ricordava la freddezza di quella donna dalla bocca sottile, che continuava a guardare l’orologio e non le offriva mai una merendina, le fettine di fegato che le dava per cena e la tensione che montava ancora di più quando tornava il padre di Dee, storcendo il naso davanti all’ospite inattesa. Dopo aver conosciuto i genitori di Dee, Mimi aveva imparato ad apprezzare i suoi. Quando Dee andava a casa sua, la madre di Mimi dava loro un bel vassoio di Oreo e lasciava che guardassero la TV.
Dee guardò l’orologio sulla parete e ficcò qualcosa nell’astuccio con le fragole, prima di buttarlo nello zaino. Rivolse qualche parola a O, poi, dopo essersi guardata intorno, lo baciò e scappò via. Mimi avrebbe dovuto essere turbata da quel bacio in pubblico, anche perché sarebbe stato un guaio se un insegnante li avesse visti. Ma era nulla in confronto al modo in cui si erano toccati in cortile. Mimi aveva ancora davanti agli occhi le loro braccia, bianche e nere, che si cercavano. Era stata la pomiciata più sexy che avesse mai visto, altro che la scena del balcone di Romeo e Giulietta!
Dee era corsa via talmente in fretta che aveva scordato di chiudere la cerniera dello zaino e l’astuccio rosa era caduto a terra. Mimi la chiamò, ma era già lontana. Anche Osei si era alzato entrando in mensa, per cui Mimi si avvicinò al tavolino e raccolse l’astuccio. In effetti era carino come aveva detto Dee, pensò sfiorando le fragole che sporgevano dalla plastica rosa, però non era di suo gusto. Lo infilò nello zaino, con l’intenzione di darlo alla compagna dopo pranzo, e varcò la soglia della mensa.
Blanca agitò la mano appena la vide. Aveva tenuto un posto libero all’amica al suo tavolo, e non era stato facile con la mensa superaffollata. «Dove cavolo eri?» gridò. «C’è un sacco di gente che vuol sedersi qui!»
«Arrivo» rispose Mimi andando verso il bancone. «Vuoi che ti prenda qualcosa?»
«Crocchette di patate!»
Blanca amava il cibo, così come ogni altro piacere della vita, e spesso Mimi le passava le patatine fritte, o le ciliegie candite, o il brick con il latte al cioccolato. Quel giorno non aveva troppo appetito, anche a causa del mal di stomaco, e fosse stato per lei avrebbe preso solo una bottiglia di Kool-Aid, ma si mise ugualmente in coda col vassoio, dove le inservienti avrebbero depositato l’hamburger e le crocchette e una tremolante fetta di torta al limone. Blanca e le altre sarebbero state felici di aiutarla a finire tutto.
Osei era in fila davanti a lei e Mimi pensava che le inservienti, essendo di colore, lo avrebbero trattato con più riguardo. Invece, quando se lo trovò di fronte, la signora che serviva gli hamburger si bloccò con la paletta a mezz’aria, facendogli colare la salsa sul vassoio. La collega al suo fianco fece un risolino: «Su, Jeanette, dagli la carne!» e intanto gli servì due cucchiaiate di crocchette.
Dopo che Osei fu passato oltre, Mimi sentì la donna degli hamburger che mormorava: «Povero ragazzo!».
«Ma che dici!» ribatté quella delle crocchette. «Questa è un’ottima scuola, è fortunato a essere qui.»
«Hai capito benissimo cosa intendo» fece la prima inserviente. «Tu vorresti che tuo figlio si ritrovasse in un cortile dove non c’è nessuno come lui?»
«Sì, se servisse a fargli avere un buon grado di istruzione. E poi è nuovo. Per i ragazzi è sempre dura quando vanno in una scuola nuova. Si abituerà.»
«Sciocchezze! Non è lui che deve abituarsi, sono i bianchi che devono abituarsi a lui! E pensi che lo faranno? Io dico che sarà un inferno per quel poveretto. Anche in classe. Gli insegnanti sono addirittura peggio dei ragazzi!»
Mimi era rimasta impalata, col vassoio fra le mani. Conosceva le inservienti da anni e di solito aprivano bocca solo per dire cose tipo: «Un mestolo o due?» prima di servire il purè. Di sicuro non le aveva mai sentite fare commenti su uno studente, e non con quel tono.
All’improvviso la signora delle crocchette si accorse di lei e diede di gomito alla collega. «Vuoi le crocchette, tesoro? Ce n’è in abbondanza!» Gliene servì tre porzioni prima che avesse il tempo di rispondere. «Ora il dolce… Denise, dagliene una bella fetta che ha un faccino così smunto.»
In un attimo le riempirono il vassoio senza che Mimi potesse farci niente. «Ecco» disse alla fine la donna delle crocchette. «Va bene così?» aggiunse guardandola negli occhi.
Mimi annuì e si allontanò, confusa.
Osei era in mezzo alla sala col vassoio fra le mani e guardava i tavoli pieni intorno a sé. Mimi si domandò se avesse sentito i discorsi delle inservienti. Gli faceva pena vederlo lì in piedi senza un posto dove andare; se non altro nessuno sembrava curarsi di lui e la mensa non era diventata silenziosa come il cortile quel mattino: i ragazzi facevano sempre un gran chiasso mentre mangiavano.
Pensò per un attimo di invitarlo a sedersi con Blanca e le altre, se si stringevano un po’ forse poteva starci anche lui al loro tavolo. Dee l’avrebbe fatto di sicuro. Ma Mimi era diversa, più concreta, ed era una regola non scritta che maschi e femmine non sedevano mai allo stesso tavolo. La cosa avrebbe destato più clamore del colore della sua pelle.
Vide Ian che faceva per alzarsi, ma Casper era più vicino a Osei e lo chiamò per primo, dicendo a uno dei suoi compagni di lasciare il posto a quello nuovo. Osei si sedette senza indugio al loro tavolo, incastrandosi fra gli altri, come un pedone sulla scacchiera. Ian era rimasto impacciato e si guardò intorno per capire se qualcuno se n’era accorto: ma quelli al suo tavolo facevano gli gnorri, e pensavano a mangiare o guardavano da un’altra parte. Solo Mimi lo stava fissando. Ian la fulminò con lo sguardo e la ragazza si affrettò a raggiungere le amiche.
«Ohhh, sei stata fortunata!» esclamò Blanca ficcandosi subito una crocchetta in bocca. «Quanta bella roba! La mangi la torta?»
Mimi scosse la testa e spinse il vassoio in mezzo al tavolo, tenendo per sé solo la Kool-Aid. Blanca e le altre si avventarono sulle cibarie, hamburger compreso. Mimi evitò di guardarle perché le davano la nausea, ma non poteva neppure sollevare gli occhi perché rischiava di vedere Ian, e così si mise a fissare lo zaino ai suoi piedi. Dentro c’era l’astuccio con le fragole di Dee. Era chiuso male e un pezzetto di carta sbucava dalla cerniera. Mimi sapeva che non avrebbe dovuto leggerlo, non erano affari suoi. Ma fu più forte di lei: vedendo Dee e O così vicini, le loro fronti che si toccavano, aveva provato uno strano turbamento e voleva pa...