| SECONDA PARTE |
FANTASMI DEL VECCHIO MONDO
Fine estate 1988
1
Samuel piangeva in camera sua, in silenzio perché sua madre non sentisse. Era un pianto debole, che esitava sull’orlo del pianto vero e proprio, forse un leggero lamento oltre il normale respiro irregolare e il volto contratto. Era un pianto di categoria 1: un debole pianto occultabile, soddisfacente, purgativo, di solito un semplice gonfiarsi degli occhi privo di lacrime vere e proprie. Un pianto di categoria 2 era un pianto più emotivo, scatenato da sentimenti di imbarazzo, vergogna o delusione. Ecco perché un pianto di categoria 1 poteva diventare di categoria 2 semplicemente per la presenza di un’altra persona: Samuel si sentiva imbarazzato perché piangeva, era un frignone, e questo fatto provocava un pianto di nuovo tipo – quel pianto con lacrime, gemiti e muco, che non era ancora il pianto a piena gola di categoria 3, che comportava lacrime di maggiori dimensioni e soffiate di naso e il respiro convulso e il bisogno compulsivo di trovare subito un posto per nascondersi. Una categoria 4 era un attacco di singhiozzi, mentre la categoria 5 era impensabile e basta. Il suo counselor a scuola gli aveva consigliato di pensare al suo pianto in questi termini, usando categorie come si fa per gli uragani.
Quel giorno dunque sentiva il bisogno di piangere. Disse a sua madre che andava in camera sua a leggere, il che non era insolito. Passava la maggior parte del tempo da solo nella sua stanza, leggendo libri-game che comprava alla biblioteca ambulante a scuola. Gli piaceva l’aspetto dei libri sugli scaffali, tutti affiancati, omogenei, coi loro dorsi bianchi e rossi e titoli come Perduto nell’Amazzonia, Viaggio a Stonehenge, Il pianeta dei draghi. Gli piacevano le biforcazioni nella trama dei libri e quando si trovava di fronte a una decisione particolarmente difficile teneva il segno col pollice e leggeva più avanti, per verificare che la sua fosse una scelta accettabile. I libri avevano una chiarezza e una simmetria che trovava per lo più assente nel mondo reale. A volte gli piaceva immaginare che la sua vita fosse un libro-game e che il lieto fine dipendesse solo dalle scelte giuste. Questo sembrava dare una struttura al mondo incerto e imprevedibile che Samuel, in molti altri ambiti, trovava terrificante.
Disse quindi a sua madre che andava a leggere, ma in verità si stava facendo un bel pianto di categoria 1. Non sapeva bene perché piangesse, solo che qualcosa, essendo a casa, lo spingeva a nascondersi.
La casa, pensò, ultimamente era diventata insopportabile.
Il modo in cui la casa sembrava intrappolare tutto al proprio interno – il calore del giorno, l’odore dei loro corpi. Erano nel pieno di un’ondata di calore tardiva e tutto in Illinois si scioglieva. Tutto bruciava. L’aria era una colla densa. Le candele si piegavano nei candelabri. Gli steli non riuscivano a reggere i fiori. Tutto avvizziva. Tutto era sfinito.
Era l’agosto del 1988. Negli anni a venire, Samuel avrebbe ripensato a quel mese come all’ultimo mese in cui aveva avuto una madre. Alla fine di agosto sarebbe scomparsa. Ma lui ancora non lo sapeva. Sapeva solo che aveva bisogno di piangere per certe ragioni astratte: faceva caldo, era preoccupato, sua madre si comportava in maniera strana.
Quindi andò in camera sua. Piangeva soprattutto per togliersi di torno.
Solo che lei lo sentì. Nel silenzio estremo, riuscì a sentire il figlio che piangeva al piano di sopra. Aprì la sua porta e disse «Amore, tutto bene?» e immediatamente lui pianse più forte.
Lei sapeva che in quei momenti non doveva dire nulla sull’aumento del suo pianto e non doveva reagire, perché fargli capire che l’aveva visto alimentava il pianto e lo inseriva in un tremendo circolo vizioso, che a volte si concludeva – nei giorni in cui Samuel continuava a piangere, e lei non riusciva a nascondere l’esasperazione – con un pasticcio umido balbettante e ansimante a forma di bambino. Perciò la madre disse, il più dolcemente possibile, «Ho fame. Tu hai fame? Andiamo fuori, noi due soli», il che parve calmarlo quanto bastava per poterlo cambiare e mettere in macchina avendo a che fare solo con piccoli singhiozzi residui. Questo finché arrivarono al ristorante e lei vide che avevano un’«Offerta 3 per 2» sugli hamburger e disse «Oh, bene, ti prendo un hamburger. Ti va un hamburger, vero?» e Samuel, che per tutto il percorso aveva sognato i bocconcini di pollo con quella salsa alla senape, temette di deluderla se non avesse accettato il nuovo piano. Annuì in segno di assenso e rimase nell’auto rovente mentre la madre prendeva gli hamburger e tentò di convincersi di aver sempre desiderato un hamburger, ma più ci pensava, più l’hamburger gli sembrava schifoso – il panino molle e i sottaceti piccanti e quelle cipolle tutte tagliate uguali e grosse come vermi. Ancora prima che la madre tornasse con gli hamburger, avvertì un po’ di nausea al pensiero di doverne mangiare uno. E mentre tornavano a casa cercava di trattenere il pianto che quasi certamente stava per arrivare, quando sua madre notò il suo naso umido e colante e disse «Amore? Cosa c’è che non va?», e l’unica cosa che lui riuscì a rispondere fu «Non voglio un hamburger!» prima di perdersi in una devastante categoria 3.
Faye non disse nulla. Girò la macchina mentre Samuel seppelliva la faccia nel tessuto caldo del sedile del passeggero e piangeva.
Tornati a casa, mangiarono in silenzio. Samuel sedette con la madre nella cucina calda, accasciato sulla sedia, masticando gli ultimi pezzetti di pollo. Le finestre erano aperte nella speranza di una brezza che non veniva. I ventilatori soffiavano aria calda da qui a lì. Guardarono una mosca che volava sopra di loro, girando in tondo vicino al soffitto. Era l’unico segno di vita nella stanza, quell’insetto. Sbatté contro il muro, poi sulla zanzariera, poi all’improvviso, senza motivo, proprio sopra di loro, cadde. Cadde morta a mezz’aria e atterrò pesantemente sul tavolo della cucina, come se fosse fatta di marmo.
Loro osservarono il piccolo cadavere nero nel mezzo, poi si guardarono l’un l’altro. È successo davvero? Il volto di Samuel esprimeva panico. Era sul punto di piangere di nuovo. Aveva bisogno di distrarsi. La madre dovette intervenire.
«Andiamo a passeggiare» disse. «Riempi il tuo carrello. Porta nove dei tuoi giocattoli preferiti.»
«Cosa?» disse lui, con gli occhi enormi spaventati già lucidi e bagnati.
«Fidati. Fai come ti dico.»
«Va bene» disse lui, e questa diversione si rivelò efficace per circa quindici minuti. Faye sentiva che questo era il suo primo dovere di madre: creare diversioni. Samuel si metteva a piangere e lei lo bloccava. Perché nove giocattoli? Perché Samuel era uno di quei bambini meticolosi e organizzati e anali che faceva cose come, per esempio, tenere una scatola da scarpe con i suoi Dieci Giocattoli Preferiti sotto il letto. Per lo più roba legata ai personaggi di Star Wars e macchinine. Ogni tanto li cambiava, sostituendone uno. Ma c’erano sempre. In qualsiasi momento, sapeva esattamente quali erano i suoi dieci giocattoli del cuore.
Perciò Faye gli chiese di prenderne nove, perché era vagamente curiosa: quale avrebbe scartato?
Samuel non si fece domande. Perché nove giocattoli? E perché li portavano fuori? No: gli avevano dato un compito e lui l’avrebbe eseguito. Non pensava che esistessero regole arbitrarie.
Che si lasciasse ingannare così facilmente la rattristava.
Faye avrebbe voluto che fosse un po’ più sveglio. Un po’ meno credulone. A volte sperava che reagisse di più. Voleva che lottasse, che fosse più duro. Invece no. Samuel sentiva una regola e la seguiva. Piccolo robot burocratico. Lo vide contare i giocattoli, tentando di decidere fra due versioni dello stesso personaggio – un Luke Skywalker col binocolo e un Luke Skywalker con la spada laser – e pensò che avrebbe dovuto essere orgogliosa di lui. Orgogliosa che fosse un ragazzino così riflessivo, così dolce. Ma la sua dolcezza aveva un prezzo, e cioè che era delicato. Piangeva molto facilmente. Era stupidamente fragile. Era come la buccia dell’uva. Per reazione, lei a volte era troppo dura con lui. Non le piaceva come attraversava la vita terrorizzato da tutto. Non le piaceva vedere i propri fallimenti riflessi così chiaramente davanti ai suoi stessi occhi.
«Ho finito, mamma» disse Samuel, e lei contò otto giocattoli nel carrello – alla fine, aveva lasciato a casa tutti e due gli Skywalker. Ma erano otto giocattoli, non nove. Non aveva eseguito quel semplice comando. E adesso lei non sapeva cosa voleva da lui. Si arrabbiava quando ubbidiva ciecamente, ma adesso era arrabbiata anche perché non ubbidiva meglio. Si sentiva scombussolata.
«Andiamo» disse.
Fuori tutto era incredibilmente fermo e appiccicoso. Nessun movimento a parte le vampate di calore che salivano dai tetti e dall’asfalto. Percorsero l’ampia strada che curvava verso il loro isolato e ogni tanto formava un breve cul-de-sac. Di fronte a loro, il quartiere era tutto erba secca e giallastra e porte di box e case basate su un identico progetto: porta d’ingresso molto rientrante, porta del box molto sporgente, come se la casa cercasse di nascondercisi dietro.
Quelle lisce porte beige senza volto dei box – sembravano cogliere l’essenza del luogo, qualcosa della solitudine della periferia, pensò Faye. Un grande portico sul davanti ti accompagna nel mondo, ma la porta di un box te ne separa.
Come aveva fatto a finire proprio lì?
Suo marito, ecco come. Henry aveva trasferito la famiglia nella casa di Oakdale Lane, in questa cittadina di Streamwood, uno dei molti anonimi paesi alla periferia di Chicago. Questo dopo una serie di piccoli trilocali in varie località agroindustriali del Midwest, mentre Henry faceva carriera nel campo che aveva scelto: pasti pronti surgelati. Quando erano approdati a Streamwood, Henry aveva dichiarato che era il loro ultimo trasloco, avendo ottenuto un posto abbastanza buono per fermarsi: vicepresidente associato della R&D, divisione surgelati. Il giorno del loro arrivo, Faye aveva detto «Immagino che sia qui», poi si era rivolta a Samuel. «Immagino che sia questo il posto da cui verrai.»
Streamwood, pensò adesso. A dispetto del nome, niente grandi fiumi e niente foreste.
«A proposito delle porte dei box…» disse, e si girò verso Samuel, che fissava l’asfalto davanti a sé, concentratissimo su qualcosa. Non l’aveva sentita.
«Non importa» disse lei.
Samuel trascinava il carrello e le ruote di plastica risuonavano sulla strada. A volte un sassolino si infilava sotto una ruota e il carrello si bloccava e il sussulto per poco non lo faceva cadere. Ogni volta che succedeva, Samuel aveva l’impressione di deludere sua madre. Perciò stava attento a ogni pietra e calciava via i sassi e le zolle di terra e i pezzetti di corteccia, e stava attento a non calciare troppo forte per paura che la scarpa gli si infilasse in una crepa del marciapiede e lo facesse cadere in avanti e inciampare sul nulla, sbagliando a camminare, perché temeva che anche questo avrebbe deluso sua madre. Tentava di tenere il suo passo – perché lei sarebbe rimasta delusa se lui fosse rimasto indietro e fosse stata costretta ad aspettarlo – ma non poteva andare troppo veloce perché uno degli otto giocattoli avrebbe potuto cadere fuori dal carrello, il che sarebbe stata una goffaggine che senza dubbio l’avrebbe delusa. Perciò doveva trovare esattamente il ritmo giusto per stare al passo con la madre, ma poi anche rallentare nei punti in cui la strada era irregolare o spaccata, e fare attenzione alle pietre e scalciarle via senza inciampare, e se riusciva a fare tutto questo, allora poteva rendere la giornata migliore. Poteva salvare la giornata. Poteva essere un po’ meno deludente. Poteva cancellare l’avvenimento di prima, cioè il fatto di essere stato ancora una volta un frignone.
Era pentito, adesso. Sentiva che avrebbe ben potuto mangiare l’hamburger, aveva solo perso la testa, e se gli avesse dato una possibilità era sicuro che l’hamburger sarebbe stato una cena perfettamente accetta...