L'accusa
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L'accusa

  1. 228 pagine
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L'accusa

Informazioni su questo libro

Bandi («lucciola») è lo pseudonimo di un scrittore nordcoreano, membro dell'organizzazione ufficiale degli autori del regime. I racconti contenuti in questo libro, scritti nell'arco di oltre vent'anni, dopo lunghe peripezie hanno superato una delle frontiere più chiuse del mondo, nascosti tra le pagine di alcuni volumi di propaganda comunista, per essere poi pubblicati nel 2014 in Corea del Sud. Bandi, invece, ha scelto di restare e di dare voce, segretamente, al dolore e alla sofferenza di un popolo ridotto al silenzio dalla dittatura. I suoi racconti diventano quindi delle finestre su un paese pressoché sconosciuto in Occidente, e sulle esistenze dei suoi abitanti, segnate dalla miseria, dall'assurdità di una burocrazia opprimente, dalla gestione arbitraria del potere, dall'ipocrisia dell'informazione di governo. Incontriamo un uomo che non riesce a tornare a casa per salutare la madre morente, smarrito tra treni che non partono e interminabili controlli; bambini che hanno dato ai loro demoni notturni il volto degli uomini rappresentati negli onnipresenti manifesti di propaganda; anziani schiacciati da una vita di lavoro, fatiche, umiliazioni, paura. Eppure Bandi assume anche lo sguardo ironico e sferzante della satira, e tratteggia la vita quotidiana di un popolo ancora capace di solidarietà e speranza, ancora profondamente carico di umanità. L'accusa, in corso di pubblicazione in oltre 15 paesi, è l'opera di un grande scrittore, accostato dalla critica a Aleksandr Solženicyn, la voce dissidente di Una giornata di Ivan Denisovi? e Arcipelago Gulag.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817090087
eBook ISBN
9788858688960

Fungo rosso

1

Gli abitanti di N. hanno ufficialmente battezzato l’edificio del Comitato del Partito della città la «casa di mattoni», per la semplice ragione che è fatto di mattoni rossi. Del resto, è particolarmente rosso rispetto ai palazzi circostanti, quindi si nota subito. Infatti, il primo responsabile del Comitato del Partito della città, eletto subito dopo la liberazione del Paese, il 15 agosto 1945, ha ordinato di aggiungere un colorante rosso durante la fabbricazione dei mattoni destinati alla sua costruzione. Quell’individuo che, dicevano, recitava costantemente il Manifesto del Partito comunista di Marx, un uomo dalla testa di leone che aveva spesso la pipa in bocca, ha voluto che tutto ciò che riguardasse il comunismo fosse rosso, sia all’interno che all’esterno, poiché quell’ideologia è germogliata da semi sparsi dallo spettro rosso europeo. Ci teneva dunque moltissimo a mettere del colorante non solo nei mattoni ma anche nelle tegole. Ecco come è nato quell’edificio interamente rosso che ospita l’ufficio del Partito della città. In fin dei conti, se tutti lo chiamano la casa di mattoni, si riferivano più al suo colore che ai mattoni stessi. Quando i mocciosi si prendono in giro dicendo: «Credi che ti sia permesso tutto perché sei un figlio della casa di mattoni?», si riferiscono al fatto che uno dei genitori del ragazzino che canzonano lavora nell’edificio in questione. Lo stesso, quando le donne scherzano tra loro: «Lascia stare, è una delle spose della casa di mattoni…» e quando il jidowon di una fabbrica dice: «Taci e ubbidisci!», tutti capiscono che l’ordine arriva da un impiegato di quell’edificio o da sua moglie.
La fantasticheria di Heo Yunmo, giornalista al quotidiano della provincia, svanisce quando una forte raffica di vento, entrata dalla finestra, fa cadere i fogli posati sulla scrivania dietro la quale è seduto.
«Accidenti!» borbotta raccogliendoli.
Ma in effetti non è col vento che è in collera, ma con se stesso. È incapace di scrivere una sola riga dell’articolo che deve terminare, e da quando è rientrato a casa, dopo aver girovagato a lungo intorno alla casa di mattoni, si è completamente lasciato prendere dai suoi pensieri. La consegna è urgente, ma la sua mente non smette di riandare alle storie che si raccontano sull’origine di questa famosa casa di mattoni, e non riesce davvero a capire il perché. Per ora, c’è solo il titolo, in alto nel primo foglio della risma: La fabbrica di pasta di soia N. riprende regolarmente la produzione.
Heo Yunmo getta con violenza la penna stilografica sulla scrivania, poi si passa le mani sul viso. Spontaneamente, dalle labbra gli sfugge un sospiro. È incredibile avere un blocco del genere! Come ho potuto fare questo mestiere per più di dieci anni?, si lamenta.
L’idea che – suo malgrado – rimbalza senza sosta nella sua mente è che, anche se l’ordine arriva dalla casa di mattoni, e dunque bisogna eseguire senza batter ciglio, non si può, per esempio, far finta di piangere, e sforzarsi è inutile. Sono quasi tre mesi che il rifornimento di pasta di soia in città, che già avveniva a intermittenza, come i saltelli di una rana, è stato completamente interrotto. Hanno chiesto a Yunmo di scrivere un articolo sul ritorno alla normale produzione, che è come chiedere di annunciare la nascita di un figlio quando è soltanto ancora un feto nel ventre di sua madre!
Tre giorni prima, in seguito a una telefonata, Yunmo è andato a trovare il responsabile del Partito nella casa di mattoni. Quando questi gli ha proposto di scrivere l’articolo sulla fabbrica della pasta di soia, Yunmo è rimasto senza parole. Il viso dell’uomo, tondo come un pallone da calcio, con una costante espressione di sdegno – espressione comune a tutti coloro che disprezzano i loro simili –, quel giorno gli ricordava piuttosto quello di un bambino.
«Perché non rispondi, eh? Ahahah! Hai la bocca sigillata come una cisterna di pasta di soia…»
Il responsabile l’ha punzecchiato così, con una voce particolarissima, costretta a farsi largo attraverso il collo tozzo, schiacciato tra la faccia e le spalle larghe.
«Riconosco che il problema della penuria di pasta di soia nella nostra città è stato oggetto di critiche in tutta la provincia» ha continuato. «Colpa di un gruppo di operai, degli irresponsabili, ma la cisterna di pasta di soia della nostra fabbrica spalancherà di nuovo la sua bocca, e allora tu devi fare allo stesso modo, senza dubitare delle mie parole, e rispondermi: “Sì, scriverò quest’articolo”. D’accordo? Ahahah…»
Appena ha smesso di ridere, però, ha subito ripreso la sua aria sprezzante.
«Fai in modo che il tuo articolo esca sul quotidiano della provincia prima della fine del mese, capito?»
Uscendo dall’ufficio, Yunmo è andato dritto alla fabbrica della pasta di soia. È stato accolto dall’amministratore, un uomo così magro che assomigliava a uno spaventapasseri, e il cui cranio calvo gli conferiva un’aria spettrale.
«Sì, è vero. In questo momento, siamo alla tappa della fermentazione. Vuole sapere da dove prendiamo la materia prima? Ebbene, grazie al Partito, abbiamo potuto raccogliere delle ghiande e del mais, una trentina di tonnellate in tutto. Fabbricando pasta di soia così, possiamo rifornire tutta la provincia per almeno un mese.»
Ecco dunque attualmente lo stato delle cose: ci sarà di che soddisfare la domanda per un mese, ma non per un anno; e malgrado tutto, Yunmo deve mentire e scrivere che la fabbrica «riprenderà regolarmente la produzione», e questo ancor prima che gli abitanti, che sono stati privati della pasta di soia già da tempo, l’abbiano gustata. A pensarci bene, non è la prima volta che si presta a scrivere simili sciocchezze. Non è un caso che molti lettori lo chiamino «Heo l’affabulatore», e non Heo Yunmo.
Yunmo svita il tappo della sua borraccia termica e si serve un bicchiere. Alcolico. Non sa più da quando, ma ha preso la cattiva abitudine di bere ogni volta che deve piegarsi a scrivere quel genere di articoli menzogneri.
«Yunmo, sei lì?» chiama qualcuno da dietro la porta, subito dopo aver sbuffato.
Prima che Yunmo abbia il tempo di posare la borraccia, Song Myeong-keun, medico del servizio di consultazione dell’ospedale, fa irruzione nel suo appartamento. Myeong-keun è uno dei suoi amici d’infanzia, insieme cavalcavano selle intrecciate di rami di sorgo quando erano piccoli e facevano parte dello stesso gruppo di studio per gli esperimenti di chimica al college. Yunmo è piuttosto alto e robusto, con lineamenti grossolani, mentre Myeong-keun è snello e ha un bel viso, ma questo non impedisce loro d’essere molto vicini; sono sulla stessa lunghezza d’onda da quando erano molto giovani. Si confidano spesso.
«Che succede?»
Yunmo si alza, sorpreso di vedere il suo amico così pallido e sudato.
«Yunmo, aiutami, ti prego. Mio zio è appena stato arrestato e portato via.»
«Cosa? Il direttore tecnico della fabbrica di pasta di soia?»
«Sembra siano venuti a prenderlo mentre lavorava, in una nuvola di polvere, tra i campi. Che facciamo?»
«Calmati e raccontami tutto nei dettagli. Perché l’hanno arrestato?»
«Per negligenza… Negligenza, t’immagini? Sai che tipo d’uomo è mio zio, hai anche scritto un articolo su di lui qualche tempo fa, sai bene com’è! Ti supplico, aiutami.»
Myeong-keun sembra molto toccato da quell’incidente inaspettato. La saliva gli imbianca gli angoli delle labbra e le gambe tremano forte come se stesse sul punto di crollare. Yunmo si precipita in cucina e torna con un bicchiere d’acqua fresca.
«Su, bevi e siediti, parliamone con calma.»
Yunmo tira fuori pacchetto di sigarette e accendino, e li posa sulla scrivania. Nel frattempo, rivede Go Insik, direttore del servizio tecnico della fabbrica di pasta di soia, un uomo dal corpo esile e dalla salute fragile, i cui occhi sembrano sempre gonfi dietro le lenti spesse come fondi di bottiglia.

2

Sono passati tre anni, era il mese di agosto, più o meno lo stesso periodo di adesso, quando Yunmo aveva conosciuto Go Insik. Anche quel giorno, Myeong-keun era andato a trovarlo per parlargli di suo zio. In realtà si tratta di un cugino di secondo grado, il loro legame di parentela dunque non è così stretto, ma questo non ha nessuna importanza per Myeong-keun.
Se, all’epoca in cui studiava alla facoltà di medicina di Pyongyang ha potuto consacrarsi corpo e anima ai suoi studi, senza conoscere la dura vita dei dormitori dove i giovani non mangiano a sufficienza, né troppo soffrire della sua condizione di orfano di padre e della solitudine che ne deriva, è unicamente grazie a Go Insik. Ogni volta che doveva andare a fare un picnic con la sua classe, Insik trovava sempre il tempo, rientrando dal lavoro il giorno prima, di andare a comprare qualcosa per preparare il pranzo del ragazzo per l’indomani. Senza dire nulla, con un semplice sorrisetto sul viso mangiato dai suoi occhiali con le spesse lenti, dava la busta della spesa a sua moglie. Solo lui sa interpretare quel sorriso. È un uomo taciturno e gentile, straripante d’affetto e di bontà. Se così non fosse stato, e se anche sua moglie non avesse manifestato da parte sua un grande attaccamento al nipote, non sarebbe arrivato a invitare Myeong-keun ad andare a vivere da lui. Certo, all’epoca, la sua situazione non aveva niente a che fare con quella di oggi.
Dopo aver studiato produzione industriale alimentare, gli era stato assegnato un posto di responsabile del servizio tecnico in un’azienda appartenente a un Comitato dell’industria leggera, e la sua famiglia aveva condotto una vita piuttosto agiata. Non tutti quelli che vivono bene sono necessariamente generosi, ma Go Insik sì. Non è il tipo d’uomo capace d’esprimere i suoi sentimenti ma si è preso cura di Myeong-keun con amore sincero e profondo, come un padre, durante tutti gli anni di studio del giovane a Pyongyang. Myeong-keun non avrebbe mai immaginato di ritrovare il suo benefattore, qui, in provincia, nella città natale di N. dove viveva da tre anni; era stato mandato lì alla fine dell’università. La ragione per la quale Go Insik si trovava lì è che si era scoperto che il fratello maggiore di sua moglie, scomparso durante i bombardamenti della guerra di Corea, in realtà era passato al Sud. A Insik era stata affibbiata l’etichetta di «traditore», e lui e la sua famiglia erano stati deportati in quella città di provincia, dove dovevano lavorare duro e imparare la rivoluzione.
Ecco perché Go Insik si era ormai sistemato a N. La vita che lo aspettava ricordava spesso a Myeong-keun l’adagio che dice: «Un cuore generoso ha anche lacrime generose». Grazie alla sua esperienza riconosciuta nel settore dell’industria alimentare, Go Insik era stato nominato direttore del servizio tecnico della fabbrica della pasta di soia. Ma il suo cammino restava pieno di insidie.
Myeong-keun aveva dovuto chiudere gli occhi a sua zia, che aveva esalato l’ultimo respiro con la testa appoggiata sulle ginocchia del nipote. Da quando aveva lasciato Pyongyang, era dimagrita a vista d’occhio, le sue labbra erano diventate bianche e secche, e nel giro di due anni aveva finito per morire, pur non soffrendo di una malattia particolare.
«Sei caduto in disgrazia per via di mio fratello, ma te ne prego, lavora duro e spero col tutto il cuore che recupererai il posto di prima.»
Queste erano state le sue ultime parole, pronunciate con le mani aggrappate ai polsi dei figli e il suo sguardo colpevole immerso in quello di suo marito.
Quando la padrona di casa non c’è più, i figli sono tristi e il capofamiglia lo è ancora di più, inutile dirlo. Che calvario per la figlia maggiore di Go Insik! Dopo il liceo aveva cominciato a lavorare con suo padre come operaia in un laboratorio della fabbrica di pasta di soia, e contemporaneamente doveva prendersi cura del fratellino e della casa. Ma Insik conduceva una vita ancora più dura di quella di sua figlia; oltre alle mansioni nel servizio tecnico della fabbrica, era incaricato di dissodare i campi per la materia prima, secondo gli ordini del Partito, e passava dunque la maggior parte del tempo in alta montagna.
Per la prima volta nella sua vita, Insik aveva dovuto lavarsi da solo i vestiti da lavoro e, seduto con i piedi all’aria sulla soglia rialzata del suo rifugio di montagna, rammendarsi i calzini bucati. Gli operai mobilitati per il dissodamento dei campi futuri godevano comunque di un vantaggio – senza il quale nessuno si sarebbe offerto volontario per andare a lavorare su quella montagna ostile e viverci da celibe in una scomoda capanna: erano autorizzati a coltivare per se stessi un terreno di quattrocento pyeong1, a condizione, certo, di non compromettere il loro impegno principale.
«Anche lei, ovviamente, in quanto capo delle operazioni, potrà beneficiare di una forma di ricompensa» aveva annunciato il responsabile dell’ufficio del Partito a Insik quando era andato a ricevere l’incarico. «Ma la natura di questo compenso dipenderà da come verrà svolto il lavoro, quindi stia attento.»
Quel suggerimento era carico di una pesante pressione: o avrebbe recuperato il suo posto precedente, o avrebbe perso il suo impiego attuale di direttore tecnico, che gli era stato generosamente concesso. Anche senza un simile ricatto, già da molto tempo Insik aveva intuito cosa il responsabile si aspettava da lui. Era evidente che mandandolo a lavorare in montagna – lavoro che nessun impiegato della città avrebbe volontariamente accettato –, si aspettava da lui la stessa reazione del bue nel detto: «Il bue che ha mangiato delle foglie di soia di nascosto dal padrone sussulta al minimo gesto accennato da costui in direzione della frusta». Che Insik ne fosse pienamente cosciente o meno, in ogni caso consacrava tutta la sua energia al dissodamento e non faceva altro che lavorare. Scendeva di tanto in tanto in azienda per dirigere il servizio tecnico, e Myeong-keun ne approfittava per andare a trovarlo e dirgli di prendersi cura della sua salute, altrimenti non avrebbe più potuto occuparsi dei figli che già non avevano più una...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’accusa
  4. Introduzione
  5. Prologo
  6. L’olmo prezioso
  7. La città degli spettri
  8. Così vicino, così lontano
  9. La fuga
  10. Pandemonio
  11. La scena
  12. Fungo rosso
  13. Come il manoscritto di Bandi è giunto fino a noi
  14. Povera gente
  15. Indice