L'albergo sulla baia di Mulberry
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L'albergo sulla baia di Mulberry

  1. 384 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'albergo sulla baia di Mulberry

Informazioni su questo libro

Elle Harte è una giovane architetta di successo, vive a Londra, e ormai da tempo ha lasciato l'Irlanda e il paese dove è nata, Mulberry Bay. Sua sorella minore Penny, invece, non ha mai abbandonato quel piccolo, idilliaco villaggio a picco sul mare, dove tutti si conoscono e il cui cuore pulsante è da decenni il Bay Hotel, lo storico albergo gestito proprio dalla loro famiglia, le cui sale hanno ospitato un'infinità di feste ed eventi. Quando però Anna, la loro gentile e infaticabile madre, muore, tutto è destinato a cambiare. Elle torna a casa e ad aspettarla trova i luoghi e gli affetti di una vita, un amore interrotto, ma anche spiazzanti sorprese e impreviste rivelazioni. L'antico hotel è in decadenza e non se la passa affatto bene e, senza Anna a occuparsi di tutto, loro padre Ned sembra perso nei ricordi scanditi dalle canzoni dei suoi amati Beatles. Elle dovrà allora affrontare spettri e delusioni del passato per ricomporre i pezzi del presente e tentare di salvare le sorti del Bay Hotel. Ma da dove incominciare? Come restituire la magia di un tempo a quell'albergo in rovina? Quali compromessi Elle sarà disposta a fare per il bene della sua famiglia e di tutta Mulberry Bay? Sullo sfondo del burrascoso mare di Irlanda e con le suggestioni dei Beatles, Melissa Hill ci regala un'imprevedibile storia d'amore, amicizia e speranza.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858688779

1

Il Bay Hotel sembrava sempre rispecchiare lo stato d’animo di quanti vi alloggiavano, che fosse solo per qualche tempo oppure stabilmente, pensò Penny.
Per decenni tra le sue mura si erano svolti alcuni degli eventi e delle feste più memorabili del paese. Negli anni d’oro le donne fasciate in abiti luccicanti risalivano la sontuosa scalinata bianca d’ingresso, i complessi facevano tremare le pareti della sala da ballo con le loro musiche allegre e in pista, sotto il palco, le coppie volteggiavano in un caleidoscopio di colori.
Ovviamente c’erano stati anche momenti più tranquilli. La sala da tè affacciata sul mar d’Irlanda spesso in burrasca offriva una vista sensazionale, in contrasto con i raffinati arredi vittoriani degli interni. Le tovaglie di pizzo color crema, le sottili forchettine da dolce d’argento, le tazze da tè di porcellana finissima e le prelibatezze che venivano servite sembravano suggerire parole d’affetto e di comprensione. Quella sala aveva assistito a molteplici proposte di matrimonio e feste romantiche. Sui suoi tavoli si erano strette mani vecchie e giovani, lì si erano celebrati primi e ultimi compleanni, e ognuno di quegli eventi era rimasto impresso nella memoria di quel posto.
Sì, ogni avvenimento a Mulberry Bay veniva considerato quasi più speciale, più magico, se celebrato al Bay Hotel. Era come se l’albergo possedesse un’atmosfera, un’alchimia che non aveva niente a che fare con il soprannaturale. Tutta quella gioia e tutti quei ricordi ne avevano permeato i muri rendendolo sempre più affascinante.
Quel giorno, tuttavia, l’hotel era silenzioso e i rumori del solito tran tran giungevano attutiti, tanto che l’intero edificio pareva avvolto da una specie di manto. Gli ospiti si muovevano esitanti, quasi in punta di piedi, e anche quelli che non avevano conosciuto Anna Harte o che l’avevano incontrata solo una volta provavano un inspiegabile senso di nostalgia, di perdita di qualcosa d’indefinibile.
Penny, invece, avrebbe saputo definirlo: se l’albergo era il cuore di Mulberry Bay, Anna ne era stata le braccia aperte e accoglienti.
Si trovava in una delle stanze adibite ad alloggio della famiglia sul retro della proprietà, intenta a guardare l’ampio giardino, ancora stordita da quant’era accaduto nelle prime ore del mattino.
La sua adorata mamma non c’era più. Nel cuore della notte Anna si era svegliata per un dolore al petto e si era accasciata a terra. Era morta prima dell’arrivo dell’ambulanza.
Non aveva idea di dove fosse finito suo padre. Ned Harte non si era quasi più fatto vedere, sconvolto per l’inatteso collasso di Anna. Era con lei quando era morta e tutto quello che aveva detto a Penny, dopo, era stato: «Sembrava che l’avesse colpita un proiettile». Penny aveva trasalito di fronte a quell’immagine, malgrado descrivesse molto bene ciò che provava in quell’istante, quasi che anche lei fosse stata colpita da un proiettile al cuore, ma che per un crudele destino fosse sopravvissuta. Presumeva che suo papà si sentisse esattamente come lei, eppure chiederglielo non aveva senso perché Ned non avrebbe mai e poi mai rivelato nulla di così personale.
Suppose che stesse facendo lunghe passeggiate sulla spiaggia, evitando sia la compassione dei suoi concittadini, pur animati da buone intenzioni, sia lei. Era il suo modo di fare: tenere i propri sentimenti per sé, sepolti nel profondo dell’animo, finché non avesse trovato un’espressione o le parole di una canzone adatte a esprimerli. Però in un momento del genere le sarebbe piaciuto trovare una maniera per confortarsi a vicenda. Si chiedeva spesso se Ned fosse taciturno perché aveva paura di dire troppo, di mostrare sentimenti che, una volta manifestati, non potevano più essere rinnegati. Sua madre era l’unica che sembrava sapere istintivamente come prenderlo, come toccargli il cuore, e ora che se n’era andata Penny si sentiva più disorientata che mai. Era quasi come aver perso entrambi i genitori in una volta sola.
Stava passando in rassegna le cose della madre nella loro camera da letto, cercando di occultare, per il bene del padre, tutti quei segni che avrebbero reso ancor più vivo il dolore della sua scomparsa: la biografia letta a metà di Katharine Hepburn sul comodino, le caramelle al limone che amava mangiucchiare a letto, i foglietti con gli appunti che prendeva durante la giornata per poi dimenticarsene subito dopo.
Voleva eliminare proprio gli oggetti più personali, affinché il padre non avesse la sensazione che la moglie potesse entrare da quella porta da un momento all’altro. Il resto − gli abiti, i trucchi, i gioielli − poteva aspettare fino all’arrivo di Elle.
Innanzitutto bisognava affrontare il funerale: la condivisione dei ricordi con quanti nella comunità avevano conosciuto Anna, il fatto che ognuno se la ricordasse in un modo un po’ diverso.
Poi però Ned, Elle e Penny sarebbero tornati all’albergo, che in un certo qual modo avrebbe pianto anch’esso la perdita di Anna. Sarebbe potuto andare avanti senza di lei per qualche settimana, tuttavia era innegabile che con Anna avesse perso anche l’anima. Certo, la gente veniva per godersi la meravigliosa vista e lo splendore fané di quelle stanze ricche di storia, ma veniva anche per Anna, per il suo senso dell’umorismo un po’ bislacco e la sua capacità di intuire cosa volevi veramente, senza nemmeno doverlo chiedere.
Sua madre conosceva le persone, capiva che quasi sempre desideravano semplicemente una piccola tregua dalla vita quotidiana. Si adoperava perché trovassero un attimo di respiro e avessero la sensazione d’esser quasi tornate indietro nel tempo. L’albergo era uno splendido palcoscenico, e Anna la regista capace di realizzare l’impresa. La gente veniva per il suo famoso pollo arrosto, le deliziose fairy cake di un tempo con la glassa che si scioglieva in bocca… per le cinquantatré varietà di tè, tradizionali ed esotiche, e per il suo sorriso spontaneo e le piacevoli chiacchierate a colazione. Quando venivano al Bay Hotel venivano per Anna, anche se non lo sapevano.
Naturalmente con il passare degli anni, come spesso accade, il commercio locale era diminuito e sempre più persone nate nel piccolo paese sulla spiaggia si erano trasferite in villaggi o città più grandi dell’Irlanda. «È un bel posto dove crescere ma è così piccolo… non offre alcuna opportunità» osservavano, proprio come aveva detto sua sorella.
E visto che anche il numero di turisti aveva iniziato a calare, i soldi per la manutenzione dell’albergo scarseggiavano. Era sempre bello, certo, però ormai di una bellezza sfiorita. Penny aveva sentito più di un ospite commentare: «Oh, immagina come doveva essere nel suo periodo d’oro». Sapeva che il più grande desiderio della madre era quello di vederlo tornare al suo antico splendore, tuttavia non c’era mai denaro a sufficienza.
Penny supponeva che senza Anna suo padre non avrebbe avuto l’animo e neanche i mezzi per fare alcunché. Scacciò dalla testa il pensiero delle sorti dell’albergo. Doveva aspettare. Adesso non poteva pensare a cose del genere; era una questione di cui lei ed Elle avrebbero dovuto discutere al momento opportuno.
Elle. All’idea della sorella provò un senso di sconforto. Per quanto stesse male, lei almeno viveva ancora a Mulberry Bay e, quando era successo, si trovava poco lontana. Dava una mano in albergo e vedeva Anna tutti i giorni. Le aveva parlato soltanto il giorno prima: la loro ultima conversazione era stata una discussione stupida e senza senso sulla necessità di cambiare la biancheria nella stanza degli ospiti.
Ma come doveva sentirsi sua sorella a Londra? Adorava la madre più di chiunque altro al mondo, Penny lo sapeva. Elle era una persona molto forte ed equilibrata, abituata a girare sempre con una corazza addosso. E Anna era il punto debole di quella corazza. La sera prima, quando le aveva dato la notizia al telefono, Penny aveva sentito solo il respiro irregolare della sorella, e il rumore di qualcosa che cadeva. «Prendo il primo volo» le aveva detto Elle. E basta. Aveva riagganciato. Penny non aveva avuto il tempo di dirle altro.
Elle era tra coloro che avevano lasciato Mulberry Bay; non solo, aveva smaniato per farlo.
Penny invece era stata contenta di rimanere, di aiutare i genitori con l’albergo e di lavorare part time nell’ufficio turistico locale mentre Elle vagava per il mondo in cerca di grandi avventure, sempre pronta a superare i propri limiti provando il bungee jumping, facendo trekking nella giungla, mangiando cavallette. Poi era diventata architetto, e gli spigoli netti degli edifici che progettava rispecchiavano quelli della sua personalità. Ogni tanto tornava a casa a trovarli o a trascorrere le vacanze con loro, e vedeva il paese in cui era cresciuta quasi come una turista: ne ammirava la bellezza, i ritmi più rilassati, ma in fondo fremeva per tornare alla città e al suo lavoro.
L’ultima volta che era venuta lì, quasi un anno prima, Penny aveva sondato il terreno per capire se a Londra avesse qualcuno.
«Non ho tempo per l’amore» le aveva risposto con nonchalance.
«E non ti senti sola?»
Aveva visto lo sguardo nei suoi occhi verdi vacillare per un istante, poi però Elle aveva scrollato le spalle. «In realtà non ho neanche il tempo per sentirmi sola» aveva detto chiudendo il discorso. Elle era molto abile a tagliar corto; da quel punto di vista era più simile a Ned di quanto non immaginasse. Forse solo per questo non si preoccupava affatto dell’atteggiamento riservato e a volte persino freddo del padre, mentre Penny diventava matta per cercare di capire, di scoprire perché fosse sempre così distaccato e chiuso in sé. Anche se, a dire il vero, in presenza di Elle Ned sembrava rianimarsi. Era Penny che ai suoi occhi era come invisibile.
Sua sorella sarebbe arrivata quel mattino. Però, ora che era morta Anna e le dinamiche familiari erano mutate, Penny si chiedeva come avrebbero fatto ad affrontare i giorni a venire.

2

Elle era sotto shock. Sapeva che era vero ma si rifiutava di crederci, di accettare quant’era successo nelle ultime ventiquattr’ore. Sua sorella non l’aveva chiamata quel mattino per informarla che la mamma era morta d’infarto, lei non aveva buttato in valigia un paio di vestiti inadeguati aveva comprato un biglietto aereo per Dublino, non aveva preso un sonnifero per dormire durante il volo e di sicuro non era in coda nell’aeroporto di Dublino, in attesa di prendere un taxi che la portasse a casa, a Wexford.
Se voleva svegliarsi, se voleva un’iniezione di realtà, doveva solo guardarsi attorno. In fila dietro di lei c’era un uomo che puzzava come se non si cambiasse d’abito da giorni, davanti un bambino in braccio alla madre continuava a infilarsi le dita nel naso e ad appallottolare con cura il frutto delle ricerche. Aveva visto grafici e disegnatori lavorare con minor dedizione. Si raddrizzò decisa ad affrontare la situazione. Tutto ciò stava davvero accadendo, giusto? Fece una serie di profondi respiri e, ogni volta, l’idea sembrava sedimentarsi un po’ di più nella sua mente. Suo padre sarebbe stato come al solito taciturno ed emotivamente irraggiungibile, Penny ancora risentita per la sua scelta di andarsene, nonostante quel che voleva dare a vedere.
Sapeva che non sarebbe mai riuscita a comunicare sul serio con nessuno dei due, soprattutto senza l’intervento schietto e rasserenante di Anna. La mamma riusciva sempre a farli ridere, almeno quando erano insieme. I giorni che l’attendevano sarebbero stati un abisso di dolore, di cose non dette e di ricordi non condivisi. Solo quando fosse tornata a Londra, tra le mura del suo appartamento, avrebbe potuto dare sfogo ai propri sentimenti.
Era stata senza alcun dubbio la settimana peggiore della sua vita. Neanche sette giorni prima Sebastian, a cui era legata da diciotto mesi, le aveva comunicato che si era trovato un’altra casa, troncando di fatto la loro relazione.
«Sono stanco di venire al secondo posto, Elle» le aveva detto esausto quando per l’ennesima volta, dopo una giornata molto impegnativa in ufficio, lei era rientrata tardi nell’appartamento di Clapham che condividevano.
A dire il vero non capiva cosa provasse al riguardo. Sebastian era musicista, e all’inizio vivere con lui era stato divertente, ma negli ultimi tempi era diventato lunatico ed esigente: si aspettava che lei mollasse tutto su due piedi per seguirlo nelle sue attività e nei suoi spostamenti. Suppose che i segnali ci fossero già da qualche tempo ma che si fosse rifiutata di vederli, che non avesse voluto coglierli di proposito.
Sebastian non era stato il primo a darle un ultimatum del genere, però Elle non vedeva perché dovesse essere lei a scendere a compromessi. Era fatta così, prendere o lasciare. Tuttavia avrebbe voluto averlo ancora accanto, per ricevere aiuto e conforto nel superare quel dolore insopportabile.
Invece se la sarebbe dovuta cavare da sola, ne era consapevole. Doveva soltanto essere forte.
La sua decisione di andarsene non aveva rovinato il suo rapporto con Anna. La mamma la capiva, come del resto capiva tutti. Sapeva che doveva dimostrare qualcosa, quanto meno a se stessa, che non disprezzava Mulberry Bay con le sue scarse attrattive e non detestava nemmeno l’albergo. Solo, se fosse rimasta, come avrebbe fatto a scoprire le sue capacità?
Anna sapeva questo della figlia maggiore così come sapeva che la figlia minore sarebbe rimasta in paese, accanto ai genitori, a condurre una vita il più possibile tranquilla e prevedibile. Penny era dolce e delicata come una piuma, Elle invece possedeva una volontà e una determinazione di ferro.
E in quel modo viveva la sua vita: con determinazione. Aveva voluto l’avventura e l’aveva avuta. Aveva voluto far carriera e forse un giorno alcuni edifici che aveva progettato sarebbero stati famosi. Elle non sapeva però come avrebbe fatto, adesso, a vivere a Londra senza le e-mail di Anna, senza le sue simpatiche frecciatine sulla gente di città e le sue affettuose parole d’incoraggiamento. Si era sempre detta che amava la città, la sua incredibile energia, le masse accalcate in piccoli spazi, il rumore, gli odori, l’anonimato, ma a volte doveva farsi coraggio per affrontarla. A volte desiderava un po’ di pace, e l’unica cosa che la induceva a uscire di casa era pensare a un messaggio di Anna: «Sono così fiera della mia bravissima bambina: dai, costruiscimi un castello!». Per lei, Penny ed Elle erano due ragazze straordinarie, seppur molto diverse tra loro.
Si sforzò di ricordare l’ultima volta che aveva parlato con sua madre. Avevano conversato delle solite cose e riso per un malinteso accaduto tra Anna e Ned. Il padre aveva parlato troppo piano quando le aveva detto cosa volesse per cena e lei gli aveva preparato un tortino al posto del tacchino.
«Oh, in realtà sapevo cosa volesse» aveva ammesso, maliziosa, la madre. «Lo so sempre. Ma ho pensato che così avrebbe imparato a farsi sentire. Comunque credo che il tortino gli sia piaciuto.»
Grande patito di musica, Ned Harte era un pensatore e di rado apriva bocca su argomenti d’altro genere. Ingegnere da tempo in pensione, era un tipo intellettuale, riservato e analitico. Era, in sostanza, l’esatto opposto della moglie: allegra ed esuberante, Anna era felice di chiacchierare con gli ospiti, di mettere tutti a proprio agio e di conoscere la storia di chiunque soggiornasse nell’albergo.
Ned invece era sempre apparso disinteressato alla gestione dell’attività, nonostante rappresentasse l’unico reddito della famiglia. Elle si chiese che fine avrebbe fatto ora l’hotel, che costituiva sia la loro casa sia il luogo di lavoro di Penny.
Penny e Ned lavoravano entrambi lì, ma il Bay Hotel era sempre stato la grande passione di Anna. Il padre e la sorella avevano ruoli secondari: era la mamma a dirigerlo e a occuparsi anche degli aspetti amministrativi, tenendo i conti e pagando le tasse. Se ben ricordava, la grande passione del padre erano i Beatles, e con la morte della mamma si chiese cosa sarebbe accaduto alla casa di famiglia e alla loro pluriennale attività.
Ripensò all’aneddoto del tortino e concluse che non avrebbero più vissuto momenti spensierati.
Non senza Anna.
Mentre raggiungeva il primo posto nella ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’albergo sulla baia di Mulberry
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. 41
  46. 42
  47. 43
  48. 44
  49. 45
  50. 46
  51. 47
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti