1
Gli incolpevoli
La notte della Diaz e l’irresistibile ascesa del capo della polizia. Consociativismo d’inizio millennio
| | «… conosceva i segreti del partito della Montagna cui apparteneva e i segreti dei monarchici ai quali finì per appartenere, aveva studiato in silenzio e con calma gli uomini, le cose, gli interessi della scena politica: penetrò i segreti di Bonaparte, gli diede utili consigli e informazioni preziose. Allora né i vecchi colleghi, né i colleghi nuovi intuivano in lui l’ampiezza del suo genio perfettamente ministeriale, essenzialmente politico, esatto in tutte le sue previsioni e incredibilmente sagace.» |
| | (HONORÉ DE BALZAC, Un tenebroso affare, citato da Stefan Zweig in Fouché) |
1.1. Genova, Cile o Messico
La notizia ebbe l’ufficialità delle agenzie, quarantasei minuti dopo la mezzanotte. Due lanci dell’Ansa con le stelline di richiamo, quelli che secondo il codice interno si chiamano «B», fatti che hanno la precedenza sugli altri: «Una perquisizione da parte di ingenti forze di polizia e carabinieri è in corso da mezzanotte circa nella scuola elementare Diaz, sede del centro stampa del Genoa Social Forum» recita il primo. Il secondo aggiunge che «furgoni blindati hanno bloccato le vie d’accesso all’edificio scolastico e numerosi agenti sono entrati nella scuola, controllando tutti i presenti», che ci sono ambulanze, che «l’accesso all’edificio è vietato ai giornalisti» e che, secondo le fonti del Genoa Social Forum, la rete dei movimenti antiglobalizzazione presenti al G8 di Genova, «all’interno del centro stampa è presente un centinaio di giovani».
È il 22 luglio 2001, ma molti cronisti hanno avuto la soffiata prima della mezzanotte mentre erano a cena, rito conclusivo e, secondo le attese, particolarmente liberatorio, visto che si era ormai quasi concluso il G8 horribilis, con il suo bilancio drammatico: un morto, Carlo Giuliani, due giorni prima, durante gli scontri di piazza Alimonda (non succedeva a una manifestazione dai tempi di Giorgiana Masi, era il 1977); le incursioni e le devastazioni in città per mano dei black bloc o black blockers o tute nere. E ancora i manganelli «tonfa», nuova dotazione della polizia, in azione con particolare violenza e in modo non sempre ortodosso, nonostante il training a cura di istruttori fatti arrivare per l’occasione da Los Angeles. Il tutto testimoniato dalle immagini che avevano riempito, per tre giorni, telegiornali e talk show, quotidiani e siti, mostrando e mettendo sotto accusa la gestione dell’ordine pubblico.
L’ultimo atto era previsto per l’indomani, la foto di gruppo dei capi di Stato e di governo del G8 e la conferenza stampa del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai Magazzini del Cotone, nella «zona rossa» riservata ai grandi della terra, ma la questione era di pertinenza dei cronisti parlamentari, dei «chigisti», degli inviati al seguito delle varie delegazioni internazionali. Le manifestazioni erano finite, la città sarebbe tornata alla normalità e ovviamente alla contabilità dei danni. Nessuno poteva prevedere quello che invece accadde, ovvero che la «perquisizione secondo l’articolo 41», cioè senza mandato del magistrato, scattata alle 23.30, si trasformasse in «macelleria messicana», secondo l’ammissione tardiva, nel 2007, del vicecapo del VII Nucleo sperimentale antisommossa Michelangelo Fournier. Che la notte della Diaz fosse consegnata alla storia italiana come la «notte cilena» in cui la democrazia era stata sospesa, che di «rappresaglie di stampo cileno» parlasse nell’aula di Montecitorio l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Che, insomma, improvvisamente il Sudamerica a Genova non fosse più incarnato da Manu Chao, il cantante per la verità francese, diventato voce e simbolo dei contestatori, ma dagli eccessi di una parte dei circa trecento uomini della polizia inviati alla Diaz, dai silenzi o dal laissez-faire degli altri. E in seguito da una storia di false prove e scuse maldestre, da uno scaricabarile burocratico a copertura di una catastrofe tecnica e a protezione di un potere destinato a rafforzarsi.
Nessuno dei molti cronisti accorsi in via Cesare Battisti, bloccati all’esterno della scuola, avrebbe immaginato l’epilogo che dapprima fu solo sonoro, le urla che arrivavano dall’interno, e poi immagine indelebile: il sangue, i molti feriti portati via in barella. Le loro cose, macchiate, strappate, sparse a terra fra i banchi rovesciati come dopo un uragano.
Antefatti e fatti. Per chi li ha visti e per chi non c’era
Prima ancora di raccontare cosa fu «la Diaz» (e la sua sinistra appendice nella caserma di Bolzaneto), cosa significò e come condizionò, attraverso un consapevole processo di deresponsabilizzazione, rilevanti dinamiche di potere nel decennio successivo, è necessario richiamare alcuni elementi di contesto. Né attenuanti né aggravanti, solo un quadro necessariamente semplificato.
Era il debutto del nuovo governo di centrodestra, il secondo guidato da Silvio Berlusconi, desideroso di un’affermazione sulla scena internazionale. Era prima dell’11 settembre ed era la fase di massimo protagonismo dei movimenti antiglobalizzazione nati a Seattle nel 1999, tentazione e speranza dell’ala più radicale della sinistra italiana – parlamentare e non – e delle sue propaggini verdi e pacifiste nonché di un’area terzomondista anche cattolica. Il saggio della canadese Naomi Klein No logo era a tutti gli effetti un bestseller, i pamphlet contro il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, i testi dell’ambientalista indiana Vandana Shiva e dell’economista statunitense Susan George vendevano migliaia di copie analizzando disuguaglianze, crisi della rappresentanza, eccessi di potere delle grandi multinazionali e degli organismi sovranazionali e proponendo l’idea che un altro mondo fosse comunque possibile. I loro autori e leader di riferimento erano, in quella fase e per quel pubblico, il «popolo di Seattle», quasi delle star: alcuni di loro si erano anche affacciati a Genova. José Bové, leader francese delle battaglie contro le multinazionali dell’agricoltura, aveva sfilato alle manifestazioni. Barry Commoner, Ralph Nader, James Tobin erano figure diversissime assurte a notorietà globale. La questione del rapporto con quei filoni di pensiero, con «il primo movimento che non chiedeva niente per sé», secondo l’autorappresentazione di allora, e con la loro capacità di penetrazione in un potenziale elettorato giovanile, si era affacciata con forza nel dibattito a sinistra e sulla sinistra. A maggior ragione dopo la sconfitta dell’Ulivo nella versione Francesco Rutelli candidato premier.
A margine dei movimenti no global, la nascita di frange estremiste e violente di contestatori si era trasformata in un crescente problema di ordine pubblico. I black bloc armati di bastoni si erano visti in azione in molte occasioni e la sicurezza durante i vertici internazionali era diventata una questione cruciale e anche politica.
Il G8 di Genova seguiva appuntamenti in cui gli scontri tra i manifestanti e la polizia non erano mancati: a Nizza per esempio c’erano stati feriti, idranti, cariche della polizia, botte. A Göteborg, a margine del Consiglio europeo, solo poche settimane prima, c’era stato un ferito gravissimo, scampato alla morte per un soffio. A Napoli, il 17 marzo, in occasione del Global Forum, altro importante appuntamento internazionale, si era consumata nella caserma Raniero, sotto il governo di centrosinistra, quella che sarebbe stata considerata la prova generale dei fatti di Genova, il precedente, benché più pallido, delle violenze della Diaz. La pianificazione della sicurezza per il summit italiano era cominciata con il governo di Giuliano Amato che, fra i primi atti dal suo insediamento, nel 2000, aveva nominato capo della polizia e direttore del dipartimento per la sicurezza il prefetto Gianni De Gennaro. Era poi proseguita con il governo Berlusconi, insediatosi dopo la vittoria della Casa delle Libertà alle politiche del 13 maggio.
In occasione del G8 italiano, circa settecento movimenti no global di estrazioni diverse si erano dati una sorta di forma federata aderendo a una rete chiamata Genoa Social Forum.1 I leader con maggiore visibilità, il portavoce Vittorio Agnoletto, il coordinatore Stefano Kovac e il numero uno delle cosiddette «tute bianche» o «disobbedienti» Luca Casarini, erano stati gli interlocutori prevalenti di una trattativa con i responsabili della sicurezza, ministri competenti e dirigenti delle forze dell’ordine. Un percorso negoziale imboccato con decisione dal ministro dell’Interno della Margherita Enzo Bianco e non abbandonato – o almeno non del tutto – dal suo successore, il forzista Claudio Scajola. Il 24 giugno a Roma De Gennaro e Ansoino Andreassi, vicedirettore generale della Pubblica sicurezza, avevano incontrato Agnoletto, Casarini e altri rappresentanti dei movimenti. Chi c’era ricorderà i negoziati sulla «zona gialla» in parte accessibile e la «zona rossa», quella dei grandi della terra, i capi di Stato e di governo del G8, completamente blindata. Ricorderà lo spazio che avevano avuto sui media gli incontri dei vari tavoli organizzativi, le conferenze stampa e poi le voci ufficiose di un quasi accordo per cui i manifestanti avrebbero potuto violare pacificamente per pochi centimetri la «zona rossa» in un’azione simbolica sorvegliata dalla polizia, ma in qualche modo concessa. Cose che invece non accaddero.
Era stato in ragione di un forte temporale che aveva reso inagibile il campeggio cittadino, se novantatré manifestanti di varie nazionalità, attivisti del Genoa Social Forum, si erano trovati poco prima di mezzanotte, spazzolini da denti alla mano, in fila davanti ai bagni della scuola Diaz-Pertini. Come l’economista belga Michael Geiser, che tenterà per un istante, uno solo, la strategia del dialogo prima di scappare di fronte all’irruzione degli agenti confondendosi tra gli infermieri. Oppure nei sacchi a pelo, come dieci studenti spagnoli che saranno svegliati a colpi di manganello. Vista l’emergenza meteorologica il Comune di Genova aveva autorizzato il centro multimediale a dare ospitalità per la notte. Era del resto l’ultimo atto del G8, conclusione di una giornata segnata da altri scontri, altre cariche della polizia, altri lacrimogeni durante la manifestazione degli ultramondialisti, con più di centomila partecipanti.
Nell’aria la tensione causata dalla morte di Carlo Giuliani ucciso il giorno prima dalla pistola del carabiniere Mario Placanica, che aveva sparato – per legittima difesa, stabilirà il processo – da una camionetta accerchiata e senza via di fuga in piazza Alimonda. Le televisioni di tutto il mondo erano in possesso di ore di «girati» che testimoniavano manganellate, calci e sangue. Con i movimenti avevano sfilato quel giorno anche molti politici dei partiti della sinistra, in particolare Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani. Alcuni di loro erano rimasti in città.
La mattina del 21 luglio, il capo della polizia aveva ordinato ad Ansoino Andreassi di affidare il comando di una perquisizione in un’altra scuola genovese, la Paul Klee, al capo dello Sco (Servizio centrale operativo) Francesco Gratteri, un fedelissimo. L’operazione aveva portato all’arresto di ventitré persone poi immediatamente rilasciate. La ratio, dirà Andreassi al processo, era «passare a una linea di condotta più incisiva… per cancellare l’impressione che la polizia non avesse reagito dinanzi ai saccheggi e alle devastazioni commessi in città». Con lo stesso obiettivo, catturare i black bloc rinviando al mittente le numerose critiche di chi sosteneva che la polizia li avesse lasciati fare, si decise di creare pattuglioni misti, cioè formati da agenti appartenenti ai diversi reparti della polizia. Per i magistrati questa decisione, insieme all’estromissione di Andreassi e alla discesa in campo del capo dell’Antiterrorismo Arnaldo La Barbera, altro fedelissimo spedito a Genova proprio quel giorno, è il segno che De Gennaro aveva voluto un cambio di strategia. Particolari che avranno la loro rilevanza quando si tratterà di ricostruire la catena di comando.
Fu una riunione in questura dei numerosi dirigenti della polizia presenti a Genova a decidere la perquisizione ex articolo 41 della Diaz. Si disse allora che erano state due circostanze a spingere in quella direzione: le testimonianze di alcuni abitanti del quartiere che avevano visto persone vestite di nero entrare nella scuola e l’aggressione di quattro pattuglie in perlustrazione in via Cesare Battisti. La Barbera dichiarerà in parlamento che «era stata rilevata la presenza di circa duecento persone davanti alla Diaz, quasi tutte vestite di nero». L’obiettivo della perquisizione era dunque cercare elementi di prova e nel caso arrestare i black bloc eventualmente presenti o infiltrati.
«Quella perquisizione non poteva, ma doveva essere fatta, se vogliamo dare un senso alla polizia; se vogliamo dimenticare la polizia, allora facciamo turismo» dirà La Barbera sottolineando che si trattò di una decisione concorde, unanime. «Tant’è che è stata presa.» Aggiungerà tuttavia – e la circostanza è assai importante – che nel momento «strettamente operativo» aveva notato «una tensione che andava un po’ oltre il dovuto».
Nell’operazione saranno impiegati circa cinquecento uomini, tra esterni e interni dell’edificio. Per unanime valutazione e con l’imprimatur del capo della polizia, i carabinieri, circa centocinquanta, saranno lasciati fuori, a controllare le vie di fuga: dopo il caso Giuliani, era stata la riflessione, meglio evitare tensioni ulteriori. Il numero preciso dei partecipanti all’azione non è mai stato fornito, così come l’identificazione di tutti gli agenti coinvolti. Un ruolo di primo piano fu affidato al VII Nucleo sperimentale antisommossa interno alla mobile di Roma e guidato da Vincenzo Canterini, che aveva proposto di dare il via alla perquisizione sparando lacrimogeni all’interno della scuola per far uscire gli occupanti. «Questa modalità di intervento, che definisco pazzesca, fu appalesata dal dottor Canterini in sede di riunione, alla quale eravamo tutti presenti» spiegherà ancora La Barbera ex post. «Da parte mia e del questore, cui avevo rappresentato le raccomandazioni del capo della polizia che impartivano la direttiva di agire con la massima prudenza e cautela, egli è stato subito ripreso.»
La metamorfosi della «perquisizione» in «macelleria» fu istantanea. Saranno i processi a stabilire che fu anche del tutto immotivata. Una manganellata colpì il giornalista britannico Mark Covell sulla spalla sinistra, a freddo, all’esterno della Diaz, prima ancora che il blindato della polizia rompesse il cancello chiuso della scuola. Covell fu tempestato di colpi nonostante avesse gridato «giornalista» in italiano: calci al petto, colpi alla testa, alla bocca, dodici denti saltati, la pleura lacerata, le costole frantumate. Un’invalidità che, dopo una battaglia legale (e un’indefessa campagna di stampa) lunga più di un decennio, fatta di analisi dei filmati, fotogramma per fotogramma, gli sarà risarcita, grazie a una transazione con il governo italiano, per 350.000 euro.
La paratassi raggelata delle sentenze certifica a posteriori l’efferatezza di quella notte, l’«inaudita violenza», come scriverà a Roma la Corte di cassazione. Per Strasburgo, quattordici anni dopo, il verdetto sarà che fu «tortura».
«Verso mezzanotte, una volta arrivati in prossimità delle due scuole, i membri del settimo nucleo dotati di caschi, scudi e manganelli tipo tonfa nonché altri agenti equipaggiati allo stesso modo iniziarono ad avanzare a passo di corsa… Alcuni occupanti che si trovavano all’esterno rientrarono nell’edificio e chiusero cancello e porte di ingresso tentando di bloccarle con i banchi di scuola e tavole di legno. Gli agenti si ammassarono davanti al cancello che forzarono con un mezzo blindato.»2 Poi sfondarono la porta di ingresso. Si divisero su per i quattro piani dell’edificio «parzialmente immersi nel buio». Avevano quasi tutti il volto coperto da bandane e foulard, scrivono i magistrati. «Cominciarono a colpire gli occupanti con pugni, calci e manganelli, gridando e minacciando le vittime. Alcuni gruppi di agenti si accanirono anche su degli occupanti che erano seduti o allungati per terra.» Altri furono colpiti mentre «tenevano le braccia in alto in segno di resa o mostravano le loro carte di identità». Altri ancora «tentarono di scappare e si nascosero nei bagni o nei ripostigli dell’edificio, ma furono riacciuffati, colpiti, talvolta tirati fuori dai loro nascondigli per i capelli».
Le ricostruzioni e le testimonianze raccontano l’esplosione di violenza delle unità speciali che si irradia incontrollata, per ondate successive lungo i quattro piani dell’edificio. Quasi fosse mostrata in soggettiva, da una telecamera virtuale che accompagna prima lo sfondamento del cancello esterno, poi la corsa per le scale e infine, come nelle macchine del teatro greco, restituisce ciò che si è già consumato all’interno, dove l’occhio dello spettatore non è potuto arrivare. Al piano terra c’è Melanie Jonasch di Berlino, studentessa di archeologia che non aveva neppure partecipato ai cortei e che alla Diaz faceva la volontaria: fu colpita alla testa con una tale violenza che svenne. Poi presa a calci. Infine sbattuta contro un armadio e lasciata in una pozza di sangue. Al primo piano c’è un gruppo di ragazzi che provano a sdraiarsi gridando «Basta per favore», con accenti diversi perché non sono italiani. Ma è troppo tardi quando un «Basta» pronunciato in modo stentoreo dal vice di Canterini, Michelangelo Fournier, mette fine alla violenza: il pavimento è già un lago di sangue.
Al terzo e quarto piano ci sono uomini e donne costretti a inginocchiarsi in corridoio per farsi colpire meglio. Un ventunenne tedesco, studente di violoncello, dovrà essere operato per fermare l’emorragia cerebrale causata dalle percosse alla testa.
Molti agenti fecero gesti volgari, gridarono frasi sessiste e minacce di stupro quella notte.
Jaroslav Engel, arrivato a Genova dalla Polonia, riesce a scappare grazie alle impalcature. All’esterno viene bloccato da alcuni autisti della polizia che gli spaccano la testa, lo scaraventano a terra. E fumano mentre giace abbandonato sull’asfalto.
Il volto simbolo è quello insanguinato di Lena Z., Lena Zuhlke, la foto che la ritrae all’uscita, in barella, rimbalzerà sui quotidiani non solo italiani. Era stata percossa con manganellate alla testa e alle spalle, presa a calci alla schiena e al petto. E in mezzo alle gambe. Trascinata per i capelli lungo alcune rampe di scale.
I cronisti, bloccati all’esterno insieme a molti parlamentari, assistono all’arrivo delle ambulanze, alle uscite in barella della maggior parte degli occupanti della Diaz. Chiedono spiegazioni a Roberto Sgalla, responsabile delle relazioni esterne della polizia e portavoce di De Gennaro. Sgalla è sul posto, in borghese, e risponde che nel corso della perquisizione la polizia «ha trovato abiti e cappucci neri simili a quelli utilizzati dai black bloc». «Le numerose macchie di sangue nell’edificio» aggiunge «sono dovute alle ferite che la maggior parte degli occupanti della scuola si sono procurati durante gli scontri verificatisi nel corso della giornata.»
Nel suo instant book Non lavate questo sangue, Concita De Gregorio, inviata di «Repubblica», racconta i tentativi di Gratteri e Sgalla di allontanare parlamentari e giornalisti e delle loro risposte che le inchieste si incaricheranno di smentire. «E questi feriti? Siamo stati aggrediti. Quando? Entrando. Un manifestante all’interno della scuola ha aggredito un poliziotto con un coltello»3 dichiara il portavoce del capo della polizia. Era stato proprio Sgalla del resto ad avvertire alcuni dei cronisti della perquisizione.
Un’immagine più di altre rende il senso di smarrimento di...