1
La Michela
Milano, giovedì 2 maggio 1963
Carlo cercò di mettere a fuoco il marchio del Cynar stampato sull’enorme specchio dietro il bancone del locale della Michela. La donna lo osservava già da un po’ con uno sguardo a metà tra il divertito e l’affettuoso. Ironico, o va’ a sapere. Non le sarebbe mai crollato davanti. Non era soltanto la sua implacabile eleganza, aveva un trucco che in fondo era sempre lo stesso: fissarsi su qualche particolare, ricacciando indietro gli assalti dell’alcol alla bocca dello stomaco e al cervello.
Ma c’era poco da fissarsi su quel grosso carciofo, o sul grottesco faccione della spuma Giommi, era chiaro che aveva esagerato.
«Ti piacerebbe se rimanessi a dormire qui?»
Ci stava tornando troppo spesso in quel sottoscala. E sempre da solo.
Di amici non ne vedeva girare molti intorno a sé‚ ultimamente. Per non parlare di donne. Non gli andava giù che la storia con l’Enrica fosse finita, e quella con l’Elisabetta, poi, gli era valsa giusto un tetto sulla testa e la branda su cui dormire.
Gli restava la Giulietta.
La trattoria a conduzione familiare della Michela era una delle poche che teneva aperto fino a tardi. Il marito, che qualcuno chiamava Luigi, qualcun altro Mario, chissà, serviva in sala. A pranzo gli operai, a cena gli studenti. Il resto del tempo si piazzava di vedetta al tavolo vicino all’uscita, «Il Giorno» in una mano e con l’altra prendeva le duecento lire del menu fisso del pranzo: spaghetto, bistecchina formato francobollo e insalatina. Con voce monotona ripeteva quella cantilena tutto il tempo: duecento lire. Poi incassava, apriva il tiretto del tavolo e infilava i soldi nella cassettina.
Chissà se aveva mai capito che il “Carletto”, come lo chiamavano in quel trani, era lo stesso che firmava gli articoli di cronaca nera sul suo giornale preferito. Forse neppure gliene fregava niente. Il quotidiano aperto sul tavolo era più che altro un alibi per stare seduto vicino all’uscita e cuccare chi provava a sgattaiolare senza passare dal via. Tanto al resto pensava lei.
Lei, la Michela: cinquant’anni e passa, la pancia che sporgeva leggermente sotto il seno abbondante, i capelli tendenti al bianco avvolti in due bigodini nascosti da un fazzolettone rosso da contadina.
Dettaglio curioso, quello. Forse aveva letto sull’«Espresso» una cronaca mondana della sublime Camilla, o visto sull’«Europeo» le foto delle signore bene che tornavano dalla montagna e che di quel fazzolettone avevano fatto una divisa. Ma chissà se lo leggeva, il “lenzuolone” dei furboni di sinistra…
Se ne stava dietro al bancone a spillare damigiane di vino e a infiascare bottiglie. E a parlare di politica.
Era comunista, quindi solo vino rosso o spuma nel suo locale. Niente Coca-Cola o brodaglia americana. E ai compagni, quelli veri, in premio la vodka.
La risposta alla sua battuta arrivò mentre lui era perso nei suoi pensieri: «Non ci proverei gusto nemmeno se mi cantassi Bandiera rossa».
Quella voce rauca e secca a forza di Nazionali aspirate a pieni polmoni lo scosse. Rise, incespicò fino alla porta e salutò da lontano.
«Ce l’hai ancora la Rossa?» gli urlò dietro la Michela.
La Rossa. Chiamava così sia la macchina sia l’Enrica, con i suoi capelli color rame. Una ce l’aveva ancora, l’altra no. Ma la Michela si riferiva all’auto, sicuro.
«Ce l’ho, ce l’ho, ma tanto a te non ti ci porto a fare un giro. Non vorrei che la tua anima bolscevica venisse traviata dai piaceri borghesi.»
«Sì, sì, bercia pure, intanto domenica ve l’abbiamo fatta vedere: un milione di voti vi siete mangiati, voi democristi, biancofiore in casa, libertini fuori.»
«Pensavate di averci fatto fuori, voi e l’“americano” Saragat» si mise in mezzo il marito senza nemmeno guardarlo. «Annotali invece: settecentocinquantamila voti in più alla falce e martello.»
«Vallo a dire ai tuoi amici della parrocchietta. Sai che me ne frega a me dei tuoi baciapile. Tanto, preti bianchi o rossi, sempre preti siete.»
Uno a zero, pensò incantandosi sulla coppia che stava amoreggiando al tavolo vicino all’uscita.
Ma come si fa a limonare dalla Michela?, si chiese. Quei muri scrostati di bianco, quella striscia marrone che separava la tintura delle pareti dal soffitto e quelle tovagliacce di carta mettevano su una tristezza che manco le domeniche in redazione.
Avevi voglia di essere romantico, tra quelle finestre-bocche di lupo che davano su via Plinio e quelle lampadine nude che pendevano dal soffitto.
«Be’, vacci piano con la Rossa, che hai bevuto.» Ma ormai lui aveva mollato settanta lire sul tavolo e stava già salendo i quattro scalini che portavano fuori.
In fondo, tra quelle mura fumose ce ne passava di tempo, senza nemmeno sapere perché. O forse lo sapeva: lì nessuno immaginava che lui potesse essere il figlio di un fascista non pentito. Fascista da trattoria, però, non da ville e feste dei gerarchi. Da osteria come quella della sciura Michela e delle sue puzzose Nazionali.
Fuori pioveva ancora. Porca se pioveva. I meteorologi l’avevano detto: la primavera del ’63 rischiava di essere la più piovosa del secolo.
Del resto, il clima non era mai stato clemente con lui: era nato a Milano durante il “nevone” che imbiancò l’Italia. Miseria ladra, si disse, vuoi vedere che mi sono scordato il finestrino della Rossa abbassato?
E affrettò il passo.
Quella Giulietta, appena uscita di produzione, l’aveva comprata con non pochi sacrifici. Era un mondo ed era il suo sogno.
«C’è un posto in cui vai quando vuoi stare solo e devi rimettere in ordine le cose?» gli aveva chiesto l’Enrica una sera che erano rimasti proprio a bordo della Giulietta.
«Non ne ho mai avuto uno. Ma qua dentro potrebbe anche andar bene.»
I lampioni si riflettevano sulla strada facendola luccicare. Si strinse nell’impermeabile Rhodiatoce e tentò di saltare una pozzanghera per raggiungere l’auto, ma ci finì dentro con tutte le scarpe. Aprì lo sportello, si piegò per asciugare come meglio poteva con l’avambraccio e si abbandonò sul sedile. Una vampata acida gli risalì dallo stomaco. Mise in moto riuscendo a grattare col cambio Porsche. Che sensazione di merda.
Forse solo l’Enrica poteva fargliela passare.
2
L’Enrica
Guidare con i pantaloni bagnati sui sedili di pelle non era il massimo della vita. Ma quella sensazione di gelo umido sul sedere gli aveva fatto l’effetto di un doppio caffè amaro. Per il momento le vodke se ne stavano tranquille nel suo stomaco, senza alzare la voce. Meglio così. C’erano da trovare le parole per l’Enrica; se davvero esistevano.
La mano che stringeva il volante gli sembrò quella di un vecchio. E allora? Il tempo passava, giorno dopo giorno. Una settimana da quando l’Enrica gli aveva dato il benservito. Due anni trascorsi insieme, in quell’appartamento in cui Carlo non si era mai davvero sentito a casa.
Oh, altro che doppio caffè amaro. Eccolo, l’alcol, che tornava alla carica coi suoi pensieri del menga.
Il motore della Rossa faceva le fusa lungo i viali tutti identici. La città era come sempre. Sembrava bruttissima, ma quasi romantica.
La pioggia aveva spinto tutti a rintanarsi. E in giro, a quell’ora, si vedeva solo qualche bicicletta di metronotte e qualche Lambretta zigzagante con a bordo i reduci di una nottata in chissà quale night.
Imboccò la circonvallazione. Non sapeva nemmeno perché lo stava facendo, perché stava andando da lei. Era stata chiara, l’Enrica, e quando si fissava su una cosa era meglio non andarle contro, lo sapeva bene. Eppure si lasciò alle spalle viale Umbria e l’orrore di piazzale Lodi. Prese per Porta Romana e la superò. Alla Crocetta svoltò in una stradina laterale facendo fischiare le gomme, ma del perché l’avesse fatto non aveva idea.
Poche macchine posteggiate, in quella zona le case avevano tutte il garage. Roba di lusso, dei primi del Novecento. Sembrava che quei bastardi di americani l’avessero fatto apposta a non bombardarle, per lasciarle alle talpe della burocrazia statale. Case da magistrati o generali in pensione. Portoni imponenti.
La pioggia scintillava sulle targhe in ottone. Le lampadine sui portoni stavano accese tutta la notte. Solo gente che non aveva problemi alla fine del mese.
Carlo accostò bruscamente al marciapiede e spense il motore. Il sedile gli pareva ancora più basso del solito, l’abitacolo più stretto. Il suo metro e novanta di altezza, appesantito da un filo di pancetta, si srotolò fuori dall’auto. Carlo si strinse ancora di più nell’impermeabile.
Sul ciglio della strada c’erano appena un paio di Giulietta berlina vecchio modello. Le nuove Giulia Ti era meglio tenerle in garage. La sua Rossa non sfigurava affatto.
Si guardò attorno. Doveva stare attento. Era una zona del primo distretto, la pula la sorvegliava come se proteggere quella gente fosse la sua unica preoccupazione. E con la vodka che aveva in corpo, una notte sulle panche della Questura di Fatebenefratelli non gliel’avrebbe levata nessuno.
La strada era deserta. In giro non c’era anima viva.
Il suo sguardo puntò in alto, dritto al terzo piano. La luce di casa sua era accesa. “Sua” per modo di dire. Anche quando ancora ci viveva, infatti, era sempre stata dell’Enrica. Se si fosse sentito un po’ più padrone, sai che fine avrebbe fatto quel maledetto geranio sul davanzale in due anni di onorato e litigioso rapporto? E invece no. Il geranio era ancora lì.
Si avvicinò lentamente, con delicatezza, al portone. Le gambe reagivano bene, non barcollava. Quasi. Era pronto. Ma per cosa, poi? Per strisciare davanti a lei l’ennesima volta?
Il suo indice rimase sospeso, un po’ incerto, a qualche centimetro dal citofono. Come un guizzo gli passò nel cervello l’immagine di uno di quegli aerei con gli striscioni pubblicitari. La scritta che si portava dietro recitava: E SE CON LEI C’È UN UOMO? E poi un bel missile, come quelli che gli americani e i sovietici volevano tirarsi addosso, ma anche lui col suo bello striscione: E CHI SE NE FREGA. Puntava dritto verso l’aereo, a far scoppiare i suoi dubbi da pirla.
C’era ancora scritto il suo cognome, su quella meraviglia di citofono. Pigiò il pulsante e rimase in attesa. Ora non poteva più tornare indietro. E in tutto il tragitto non era riuscito a trovarle, le parole giuste.
«Sì?»
Cazzo, non era la voce dell’Enrica. Una voce femminile, giovane. Stupita, sembrava.
Si morse le labbra. «Sono Carlo» sussurrò. «Quello dell’Enrica» disse timidamente e dopo un attimo di esitazione.
«Ti apro.»
Ma che cazzo apri? E adesso? La frittata era fatta. Ora doveva improvvisare. Be’, poteva sempre far finta di aver lasciato in casa qualcosa di importante, dire due parole di cortesia e zac, filarsela. E nel frattempo magari sbirciare in camera da letto casomai ci fossero tracce di una presenza maschile.
Si aggiustò la cravatta. Una mano fra i capelli. Respirò a pieni polmoni sperando che l’alito non denunciasse la serataccia dalla Michela. E via, nell’atrio, nell’ascensore scintillante di legno lucido e ottone. Avrebbe improvvisato. In fondo era un giornalista, qualcosa aveva imparato a mascherare.
La ragazza lo aspettava sulla soglia, sbarrando col corpo magro l’ingresso. Capelli scuri, bella come un’apparizione, piena di una grazia impertinente, portava un tailleur scuro, camicetta bianca e calze nere che fasciavano due gambe infinite. Tutta acchittata alle due di notte, come se dovesse accogliere un ospite.
«Non te l’ha detto l’Enrica che non abita più qui? Mi ha lasciato il suo appartamento.» Gli aveva dato del tu come se si conoscessero da tempo.
E comunque no, Carlo non lo sapeva. Non lo sapeva. Gliel’avrebbe detto l’Enrica. Almeno quello.
«C’è qualcosa che non va?» sentì mormorare la ragazza, con un filo di apprensione nella voce. Certo, non doveva farle piacere trovarsi di fronte un marcantonio ubriaco a quell’ora di notte, pensò Carlo. «Hai bevuto? Sembri un marinaio appena sbarcato dopo una notte di tempesta e rum.»
«Niente che non sappia reggere. N...