La volpe sentì rallentare la macchina prima del ragazzo; sentiva tutto per prima. Coi cuscinetti delle zampe, lungo la schiena, nelle vibrisse sensibili dietro gli arti. Grazie alle vibrazioni capì anche che la strada si era fatta più accidentata. Si stiracchiò, alzandosi dal grembo del ragazzo, e annusò il filo d’aria che entrava dal finestrino, che le disse che stavano attraversando un bosco. Gli intensi odori del pino – legno, corteccia, pigne e aghi – fendevano l’aria come lame, e oltre quelli la volpe riconobbe, più leggeri, il trifoglio e l’aglio selvatico e le felci, e centinaia di altre cose che non aveva mai sentito prima ma odoravano di verde e la incalzavano.
Ora anche il ragazzo avvertiva qualcosa. Trasse a sé l’animale e strinse più forte il guantone da baseball.
La sua ansia sorprese la volpe. Le poche volte che avevano viaggiato in macchina insieme, il ragazzo era stato calmo o perfino eccitato. La volpe spinse il muso dentro il guantone, benché odiasse l’odore del cuoio. Il ragazzo rideva sempre quando lo faceva. Poi le avvolgeva il guanto intorno alla testa, fingendo di lottare, e così la volpe riusciva a distrarlo.
Ma quel giorno il ragazzo prese l’animale e affondò la faccia nel suo collare di pelo bianco, premendo forte.
Fu in quel momento che la volpe capì che il ragazzo stava piangendo. Si girò per studiarne il viso ed esserne sicura. Sì, piangeva, anche se non emetteva alcun suono, una cosa che la volpe non sapeva potesse fare. Il ragazzo non versava una lacrima da tanto tempo, ma la volpe si ricordava che prima piangeva sempre, come a chiedere che si facesse attenzione a quel curioso fenomeno, l’acqua salata che gli sgorgava dagli occhi.
Il volpacchiotto leccò via le lacrime e fu ancora più confuso. Non c’era odore di sangue. Si divincolò dalle braccia del ragazzo per ispezionare il proprio umano, preoccupato di non aver notato una ferita, benché il suo olfatto non sbagliasse mai. No, niente sangue; nemmeno il formarsi sottocutaneo di un livido o la fuoriuscita del midollo di un osso rotto, cosa che una volta era successa.
La macchina sterzò a destra e la valigia accanto a loro si spostò. Dal suo odore, la volpe sapeva che conteneva i vestiti del ragazzo e gli oggetti della sua camera che maneggiava più spesso: la foto che teneva in cima alla cassettiera e ciò che nascondeva nell’ultimo cassetto. Diede una zampata su un angolo, sperando di aprirla, così che il ragazzo potesse infilarci il naso e sentire l’odore di tutte quelle cose amate e trarne conforto. Ma proprio in quel momento la macchina rallentò di nuovo, questa volta fino ad arrancare rombando. Il ragazzo si chinò, la testa tra le mani.
Il cuore del volpacchiotto accelerò e gli si drizzarono i ruvidi peli della coda. L’odore di metallo bruciato sui nuovi vestiti del padre gli raspava la gola. Con un balzo raggiunse il finestrino e iniziò a grattarlo. Certe volte a casa il ragazzo sollevava simili muri di vetro se lui glielo chiedeva. Si sentiva sempre meglio quando il vetro veniva alzato.
Invece il ragazzo se lo riprese in grembo e parlò al padre in tono supplichevole. La volpe aveva imparato il significato di molte parole umane e lo sentì usarne una: «NO». Spesso la parola “no” era collegata a uno dei nomi che conosceva: il suo e quello del ragazzo. Ascoltò attentamente, ma quel giorno c’era solo il «NO», rivolto come una preghiera al padre più e più volte.
La macchina si scosse e si fermò del tutto, inclinandosi a destra, mentre una nuvola di polvere si alzava oltre il finestrino. Il padre si allungò verso il sedile di dietro, e dopo aver detto qualcosa a suo figlio con un tono dolce che mal si accordava al suo acre odore di bugia, afferrò la volpe per la collottola.
Il ragazzo non oppose resistenza, quindi nemmeno la volpe oppose resistenza. Pendeva inerme e vulnerabile dalla presa dell’uomo, benché fosse ormai abbastanza spaventata da poter mordere. Non avrebbe contrariato i suoi umani quel giorno. Il padre aprì la portiera della macchina e marciò sulla ghiaia e sui ciuffi di erbacce fino al margine del bosco. Il ragazzo scese e li seguì.
Il padre depose il volpacchiotto, e lui balzò fuori portata. Fissò lo sguardo sui suoi due umani, notando che erano ormai quasi alti uguali. Il ragazzo era cresciuto molto negli ultimi tempi.
Il padre indicò il bosco. Il ragazzo guardò suo padre per un lungo momento, gli occhi ancora pieni di lacrime. E poi si asciugò il viso sul collo della maglietta e annuì. Infilò una mano in tasca e ne trasse un vecchio soldatino di plastica, il gioco preferito della volpe.
Il volpacchiotto si mise all’erta, pronto per quel passatempo familiare. Il ragazzo lanciava il giocattolo e lui doveva ritrovarlo; un’impresa che il giovane umano sembrava sempre considerare notevole. Recuperato il giocattolo, aspettava tenendolo in bocca finché il ragazzo non lo raggiungeva e lo riprendeva per lanciarlo ancora.
E come previsto il ragazzo tenne alto il soldatino e poi lo lanciò nel bosco. Il sollievo del volpacchiotto – erano lì solo per giocare! – lo rese distratto. Sfrecciò verso il bosco senza voltarsi a guardare i suoi umani. Se l’avesse fatto, avrebbe visto il ragazzo spingere via il padre e incrociare le braccia sul viso, e sarebbe tornato. Di qualsiasi cosa avesse bisogno il ragazzo – protezione, distrazione, affetto – gliel’avrebbe offerto.
Invece si lanciò all’inseguimento del giocattolo. Trovarlo fu leggermente più difficile del solito, poiché c’erano tanti altri odori più freschi nel bosco. Ma solo leggermente: dopotutto sul soldatino c’era anche l’odore del ragazzo. Quell’odore che avrebbe riconosciuto ovunque.
Il soldatino giaceva a faccia in giù vicino alle radici nodose di un noce grigio, come se si fosse lanciato lì in preda alla disperazione. Il suo fucile, col calcio appoggiato stancamente al volto, era sepolto fino all’impugnatura nelle foglie morte. La volpe lo liberò col muso, lo prese tra i denti e si alzò sulle zampe posteriori perché il ragazzo la vedesse.
Nel bosco immobile, gli unici movimenti erano quelli delle lame di luce che luccicavano come vetro verde attraverso la volta frondosa. Il volpacchiotto si allungò di più. Non c’era traccia del ragazzo. Un brivido di preoccupazione gli passò lungo la schiena. Lasciò andare il giocattolo e abbaiò. Non ci fu risposta. Abbaiò ancora, e ancora rispose solo il silenzio. Se era un gioco nuovo, a lui non piaceva.
Raccolse il soldatino e tornò indietro. Mentre usciva veloce dal bosco, una ghiandaia saettò sopra di lui, gracchiando. Il volpacchiotto si bloccò, combattuto.
Il ragazzo lo aspettava per giocare. Ma gli uccelli! Per ore e ore aveva osservato gli uccelli dal suo recinto, fremendo nel vederli fendere il cielo con noncuranza come i lampi che spesso vedeva nelle sere d’estate. La libertà del loro volo lo incantava sempre.
La ghiandaia chiamò ancora, più addentro alla foresta ora, e le arrivò un coro di risposte. Per un momento ancora il volpacchiotto esitò, scrutando tra gli alberi in cerca di un altro cuneo blu-elettrico.
E in quell’istante, dietro di lui, sentì chiudersi una portiera della macchina e poi un’altra. Si lanciò a tutta velocità, incurante dei rovi che gli graffiavano il muso. Il motore dell’auto ruggì accendendosi e la volpe si fermò di colpo sul ciglio della strada.
Il ragazzo abbassò il finestrino e gettò fuori le braccia. Mentre la macchina si allontanava a tutta velocità sollevando una gragnola di ghiaia, il padre urlò il nome del ragazzo: «Peter!». E il ragazzo urlò l’unico altro nome che la volpe conoscesse.
«Pax!»
«Così ce n’erano un sacco.»
Peter capì quanto suonasse stupido, ma non riuscì a non ripeterlo. «Un sacco.» Affondò le dita nel mucchio di soldatini di plastica dentro il malconcio barattolo di latta; erano identici, se non per la posa: in piedi, in ginocchio, sdraiati, tutti coi fucili premuti forte sulle guance verde oliva. «Ho sempre pensato che ne avesse solo uno.»
«No. Li calpestavo in continuazione. Deve averne avuti a centinaia. Un vero esercito.» Il nonno rise alla propria battuta involontaria, ma Peter no. Voltò la testa e puntò lo sguardo fuori dalla finestra, come se avesse scorto qualcosa nel giardino sul retro che stava sprofondando nel buio. Alzò una mano, passandosi le nocche lungo il contorno della mandibola, proprio come suo padre si grattava la barba stopposa, e si asciugò di nascosto le lacrime che gli erano affiorate. Che razza di poppante piangeva per una cosa così?
E comunque, perché mai stava piangendo? Aveva dodici anni e non piangeva da tanto tempo, non aveva pianto nemmeno quando si era fratturato il pollice prendendo a mani nude la volata di Josh Hourihan, mentre giocavano a baseball. Gli aveva fatto un male terribile, ma si era limitato a imprecare di dolore mentre aspettava le lastre insieme all’allenatore. Che uomo. Ora, invece, due volte.
Peter alzò il soldatino dal barattolo e riandò con la mente al giorno in cui ne aveva trovato uno identico nella scrivania di suo padre.
«Cos’è questo?» aveva chiesto, mostrandoglielo.
Il padre di Peter si era chinato e gliel’aveva preso di mano, il viso che si addolciva. «Oh. Da quanto tempo. Era il mio giocattolo preferito da bambino.»
«Posso prenderlo io?»
Suo padre glielo aveva lanciato. «Certo.»
Peter lo aveva sistemato sul davanzale della finestra di fianco al letto, il piccolo fucile di plastica puntato in un appagante gesto di difesa. Ma nel giro di un’ora Pax lo aveva sgraffignato, cosa che aveva fatto ridere Peter: Pax lo voleva, proprio come lui.
Peter lasciò cadere l’omino nel barattolo e stava per richiudere il coperchio quando notò l’angolo di una foto ingiallita fare capolino dal mucchio di soldatini.
La tirò fuori. Suo padre, a dieci o undici anni, con un braccio attorno a un cane. Che sembrava metà collie e metà cento altre cose. Che sembrava un buon cane, di quelli di cui a un figlio parleresti. «Non sapevo che papà avesse un cane» disse, passando la foto al nonno.
«È Duke. La più stupida creatura mai nata, sempre tra i piedi.» Il vecchio guardò meglio la foto e poi Peter, come se vedesse qualcosa per la prima volta. «Hai gli stessi capelli neri di tuo padre.» Si passò una mano sul cerchio rado di capelli grigi che gli avvolgeva la testa. «Li avevo anch’io una volta. E guarda, anche lui era pelle e ossa all’epoca, proprio come te, proprio come me, con quelle orecchie a sventola. Gli uomini della nostra famiglia… Be’, immagino che le mele non cadano mai lontano dall’albero, eh?»
«No.» Peter tentò un sorriso forzato, ma non riuscì a mantenerlo. “Tra i piedi.” Erano le parole che il padre di Peter aveva usato. «Non può avere quella volpe tra i piedi. Non è più agile come una volta. Non stargli appiccicato nemmeno tu. Non è abituato ad avere bambini attorno.»
«Sai, venne la guerra e io mi arruolai, come mio padre. Come tuo padre ora. Il dovere chiama, e noi in questa famiglia rispondiamo. Nossignore, le nostre mele non cadono lontano dall’albero.» Gli restituì la foto. «Tuo padre e quel cane. Erano inseparabili. Me n’ero quasi dimenticato.»
Peter rimise la foto nel barattolo e chiuse bene il coperchio, poi lo fece scivolare sotto al letto, dove l’aveva trovato. Guardò di nuovo fuori dalla finestra. Non poteva rischiare di parlare di animali ora. Non voleva sentir parlare di doveri. E di certo non voleva sentire nient’altro a proposito di mele, e di alberi sotto i quali rimangono bloccate.
«A che ora inizia la scuola qui?» chiese, senza voltarsi.
«Alle otto. Hanno detto di arrivare presto e di presentarti all’insegnante. Mrs Mirez, o Ramirez… Ho fatto rifornimento.» Il vecchio accennò col capo a un quaderno a spirale, a un thermos malconcio e a un mucchio di tozze matite legate insieme con uno spesso elastico.
Peter si avvicinò alla scrivania e infilò tutto nello zaino. «Grazie. Autobus o a piedi?»
«A piedi. Tuo padre è andato in quella scuola, e andava a piedi. Segui Ash Street fino alla fine, gira a sinistra in School Street e la vedrai: un grosso edificio di mattoni. School Street, chiaro? Se esci per le sette e mezza hai un sacco di tempo.»
Peter annuì. Voleva essere lasciato solo. «Ok. Sono pronto. Credo che andrò a letto.»
«Bene» disse il nonno, senza preoccuparsi di nascondere il sollievo. Uscì, chiudendosi la porta alle spalle con risolutezza, come a dire Ti cedo questa stanza, ma il resto della casa è mio.
Peter, in piedi davanti alla porta, lo ascoltò allontanarsi. Un minuto dopo sentì l’acciottolio dei piatti nel lavandino. Immaginò il nonno nella cucina angusta dove avevano mangiato lo stufato in silenzio per cena; quella cucina puzzava così tanto di cipolle fritte che Peter era convinto che l’odore sarebbe sopravvissuto al nonno. Anche dopo cent’anni di pulizie da parte di una decina di famiglie diverse, quella casa avrebbe probabilmente ancora avuto un odore pungente.
Peter udì il nonno trascinare i piedi nel corridoio fino alla sua camera e poi il leggero crepitio della televisione che si sintonizzava, il volume basso, un agitato presentatore appena percepibile. Solo allora si sfilò coi piedi le scarpe da tennis e si sdraiò sul suo stretto letto.
Sei mesi – forse di più – da passare lì con suo nonno, che sembrava stesse sempre per esplodere. «Cos’è che lo fa arrabbiare così tanto, poi?» aveva chiesto Peter a suo padre una volta, anni prima.
«Tutto. La vita» aveva risposto lui. «È peggiorato da quando è morta la nonna.»
Dopo che anche sua madre era morta, Peter aveva osservato il padre con ansia. All’inizio c’era stato solo uno spaventoso silenzio. Ma pian piano il suo volto si era indurito, sempre pronto a uno sguardo di rimprovero, e le sue mani si stringevano a pugno sui fianchi come se non vedessero l’ora che qualcosa potesse indisporlo.
Peter aveva imparato a evitare di essere quel qualcosa. Aveva imparato a non stargli tra i piedi.
L’odore di grasso stantio e cipolle strisciò fino a lui, trasudando dai muri, dal letto stesso. Aprì la finestra accanto a sé.
La brezza di aprile che spirava era fresca. Pax non era mai stato ...