Duello nel ghetto
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Duello nel ghetto

La sfida di un ebreo contro le bande nazifasciste nella Roma occupata.

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Duello nel ghetto

La sfida di un ebreo contro le bande nazifasciste nella Roma occupata.

Informazioni su questo libro

Moretto a Roma se lo ricordano ancora. Il suo vero nome è Pacifico di Consiglio e nel 1943 è l'unico ebreo romano che durante l'occupazione nazista resta in città per dare la caccia ai suoi persecutori. Pugile dilettante, la vita di Moretto, come quella di tanti ebrei romani, cambia dopo il 1938. Ma a differenza di altri, Moretto trova il modo per ribellarsi. Fa innamorare la nipote di Luigi Roselli, uno dei più spietati e pericolosi collaboratori italiani dei nazisti, e, grazie alle informazioni della giovane, lancia una sfida alle bande comandate dal colonnello Kappler, capo della polizia tedesca di Roma. Arrestato due volte, riesce sempre a fuggire mettendo in atto stratagemmi e altri intrighi, continuando a combattere contro centinaia di spie, delatori e poliziotti fascisti. Il Duello nel Ghetto di Roma fra Moretto e Roselli si gioca tutto nel quartiere a ridosso del Tevere. Una manciata di strade fino a pochi anni prima orgoglio di convivenza e poi diventate teatro di un mondo braccato: famiglie numerose nascoste nel timore della cattura, uomini obbligati a pagare affitti da capogiro a protettori-sfruttatori, donne e bambini rifugiati in conventi dove spesso tentano di convertirli, sopravvissuti per caso o fortuna al 16 ottobre tornati a risiedere nel Ghetto sfidando la sorte. Per costoro scarseggia il cibo, la morte è in agguato, non possono fidarsi di nessuno ma le voci che si rincorrono su Moretto dimostrano che si può continuare a resistere.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687598

1

La Piazza

«Jodii oje è ’na bella jurnata!» come ogni giorno, estate o inverno che sia, «Burasca» dà le previsioni del tempo nel suo inconfondibile dialetto giudaicoromanesco. Ormai le mamme del Ghetto si sono abituate a regolare l’abbigliamento dei figli sulle segnalazioni meteo del pittoresco venditore ambulante. Se si sente «Fa freddo, copriteve bene!» oppure «Oje è tempo de calla roste!», i ragazzini che si preparano per andare a scuola faranno meglio a infilare un cappotto, e se Burasca strilla «Oje viè giù pure Moshe Rabbenu!» è il caso di prendere pure l’ombrello.1 Per poi correre giù, nella Piazza, via del Portico d’Ottavia, la strada che attraversa il Ghetto: il salotto comune degli ebrei di Roma.
Negli anni Trenta del Novecento, una larga maggioranza di ebrei della capitale continua ad abitare la zona del Ghetto, i vecchi palazzi di via della Reginella o di via del Portico d’Ottavia, e a praticare i vecchi mestieri. I più diffusi sono quello dello «stracciarolo» e del rigattiere. Molti stracciaroli tengono il carretto da «’o Burinello», pagandogli l’affitto, dato che non si possono certo parcheggiare in casa. Davanti al Burinello staziona «zì Lella la Grossa» con la sua sedia e soprattutto con il suo gran seno, in cui sistema le uova sode. «Tiè, senti come so calde ’ste ova!» è il suo amichevole richiamo per chi viene a ritirare il carretto, di buon mattino.2
Già alle 7.30 le strade del Ghetto risuonano del grido, inconfondibile, «Stracciaroli!» e dei richiami, di rimando, di chi ha qualcosa di cui disfarsi e si sporge dalle finestre, si affaccia alla porta, a consegnare lenzuola o maglie, e pazienza se sono appartenute a qualche ammalato. La preda più ambita sono le scarpe con la suola di gomma para, che fa guadagnare qualche soldo in più; se poi le calzature sono in buono stato le si porta a «zì Giovanni lo Spiantato»: nel suo negozietto, o per meglio dire antro, all’angolo di via di Sant’Ambrogio, la moglie le sistema per poi rivenderle. Se invece si riesce a raccogliere un sacco di stracci o di ferrame, si va da Ruenne, il più importante dei cinque fratelli Sabatello, che stanno accanto al Portonaccio a «capare» la lana da una parte, le tovaglie dall’altra.3
Durante la mattina, la Piazza si anima, i commessi degli empori escono richiamati dalle massaie, che si sporgono dalle finestre a gridare l’ordinazione, e portano fuori la merce da mettere nei canestri. Non occorre neanche uscire per fare la spesa, nel Ghetto.4 Dalle botteghe provengono voci e profumi, che siano quelli dei negozi o quelli della cucina delle famiglie dei bottegai, che dopotutto abitano nello stesso edificio. «Zì Fenizia la Friggitora» cuoce i «pezzetti fritti» in una pentola sull’uscio della bottega, forse per attirare più clienti, e l’odore si sparge per tutto il quartiere.5 Dal forno della «sora Alessandrina», davanti al tempietto sconsacrato, arriva quello della pizza bianca «alla romana», bassa e scrocchiarella; dall’«abbacchiaro» sull’angolo quello della carne; da Piperno in piazza Costaguti quello del cioccolato… ma per l’uovo bisogna aspettare Pasqua. Non si vende solo cibo: «Rosa l’Orefice» crea con le sue mani gioielli in filigrana che sembrano merletti.6
Al sabato pomeriggio il suocero di Boccione, il più noto pasticciere di Piazza, sbuca puntuale con la sua giacca bianca dal forno della panetteria portando le «mandorlate» – mandorle tostate dal profumo irresistibile – e non c’è chi non si precipiti all’assalto per comprarle prima che finiscano. Non resistono nemmeno gli acquirenti delle zone «bene», quelli che arrivano dai Parioli e dagli altri quartieri alti a fare la fila per le squisitezze della salsamenteria Diotallevi, davanti a Boccione, o per i prodotti freschissimi di Samuele Sed, detto «Verdura».7 Le clienti del civico 13 di via del Portico d’Ottavia, invece, sono più modeste, e si infilano a rovistare tra gli abiti usati di «Zì Pecchinella», nella speranza di un buon affare per il proprio guardaroba o, più spesso, per quello di un figlio cresciuto troppo in fretta per indossare i pantaloni della scorsa stagione.8
I ragazzini vanno a scuola, sciamano nella Piazza a giocare, spesso aiutano i genitori nel lavoro o nelle faccende di casa. Gli ebrei del Ghetto non sono rimasti legati solo ai vecchi mestieri e alle antiche tradizioni giudaico-romanesche; mantengono la coesione sociale attraverso matrimoni tra correligionari. Famiglie come i Sed, i Piazza, gli Spizzichino continuano a sposarsi tra loro, a risiedere tra via del Portico d’Ottavia e via dei Giubbonari, e a fare un gran numero di figli. Fin dalla mattina presto si esce di casa e ci si aggiorna tra figli e genitori, fratelli e sorelle, cognati, suoceri, generi, nuore, nipoti, ci si informa sulla salute e sulle prodezze dei «criaturi», si condividono problemi e preoccupazioni, benedizioni e, a volte, soluzioni.9
Ce n’è sempre più bisogno, da quando i fascisti al potere hanno mostrato il loro vero volto. In quest’estate del 1938 gli abitanti del Ghetto, affaccendati nelle loro attività, non vedono l’ombra che si stende sul loro piccolo, faticoso, colorato mondo.

Due mondi in armonia

I rapporti con i non ebrei sono frequenti, amichevoli. Sono numerosi i cattolici che abitano, o commerciano, nella zona, e le relazioni di amicizia, o di affari, sono intrecciate tra due gruppi culturali che si distinguono solo per le abitudini religiose. È una convivenza che sembra oramai pacificata. In Piazza ci si incontra, si prende il caffè, si gioca e si chiacchiera, si discute e si litiga, senza alcuna differenza di religione o di status sociale. È la tipica piazza italiana, il luogo dove si svolge la vita sociale. Le differenze tra chi va in sinagoga il sabato e chi invece va la domenica in chiesa sono minime. In fondo, si tratta di mondi che hanno convissuto assieme per secoli.
In un quartiere abbastanza povero, dove in piccoli appartamenti vivono famiglie con tre, quattro, cinque figli, è inevitabile che i ragazzini vivano per strada, dove sotto gli occhi del vicinato intero anche i più piccoli non corrono rischi. Condividono gergo, cibo, abitudini e soprattutto amicizie, e non importa che religione professino. Per i ragazzini ebrei, la convivenza con i cattolici è naturale e scontata: dopo la scuola si va tutti insieme nello spiazzo tra il ristorante Giggetto e il teatro di Marcello, si gioca con una palla fatta con giornali arrotolati e tenuti insieme con lo spago – quella vera costa troppo – e ci si diverte con poco e soprattutto insieme.10 Anche sul lavoro ci si mischia, e non mancano le ragazze cattoliche che vanno a imparare a cucire le camicie dalla signora Valentina e dal «sor Peppino».11
La famiglia Monteferri, proprietaria di un’osteria nel Ghetto, è cattolica, ma gran parte dei loro clienti sono ebrei. Nel tardo pomeriggio arrivano da loro i «ricordari», detti anche «urtisti» perché vanno «a urto» incontro ai forestieri, ambulanti che vendono souvenir in giro per Roma con la loro cassetta appesa al collo: hanno finito il lavoro e si sono meritati un mezzo litro di vino e qualche partita a carte. A volte hanno con sé il «fagottello», si portano da mangiare da casa o al massimo ordinano un primo, oppure solo da bere. Soldi per fare grandi bagordi non ce ne sono, ma non è un buon motivo per non passare il proprio tempo in compagnia.12
Insomma, apparentemente essere ebreo, a Roma, vuol dire andare in sinagoga il sabato e rispettare alcune usanze, nient’altro. Il sangue versato durante la «Quarta guerra del Risorgimento», come viene chiamata la Prima guerra mondiale, ha suggellato il patto di cittadinanza tra ebrei e società italiana.
Ma proprio da questo conflitto è stato distillato un veleno che sta filtrando, senza che nessuno se ne renda davvero conto, tra le pietre del Ghetto.

Moretto e Ada

Nella famiglia Di Consiglio i figli sono quattro. Un solo maschio, Pacifico, detto «Moretto», che in questo 1938 ha diciassette anni. Sia il padre, Alberto, un piccolo commerciante della Piazza, sia la madre, Emma Sed Piazza, appartengono a famiglie che stanno nel Ghetto da sempre, nel cuore della Comunità. Sono gli ebrei che parlano il giudaico-romanesco, il particolare gergo dal pesante accento romano che utilizza, e spesso modifica, le parole dell’ebraico antico. Una lingua dai termini millenari che risuona a Roma da centinaia di anni. Sono ebrei più romani dei romani, orgogliosi della storia di una comunità che si è insediata nella Città Eterna nel III secolo prima dell’Era Volgare ed è ormai integrata e assimilata, ma mantiene vive le proprie tradizioni e la propria religione. Sono italiani, i Di Consiglio, ma fieri della propria ebraicità.
Abitano in via di Sant’Angelo in Pescheria, al civico 28, a due passi dal Tempio Maggiore, nel cuore del Ghetto. Non sono particolarmente osservanti, per esempio non pregano al Tempio tutti i giorni ma solo poche volte durante l’anno, in occasione delle maggiori festività. Però Alberto ed Emma hanno insegnato ai figli a rispettare le feste e a seguire le tradizioni. Il venerdì sera si accendono le candele all’inizio dello Shabbat e si recita il Kiddush prima di cena. Il capofamiglia, al pranzo di Shabbat, benedice i commensali. Durante Yom Kippur si comprano gli abiti nuovi e si rompe il digiuno mangiando i dolci della cucina giudaico-romanesca, a base di mandorle e miele, proprio come si legge nel Vecchio Testamento.
Da quando il padre ha abbandonato la famiglia per trasferirsi a Torino a cercare lavoro, la vita in casa Di Consiglio si è fatta molto dura. Sola con i ragazzi, praticamente priva di mezzi, Emma sente tutto il peso della vergogna di essere diventata una specie di «ragazza madre»: non ha alcuna colpa, ma i pregiudizi sono ancora forti verso le donne sole. È una madre severa, che insegna ai suoi figli a essere seri, dignitosi, a non vergognarsi di nulla. I Di Consiglio sono riservati e certo non facoltosi, ma vivono in maniera normale. Come molte famiglie della zona, nell’appartamento di via di Sant’Angelo in Pescheria abitano in tanti. Nonni, zii e cugini vivono nella stessa casa, che accoglie undici persone. Una tranquilla famiglia ebrea, non ricca, dove quello che si ha si divide con tutti, e dove si impara la dignità del lavoro e a essere fieri delle proprie origini. Una famiglia in cui, soprattutto, si impara a non abbassare la testa. Una lezione che Moretto apprende fin troppo bene. Una lezione pericolosa, con i tempi che si preparano. Anche perché Moretto è tutt’altro che un tipo tranquillo, lo dice già il soprannome: a Roma, si usa per descrivere una persona scura di capelli o di carnagione, ma anche con un carattere vivace e ribelle. Ci hanno provato, a chiamarlo Pacifico, ma è «Moretto» a prevalere.
Non lontano dai Di Consiglio, in piazza Costaguti, al civico 36, abitano i Di Segni-Pavoncello, un’altra famiglia ebrea «di Piazza» di piccoli commercianti. Alberto Di Segni e la moglie Allegra (detta Apetta) Pavoncello hanno quattro figli: Fortunata detta Ada, Marco, Leo e Lina, tutti nati negli anni Trenta. E anche loro condividono i pochi metri quadri a disposizione con altri membri della famiglia: la mamma di Allegra, Belluccia, i fratelli Anselmo e Salvatore detto «Bobbone», e un’altra sorella di Allegra con problemi psichici, Elisabetta.
Bobbone pensa già di fidanzarsi con Enrica, una delle sorelle di Moretto. Ada invece a fidanzarsi ancora non ci pensa e al figlio dei Di Consiglio, quel Moretto piuttosto bello che va in giro a testa alta, non ha mai davvero fatto caso. D’altra parte lui è spesso in giro, i soldi per farlo studiare non ci sono mai stati e ha cominciato presto a darsi da fare. Ci tiene alle apparenze, per quel che può si veste con abiti alla moda, ma non ha tempo per pensare alle ragazze. Quando lo farà, forse darà un’occhiata alla casa dei Di Segni. Perché nella grande famiglia allargata del Ghetto si fa tutto secondo tradizione: per un bravo ragazzo ebreo bisogna scegliere una brava ragazza ebrea, di una famiglia conosciuta, dello stesso ambiente sociale. Le regole della Piazza non sono scritte, ma sono ferree.

Luigi Roselli e la sede del Fascio

Luigi Roselli è un «ragazzo del ’99»: nel 1917, a diciotto anni appena compiuti, è stato mobilitato per rinforzare i ranghi del Regio esercito nelle fasi finali della guerra. Ha combattuto negli Arditi, le truppe d’assalto create nel 1917, impiegati nelle missioni più pericolose, che si ritengono un corpo scelto, con una disciplina durissima. Finita la guerra, Roselli è diventato un fascista della prima ora, e uno squadrista. Ha combattuto nelle strade e nelle piazze per evitare che i «rossi» tradissero la «vittoria» e il sacrificio di tanti suoi compagni, e nel 1922 ha partecipato alla Marcia su Roma. Un curriculum del genere, teoricamente, avrebbe dovuto garantirgli una buona carriera nel regime: chi, se non la «generazione delle trincee» e gli squadristi dovrebbe rappresentare l’élite della «nuova Italia» forgiata dal Duce del fascismo?
Eppure, Luigi Roselli non ha fatto alcuna carriera. Come lui, va detto, molti Arditi. Dopo aver combattuto con tanta foga, hanno avuto molti problemi a reinserirsi nella vita civile. Sono scontenti, frustrati, le condizioni del Paese non sono quelle che avevano sperato e per cui avevano combattuto. Molti danno problemi alla polizia. Mussolini li ha lusingati e asserviti alla sua causa facendone uno dei miti fondanti della «vittoria mutilata», e nel 1920-1922 sono stati tra gli squadristi più violenti e feroci, fondamentali negli scontri di piazza, nella distruzione delle organizzazioni socialiste, nell’umiliazione di sindacalisti e uomini politici di sinistra. Una volta preso il potere e stabilizzato il regime, tuttavia, il Duce li ha rapidamente scaricati. Troppo ingombranti, brutali e rozzi per occupare posti di responsabilità, troppo imbarazzanti per il suo profilo di statista, molti sono stati allontanati dai luoghi del potere e alcuni spediti in galera o al confino. Altri sono diventati degli emarginati, furibondi per essere stati sfruttati e poi accantonati da un regime che si sta imborghesendo, che viene a patti con i grandi industriali e con la Chiesa cattolica. Frustrati e pericolosi.
Luigi Roselli, in più, è anche povero. È nato e vive nel Ghetto, in via dei Delfini. La sua famiglia non vanta amicizie né «aderenze», e lui non ha istruzione né competenze particolari. A diciotto anni è andato in guerra, non ha avuto il tempo né i soldi per studiare. Il suo indirizzo e il suo mestiere parlano di una situazione molto simile, anzi identica, a quella di tante famiglie ebree di Piazza: piccoli, piccolissimi commercianti, che spesso campano al limite della sopravvivenza. Così, mentre altri sono diventati dei gerarchi e si sono arricchiti, e ora sfoggiano il loro nuovo status di «arrivati», senza magari aver nemmeno fatto la guerra, lui, che ha combattuto, che ha versato il sangue per la patria e per la «rivoluzione» fascista (così viene chiamato il colpo di Stato dell’ottobre 1922), è rimasto ai margini. Isolato, addirittura visto con fastidio dai nuovi padroni. Non è riuscito nemmeno a entrare nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, la famigerata MVSN, il corpo militarizzato che ha permesso a Mussolini di istituzionalizzare gli squadristi e dare un impiego a tante camicie nere prive di lavoro.
Come moltissimi della sua generazione, Luigi accumula astio e rancore. Vivacchia facendo il rigattiere e frequenta le associazioni di ex combattenti e la sede rionale del Fascio, in piazza Lovatelli. Qui fa il custode e gli danno anche un lavoretto come inserviente nella palestra. Durante gli incontri di boxe, molto popolari nella zona, vende bibite e bruscolini. Ma non basta. Neanche il matrimonio con la cameriera Filomena Mastroiani riesce a fargli mettere la testa a posto, anzi in casa sfoga la sua rabbia picchiando la moglie. I due non hanno figli, ma prendono in casa una nipote di Filomena, Annida, che fin da giovanissima collabora al bilancio famigliare lavorando con le cucitrici ebree del quartiere. È proprio la signora Valentina a metterle per prima in mano ago e filo.13
Annida, di suo zio, ha paura. Assiste ai suoi sfoghi, agli accessi di violenza contro la moglie, lo considera un uomo profondamente cattivo.14 Ma Luigi Roselli non è antisemita. È un escluso, è un frustrato, ma non se la prende con gli ebrei, anzi, vivendoci accanto, ha buoni rapporti con i vicini «giudii».15 D’altra parte nella sede del Fascio circolano alcuni ebrei: non sono mancati anche fra loro gli aderenti al partito, fin dagli anni Venti, convinti che un uomo forte e un regime potessero riportare ordine nel confuso dopoguerra.
Tra i fascisti che si distinguono nella violenza organizzata o spicciola, vi sono quelli del gruppo rionale di Campitelli, intitolato al «martire fascista» Tito Menichetti. La loro sede è in ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Duello nel Ghetto
  4. Prologo
  5. 1. La Piazza
  6. 2. Le leggi razziali
  7. 3. Un lungo tormento, un’ingannevole euforia
  8. 4. L’inverno del terrore
  9. 5. 16 ottobre 1943
  10. 6. In fuga
  11. 7. Nel quartier generale del nemico
  12. 8. La caccia
  13. 9. Spie nel Ghetto
  14. 10. L’ora più nera
  15. 11. La fine dell’incubo
  16. Epilogo
  17. Note
  18. Ringraziamenti
  19. Indice