La donna d'altri
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La donna d'altri

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La donna d'altri

Informazioni su questo libro

Una sfrontata fotografia dell'erotismo d'oltreoceano, un viaggio attraverso le tappe dell'emancipazione sessuale, e sociale, di una nazione. Un'inchiesta dai toni provocatori che racconta la storia di uomini e donne che fecero degli Stati Uniti la patria di "Playboy" e "Screw", delle comuni di fine Ottocento e degli hippy, del rapporto Kinsey sul comportamento sessuale degli americani e di Gola profonda, il primo film pornografico a raggiungere con successo il grande pubblico. Con lo zelo documentario di un giornalista d'assalto, Gay Talese vagliò migliaia di fonti, intervistò scambisti e onanisti e visitò di persona club nudisti e centri massaggi, provocando un clamore che fece del libro un best seller eccezionale. Oggi La donna d'altri torna in libreria in un'edizione aggiornata, dove la prosa attenta e lo sguardo limpido di Talese offrono un'inattesa ventata di irriverenza e franchezza, un punto di vista inedito su tabù con cui non abbiamo mai smesso davvero di confrontarci.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687536

1

Era completamente nuda, sdraiata bocconi sulla sabbia del deserto, le gambe divaricate, i lunghi capelli che ondeggiavano al vento, la testa all’indietro, gli occhi chiusi. Sembrava perduta in chissà quali pensieri, lontana dal mondo su quella duna spazzata dal vento, in California, vicino al confine con il Messico, adorna solo della sua naturale bellezza. Nessun gioiello, nessun fiore tra i capelli; sulla sabbia non c’erano impronte, e nulla che indicasse che giorno fosse o che guastasse la perfezione della fotografia, a parte le dita umide dello studentello diciassettenne che la teneva tra le mani e la guardava con desiderio e smania adolescenziali.
L’immagine si trovava su una rivista che aveva appena comprato in un’edicola all’angolo di Cermak Road, nella Chicago di periferia. Era un crepuscolo del 1957, una sera fredda e ventosa, ma Harold Rubin sentiva il calore salirgli dentro mentre scrutava la fotografia alla luce del lampione sul marciapiede dietro l’edicola, indifferente ai rumori del traffico e ai passanti diretti a casa.
Sfogliò le pagine per guardare le altre donne nude, per constatare che effetto gli facessero. In passato gli era capitato, dopo aver comprato in gran fretta una di quelle riviste che venivano vendute sotto banco e quindi non potevano essere esaminate per vedere se erano abbastanza erotiche, di restarne profondamente deluso. O le nudiste intente a giocare a pallavolo su «Sunshine & Health», l’unico periodico negli anni Cinquanta in cui comparissero i peli del pube, erano eccessivamente grasse, oppure le attricette sorridenti di «Modern Man» si davano troppo daffare per risultare attraenti, o ancora le modelle di «Classic Photography» per l’obiettivo erano semplici oggetti perduti in artistiche ombre.
Vero, Harold Rubin riusciva comunque a ricavarne un solitario piacere, ma ben presto le riviste finivano relegate fra gli strati inferiori di quelle che andavano ammucchiandosi nell’armadio della sua stanza da letto. In cima stavano i prodotti più collaudati, quelle donne che ti davano una certa emozione oppure erano in pose tali da riuscire immediatamente stimolanti; e, cosa più importante ancora, l’effetto che producevano era duraturo. Gli capitava di dimenticarle nell’armadio per settimane, per mesi, mentre si dedicava a nuove scoperte; ma, se la ricerca falliva, sapeva di poter tornare a casa e riannodare il rapporto con una delle preferite del suo harem di carta, assicurandosi gratificazioni che erano certamente diverse ma nient’affatto incompatibili con la relazione che aveva con una ragazza conosciuta alla Morton High School. In un certo modo si fondevano insieme. Quando facevano l’amore sul divano, approfittando dell’assenza dei genitori di lei, a volte gli capitava di pensare alle donne più mature delle riviste. E altre volte, mentre era solo con i suoi giornaletti, capitava che gli venissero in mente dei momenti passati con la sua ragazza, e pensava a com’era nuda, a cosa sentiva con lei e a ciò che facevano insieme.
Negli ultimi tempi, però, forse perché si sentiva inquieto e incerto, e meditava di piantare la scuola, lasciar perdere la ragazza ed entrare in aviazione, Harold Rubin era più distaccato del solito dalla vita della sua città, più sprofondato nelle sue fantasie, soprattutto quando aveva sott’occhio le immagini di una certa donna che, doveva ammetterlo, stava diventando un’ossessione.
Era proprio la donna di cui aveva visto la fotografia sulla rivista che sfogliava sul marciapiede, la donna nuda sulla sabbia. L’aveva notata per la prima volta mesi prima, in un trimestrale di fotografia, ed era apparsa anche in parecchi periodici per soli uomini e di avventure, oltre che su un calendario di nudi. Ad attrarlo non erano stati solo la bellezza della donna, le linee classiche del corpo, i tratti delicati del volto, bensì tutta l’atmosfera di ognuna di quelle immagini, la sensazione che fosse completamente libera in mezzo alla natura e di fronte a se stessa, che camminasse lungo la riva del mare, se ne stesse sotto una palma, sedesse su una roccia ai cui piedi si frangevano le onde. Anche se in certe fotografie sembrava distante ed eterea, probabilmente inavvicinabile, in lei c’era qualcosa di estremamente reale, e lui la sentiva vicina. Sapeva anche il suo nome. L’aveva letto in una didascalia, e sperava proprio che fosse davvero il suo nome, non uno di quei terribili pseudonimi usati da certe playmate e pin-up per nascondere la loro vera identità agli uomini che volevano stuzzicare.
Si chiamava Diane Webber. Abitava in una casa sulla spiaggia di Malibu. La didascalia spiegava che era una ballerina, e per Harold questo spiegava gli atteggiamenti controllati, di perfetta armonia, che assumeva davanti all’obiettivo. In una delle fotografie della rivista che Harold stava guardando Diane Webber era in posa quasi acrobatica, in aggraziato equilibrio sulla sabbia, le braccia tese, una gamba alzata più in alto della testa, il piede puntato verso un cielo senza nubi. Sulla pagina di fronte appariva sdraiata di lato in modo da mettere in mostra i fianchi rotondi, una coscia leggermente sollevata a nasconderle appena il pube, i seni protesi, i capezzoli turgidi.
Harold Rubin richiuse in fretta la rivista, la infilò tra i libri di scuola e se li mise sotto il braccio. Si stava facendo tardi e lo aspettavano per la cena. Voltandosi, notò che il vecchio giornalaio, intento a fumare un sigaro, lo guardava strizzandogli l’occhio, ma Harold lo ignorò. Si avviò verso casa, le mani affondate nelle tasche del giaccone di cuoio nero, i lunghi capelli biondi a coda d’anatra alla Elvis Presley che gli si infilavano sotto il colletto alzato. Decise di farsela a piedi anziché prendere l’autobus: voleva evitare il contatto con la gente, in modo che nessuno invadesse la sua intimità, mentre con ansia si prospettava quell’ora notturna in cui, una volta che i suoi genitori si fossero addormentati, sarebbe stato solo a letto con Diane Webber.
Percorse Oak Park Avenue, poi girò a nord, sulla 21a Strada, passando davanti a villette e casamenti di mattoni di quel tranquillo quartiere residenziale chiamato Berwyn, a trenta minuti d’auto dal centro di Chicago. Gli abitanti della zona erano conservatori, gran lavoratori e risparmiatori. Una buona percentuale di loro erano figli o nipoti di immigrati dall’Europa centrale agli inizi del secolo, soprattutto dalla Boemia; e ancora si autodefinivano «boemi» nonostante negli Stati Uniti quel termine, con loro grande disappunto, fosse per lo più associato all’idea di una giovinezza spensierata e dissoluta, a gente che calzava sandali e leggeva poesie dei beatnik.1
La sua nonna paterna, alla quale era affezionato più che a qualunque altro tra i suoi parenti e che andava a trovare con regolarità, era nata in Cecoslovacchia e non in Boemia, in un piccolo villaggio nel Sud, sulle rive del Danubio, nei pressi di Bratislava, che un tempo era stata capitale dell’Ungheria. Più volte lei aveva raccontato ad Harold di essere arrivata in America all’età di quattordici anni per lavorare come domestica presso una pensioncina, in una di quelle tetre, brulicanti città industriali sulle rive del lago Michigan che avevano attratto migliaia di forti uomini slavi. Avevano trovato lavoro nelle acciaierie, nelle raffinerie di petrolio e in altri stabilimenti sparpagliati tra East Chicago, Gary e Hammond, nello Stato dell’Indiana. Si era costretti a vivere uno sopra l’altro, a quei tempi, gli aveva detto la nonna, tanto che nella prima pensione dove aveva lavorato c’erano quattro uomini del turno di giorno che occupavano altrettanti letti la notte, e quattro uomini del turno di notte che ci dormivano durante il giorno.
E quegli uomini erano trattati come bestie, e come bestie vivevano, diceva sempre la nonna, e quando non erano sfruttati dai padroni delle fabbriche cercavano a loro volta di sfruttare le poche ragazze lavoratrici come lei, che avevano la sfortuna di trovarsi a vivere in quel periodo e in quelle città. I clienti della pensione le mettevano sempre le mani addosso, e di notte, mentre dormiva, venivano a bussare alla sua porta. L’aveva raccontato ad Harold durante una delle sue ultime visite, mentre il ragazzo era in cucina a mangiare un panino che lei gli aveva preparato. All’improvviso gli era balenata la visione di quella che doveva essere stata, cinquant’anni prima, la vita di sua nonna, una timida domestica bionda e dagli occhi azzurri proprio come i suoi, i lunghi capelli raccolti in una crocchia, il giovane corpo infagottato in un abito lungo e scialbo, che si muoveva in fretta nella pensione mentre cercava di sfuggire alle grinfie e alle forti braccia dei corpulenti operai dell’acciaieria.
Mentre continuava a camminare con i libri e la rivista sotto il braccio, Harold si ricordò di quanto fosse rimasto affascinato dai racconti della nonna, e comprese perché lei gliene parlasse liberamente. Era l’unico in famiglia che mostrasse sincero interesse per lei e che trovasse il tempo di andarla a trovare nella grande casa di mattoni dove era quasi sempre sola. Suo marito, John Rubin, un ex carrettiere che aveva fatto fortuna nel ramo trasporti, trascorreva le giornate al garage, in compagnia della sua flotta di camion, e le notti con una segretaria che regolarmente la nonna definiva come «quella donnaccia». L’unico figlio di quello sfortunato matrimonio, il padre di Harold, era completamente sottomesso al proprio genitore, e lavorava nel suo garage per ore e ore. La nonna non era abbastanza in confidenza con la madre di Harold per condividere con lei la propria frustrazione e amarezza. Perciò era soprattutto Harold, a volte accompagnato dal fratello minore, a interrompere il silenzio e la noia che stagnavano in casa sua. Con l’età Harold era diventato più curioso ma insieme più distaccato dalla famiglia e dall’ambiente circostante, e un po’ alla volta si era trasformato nel confidente della nonna, un alleato nella sua solitudine.
Da lei aveva appreso molte cose sull’infanzia di suo padre, sul passato del nonno e sul motivo che aveva spinto la nonna a sposare un uomo tanto tirannico. John Rubin era nato sessantasei anni prima in Russia e suo padre era un venditore ambulante ebreo. All’età di due anni era emigrato con i genitori sulle rive del lago Michigan, in una città che in onore di un sovrano polacco del Diciassettesimo secolo si chiamava Sobieski. Dopo qualche anno di scuola e di assoluta povertà, il nonno e altri ragazzi erano stati arrestati per aver partecipato a una rapina nel corso della quale un poliziotto era rimasto ucciso. Liberato con la condizionale, dopo essersi impiegato in vari lavori, un giorno John Rubin era andato a trovare a Chicago la sorella maggiore sposata, ed era rimasto affascinato dalla ragazza cecoslovacca che si occupava del bambino.
In occasione di una visita successiva l’aveva trovata sola in casa. Lei aveva respinto le sue avance, come aveva fatto in precedenza con gli uomini della pensione, e lui l’aveva trascinata a forza in camera da letto, dove l’aveva violentata. Allora la nonna di Harold aveva sedici anni. Era la sua prima esperienza sessuale e restò incinta. In preda al panico, senza parenti o amici disposti a darle una mano, si era lasciata persuadere dai padroni a sposare John che altrimenti, a causa della sua fedina penale, sarebbe finito in carcere. E lei, d’altra parte, non se la sarebbe certo cavata meglio. Si erano sposati nell’ottobre 1912 e sei mesi dopo era venuto al mondo il loro unico figlio, il padre di Harold.
Era stato un matrimonio senza amore che non era per niente migliorato col tempo, diceva la nonna. Il marito picchiava spesso il figlio, e anche lei se si azzardava a intromettersi, e si dedicava soprattutto ai suoi camion. Aveva cominciato a far soldi dopo aver lavorato come fattorino con carro e cavallo per la Spiegel Inc., una grossa ditta di spedizioni di Chicago. Era riuscito a convincere la direzione dell’azienda a prestargli il denaro sufficiente a comprarsi un camion e a iniziare per conto suo il servizio di consegne a domicilio; in tal modo permetteva alla Spiegel di ridurre di parecchio il numero di cavalli, che non potevano certo competere con il suo veicolo motorizzato. Quel primo acquisto gli aveva permesso di provare l’esattezza del suo progetto, così ne aveva comprato un altro, e poi un terzo. Nel giro di un decennio John Rubin si era trovato a possedere una dozzina di camion, sufficienti a sostituire tutti i carri della Spiegel, e a lavorare contemporaneamente anche per altre ditte.
Nonostante le inutili proteste della moglie, il figlio di John ancora adolescente era stato messo a lavorare in garage come aiuto autista, e sebbene John stesse già all’epoca accumulando un bel po’ di quattrini e fosse generoso, in fatto di bustarelle, con i politicanti locali e i poliziotti («Se vuoi che le ruote scorrano devi ungerle», ripeteva spesso), era taccagno nei confronti della famiglia, e spesso accusava la moglie di rubare le monetine che gli cadevano di tasca. In un secondo tempo aveva preso l’abitudine di lasciare di proposito qua e là del denaro, di cui si ricordava esattamente l’ammontare; oppure sistemava sulla sua scrivania o altrove monete in un ordine preciso, nella speranza, sempre delusa, di riuscire a dimostrare che la moglie ne aveva sottratta qualcuna, o per lo meno che le aveva toccate.
Questi e altri ricordi, insieme a constatazioni analoghe che Harold aveva avuto modo di compiere da solo quando si era trovato alla presenza raggelante del nonno, gli avevano permesso di farsi un’idea abbastanza precisa di suo padre: un uomo tranquillo, spento, sui quarantaquattro anni, che non somigliava affatto alla foto messa in bella mostra sul pianoforte, risalente ai tempi della guerra. Quel ritratto lo mostrava in uniforme da caporale, di bell’aspetto e con l’aria distesa, a chilometri di distanza da casa sua. Ma che Harold riuscisse a comprendere il padre non bastava a rendergli più facile la convivenza con lui e, a mano a mano che si avvicinava a East Avenue, dove abitava, sentiva crescere dentro di sé una sensazione di tensione e apprensione. Su cosa suo padre avrebbe trovato da ridire, quel giorno?
In passato nessuno si lamentava del profitto scolastico di Harold, ma lo criticavano per la lunghezza dei suoi capelli, oppure perché aveva fatto tardi con la ragazza, o magari per le riviste di nudo che il padre aveva visto sparpagliate sul letto un giorno che il figlio aveva lasciato distrattamente la porta aperta.
«Cosa sono queste schifezze?» aveva chiesto l’uomo, usando una parola meno esplicita di quella che avrebbe usato il nonno, il cui vocabolario era zeppo di oscenità d’ogni genere, pronunciate in tono irridente. Al contrario, il linguaggio del padre era più controllato, più freddo.
«Le mie riviste» aveva risposto Harold.
«Be’, buttale via» aveva detto il padre.
«Ma sono mie!» era scattato Harold, gridando. Il padre l’aveva guardato con curiosità, poi aveva preso a scuotere lentamente il capo, disgustato, e se n’era andato. Dopo quell’episodio non si erano scambiati una parola per settimane, e adesso Harold preferiva evitare altri scontri. Sperava solo che la cena fosse rapida e tranquilla.
Prima di entrare in casa diede un’occhiata in garage: la macchina del padre era lì, una Lincoln del 1956, comprata nuova un anno prima e pagata in parte con la Cadillac del 1953, tenuta come un gioiello. Harold salì i gradini dell’uscio sul retro, entrò in silenzio. Sua madre, una matrona dal volto bonario, era in cucina a far da mangiare; si sentiva la televisione in soggiorno, dove Harold vide il padre intento a leggere l’«American», un quotidiano di Chicago. Sorridendo alla madre, Harold lanciò un «salve» con voce abbastanza forte da essere colto anche in soggiorno, e magari valere come doppio saluto. Il padre non rispose.
La madre lo informò che suo fratello era a letto con raffreddore e febbre, e non sarebbe venuto a tavola. Senza una parola, Harold andò in camera sua e chiuse pian piano la porta. Era una stanza ben arredata, con una comoda poltrona, una scrivania di lucido legno scuro, un ampio letto di quercia in stile svedese. I libri erano sistemati in bell’ordine sugli scaffali, e alla parete erano appesi modelli di spade e fucili della guerra di Secessione, che erano appartenuti a suo padre e, in una teca di vetro, parecchi arnesi di acciaio costruiti da Harold durante l’ultimo anno al corso di attività manuali e che gli avevano procurato una citazione in un concorso a carattere nazionale sponsorizzato dalla Ford. Aveva anche vinto un premio di pittura messo in palio dai grandi magazzini Wieboldt per il dipinto a olio di un clown e, più di recente, aveva dato prova delle proprie abilità di falegname costruendosi un leggio di legno capace di reggere una rivista aperta, in modo da poterla guardare avendo entrambe le mani libere.
Si tolse il giaccone e appoggiò i libri di scuola sulla scrivania, poi aprì la rivista alle pagine con le foto di Diane Webber nuda. Stava in piedi accanto al letto tenendo la rivista con la destra e, a occhi socchiusi, si strofinava la sinistra sul davanti dei pantaloni, accarezzandosi gentilmente. La risposta fu immediata. Gli sarebbe piaciuto avere il tempo, prima di cena, di spogliarsi e soddisfarsi, o per lo meno raggiungere il bagno in fondo al corridoio per farsene una veloce sul lavandino. Avrebbe piazzato la fotografia di Diane Webber all’altezza dello specchio dell’armadietto dei medicinali, in modo da vedere se stesso accanto al corpo nudo di lei e poter fingere di essere con Diane al sole e sulla sabbia. I begli occhi scuri di lei, guardando in basso, si sarebbero goduti la vista del suo pene turgido, e Harold avrebbe fantasticato che la mano insaponata fosse quella della donna.
L’aveva fatto molte volte, di solito di pomeriggio, quando sarebbe parso strano che si chiudesse in camera sua. Ma, nonostante l’intimità garantita dalla porta del bagno chiusa a chiave, Harold doveva ammettere che non si sentiva mai del tutto a suo agio, in parte perché in realtà preferiva starsene disteso invece che in piedi, e poi perché non c’era abbastanza spazio attorno al lavandino per appoggiarci la rivista, nel caso volesse servirsi di entrambe le mani. Infine, ed era forse la cosa più importante, c’era il rischio che la rivista si rovinasse con gli spruzzi d’acqua del rubinetto, tenuto aperto per avvertire i familiari che era in bagno, e anche perché di tanto in tanto aveva bisogno di acqua per fare la schiuma quando il sapone gli si asciugava sulle dita. Se fotografie di donne nude chiazzate d’acqua potevano non offendere il senso estetico di molti ragazzi, non era certo il caso di Harold Rubin.
E poi c’era un’ultima considerazione pratica che lo persuadeva a preservare la rivista da possibili danni: quell’anno i giornali non avevano fatto che parlare di sempre più zelanti campagne contro la pornografia a livello nazionale, e Harold non era certo di poter riuscire a comprarne altre, neppure sottobanco. Persino «Sunshine & Health», in vendita da due decenni e le cui pagine erano ornate di foto che ritraevano anche nonni e bambini, era stato definito «osceno» nel corso di un processo celebrato in California quello stesso anno. Uomini politici e associazioni religiose avevano denunciato l’oscenità persino di riviste di fotografia, sebbene cercassero di dissociarsi da quelle con le donnine, inserendo sotto ogni immagine di nudo delle didascalie esplicative come: «Ripresa con Crown Graphic 21/4 x 31/4 munita di Ektar da 101 mm, diaframma a f/11, velocità 1/100 sec.». Harold aveva letto che il ministro delle Poste, Arthur Summerfield, si sforzava di impedire la diffusione per corrispondenza di libri e periodici a contenuto erotico, e che un editore di New York, Samuel Roth, di recente era stato condannato a cinque anni di carcere e a cinquemila dollari di ammenda per aver violato i regolamenti postali federali. Roth aveva già subito una condanna per aver diffuso copie dell’ Amante di Lady Chatterley, e il suo primo arresto risaliva al 1928, quando la polizia, nel corso di una perquisizione nella sua casa editrice, aveva sequestrato le forme di stampa dell’ Ulisse, che Roth aveva portato di contrabbando da Parigi.
Harold aveva letto anche che la proiezione di un film di Brigitte Bardot era stata interrott...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. Nota dell’autore
  31. Aggiornamenti su persone e luoghi - di Gay Talese
  32. Dal paradiso al caos - di Walter Siti