Terzo set
La prima maglia azzurra è quella del 2009, Giochi del Mediterraneo, a Pescara, l’allenatore è Bernardi. All’inizio va così. Così così.
Caratterialmente “Lollo” è duro, tosto, determinato. Diciamoci la verità: un cagacazzi. Sa quello che fa, sa quello che vuole, sa quello che funziona. Come giocatore è stato il massimo: trecentosei presenze in Nazionale, con cui ha vinto due Mondiali (nel 1990 e 1994) e tre Europei (nel 1989, 1993 e 1995), più un argento olimpico (nel 1996), più un sacco di altro, fra cui nove scudetti, un record. Nel 2001 viene nominato “miglior giocatore di pallavolo del ventesimo secolo”, con l’americano Kiraly. Anche “Lollo” viene dalla famosa Generazione dei Fenomeni, dove tutti fuori dal campo si odiavano un po’, ma dove tutti in campo si aiutavano sempre.
Quando si dice che la squadra è un uomo in più, è l’uomo in più. Bernardi, se da giocatore fa quello che gli viene meglio, che significa istinto, naturalezza, spontaneità, da allenatore deve farci fare quello che pensa che sia meglio, che significa osservazione, studio, razionalità: e non è esattamente la stessa cosa.
Julio Velasco sostiene che non si è grandi allenatori quando si muovono i giocatori secondo le proprie intenzioni, ma quando si insegna ai giocatori a muoversi da soli. E aggiunge che l’ideale assoluto è quando l’allenatore non ha più nulla da dire, perché i giocatori sanno già tutto quello che devono fare.
Al tempo dei Giochi del Mediterraneo c’è, di Bernardi, una cosa che proprio non sopporto: che non si è ancora sgrullato di dosso certe reazioni, perfino esagerate, quando la squadra attraversa un momento di difficoltà o commette un errore stupido. In questo è ancora troppo giocatore e poco allenatore, che significa essere anche psicologo e sociologo, non solo padrone ma anche un po’ padre.
Ma soprattutto ci sono io che, a ventun anni, sono pazzo, pazzoide, o probabilmente soltanto un ragazzo di ventun anni, pieno di vita e vitalità, impreparato a fare un salto di qualità. Gioco solo per giocare, vado avanti solo per divertirmi: e infatti Bernardi mi fa giocare poco e andare avanti ancora meno.
In quella Nazionale che vince i Giochi del Mediterraneo, il secondo allenatore è Gianlorenzo Blengini, detto “Chicco”, e il preparatore atletico è Carlos De Lellis, un argentino portato proprio da Velasco, che ha l’elasticità di un generale delle forze armate. A tutti noi giocatori, ragazzi e ragazzini, impone una serie di imperativi: niente fritti, niente alcol, niente cappuccini, niente acqua frizzante ma solo quella naturale, niente sigarette, niente donne, niente di niente, niente. Immaginarsi quando, nella mensa del villaggio dei Giochi, mi gusto non mi ricordo più se un doner kebab o un durum kebab – pane azzimo, carni varie, carni misteriose, verdure varie, salse assassine – quando vengo beccato e condannato. O immaginarsi quando incontro la mia ragazza dell’epoca, la già descritta ragazza tiramolla nel senso che ci prendiamo e ci lasciamo un giorno sì e un giorno no, combiniamo di vederci una sera, solo che lei non può entrare nel villaggio degli atleti e io non posso uscirne, allora decido di uscirne, dieci metri di uscita, non uno di più, e vengo subito beccato.
Questa trasgressione manda in bestia Bernardi. Non sto zitto, replico che non siamo mica allo zoo, che non viviamo mica in gabbia, che se lei non può entrare e io non posso uscire non possiamo mica parlarci fra le sbarre come se fossi in prigione, e nella circostanza vola qualche vaffanculo di troppo.
Risultato: perdo il posto da titolare, vengo pancato, e comunque non sarò il solo a farmi il culo a strisce. E pensare che durante il ritiro e le amichevoli mi sono conquistato fiducia e credito. È così che, partita dopo partita, a forza di riscaldarmi, rischio l’ustione. Dieci squadre, due gironi da cinque, nel nostro Slovenia (3-2), Francia (1-3), Grecia (3-2) e Marocco (3-0). Siccome la Francia le becca sia dalla Grecia sia dalla Slovenia, l’Italia è prima nel girone. In semifinale liquidiamo la Tunisia 3-0, in finale la Spagna 3-1. Siamo tutti giovani e forti, siamo ragazzi d’oro. Anch’io vinco la medaglia d’oro, anche se più da tifoso che da giocatore, più da spettatore che da atleta. Ma è una, è la prima, e come il primo amore non si dimentica mai.
Ed è qui, accecato dall’oro, che comincia a prendermi la voglia. E con la voglia, la volontà. Forse prima era solo velleità. La velleità è il “ground zero” della volontà, è solo un impulso, un mezzo desiderio, un quarto di sogno, è solo una volontà fragile, muta, timida. Invece la volontà è l’origine di un viaggio, la radice della forza, l’essenza della cazzutaggine. Voglio imparare, voglio giocare, voglio diventare, voglio essere. E il mio essere è la pallavolo.
Campionato 2009-2010, sempre a Roma, e sempre in A2. Liberi Luca Rossini, di cui ricordo una gran festa in una discoteca all’aperto quando suo fratello Salvatore, Totò, compie gli anni, e Andrea Cesarini, un amico. Centrali il bulgaro Viktor Yosifov, parecchio forte, pare un robot, bel giocatore, adesso a Piacenza, Daniele Postiglioni, convertito al cristianesimo dopo essere stato il più grande bestemmiatore di tutti i tempi, e convertitore di allenatori sulla propria presunta bravura, soprannominato “er Chiacchiera” da Giancarlo Vassallo, dirigente di Roma, a sua volta soprannominato “er Maestro”, Carlo Mor, una bestia dal punto di vista atletico, e, per qualche mese, anche lo spagnolo José Javier Subiela, così sorridente fedele e normale da apparire strano. Palleggiatori Giulio Morelli e Adriano Paolucci, mio testimone di nozze, amico, confidente, grande persona dal punto di vista umano e professionale. Schiacciatori, oltre a me, Matteo Segnalini e Lorenzo Rossi, anche Yasser Portuondo, cubano, cugino alla lontana di Osmany Juantorena (a sua volta nipote di Alberto Juantorena, il campione olimpico dei 400 e 800 metri ai Giochi di Montreal nel 1976), poi Portuondo sarà Mimì e Cocò con Raydel Poey, tutti e due scappati da Cuba, con il dono della ubiquità, una sera ha tre appuntamenti in tre luoghi diversi con tre donne diverse (anche perché se fosse la stessa donna, sarebbe un pirla). Opposti: Poey detto “Guara” da guaranà, che salta, decolla e vola, e Francesco Renzetti. Nuovo allenatore: Andrea Giani, Giangio, un personaggio mitologico, che da ragazzino è un campione di canottaggio, che da giocatore sa fare tutto, universale, che con l’Italia gioca quattrocentosettantaquattro partite (che è ancora il record di presenze, non solo nella pallavolo, ma in tutti gli sport), che vince tre ori mondiali e quattro europei, due argenti e un bronzo olimpici, e che ci trasmette una gran voglia di giocare, allenarci e vincere. Per dire: Giangio, con Bernardi e Andrea Gardini, fa parte della Volleyball Hall of Fame, il tempio della gloria della pallavolo. Se Tofoli, che finalmente ha smesso di giocare, e chissà com’è contenta mia madre, era l’Everest, Giangio è la Luna.
La stagione comincia bene, con la conquista della Coppa Italia di categoria, a Montecatini, cinquemila spettatori, 3-0 contro Bologna, e io vengo premiato come MVP, Most Valuable Player, migliore giocatore del torneo, e a quel tempo sono traguardi prestigiosi, vittorie enormi, eventi grandiosi, la conferma del mio impegno e del mio lavoro. Poi finiamo terzi nella regular season e nella finale dei playoff superiamo Crema 2-0. Promossi in A1. Si ricomincia a volare.
Il mio primo tatuaggio risale all’estate del 2009. Il tatuaggio è decorazione, ma anche dichiarazione, è cultura e tradizione, è filosofia ed estetica, è narrazione e comunicazione, comunicazione istantanea. Come se il corpo con cui si nasce non fosse più sufficiente. Come se il corpo in cui si nasce sia protagonista di un costante lavoro in corso. Come per dire: in un’epoca in cui basta schiacciare un tasto per cancellare un’infinità di dati, pulirli, resettarli, sulla pelle ci vogliono segni che restino per sempre.
Vado da Francesco Cinti, lo studio si chiama Unopercento, a Roma, al Testaccio. È un personaggio curioso, Cinti. Gli chiedo di farmi una rondine con la testa di usignolo. Lui mi risponde che non è il suo stile, e che non me la fa. Sticazzi.
Allora vado da Robert Nero, al Pigneto, e lui me la fa: la rondine è il simbolo della primavera, della libertà, del volo, dell’aria, e l’aria ha a che fare con il mio segno zodiacale, la Bilancia, invece l’usignolo è, nello zodiaco cinese, il simbolo del mio anno di nascita. In più, ci faccio scrivere: “My life my rules”, la mia vita le mie regole, che è un po’ come dire la mia vita secondo le mie regole, che è un po’ come spiegare che se mi dici di fare una cosa, magari io non la faccio, e se mi dici di non farla, io magari per ripicca la faccio, fino a sbatterci il grugno, una sorta di ribellione, a che cosa non si sa, e forse devo ancora capirlo.
Me lo ricordo bene quel primo tatuaggio: Robert che lavora, che stacca, che si rulla un carciofo di erba, che torna, che dice: «Ricominciamo» e ricomincia.
Me lo ricordo bene quel primo tatuaggio: una sorta di iniziazione. E me lo ricorderò bene quel primo tatuaggio: perché fregandomene di tutte le raccomandazioni, my life my rules, appunto, invece di starmene tranquillo, a proteggere la mia nuova impronta morfologica, dopo tre giorni sono già a giocare sulla sabbia, tant’è che inevitabilmente mi si strappa la pelle, mi rovino il tatuaggio, alla fine dell’estate torno da Robert e me lo rifà da zero.
Il secondo tatuaggio è datato 22 maggio 2012. Torno da Francesco Cinti e gli chiedo di scrivermi “oceano mare” sul tricipite del braccio sinistro. Cinti ha elaborato una sua originale, speciale, unica grafia, che è una calligrafia, cioè una grafia bella, bellissima, un misto di italiano e giapponese antico, molto affascinante, molto pittorica, molto misteriosa. Stavolta Francesco accetta di farmelo, il tatuaggio, la richiesta lo intriga, o forse sarà nel suo stile.
Oceano mare è il titolo di un libro di Alessandro Baricco. L’ho letto e mi è piaciuto. L’ho riletto e mi è piaciuto di più e per altri motivi. Ogni volta che lo rileggo, la storia sembra cambiare secondo l’umore, l’aria, il clima, il mio stato d’animo o di spirito. È un intreccio di storie toccanti e intense, in cui mi tuffo e nuoto, in cui galleggio o affondo, in cui sguazzo e annaspo, in cui vado a rana o a farfalla, soprattutto a stile libero, che è lo stile di Baricco.
Nella locanda Almayer (è un omaggio al libro La follia di Almayer, di Joseph Conrad) si muovono personaggi legati, ciascuno a modo suo, al mare: una donna che ha paura di tutto e di tutti, un professore che studia i limiti, anche quelli del mare, un pittore che disegna soltanto con l’acqua marina, una donna mandata al mare per guarire dal peccato dell’adulterio, e poi un sacerdote e un marinaio, una bambina-donna e un bambino che vive su una finestra. Cose così. «La sconcertante scoperta di quanto sia silenzioso, il destino, quando, d’un tratto, esplode.» Cose così.
Il bello è che quell’estate del 2012 il c.t. della Nazionale Mauro Berruto – e almeno per questo intervento devo dirgli grazie – mi fa avere una copia di Oceano mare autografata da Baricco, con una dedica sul volo, e di questa dedica vado fiero.
Oceano è una parola magica: Dalai significa oceano e Lama maestro, il maestro dell’oceano, cioè il maestro di tutto, il maestro universale. Anche per Cinti Oceano mare significa molto. E significa molto anche per Ashling. Un giorno mi dice che anche lei va da Cinti per farsi fare un tatuaggio, ma piccolino, sulla schiena. È il 21 giugno. Torna a casa e me lo mostra: è più grande del mio. È il mare che si fa oceano. Così – colpo di scena – invito Ashling a festeggiare il suo compleanno a Parigi. Facciamo le cose alla grande, un cinque stelle vicino alla Torre Eiffel, e al momento buono estraggo un anellone e le chiedo di sposarmi. Ashling scoppia a piangere, rimaniamo due o tre minuti zitti e abbracciati, finché le dico: «’Mbè?, piangi di gioia o di dolore? O piangi perché non sai come uscire da una situazione imbarazzante?». È gioia, un mare di gioia, un oceano di gioia.
A dirla tutta, prima del primo tatuaggio ce n’è un altro, di tatuaggio, il primissimo, l’anteprimo, dietro l’orecchio sinistro: una sillaba dell’alfabeto cinese, Fe, in omaggio a Federica, la mia fidanzata tiramolla. Ma poi lo faccio cancellare. Costato centocinquanta euro per farlo e quattrocentocinquanta per cancellarlo, totale seicento euro. «Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti.» Sempre Baricco, sempre Oceano mare.
Non finiscono lì, i tatuaggi. Il terzo me lo faccio fare il 7 maggio 2014, una settimana dopo la conquista dello scudetto. Vado dal mio amico Cinti, ormai siamo amici e complici, chiacchieriamo, parliamo, approfondiamo, come sto, come mi sento, come mi vedo, tra confidenze e confessioni, tra analisi e sintesi, finché decido per un samurai a cavallo sulla coscia sinistra. È il segno della maturazione, se non della maturità. In giapponese è “soga no tokimune noru hadakauma kakeru oiso”.
Si continua: i lavori in corso corrono. Il quarto tatuaggio, sul braccio sinistro, sviluppa quattro nuovi elementi: una peonia sull’avambraccio davanti, due loti dietro e, risalendo, due passerotti, fra vento e nuvole, e le onde intorno alla scritta “oceano mare”.
Più avanti ci sarà tempo per colorarli. Il corpo è una tavolozza e un affresco. C’è spazio. Anche se Cinti mi dice di preferire i corpi vuoti. Un po’ come Miles Davis, genio del jazz, che sosteneva come la musica perfetta fosse il silenzio, e per questo toglieva, tagliava, asciugava, e alla fine lasciava solo l’essenziale, l’indispensabile.
Non so se è azzurra come il colore del cielo e del mare, se è azzurra perché sta a metà fra il blu della Francia e il bianco della Germania, se è azzurra perché incrocia il celeste degli angeli e il turchese dei maghi, se è azzurra perché è in omaggio ai Savoia o in devozione alla Vergine Maria, ma so che ha un richiamo irresistibile. E non so come potrebbe disegnarla e tatuarla Cinti. Immaginarsi la felicità e l’orgoglio quando ricevo la convocazione per la maglia azzurra della Nazionale, quella di Andrea Anastasi. Succede a un collegiale del 2010. Anastasi – mantovano di Poggio Rusco, centotrentaquattro partite in Nazionale da giocatore, anche sotto Velasco, un Europeo e un Mondiale vinti, e il soprannome di “Nano” – mette le cose subito in chiaro: dice che deve ancora decidere chi scegliere tra me e Matteo Martino per fare da quindicesimo, ruota di scorta, anzi, ruota di scarto nel pullman della squadra.
Matteo ha un anno più di me, è di Alessandria, gioca a Cuneo, Crema, Milano, poi Macerata, schiacciatore di quasi due metri, nel 2008 a diciannove anni va all’Olimpiade di Pechino come la promessa – la promessa promossa – della pallavolo italiana. È bello e forte, fisicamente e tecnicamente, ma non so perché e per come, ma di testa ogni tanto non c’è, si assenta, va in vacanza, e tanti allenatori ci hanno provato e ci provano, ma lui è come sedotto da altri interessi, come rapito da altre urgenze, e si distrae.
A Macerata siamo compagni di squadra, lo conosco e lo ammiro, ma si fa prendere da altre passioni, come il body building, che non è l’ideale quando poi devi saltare in alto trasportandoti tutti quei muscoli, e così finisce che sul campo Matteo rende un decimo di quello che vale, quel decimo non è poco, ma è niente se paragonato al suo potenziale di dieci decimi. Poi, tra Francia, Russia e Arabia Saudita, Matteo esce dai miei radar.
Allora, in Nazionale, Anastasi vede che Matteo non funziona e chiama me per provarmi. Io sono caricato a molla, mi sento figo e bello, e dopo due giorni di raduno, a colazione, non vedo Matteo, chiedo dov’è e mi rispondono che è già stato rimandato a casa.
Come schiacciatore sono acerbo: ho da imparare ancora tutta una vita, e ho voglia di farlo, ma da subito. Così, alla fine di ogni allenamento, ogni volta roba di due o tre ore, chiedo ad Anastasi trenta minuti supplementari per migliorare la mia ricezione. Chissà: forse la mia richiesta lo stupisce, forse lo commuove. Ci sta e la prende sulla sfida, si fa seriamente ma si fa anche agonisticamente, come una gara, per lui è l’occasione buona anche per staccare, per me la migliore per sgrezzarmi e affinarmi. Dopo quelle mezz’orette, mi liquida, sorridendo: «E adesso vattene, ché mi hai fatto finire la spalla».
E quando penso di essermi guadagnato il posto, il bastardo mi scarta per le finali della World League – un torneo annuale, che si disputa dal 1990, con le migliori sedici al mondo, nove match in tre lunghi weekend per poter accedere alle finali, e poi eventualmente le finali – in Argentina. È ancora lunga, e in salita, la strada. Il quattordicesimo e ultimo posto viene assegnato a Gabriele Maruotti, che ha la mia età, è romano di Fiumicino e fregenate, ed è mio compagno di squadra a Roma. Un po’ me la prendo. E un po’ mi rifaccio quando, ai Mondiali, sarò proprio io a prendere il posto di Gabriele. Però la soddisfazione maggiore – orgoglio al cento per cento – arriverà proprio da Anastasi. Mondiali 2010: in un’intervista televisiva dopo la finale del terzo e quarto posto, finita male, quarti perdendo 3-1 con la Serbia, alla domanda: «E Zaytsev?» Anastasi risponde: «Zaytsev è tanta roba». E se la ridacchia sotto i baffi che non ha.
Campionato 2010-2011, sempre a Roma, e finalmente in A1 da titolare, da protagonista. Confermati Paolucci, Cesarini e Yosifov, a metà stagione Poey viene sostituito dal croato Konstantin Čupković perché è entrato in uno strano giro e ha qualche problema economico con gente poco raccomandabile, e da un giorno all’altro non si è più visto, gli altri sono il palleggiatore argentino Nicolás Uriarte, figlio d’arte pallavolistica, fenomeno a calcetto, e così ho detto tutto, i centrali Francesco Corsini, un moretto con il pizzetto, e – a grande richiesta: sempre più ciccio, sempre più a fine carriera – il ceco Martin Lébl, il libero Mirko Corsano, gli schiacciatori Gianluca Saraceni, lo slovacco Milan Bencz, il più schizzato di tutti, e Alberto Cisolla, un grandissimo giocatore, un protagonista storico, ma qui ormai venuto a invecchiare bene, e c’è anche il mio amico sabbiaiolo Tomatis. Allenatore Andrea Giani. Undicesimi, che significa né playoff e neanche playout, tutti in vacanza dal 4 aprile, arrivederci e grazie.
Arrivederci fino a un certo punto. Per me c’è ancora l’avventura con la Nazionale, la Nazionale ringiovanita e diretta da Mauro Berruto: la diagonale è composta dal regista Dragan Travica, croato naturalizzato italiano, e dall’opposto Michal Lasko, polacco naturalizzato italiano, Simone Buti ed Emanuele Birarelli al centro, io e Cristian Savani di banda, Andrea Bari libero, e poi Michele Baranowicz, figlio di un pallavolista polacco ma nato a Mondovì, Giulio Sabbi, Dore Della Lunga, Giorgio De Togni e Jiri Kovar, ceco naturalizzato italiano. Berruto, torinese, tecnicamente è meno preparato di Anastasi, ma è riconosciuto come più psicologo e più comunicatore, anche perché laureato in filosofia, con la tesi in antropologia culturale. Per capirci, sul suo sito ufficiale, Berruto premette che dirigere la Nazionale italiana è: «Il più grande dei miei sogni e il più grande onore per chiunque faccia il mio mestiere». Dichiara: «Voglio costruire una squadra che sia un luogo al quale ciascuno desideri appartenere, voglio costruire una squadra nella quale chi è italiano e chi si sente italiano possa riconoscersi, voglio costruire una squadra unita che possa essere simbolo dello sport e della cultura del nostro straordinario Paese». Insomma, ci sa fare. Tant’è che, tra parole patriottiche e idee rivoluzionarie, Berruto ai ragazzi piace, a tutto il movimento pure, e quanto a me, mi incuriosisce, mi interessa, mi intriga, mi dico che potrebbe funzionare, e infatti i primi tempi funziona, penso di potermi allenare bene, lavorare meg...