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Le origini della città dalla Mesopotamia alla Grecia e all’Italia
La città è oggetto di una sterminata letteratura che ha interessato archeologi, storici, urbanisti, geografi, architetti, demografi, economisti, igienisti, sociologi, statistici che ne hanno narrato le origini millenarie, talvolta in contemporanea con la nascita o l’evoluzione di queste diverse discipline nel corso del tempo. Per tale ragione negli ultimi decenni s’è venuto affermando un ambito di ricerca che si indica come storia urbana.
Il termine «città», derivante dal latino civitas, riunisce in sé sia il significato originario di «insieme dei cittadini», legato al concetto di civile convivenza, sia quello acquisito, per estensione, di luogo di residenza dei cives. Nella cultura classica, infatti, la civitas come corpo sociale è distinta dall’urbs, parola con cui viene indicata la realtà fisica del costruito. La pólis ha quale primo riferimento il Palazzo di Micene. Questo il seme, in Occidente, di una forma di governo poi messa in atto dalle comunità greche arcaiche: esse si raccolgono nell’agorà, fondano l’acropoli – sul luogo più alto dell’insediamento –, dedicano un tempio alla divinità protettrice e alzano le mura di difesa, come avviene per esempio in Attica con Clistene. Vi sono elementi costanti che si consolidano nelle città della Grecia classica, ma la composizione tipologica dell’abitato può variare. In realtà, già Alceo o Tucidide scrivono che una città non è solo di pietra e marmo, ma formata da una comunità (dèmos) di cittadini ben distinti socialmente.
Tuttavia, la pólis è preceduta dalla prima organizzazione urbana che ha origine nel Vicino Oriente e, in particolare, nella bassa Mesopotamia, che in greco significa «terra in mezzo a due fiumi», compresa tra il Tigri e l’Eufrate. La sua fortuna culmina sul finire del IV millennio a.C.: essa è la regione più avanzata in termini agricoli, tecnologici e produttivi, e il suo «periodo» di Uruk e di Ur, i nomi delle città dominanti, corrisponde alle sue trasformazioni nel tempo e nello spazio. La posizione della regione diede la stura ad autentiche rivoluzioni sociali e culturali, come l’irrigazione e lo sviluppo agricolo. Uruk si può considerare, grazie alla posizione propizia per la coltivazione, «la prima città» ove si sancisce la divisione e la specializzazione del lavoro attraverso l’emergere di una classe dirigente centralizzata al cui vertice c’è un re sacerdote. Questi introduce una riforma nel governo della città: prevede la distribuzione dei pagamenti in razioni alimentari e la tassazione dei sudditi, per registrare le quali si inventa la scrittura cuneiforme e un sistema di calcolo. Innovazioni, queste, utili anche a contabilizzare transazioni e commerci. Uruk ha un tempio, vero fulcro della città, dedicato alla dea Inanna, signora del cielo e dell’amore, e le sue dinastie sono narrate nell’Epopea di Gilgamesh, il celebre poema letterario che porta il nome di un leggendario sovrano.
Intorno al 2300-2200 a.C. si assiste al declino di Uruk e alla nascita dell’impero di Akkad, con il re guerriero Sargon che trasforma radicalmente i caratteri istituzionali della Mesopotamia e stende il suo dominio e i suoi commerci fino alle sponde del Mediterraneo. All’inizio del II millennio a.C., poi, l’impero neosumerico di Ur entra in profonda crisi, sotto la spinta della potenza egemone di Babilonia (in accadico significa «porta di dio») che non indica solo un agglomerato urbano, ma un’intera regione e la millenaria civiltà irakena, assai più tardi dominata dalla figura leggendaria di Sardanapalo. Fu la più estesa città del mondo antico, tra stagioni di fioritura e di decadenza, e fu sottoposta a diversi domini politici: amorrei, cassiti, elamiti. La città era enorme e ricca di monumenti, con le sue ziqqurat che si innalzavano al cielo, ed erano celebri i suoi giardini pensili, vero centro urbano del mondo. La componente simbolica di Babilonia deriva in massima parte dalla Bibbia, i cui echi ricorrono con la Torre di Babele, ispirata a una gigantesca ziqqurat, e poi dall’Apocalisse che ne profetizza la rovina. Babilonia, sotto il re Nabucodonosor, abbatté le mura di Gerusalemme e incendiò il Tempio, divenendo così il simbolo di ogni degenerazione e tirannia politica. La caduta della dinastia babilonese prende avvio sotto l’attacco degli assiri, tra il 745 e il 612 a.C.: il Palazzo di Ninive diviene il centro del potere del Vicino Oriente. Ma l’alleanza tra la risorta Babilonia e l’Egitto segna la fine della civiltà assira e la distruzione della sua capitale. Questa intesa prelude a un ulteriore scontro tra i vincitori e sono gli egizi a essere sconfitti nel 605. Aspre contese che si concludono nel 539 a.C. con la vittoria di Ciro il Grande, re dei persiani, che conquista Babilonia e fonda un impero che sarà la più grande potenza mondiale fino all’arrivo dei macedoni.
Altri insediamenti si formarono lungo il Nilo, la valle dell’Indo e in Cina. Prima di questi sono rari i casi di organizzazione urbana di dimensioni significative oltre quelli già citati: un’eccezione è Gerico – vicina al Mar Morto e celebre per le sue possenti mura – che risale all’8000 a.C., ben quattro millenni e mezzo prima di Uruk e Ur. Le prime città, dunque, si sviluppano in aree fertili, lungo grandi fiumi e vaste pianure agricole o in snodi che costituiscono passaggi obbligati delle vie commerciali. Nella civiltà occidentale la città diviene un organismo collettivo che raccoglie una popolazione caratterizzata da una specifica composizione sociale ed etnica, legata all’ambiente circostante da vincoli di varia forza e natura. L’esistenza di tali vincoli giustifica l’estensione del termine «città» dalla comunità urbana al luogo dell’insediamento, inteso non solo come spazio fisico, ma anche come spazio giuridico, economico e sociale. La parola «politica» non a caso deriva da pólis.
Isidoro di Siviglia (560 ca.-636 d.C.) è di una precisione esemplare: «La città è una moltitudine di uomini uniti da un vincolo societario che prende nome dagli stessi cittadini. Infatti urbs sono le mura stesse, ma la civitas non sono le pietre ma gli abitanti». Alla definizione di città concorre anche la presenza di una serie di elementi caratterizzanti. Per quanto riguarda lo spazio fisico essi sono: la contiguità delle abitazioni, una certa densità edilizia e demografica, la compattezza del tessuto urbano, la sua articolazione in percorsi, luoghi e riferimenti a emergenze monumentali. La normativa giuridica, le leggi, i regolamenti, le disposizioni che disciplinano la convivenza ebbero origine nella città per garantire ai suoi abitanti il godimento di alcuni diritti detti, appunto, «civili». Nello spazio economico si fa riferimento alle attività produttive che tendono nella città a svilupparsi soprattutto nei settori dell’artigianato, dell’industria, del commercio, delle professioni e dei servizi. Nello spazio sociale, infine, l’aspetto rilevante è la stratificazione della popolazione in classi, che articola l’originaria comunità dei cives in un corpo sociale altamente differenziato e complesso, tanto da far ritenere a molti che sia questo l’elemento indispensabile affinché un insediamento possa definirsi città. Tali fattori caratterizzano una costante di tutto il mondo abitato. Dal Messico alla Cina le città si formano – in tempi e luoghi lontanissimi – lì dove c’è un’eccedenza di produzione agricola e quindi la necessità di scambiare questa merce preziosa: è allora che la città diviene tale, ovvero luogo e incontro di commercio. Sui caratteri politici della città si soffermano Aristotele e Platone.
Il modello tipologico che ebbe eccezionale fortuna fu quello creato dall’architetto e urbanista Ippodamo da Mileto – nato nel primo decennio del V secolo a.C. – al quale fu affidata per volere di Pericle la costruzione del Pireo, e che, nel 446-444 a.C, partecipò alla fondazione, voluta dallo stesso Pericle. della colonia panellenica di Turi di cui divenne cittadino. La tradizione gli attribuisce la progettazione di una città costituita da una scacchiera di stenopòi verticali e platèiai orizzontali, unica forma urbis del mondo greco prima e di lì diffusa nel mondo romano, con il sistema di decumani e cardi. La città doveva contenere diecimila abitanti, divisi in artigiani, agricoltori e militi, e pertanto l’area urbana viene articolata in tre parti. La tradizione vuole Ippodamo inventore della città a pianta ortogonale organizzata per aree funzionali, come Mileto e Priene.
Ma non fu solo il Mediterraneo ad avvalersi di questo modello di fondazione canonico: se ne trovano esempi ben oltre i suoi confini, tant’è che Città del Messico ha una pianta del tutto simile, a scacchiera. Fu Cartesio che nella Geometria (1637) formalizzò in termini geometrici e matematici lo schema degli assi ortogonali tra di loro.
Atene, dominata dall’acropoli e con la città in basso – rispetto alle tradizionali dodici città dell’Attica –, si affermò perché centro privilegiato di relazioni economiche e religiose, mentre la campagna veniva colonizzata dai ceti aristocratici che attrassero le comunità sparse e indipendenti: questo fenomeno si chiama «sinecismo» e in Attica portò a una sola pólis, con gli abitanti che divennero ateniesi. Da questo modello scaturisce un policentrismo urbano (Atene e Sparta), da cui nasce l’alleanza ellenica nel 481 a.C. Il formarsi dell’impero macedone s’estese, con le conquiste di Alessandro Magno, dall’Adriatico all’Asia, dall’Anatolia all’Arabia e alla Siria, fino in Africa, dall’Egitto alla Libia, che subirono una profonda trasformazione nell’organizzazione economica e sociale delle póleis, con le inevitabili contaminazioni che sono tipiche delle città ellenistiche a diretto contatto con mondi diversi dell’Oriente e dell’Africa.
Alessandria d’Egitto fu fondata come porto di connessione tra il traffico del grano proveniente dal Nilo e il resto del Mediterraneo: Alessandro Magno ne fece la prima città cosmopolita del mondo antico, non solo come centro economico e di commercio, ma in quanto serto di mirabilia con il Faro e il Tempio delle Muse. La Biblioteca fu luogo di studio e di raccolta e, vuole la leggenda, Tolomeo II chiese gli originali della letteratura greca alle navi provenienti da Atene, ma ottenne solo delle copie: questi testi furono affidati alle cure di dotti che li vagliarono con criteri filologici e inaugurarono una curatela che oggi indichiamo come edizione critica del testo. Tutto era finanziato sotto l’egida del potere sovrano. Per tre secoli Alessandria fu la capitale dominata dalla dinastia dei Tolomei: sotto i romani raggiunse i 500.000 abitanti e fu di cruciale importanza per l’esportazione del grano, essenziale a Roma. Per questo Augusto non consentì ai senatori di recarvisi senza la sua autorizzazione. Dopo i romani, la città passò sotto le dominazioni arabe e poi turche. Il generale arabo Amr la conquistò nel 641 d.C., e così scrisse al califfo Omar suo signore: «Ho preso possesso di Alessandria della quale mi limito a dire che conta 4000 palazzi, 4000 piscine, 400 teatri, 12.000 botteghe di verdure e conta 40.000 ebrei». Il generale, quantunque stringato, non cela il suo stupore dinanzi allo splendore di Alessandria: «Tutta la città era bianca tutto il giorno», per il fulgore dei marmi che la adornavano, ma ciò non gli impedì di distruggerla.
La formazione della città preromana è quanto mai articolata, per le diversità geomorfologiche della penisola. Le città dell’Etruria ne furono fortemente condizionate e oggi si conoscono i complessi riti religiosi che presiedevano alla fondazione di questi centri che dominavano le aree agricole e gli insediamenti sparsi. Il rapporto tra riti religiosi e impianto urbano è una costante: il tempio è disposto in alto, collocato sempre nella zona nord e con tre porte almeno, a baluardo della città.
Roma è il centro dell’organizzazione dell’area del Lazio, la fondazione di Romolo risale all’VIII secolo a.C. e il rituale che l’ha celebrata è tradizionalmente riconosciuto come di origine etrusca. Così Roma diventa il baricentro di una struttura sociopolitica molto complessa che associa altre componenti etniche e sociali alle originarie tre tribù aristocratico-gentilizie. La sua creazione e il progressivo sviluppo del suo assetto urbano per la durata di tre millenni divengono modello prescrittivo di fondazione nella politica di espansione dall’età repubblicana che raggiunge il suo apice con l’impero. Ciò fino al suo lento sgretolarsi intorno al VI secolo e alla pressione esercitata dal mondo bizantino, con una città come Costantinopoli (la nuova Roma) che assume un ruolo dominante sia pur sotto la bufera delle invasioni slave e delle conquiste prima arabe poi persiane, tra i secoli VII e VIII: molte città romane scompaiono e non a caso si parla non più di pólis, ma di kástron. Il modello antico si va trasformando e la città viene rappresentata nell’iconografia dalla Tyche con la corona merlata. Costantinopoli, nelle sue convulse vicende, rimane la «seconda Roma» quando questa era in profonda crisi urbana, giuridica e sociale.
Il Cristianesimo non creò un nuovo paradigma di città, ma diede il suo nome e la sua forma a tutte quelle trasformazioni che fanno della pólis e dell’urbs antiche una città medievale. Nel Sacro romano impero alcune città non avevano altro signore che l’imperatore, un dominio spesso solo nominale, e molti sono i centri che si affrancarono da questa auctoritas. La Chiesa con la sua gerarchia ne assume l’eredità ed è la dilagante avanzata del Cristianesimo a disegnare una nuova geografia urbana. Questo è il sistema che s’impone nel Mediterraneo, ma per Fernand Braudel il Mediterraneo non è solo un mare: è un mondo che si estende ben oltre le coste fino a comprendere tutte le aree geografiche che interagiscono, per le ragioni più diverse e nel corso di molti secoli, con il Mare nostrum, comprese le grandi isole (Sicilia, Sardegna, Corsica) che fungevano da ponte tra le diverse sponde. Il Mediterraneo rappresenta solo l’1 per cento della superficie del globo, ma la sua importanza storica, scrive David Abulafia, «è sproporzionata rispetto alle sue dimensioni fisiche». Queste acque sono state attraversate da imbarcazioni che, per prevalenti ragioni di commercio, tenevano legati differenti territori. Dall’età del bronzo fino ai fenici, ai greci, agli etruschi, ai romani, ai cartaginesi e agli arabi le navi solcano queste acque: le testimonianze di tali contatti ci consentono di dire che, malgrado gli innumerevoli conflitti, le città prosperano in ragione del commercio, che è alla base della fioritura di un sistema di città costiere a partire dall’Alto Medioevo.
Solo l’impero romano era riuscito a creare un Mediterraneo unificato, e con il suo disfacimento il Mare nostrum, conteso da innumerevoli conflitti, perse questo carattere. Per tutto il Medioevo fino alle soglie dell’età moderna, il Mediterraneo fu politicamente disunito: il papato proibì il commercio con i mussulmani e costoro per lungo tempo non furono inclini a trattare con i cristiani, ma gli ebrei che spesso parlavano arabo viaggiavano ignorando le prescrizioni religiose che opponevano Roma all’Islam. Ciò non toglie che i cristiani vendessero armi ai mussulmani allo stesso modo che agli eserciti delle potenze europee. Gli scambi commerciali ridiedero vigore a città nei cui porti approdavano genti delle tre religioni abramitiche: ebrei, cristiani e mussulmani. La fortuna e la crescente prosperità di città quali Genova, Pisa, Venezia, Amalfi, Barcellona hanno come lievito il commercio e queste comunità vissero a lungo pacificamente. Nel nostro breve excursus ci si concentrerà su quel complesso e fondamentale sistema urbano che fa capo all’esteso concetto di Mediterraneo e che solo a partire dal XVI secolo avrà un suo imponente sviluppo con l’apertura delle rotte transoceaniche. Non ci si occuperà delle città islamiche, africane, cinesi, giapponesi, indiane e mesoamericane.
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Un lungo Medioevo: liberi comuni, mercanti e banchieri
La pólis e il comune medievale non hanno corrispondenti al di fuori dell’Occidente e Max Weber nel suo classico Economia e società (pubblicato postumo nel 1922) chiarì per primo questo concetto chiave, scrivendo in modo inequivocabile: «Soltanto l’Occidente ha conosciuto il comune cittadino […] come fenomeno di massa» perché «la fortificazione, il mercato, un tribunale proprio, una legislazione […] il carattere di gruppo sociale» consentirono la formazione di un’autorità alla cui nomina partecipavano in qualche modo «i cittadini in quanto tali». In tal senso la città occidentale è l’esito di un’«innovazione sostanzialmente rivoluzionaria». Per Weber la città medievale è una forma di potere unico che si riproporrà in Occidente una seconda volta con la formazione degli Stati nazionali in età moderna. Un piccolo gruppo dominante, rinserrato dentro le mura, s’impose sui più o meno vasti territori circostanti. La rinascita urbana tra X e XI secolo ha queste origini. La cattedrale e il palazzo pubblico ne sono il fulcro e l’emblema materiale, e, assai spesso, sono contigui in un’unica piazza: la loro eccezionale rilevanza architettonica in parecchi casi ci dice con un solo colpo d’occhio se sia la Chiesa o il potere laico a essere dominante per prestigio e valore simbolico. La città che si va formando è l’effetto di un’immigrazione dalle campagne e di una consistente crescita demografica. Il progresso dell’agricoltura e la produzione di beni crea il commercio. A esso è destinato lo spazio del mercato, con le sue botteghe, i fondaci, le logge: di qui la diversa ascesa di questo o quel centro con i suoi fulcri di aggregazione, a cui nel tempo si aggiungono le banche, motore di una nuova era economica e sociale. La cattedrale domina il sistema spirituale della rete di parrocchie e monasteri che spesso sono periferici e in taluni casi protagonisti di una colonizzazione della campagna esterna alle mura. Queste fanno capo al potere politico che le governa con un sistema di torri di guardia e una o più fortezze. La formazione delle classi dirigenti è compito assolto dai cenobi o da pubbliche istituzioni (le universitates). Queste sono le fondamentali gerarchie urbane che si formano nella città medievale.
Si pone ora un problema che è non solo meramente cronologico: nel caso di Aquisgrana, capitale del regno carolingio, si creò una città che fosse in grado di apparire ideale erede di Roma. L’ascesa al regno e all’impero dei Pipinidi-Merovingi vede un’intima collaborazione tra il potere regio e quello ecclesiastico. Le incursioni barbariche provenienti dal Nord e dall’Est del IX-X secolo segnano il momento in cui la città vescovile ha un maggior ruolo storico e spesso i re o i principi, dinanzi all’inefficienza di conti, baroni o vassalli, si stringono attorno al vescovo. Ma lentamente le classi dirigenti urbane vanno assumendo una loro autonomia ed è in Italia che si piantano i semi di una civiltà comunale: i primi riconoscimenti sono quelli concessi ai cittadini di Mantova a metà dell’XI secolo e, nel 1081, a Pisa dove si instaura l’autorità di un console. In Italia il comune nasce nel momento in cui la collettività dei cives assume facoltà autonome deliberanti, non per delega del vescovo. La tensione tra potere laico e potere vescovile è lunga e soltanto con la Lega lombarda la costituzione cittadina assume un carattere definitivo e il valore di modello giuridico-istituzionale e militare, che ha una sua consacrazione con il congresso di Lodi del 1168 e una rilevanza particolare nella rinascita delle città comunali in Italia. Oltralpe la questione si porrà in termini diversi e complessivamente più frastagliati e articolati.
Uno dei fattori essenziali per il rinvigorirsi di un centro urbano o di un antico castrum è la crescita demografica che si registra nelle campagne, le quali, dopo un secolare abbandono, si mostrano in condizione di cedere popolazione alle città. Il fenomeno di inurbamento e di scambio con le campagne è certamente una delle molle che consentono il prosperare di taluni mercati piuttosto che di altri, a seconda delle condizioni di gestione dei fondi, della fertilità dei terreni e delle capacità propriamente produttive di queste comunità agricole. Se il mercato, ove il contadino viene a vendere i prodotti della terra, è certamente un luogo essenziale delle città (non v’è centro urbano in età medievale che non ne abbia uno), altro fattore di sviluppo sono le attività artigiane e manifatturiere, tradizionalmente concentrate nell’area abitata. Ciò consentì una primitiva economia di scambio: i contadini cedevano i frutti della terra e gli abitanti della città li rifornivano di prodotti artigianali e manifatturieri. Il commercio si svolgeva nel mercato, entro le mura e nei territori circostanti. Esso è certamente uno dei grandi motori che consentono una veloce ...