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Curiosi
A prescindere dalla loro lunghezza, certe storie possono lasciare un segno duraturo. The Story of an Hour (Storia di un’ora),1 un brevissimo racconto scritto nell’Ottocento da Kate Chopin, si apre con una frase che fa colpo: «Sapendo che la signora Mallard soffriva di un disturbo cardiaco, fu presa ogni precauzione per darle la notizia della morte di suo marito nel modo più delicato possibile». La perdita della vita e la fragilità umana condensate in una singola riga. Veniamo poi a sapere che è un amico intimo del marito, Richards, a portare la brutta notizia, dopo aver ricevuto la conferma (tramite telegramma) che il nome di Brently Mallard era di fatto il primo nell’elenco delle persone decedute in un disastro ferroviario.
Nel racconto della Chopin, la reazione immediata della signora Mallard è del tutto naturale: dopo aver sentito il triste messaggio dalle labbra di sua sorella Josephine, inizia a piangere a dirotto per poi ritirarsi nella sua stanza, chiedendo di essere lasciata sola. È lì, però, che avviene qualcosa che non ci aspetteremmo mai. Dopo essere rimasta seduta immobile a singhiozzare per un po’, con lo sguardo in apparenza fisso su un ritaglio di cielo azzurro, la signora Mallard inizia a sussurrare tra sé e sé una parola che ci lascia sbigottiti: «Libera, libera, libera!». Quindi, si abbandona a un’esclamazione ancora più esuberante: «Libera! Corpo e anima, libera!».
Quando si decide infine ad aprire la porta, cedendo alla preoccupata insistenza di Josephine, la signora Mallard esce dalla camera con «uno spasmodico trionfo negli occhi». Inizia a scendere con calma le scale, stringendosi alla vita di sua sorella, mentre Richards le aspetta di sotto. In quel momento, si sente il rumore di qualcuno che sta aprendo la porta di casa con le chiavi.
Il racconto della Chopin prosegue per solo poche righe. Arrivati a questo punto, potremmo smettere di leggere? È inutile dire che, probabilmente, non ci riusciremmo nemmeno se lo volessimo, di certo non senza aver perlomeno scoperto chi c’è alla porta. Come scrisse il saggista inglese Charles Lamb, «Non ci sono molti suoni nella vita – e includo tutti quelli urbani e tutti quelli rurali – che suscitano più interesse di un bussare alla porta».2 È proprio qui che sta la forza di un racconto che attrae la nostra attenzione al punto che non ci sogneremmo neppure di smettere di leggere.
Come forse avrete indovinato, la persona che sta entrando in casa è proprio Brently Mallard che – ci viene detto – al momento del disastro ferroviario si trovava talmente lontano dalla scena da non sapere neppure che fosse accaduto qualcosa. La vivida descrizione del turbinio di emozioni contrastanti che la signora Mallard deve affrontare nel giro di una singola ora rende la lettura del racconto della Chopin un’esperienza coinvolgente.
La frase con cui si chiude Storia di un’ora colpisce ancora di più di quella di apertura: «Quando arrivarono i dottori, dissero che la signora Mallard era morta per un attacco cardiaco: era stata la gioia a ucciderla». La vita interiore della signora Mallard resta per noi in gran parte un mistero.
Il più grande talento della Chopin, a parer mio, sta nella sua singolare capacità di generare curiosità in quasi ogni singola riga della sua prosa, anche in quei passi che descrivono situazioni in cui in apparenza non succede nulla. È quel tipo di curiosità che nasce dai brividi che sentiamo correrci lungo la schiena, qualcosa di simile alla sensazione che proviamo ascoltando un pezzo di musica straordinaria. Sono quei momenti di sottile suspense intellettuale che costituiscono uno strumento necessario in ogni racconto avvincente, nelle lezioni a scuola, nello stimolare le opere artistiche, nei videogiochi, nelle campagne pubblicitarie o anche in una semplice conversazione che sia in grado di dilettarci anziché farci annoiare. Il racconto della Chopin ispira quella che è stata chiamata «curiosità empatica»:3 il punto di vista che adottiamo quando cerchiamo di comprendere i desideri, le esperienze emotive e i pensieri del protagonista e quando le sue azioni continuano a far sorgere in noi la domanda «Perché?».
Un altro elemento che la Chopin sa usare con perizia è quello della sorpresa, uno stratagemma sicuro per suscitare la curiosità rafforzando l’attenzione e l’eccitazione. Il neuroscienziato Joseph LeDoux e i suoi colleghi della New York University hanno individuato, all’interno del nostro cervello, i percorsi neurali dai quali dipende la reazione alla sorpresa o alla paura.4 Quando incontriamo qualcosa di inaspettato, il cervello assume di dover prendere qualche iniziativa. Ciò porta a una rapida attivazione del sistema nervoso simpatico, con le note manifestazioni a esso associate: aumento del battito cardiaco, sudorazione e respiro affannoso. Allo stesso tempo, l’attenzione viene distolta dagli altri stimoli irrilevanti e si concentra sull’elemento chiave in considerazione. LeDoux ha mostrato che nella risposta alla sorpresa, e in particolare alla paura, si attivano allo stesso tempo i percorsi neurali veloci e quelli lenti. Il percorso veloce procede direttamente dal talamo – che si occupa di ritrasmettere i segnali sensoriali – all’amigdala, un complesso di nuclei a forma di mandorla che assegna un significato affettivo agli stimoli e dirige la risposta emozionale. Il percorso lento, invece, prevede una lunga deviazione tra il talamo e l’amigdala che passa attraverso la corteccia cerebrale, lo strato esterno di tessuto neurale che riveste un ruolo chiave nella memoria e nel pensiero. Il percorso indiretto consente una più attenta valutazione cosciente dello stimolo e, quindi, una risposta meditata.
Esistono diversi «tipi» di curiosità, quella voglia di scoprire qualcosa di più. Lo psicologo canadese Daniel Berlyne l’ha mappata suddividendola lungo due dimensioni o assi principali: uno che si estende tra la curiosità percettiva e quella epistemica e l’altro che separa la curiosità specifica da quella diversiva.5 La curiosità percettiva è generata da cose molto diverse dal solito, da stimoli nuovi, ambigui o enigmatici, e ci spinge all’ispezione visiva: si pensi, per esempio, alla reazione dei bambini di un remoto villaggio asiatico al loro primo incontro con un uomo di razza caucasica. In genere, la curiosità percettiva diminuisce in seguito a un’esposizione continua allo stimolo. Sul lato opposto rispetto alla curiosità percettiva, nello schema di Berlyne, c’è la curiosità epistemica, che consiste nel vero e proprio desiderio di conoscenza (o «sete di conoscenza», con le parole del filosofo Immanuel Kant); questa curiosità è stata il motore principale di tutte le più importanti indagini scientifiche e filosofiche, e probabilmente è anche stata la forza che ha spinto tutte le prime ricerche spirituali. Nel Seicento, il filosofo Thomas Hobbes la chiamava «concupiscenza della mente», aggiungendo che «per un perseverare del diletto nella continua e infaticabile generazione della conoscenza, eccede la breve veemenza di qualunque piacere carnale», nel senso che indulgere in essa ci porta soltanto a volerne di più.6 Hobbes considerava questo «desiderio di conoscere il perché» (corsivo aggiunto) come il carattere che distingue l’umanità da tutte le altre creature viventi; di fatto, come vedremo nel capitolo 7, è stata proprio la nostra capacità unica di chiederci «Perché?» a portarci dove siamo oggi. La curiosità epistemica è quel tipo di curiosità a cui faceva riferimento Einstein quando disse a uno dei suoi biografi: «Non ho talenti particolari. Sono solo appassionatamente curioso».7
Per Berlyne, la curiosità specifica riflette il desiderio di una particolare informazione, come quando cerchiamo di risolvere un cruciverba o di ricordare il nome del film che abbiamo visto la settimana scorsa. La curiosità specifica può spingere i ricercatori a esaminare differenti problemi al fine di comprenderli meglio e identificare le possibili soluzioni. Infine, la curiosità diversiva può riferirsi sia all’irrequieto desiderio di esplorare, sia alla ricerca di nuovi stimoli per scacciare la noia. Oggi questo tipo di curiosità può manifestarsi nella tendenza a controllare continuamente l’e-mail o il cellulare alla ricerca di nuovi eventuali messaggi, o nell’impazienza con cui aspettiamo l’uscita di un nuovo modello di smartphone. A volte, la curiosità diversiva ci può condurre alla curiosità specifica, nel senso che la ricerca continua delle novità può finire per alimentare qualche interesse particolare.
Per quanto le distinzioni di Berlyne tra diversi tipi di curiosità si siano dimostrate molto feconde in numerosi studi psicologici, esse andrebbero comunque considerate come semplici indicazioni da tenere presenti fino a quando non emergerà una comprensione più esauriente dei meccanismi alla base della curiosità. Allo stesso tempo, sono stati proposti alcuni altri tipi di curiosità – come quella empatica, a cui accennavamo sopra – che non rientrano perfettamente nelle categorie di Berlyne. C’è, per esempio, la curiosità morbosa, che ci porta a ficcanasare: fa sì che gli autisti rallentino sempre per esaminare gli incidenti sulle strade, e spinge le persone a radunarsi in massa attorno a scene di crimini violenti ed edifici in fiamme.8 A quanto pare, è stato questo tipo di curiosità a indurre un enorme numero di persone a cercare su Google il raccapricciante video della decapitazione dell’ingegnere civile britannico Ken Bigley in Iraq, nel 2004.
Oltre ai differenti tipi, ci sono anche diversi livelli di intensità che possono essere associati ai vari generi di curiosità. A volte basta una singola, piccola informazione per soddisfarla, come risulta evidente in alcuni casi di curiosità specifica: chi è stato a dire che «L’ingiustizia che si verifica in un qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque»? In altri casi, invece, la curiosità può spingere una persona a un’intera vita di ricerca, come talvolta avviene quando la curiosità epistemica guida l’indagine scientifica: Com’è emersa e come si è evoluta la vita sulla Terra? Nella curiosità ci sono poi anche delle chiare differenze individuali, in termini di frequenza del suo presentarsi, di livello di intensità, di quantità di tempo che la gente è disposta a dedicare all’esplorazione e, in generale, di apertura alle nuove esperienze e di preferenze riguardo a queste ultime. Per una persona, una vecchia bottiglia portata dalla marea sulla spiaggia dell’isola di Amrum (sulla costa tedesca del Mare del Nord) può essere soltanto un segno dell’inquinamento; per un’altra, può rappresentare un’occasione per gettare un affascinante sguardo indietro nel tempo. Un messaggio contenuto in una bottiglia rinvenuta nell’aprile del 2015 è risultato il più vecchio mai trovato: sarebbe databile fra il 1904 e il 1906. Faceva parte di un esperimento finalizzato a studiare le correnti oceaniche.9
In modo simile, Ed Shevlin, un operatore ecologico che lavora per cinque mattine alla settimana raccogliendo la spazzatura a New York City, si è talmente appassionato alla lingua gaelica dell’Irlanda che ha deciso di iscriversi a un master di studi irlandesi-americani presso la New York University.10
Circa vent’anni fa, un raro evento astronomico illustrò a meraviglia il modo in cui diversi tipi di curiosità – come quella evocata dalle novità e quella che rappresenta la sete di conoscenza – possono combinarsi e alimentarsi a vicenda dando vita a una singola attrazione irresistibile. Nel marzo del 1993, una cometa in precedenza sconosciuta venne osservata in orbita attorno a Giove. Gli scopritori erano tre veterani della caccia alle comete: gli astronomi Carolyn ed Eugene Shoemaker (marito e moglie) e David Levy. Essendo la nona cometa periodica identificata da questo gruppo, l’oggetto prese il nome di Shoemaker-Levy 9.11 Un’analisi dettagliata dell’orbita indicò che la cometa era stata probabilmente catturata dalla gravità di Giove qualche decennio prima, e durante un catastrofico passaggio ravvicinato nel 1992 era stata fatta a pezzi dalle enormi forze mareali del pianeta. L’immagine riportata nella Figura 1 – ripresa dal telescopio spaziale Hubble nel maggio del 1994 – mostra tali frammenti (circa una ventina) mentre proseguono la loro corsa lungo la traiettoria della cometa come una fila di scintillanti perle.
L’eccitazione nel mondo astronomico (e non solo) iniziò a crescere quando le simulazioni al computer indicarono che, con ogni probabilità, i frammenti si sarebbero schiantati nell’atmosfera di Giove nel luglio del 1994. Le collisioni di questo genere sono piuttosto rare (anche se un impatto simile, avvenuto sulla Terra circa 66 milioni di anni fa, ebbe conseguenze molto spiacevoli per i dinosauri) e in precedenza non ne era mai stata osservata direttamente nessuna. Gli astronomi di tutto il mondo erano in trepida attesa. Tuttavia, nessuno era in grado di dire se gli effetti dell’impatto sarebbero stati visibili dalla Terra, o se i frammenti si sarebbero semplicemente inabissati nell’atmosfera di Giove come minuscoli sassolini in un grande, placido stagno.
Il primo frammento di ghiaccio avrebbe dovuto colpire il pianeta la sera del 16 luglio 1994, e quasi tutti i telescopi sulla Terra e nello spazio – incluso Hubble – erano puntati verso Giove. L’occasione di assistere dal vivo a fenomeni astronomici sensazionali è qualcosa che capita di rado (la luce impiega molti anni per arrivare a noi da numerosi oggetti di interesse, mentre per giungere da Giove le basta mezz’ora circa), così che l’evento dava l’impressione di essere una di quelle cose che accadono solo una volta nella vita; non c’è quindi da stupirsi che un gruppo di scienziati (tra i quali c’ero anch’io) si fosse raccolto davanti allo schermo di un computer in attesa della trasmissione dei primi dati dal telescopio (Figura 2). La domanda che tutti si ponevano era: Di fatto, ci sarà qualcosa da vedere?
Se dovessi dare un titolo alla Figura 2, la chiamerei senz’altro Curiosità! Per avvertire il contagioso richiamo della curiosità, non dovete far altro che esaminare la postura e le espressioni facciali degli scienziati. Non appena la vidi, il giorno seguente, questa foto mi ricordò subito una straordinaria opera d’arte creata quasi quattro secoli prima: la Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt (Figura 3).12 Questo dipinto e la fotografia mostrata sopra sono quasi identici nel modo in cui catturano l’emozione di un’appassionata curiosità. La cosa che mi affascina di più è il fatto che quanto viene messo in risalto da Rembrandt non è l’anatomia del corpo scuoiato (anche se muscoli e tendini sono ritratti con precisione) e neppure l’identità del cadavere (appartenuto a un giovane ladro di nome Aris Kindt, impiccato nel 1632), il cui volto è parzialmente ombreggiato. Piuttosto, Rembrandt si concentra soprattutto nel rappresentare in modo accurato le singole reazioni di ognuno dei medici e degli apprendisti che stanno seguendo la lezione. Al centro della scena mette proprio la curiosità.
La forza della curio...