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Mandorla. Era questo il profumo che aleggiava nel Teatro 4 della Tiburtina e metteva tanto di buon umore Anna. Finalmente era riuscita a dargli un nome. Una fragranza rotonda e dolce che al Sud, dove lei era nata e cresciuta, annunciava la primavera.
Mandorla. Quando era piccina, sua madre Filomena, dopo averla messa in piedi sul tavolo della cucina, accanto a un grosso catino di zinco, strofinava una saponetta alla mandorla su una pezza di lino. Poi, con gesti delicati, la lavava da capo a piedi. Un rito che si ripeteva ogni mattina, quando papà Ferdinando ancora dormiva e al mondo sembrava ci fossero solo loro due. Quindi la vestiva con cura, con abiti che lei stessa confezionava, perché la signora Filomena era la migliore sarta di Girifalco, proprio come la nonna, pace all’anima sua.
Così profumata e abbigliata, Annina si sedeva a fare colazione col pane secco bagnato nell’acqua e i pomodori dell’orto. Sua madre l’aveva abituata a mangiare stando ben attenta a non macchiarsi, la voleva «signorina», capace e responsabile. E mentre la piccola sbocconcellava, Filomena la guardava dolce e le sorrideva di un sorriso fragile.
Lo stesso sorriso che ancora oggi qualche volta Anna ritrovava nei sogni e che le dava sollievo, proprio come quel profumo che invadeva il teatro.
Mandorla. Anna inspirava e, intanto, ricordava.
Quanti ne aveva raccolti di quei semi verdi e vellutati, direttamente dagli alberi, con i suoi genitori che spostavano i cesti sotto i rami, perché non ne andasse perso nemmeno uno; e poi i dolcetti di mandorle cotti nel forno della vicina di casa, che tutti chiamavano «la pazzerella», per via di quel soggiorno forzato di un paio d’anni presso il manicomio del paese che l’aveva fatta miracolosamente rinsavire; per non parlare di nonno Efisio, padre di suo padre, che le mandorle le spaccava a colpi di molari, impressionando grandi, piccini e pure il dentista, che lo sgridava e insieme si congratulava perché uno smalto così resistente, a quell’età, aveva dell’incredibile. Mandorle come se piovesse. Mandorle in bianco e nero. Mandorle di un passato ancora presente.
Quel tempo dedicato a galleggiare nel profumo di mandorle sembrò, a un tratto, morderle i polpacci. Erano già parecchi minuti che Anna se ne stava con in mano due larghe federe di stoffa blu, fresche di stiro, nel mezzo del teatro semibuio. Doveva darsi una mossa. Raggiunse i due pouf davanti alla grande busta di C’è Posta e cominciò a sistemare uno dei teli sul primo cuscino. Era un rito che compiva tutte le volte che registravano il programma, da ben sedici anni, tre mesi e due settimane. Teneva il conto, Anna, e pure con un certo orgoglio. Era lei la responsabile della sartoria della signora De Filippi ed era sempre lei che metteva a dormire le sedute degli ospiti, come i cameramen mettevano a dormire le telecamere. Anche sua nonna era solita mettere a dormire il televisore che stava nel tinello, sul piano della credenza, quando era ora di coricarsi. Una pezza pulita accomodata sopra e Amen, giornata finita, superficie protetta, tutti a nanna.
Fu un tonfo sordo, in fondo al buio, a richiamare l’attenzione di Anna.
Deve essere la guardia che passa a bloccare le uscite di sicurezza, pensò mentre scrutava la platea di scocche di plastica blu, ora senza pubblico. D’un tratto un ricordo esplose nella sua mente. Le luci di sicurezza divennero quelle brillanti dei riflettori che illuminavano il pubblico, intento ad applaudire proprio lei: Anna Procopio, anni cinquantuno, nata a Girifalco e residente ad Albuccione, professione sarta. Quel giorno, prima della registrazione, Anna era stata truccata e vestita dai suoi colleghi con una scusa – abilissimi complici e attori da Oscar! – e poi si era messa tranquilla con ago e filo nell’angoletto accanto al monitor, come suo solito, senza immaginare nulla di quello che le sarebbe capitato di lì a poco. Ci aveva pensato la signora Maria, con tutta la premura di cui era capace, ad andare a prenderla dietro le quinte, invitandola a seguirla sul pouf davanti alla busta. Una volta seduta dove non avrebbe mai pensato di sedersi, Anna aveva ascoltato la storia della sua vita, narrata dalla conduttrice: i punti cardine di un’esistenza rocambolesca risolti in una manciata di minuti, con quel piglio essenziale e preciso che appassionava il pubblico, fino al momento della grande sorpresa. Allora si era aperta la busta e Anna, dopo una vita di sospiri, si era ritrovata a riabbracciare forte la sua unica figlia, lasciata bimba e ormai donna, sotto lo sguardo benevolo e commosso della signora Maria, dei colleghi e di Rosa, la sua vicina di casa.
Erano stati davvero bravi a metterla nella rete come si fa con le sardine, per restituirle ciò che di più caro aveva al mondo: l’unica figlia abbandonata quando la pelle le profumava ancora di latte. Trentadue anni passati a immaginarla, la sua Gioia, che Anna aveva battezzato così con l’augurio che il significato coincidesse con il loro destino. E invece… mille invece.
«In due si fa prima a mettere i teli!»
Anna trasalì.
L’uomo che le stava di fronte aveva più o meno la sua età, il viso abbronzato – a gennaio? cosa faceva, le lampade? – e i modi garbati. Indossava la tuta dell’impresa La Luminosa e sul cartellino appeso al petto c’era il nome: ALDO PANCOTTI. Era immobile, appoggiato al suo carrello per le pulizie superaccessoriato nemmeno fosse una Lamborghini. E ad Anna cadde subito l’occhio sui flaconi grandi, tutti bianchi come birilli, ai piedi degli scopettoni, su cui campeggiava una scritta che spiegava il mistero: SUPERDETERGENTE NATURALE ALLE MANDORLE. Era Aldo Pancotti il responsabile di quel tuffo all’indietro che le aveva regalato una zaffata di ricordi facendole perdere tempo.
Anna si riprese in un attimo. Disse che lei le federe le metteva da sola, non voleva che si sgualcissero e poi era compito suo. L’uomo annuì. Non intendeva levarle quel piacere. E continuò, l’abbronzatissimo Pancotti, dicendo che era già da un mese che la sua ditta si era aggiudicata l’appalto per le pulizie agli studi del Tiburtino. E anche se non si erano mai parlati, lui l’aveva notata ogni volta che lei, a fine registrazione, metteva i cuscini alle federe, cioè il contrario, insomma, quella cosa lì.
Quindi il signor Pancotti era stato zitto un attimo guardandosi attorno, ammirato.
«Qua dentro ci staranno cinquecento persone!»
«Seicentotrentacinque» lo corresse Anna, a voce bassa, infastidita dall’improvvisa intimità con quello sconosciuto. Il Teatro 4 lei lo sentiva un po’ suo e il tipo in tuta azzurrina, abbronzato a gennaio, le metteva un certo disagio, nonostante il ricordo delle mandorle.
Quindi Anna sprimacciò i pouf con fare quasi polemico mentre il signor Pancotti, dopo averle augurato una buona serata, si allontanò spingendo il suo carrello senza alcun rumore, proprio come si doveva fare quando si abitava “dietro le quinte”.
Chi lavorava in quel teatro si muoveva silenziosamente; parlava a bassa voce; discuteva se c’era da discutere senza che nessuno di estraneo alla conversazione se ne potesse accorgere. Fantasmi sembravano, quei grandi sgobboni. Ombre del palcoscenico, invisibili e fondamentali alla riuscita di qualsiasi spettacolo catodico. Per ogni minuto di televisione, le ore necessarie all’allestimento non si contavano. Anzi, era proprio lì, nella preparazione, che iniziava il lavoro vero dei tanti reparti: trucco e parrucco, scenografia, tecnici delle luci, redazione, regia. Tutti chini con passione e sapienza sulla prossima registrazione.
In sartoria, poi, “riposo” era una parola che restava fuori dalla porta anche nelle feste comandate. Anna aveva tagliato più panettoni tra le macchine per cucire che sul tavolo di casa sua. Eppure, anche se tanto faticoso, non c’era al mondo lavoro più bello. Lei imbastiva. Lei rammendava. Lei tagliava, allungava, accorciava. Lei faceva miracoli con ago e filo perché, oltre a essere velocissima, aveva un gusto che sorprendeva. E la signora De Filippi non iniziava una puntata che fosse una, senza che fosse passata Anna a controllarle il vestito e a metterle per benino il microfono.
In quei teatri, Anna aveva trovato una famiglia pronta ad accoglierla malgrado il suo carattere «temporalesco», come l’aveva definito una volta Rossella, la truccatrice del Tiburtino che tutti chiamavano Ros.
Anna e Ros erano compagne di mensa e di autobus. Quelle due avevano condiviso migliaia di pasti e un numero vertiginoso di viaggi sul 74 barrato che collegava gli studi ad Albuccione. Quindi anche un numero impressionante di ore in cui Ros aveva rimbambito la collega con aneddoti, novità, ricordi, pianti e risa, senza accorgersi che mai una volta era stata lei quella in silenzio ad ascoltare Anna. Il loro rapporto funzionava così: una travolgeva e l’altra si faceva travolgere, con totale soddisfazione di entrambe. Del resto, bastava vedere come le due signore si vestivano per capire che Anna era il giorno e Ros la notte.
Ros, nominata e vista, arrivò di corsa, arrampicata su un paio di trampoli a rischio caviglia: imbustata in un paio di fuseaux lucidi e neri, insalamata in una maglina color rosso rubino di una taglia in meno del necessario, strangolata da un reggiseno a vista formato da due paracaduti trapuntati che avevano il compito di contenere le sue esuberanti tette.
«Inutile che fai quella faccia, sto benissimo e dimostro dieci anni di meno! Me l’hanno detto tutti in reparto!»
Anna la guardò senza proferire parola.
«Vabbè… facciamo otto!»
Ros squillò una risata agitando un mazzo di chiavi come fossero nacchere.
«Queste le lascio in guardiola io, tu chiudi solo la sartoria e ricordati che la lezione-prova con Tito è lì che ti aspetta… pigrona!»
Ros sparì dietro a una svolta del corridoio, felice e innamorata. Anche se per lei questa non era una novità visto che, nonostante fosse over cinquanta, si prendeva una cotta un giorno sì e l’altro pure, ed erano, i suoi, tutti amori eterni che duravano il tempo di un weekend. Stavolta, grazie alla sua passione per la danza, nel bel mezzo del PalaCavicchi, durante una maratona di Lambada, aveva incontrato El Colombiano. Tito, così si chiamava il fidanzato del momento, era maestro di balli latini, lavapiatti in una scuola materna, dog-sitter e barelliere volontario. A giorni alterni, s’intende. Aveva dodici anni meno di Ros e se all’inizio, per la truccatrice, questo era motivo di vanto, Anna aveva iniziato a notare nell’amica dei comportamenti sempre più allarmanti. Come l’improbabile mise da ventenne con la quale era appena uscita come un tornado dagli studi. Oltretutto, da qualche tempo, Ros aveva gli ormoni in altalena ed era vittima di vampate clamorose che la facevano diventare rossa come un peperone e poi, l’istante dopo, di un pallore cadaverico.
«Ros, se ti sto vicino, mi viene il raffreddore, con tutti ’sti sbalzi di temperatura!» le aveva detto una sera Francesco, detto Franci, il parrucchiere gay che faceva coppia fissa con lei nel reparto trucco e parrucco di C’è Posta.
Ros non gli aveva parlato per una settimana, dopo quell’uscita infelice, e quando Anna aveva provato a suggerirle di andare da una dottoressa per farsi prescrivere una cura ormonale, Ros era sbottata.
«Non sono in menopausa! Ho la stessa età di Madonna! Vi sembra in menopausa Madonna?! Ma l’avete visto il suo ultimo calendario?»
Insomma, la risposta della truccatrice al tempo che passava inesorabile era: la cosa non mi riguarda! Anna la capiva meglio di tutti perché sapeva com’era andata con l’ex marito della collega: dopo vent’anni di matrimonio, lui si era preso una scuffia per una ragazzotta poco più che maggiorenne, con la quale era subito andato a convivere. Ustionata una volta, Ros aveva paura perfino dell’acqua fredda. Anche perché il nuovo boyfriend, Tito, dava lezioni a figliole dal fisico bello croccantino e per lei, certi giorni, era un’impresa trattenere i vapori della gelosia. Lui le piaceva davvero tanto. “Donna Scorpione e Uomo Pesci insieme fanno scintille”aveva letto nella rubrica di Branko sul “Messaggero”. Quello che l’astrologo non diceva, però, era per quanto tempo le avrebbero fatte, quelle scintille.
Anna varcò la porta del suo regno, la sartoria, e subito venne accolta dal rumore della macchina per cucire in azione. Musica per le sue orecchie e sottofondo intonato a una nuova ondata di memorie lontane.
La prima volta che Anna aveva messo piede in una sartoria era una ragazzina. Ricordava le teste chine delle sarte sulle macchine, che si alzarono tutte insieme, come fanno i pinguini tra i ghiacci, per guardarla e stabilire se la nuova venuta fosse una di loro. Ad Anna quelle donne erano sembrate, oltre che pennuti polari, tante suorine composte, e lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di riuscire a entrare nel loro ordine. Voleva diventare sarta come la sua mamma, sapeva di avere ereditato il necessario spirito di sacrificio, oltre che un naturale senso dell’eleganza. E poi Anna era timida e, si sa, a una sarta non è richiesto di saper parlare. Quel giorno le pinguine, con la velocità di un effetto domino, riabbassarono quasi subito il capo, come se il giudizio fosse sta...