CAPITOLO NOVE
Sono le otto meno cinque quando chiudo la porta di casa e scendo le scale saltellando come una bimba alla prima gita. Sono euforica. Mr Garrett mi ha dato un appuntamento!
Sì, qualcuno potrebbe leggerlo come un prolungamento serale dell’orario lavorativo, ma io credo di conoscerne il vero significato. Lui mi ama, per quella che sono!
Ho intravisto i suoi sentimenti nel modo appassionato in cui mi guardava oggi. Mi sento un po’ come la versione modenese di Bridget Jones. Anch’io ho trovato il mio Marc Darcy e non ho alcuna intenzione di lasciarmelo sfuggire.
Rimane solo un piccolissimo problema. Oltre a essere pasticciona e sconclusionata, sono anche un’infiltrata speciale del nemico deputata a rompergli le uova nel paniere.
Questo pensiero mi fa stare male. Non c’è seduta di yoga o tai chi che possa darmi sollievo. D’altronde, chiunque al mio posto proverebbe le mie stesse sensazioni. Sto giocando sporco con il mio capo, che invece si è rivelato essere una persona gentile e generosa. È normale che mi senta una merda!
Nonostante stia lavorando per il bene del mio Paese, sono solo un’orrida talpa, una meschina approfittatrice, una spia… a fin di bene, ma pur sempre una spia.
Dopo essermi stirata la gonna lunga con le mani, esco dal portoncino e trovo una Porsche parcheggiata proprio di fronte a casa mia. Vedo qualcuno che scende dal lato del posto di guida e si dirige ad aprirmi la portiera per farmi salire.
Lo ringrazio, con la bocca stretta in un sussurro, mentre i miei occhi si posano famelici sulla versione virile di Andrew Garrett.
Stasera ha lasciato a casa i suoi completi griffati con cravatta e gemelli coordinati per indossare una camicia azzurra con i primi bottoni slacciati e un paio di jeans aderenti sul didietro, che valorizzano il suo fondoschiena tondo e possente.
Deglutisco, incantata dallo sguardo magnetico e dal fisico scultoreo del mio accompagnatore. Garrett sale e parte di gran carriera. Entrambi stiamo zitti, sopraffatti da un evidente stato di imbarazzo. A un certo punto, ci pensa lui a interrompere quella catena dei silenzi.
«Miss Bassini, lo devo ammettere. Oggi è davvero uno splendore.»
«Anche lei» ribatto emozionata.
«Senta, ormai è un paio di settimane che lavoriamo insieme. Che ne dice se cominciamo a darci del tu?»
«Non saprei, Mr Garrett.»
«Ora basta con questo Mr Garrett. Chiamami Andrew.»
«Va bene, Andrew.»
Pronuncio il suo nome e mi pare che ogni singola lettera si sciolga in bocca, dolce come il miele.
Quando poi lui con voce profonda mi chiama Diana, sento un’ondata dolorosa nel mio bassoventre. Possibile che si possa raggiungere l’orgasmo al solo vibrare di una parola?
«Diana, siamo arrivati» continua lui, alzando leggermente il tono di voce.
«Ah sì, va bene. Ora scendo.»
Procediamo fianco a fianco, evitando di sfiorarci. Forse lo sappiamo entrambi che un contatto fortuito potrebbe farci bruciare di una passione irrefrenabile.
Appena entriamo nel cascinale, ci viene incontro un uomo sulla sessantina con i capelli lunghi e grigi tirati all’indietro, la pancia prominente e i vestiti vecchi e logori. Uno degli inservienti, suppongo. Lo sto quasi per oltrepassare, quando con tono gioviale e la bocca aperta in un gran sorriso esclama: «Andrew, sono felice che tu abbia deciso di accettare il mio invito!».
Prima lo abbraccia con trasporto, poi si stacca e gli dà una pacca sonora sulle spalle.
«Non avrei mai potuto mancare, Ubaldo» risponde il mio capo, mentre cerca di riprendere fiato dopo l’accoglienza fin troppo calorosa del nostro anfitrione.
«E questa bellezza chi è? La tua fidanzata?»
«No, lei è la mia segretaria» risponde lui severo.
«Un bel bocconcino, oserei dire. Finalmente hai deciso anche tu di mischiare i sentimenti agli affari?»
«A dire il vero…»
«Non hai nulla di cui giustificarti. In questa casa sfondi una porta aperta. Io sposai una mia lavorante trent’anni fa e non mi sono mai pentito.»
«Stai parlando di me?» dice una bella signora con i capelli biondi e gli occhi azzurri.
«Ma certo, Adelina. Sai che sei sempre al centro dei miei pensieri.»
Lei sorride bonaria, saluta me e Andrew con una stretta di mano e poi dice al marito: «Amore, hai visto Eddy? Non lo trovo più da nessuna parte».
«No, tesoro, ma non mi starei a preoccupare. Sai che quella birba si diverte a giocare a nascondino.»
Non mi starei a preoccupare? Sarà che sono ansiosa per natura, ma se sapessi che mio nipote è in un cascinale senza sorveglianza in mezzo a un sacco di estranei, non starei di certo tranquilla. Però si sa che i ricchi sono fatti di un’altra pasta rispetto a noi comuni mortali.
«Bene, ragazzi. Ora devo proseguire il mio giro di rappresentanza. Voi godetevi la grigliata. Verrò a controllare che vi stiate rifocillando. Mi raccomando, signorina, assaggi tutto. La vita è troppo breve per non cedere ai piaceri della carne. E quando dico carne intendo proprio una succulenta chianina e una fiorentina con l’osso. Che la ciccia sia con voi!»
Appena Ubaldo si allontana, guardo Andrew per essere rassicurata.
«Forse ho capito male. Non si tratta di una cena a base di carne alla griglia, vero?»
«Certo che sì. Cosa ti aspettavi dal proprietario della macelleria all’ingrosso più grande di Modena?»
Cavolo! E adesso che faccio? Se il padrone di casa è un macellaio, chissà che cosa potrebbe pensare di me che sono vegana. Speravo di usare la scusa della dieta per fiondarmi su un piatto di pasta con le verdure. In fondo, sono convinta che quel che conta in una cena non sia il cibo, ma la compagnia.
Invece, ora sono fregata. Mi guardo intorno e vedo una quindicina di barbecue da cui escono profumi carnosi di varia natura. Andrew prende un piatto di plastica e tira su una braciola, due costine e un’aletta di pollo. Io, invece, nulla.
«Non hai fame?» domanda lui preoccupato.
«Non molta, a dire il vero.»
«Non stai bene?»
«Ma figurati. Il fatto è che sono a dieta» esclamo, cercando di portare avanti almeno una parte del piano.
«Non potresti rimandare per oggi? Sai, Ubaldo è un amante della carne e ci rimarrebbe male se sapesse che uno dei suoi ospiti non gradisce il suo cibo.»
Detto fatto. Il padrone di casa torna a discorrere con noi. Appena lo vedo arrivare, prendo anch’io un piatto di plastica e ci appoggio sopra uno spiedino. L’odore mi arriva prepotente alle narici, causandomi una nausea improvvisa.
«Allora, che ne dite della mia carne? Non è favolosa? Pensate che uno ha avuto il coraggio di chiedermi del pesce. Dice che è vegetariano. Sapete che cosa ho fatto? Ho chiamato la sorveglianza e l’ho fatto accompagnare fuori. Io odio i vegetariani. Più le loro idee astruse si diffondono e meno vendo.»
Andrew comincia a lodare la bontà della grigliata e io faccio grossi gesti con il capo per avvalorare i suoi complimenti. Dopo alcuni minuti lunghi un’eternità, Ubaldo finalmente s’allontana.
Allora guardo con disgusto lo spiedino nel piatto. Come posso liberarmene? Se lo getto, è possibile che qualche suo addetto ravani nei cestini e trovi l’arma del delitto, accusandomi di abbandono di spiedino. Mentre penso al da farsi, Andrew si allontana un attimo per andare a salutare un amico. Penso e ripenso, quando sento una palla di pelo che si struscia tra le mie gambe. Che diamine!
Abbasso lo sguardo e vedo un gattino delizioso che mi fa le fusa e mi guarda con occhi adoranti.
«Hai fame, bel micetto? Non hai motivo di preoccuparti. Facciamo un patto. Io aiuto te e tu aiuti me.»
Lui, un bel tigrato dalle iridi verdissime, mi osserva con aria complice e miagola di piacere. Bene, ho avuto un’idea geniale e ho pochissimo tempo per metterla in pratica. Riempio il piatto di vari tagli di carne grigliata, li faccio a pezzetti e li getto al gattino, che mangia senza sosta. Nel giro di cinque minuti rimangono solo gli ossi e le verdure dello spiedino, talmente intrise di grasso animale che è impossibile mangiarle.
Sono felice che tutta questa carne sia stata consumata da un esser...