PARTE TERZA
La città chiama
1
Il passo in avanti
Una strana proposta
«Secondo me, dovresti candidarti.»
Guardai Nichi Muciaccia pensando che doveva trattarsi per forza di uno scherzo. Ma lui si sedette tranquillo di fronte alla mia scrivania e mi guardò come se aspettasse una risposta seria.
Nichi Muciaccia, figlio proprio di quella professoressa Muciaccia che mi aveva fatto scoprire la Rivoluzione industriale – e che quasi certamente aveva posto le basi per quella che sarebbe stata, per sempre, la mia concezione senza sconti dei diritti dei lavoratori – era un amico carissimo e un militante comunista. Barese verace, aveva uno spiccato senso dell’umorismo, ma non sarebbe entrato di punto in bianco nel mio ufficio per buttar lì un’idea così bizzarra, senza un motivo. Così risposi con l’unica domanda possibile: «E perché mai dovrei farlo?».
«Hai finito il tuo periodo nella Direzione distrettuale antimafia, adesso ti metteranno a fare chissà che cosa» rispose alzando le spalle. «L’anno prossimo ci saranno le amministrative. Non sarebbe ora di mettere al servizio della città tutta l’esperienza che hai accumulato?»
«Hai presente che a Bari governa la destra, sì?» domandai di rimando, in tono un po’ canzonatorio. Era un eufemismo: Bari era una delle città più di destra d’Italia, dominata dal partito di Berlusconi e dalla leadership incontrastata di Raffaele Fitto, presidente della Regione Puglia. Il centrosinistra era debole, non arrivava neanche al 40 per cento in alcuna elezione, era in una situazione drammatica.
«Non deve per forza essere così per sempre» decretò, fissandomi con la sua migliore espressione da «sol dell’avvenire».
«Di’ piuttosto che preferiscono sia un attore non protagonista a perdere» replicai con un certo cinismo. Non era sorprendente, in effetti, che qualcuno pensasse di candidarmi a sindaco: era una sconfitta annunciata, e nel giro delle persone più in vista del centrosinistra era possibile che nessuno avesse voglia di esporsi.
Credo che fu proprio allora, rendendomene conto, che cominciai ad accarezzare l’idea. Potevo perdere. In pratica potevo solo perdere. La battaglia quindi si faceva interessante.
Di fronte a Nichi, però, nonostante l’amicizia e la simpatia che ci legavano, non feci trasparire quel barlume di tentazione. Lui mi guardò di sottecchi e forse lo intravide ugualmente, perché si alzò dicendo: «E va bene, allora vado dal mio amico farmacista e vediamo cosa succede».
Era una frase meno surreale di quanto sembrasse. Il farmacista di via Sparano, amico di Nichi come capita a volte tra persone oneste che si trovano su fronti opposti, gestiva il più famoso sito di centrodestra della città, «aziendabari». Il gioco preferito del momento era un sondaggio alquanto irridente, una sorta di «totocandidato» del centrosinistra. Nichi decise di suggerire che fosse inserito anche il mio nome nel novero delle persone da presentare all’opinione popolare.
Il farmacista la trovò una buona idea. Se ne sarebbe pentito per il resto della vita.
Il sito esplose, un vero e proprio boom di accessi. Cominciarono a frequentarlo persone di tutti gli orientamenti politici, i voti accanto al mio nome si accumulavano, la voce prese a girare incontrollata in città, come fosse una certezza: mi sarei candidato, anzi, forse lo avevo già fatto. Partirono subito, come frecce avvelenate, le polemiche: prima di tutto da sinistra, dove si disse a gran voce che una simile iniziativa era del tutto inopportuna per un magistrato, che il ruolo di sindaco sarebbe stato incompatibile con il mestiere che avevo sempre svolto.
È una polemica che da allora ha infuriato fino alla noia, e che è persino inutile alimentare, ma è ovvio che ha sempre fatto gioco a chi si opponeva alla mia partecipazione attiva in politica. Allora più che mai: l’idea che candidarmi fosse poco opportuno era fortemente propugnata dai Democratici di sinistra che, forse in seguito alle mie indagini sulla missione Arcobaleno, non erano miei strenui sostenitori. E la sinistra erano loro: la leadership riconosciuta in Puglia era D’Alema, incontrastato capo dei Ds, che peraltro era stato presidente del Consiglio ed era uno tra i politici più potenti del Paese. Candidarsi senza il suo placet sarebbe stato un suicidio.
Io, peraltro, a candidarmi non ci pensavo nemmeno. Era stata tutta una trovata di Nichi.
«Allora? Sciogli le riserve?» mi chiedeva quando ci vedevamo e, man mano che la tensione cresceva, cominciava a diventare faticoso rispondergli con un sorriso.
Non è divertentissimo essere crocifisso per un’idea non tua. Facevo del mio meglio per non dare credito a questa ipotesi, né nelle occasioni pubbliche né con i media. Ma proprio in quegli anni avevano aperto a Bari alcune redazioni di giornali nazionali, come il «Corriere della Sera» o «la Repubblica», e il dibattito sulla possibilità che il centrosinistra presentasse alle amministrative una candidatura non dico vincente, ma almeno appassionante, faceva vendere copie. I quotidiani, i periodici, le tv locali e il web alimentavano una non-notizia che cominciava ad assumere proporzioni sempre più fuori controllo: una delle memorie storiche dell’antimafia pugliese in corsa per diventare sindaco di Bari.
Alcuni, con una certa ragionevolezza, ribattevano: «Ma cosa volete che succeda: in una capitale della destra, dove questo signore ha arrestato centinaia di persone, vi pare davvero possibile che lo eleggano? Avrà tutti contro».
E questo, ovviamente, fu il secondo momento in cui pensai: «Ah, sì?».
Amici e nemici
Io continuavo il mio lavoro, tenendo un profilo più basso possibile. Non rilasciavo dichiarazioni, non davo conferme, e nemmeno smentite che potessero essere interpretate come conferme; se venivo messo all’angolo mi schermivo e, in generale, parlavo pochissimo. Gli attacchi, però, cominciavano a diventare davvero pesanti.
Si crearono situazioni paradossali. Il segretario regionale dei Ds, Beppe Vacca, un uomo autorevolissimo, comunicò a nome del partito che loro non candidavano magistrati e quindi nella sostanza l’ipotesi era esclusa. Persino alcuni colleghi si preoccupavano di mettermi in guardia: «Fai attenzione, perché qua la sinistra non ti vuole, mentre la destra ha paura di te, e non è una bella situazione». In compenso Salvatore Tatarella, il fratello di quel Pinuccio Tatarella che era stato ministro nel primo governo Berlusconi, mi chiese se sarei stato disponibile a candidarmi con il centrodestra. Risposi che ero sempre stato un uomo di sinistra, che da ragazzo ero stato iscritto al Pci e non c’era altro da aggiungere: la sola idea di diventare sindaco con Forza Italia era assurda. La situazione era paradossale: la destra, che non avrebbe mai potuto avermi, mi chiamava; la sinistra, che avrebbe potuto trovare in me un candidato popolare (e sacrificabile in caso di sconfitta) faceva muro contro la mia candidatura. Una candidatura che peraltro non c’era stata.
C’era però un buon numero di cittadini, tra cui intellettuali, giornalisti, avvocati che, notando la debolezza dei partiti di centrosinistra, si erano costituiti in un gruppo intenzionato a selezionare il candidato e lavorare alla stesura del programma elettorale. Si chiamava «La Convenzione» e al suo interno il mio nome continuava a circolare, con un certo sostegno.
Fu la Cgil locale a capire che l’idea di un mio ingresso in politica stava appassionando tutto il popolo del centrosinistra barese, abituato a sonore sconfitte e in cerca di riscatto. Aveva senso buttar via questo entusiasmo che saliva dal basso? Era evidente che se avessi scelto questa strada mi sarei messo in aspettativa, quindi la presunta incompatibilità era una questione del tutto pretestuosa. Così, una parte dei Ds più vicina alla Cgil cominciò a lavorare per sostenere l’idea di candidarmi, senza riuscire però a sbloccare la situazione.
Il mio primo contatto al vertice fu con Mario Loizzo, l’attuale presidente del Consiglio regionale della Puglia, che all’epoca era consigliere regionale. Mi invitò a mangiare una pizza a Gioia del Colle, il paese di mia madre, e sapevo bene che non si sarebbe parlato di calcio.
Andò subito al dunque: «Ma tu davvero ti candideresti?».
«Io non ci avevo neppure pensato» risposi francamente, per l’ennesima volta. «Ma a questo punto, con tutto l’entusiasmo suscitato, come si può uscirne facendo un passo indietro? Rischiamo di dare una delusione a un sacco di gente.»
«Miche’, lo sai che è impossibile vincere, non ce la farai mai» mi fece notare. Secondo lui, al massimo, per non deludere gli elettori e i militanti avrei potuto candidarmi, prendendo un anno sabbatico per dedicarmi alla campagna elettorale, in vista di una sconfitta onorevole nella migliore delle ipotesi. Ma c’era una controindicazione: quando fossi tornato alla magistratura, non sarei più stato destinato a Bari, perché non è permesso rientrare nello stesso posto dove ci si è candidati. Non sarei andato da nessuna parte, in politica, e in compenso rischiavo di dovermene andare chissà dove come «penitenza» per un tentativo senza speranza.
Non era affatto un quadro allettante, ma capivo che non lo dipingeva per spaventarmi. Era sincero.
«Mario» risposi, tranquillo, in uno di quegli indimenticabili momenti alla Clint Eastwood che a volte la vita ti regala, «guarda che, se io mi candido, le elezioni le vinciamo.»
Rimase interdetto per un secondo, poi scosse il capo: «Miche’, non è così facile, il centrodestra in questo momento ha un consenso altissimo».
Secondo i sondaggi, il sindaco uscente di Bari, Simeone Di Cagno Abbrescia, era al 65-70 per cento. Imbattibile.
Per la terza volta pensai che sarebbe stata davvero una bella partita. E quella sera, mentre tornavo a casa da una cena che avrebbe dovuto dissuadermi, fu la prima volta che presi seriamente in considerazione l’idea.
Pochi giorni dopo, una mattina, accadde qualcosa di imprevisto.
Uno scontro pericoloso
Raffaele Fitto mi aveva scritto una lettera aperta sul giornale. Da cittadino, aveva avuto cura di specificare, e non nella sua veste istituzionale. Era un politico di centrodestra e non era chiaro in che modo potesse interessargli la selezione del candidato di centrosinistra, ma avanzava le stesse critiche che piovevano dall’altra parte della barricata politica: che io ero magistrato e non era corretto candidarmi; che in questo modo stavo creando problemi.
Il problema, più che altro, ora lo avevo io, e ne ero preoccupato. Un magistrato che viene frontalmente attaccato dal presidente della Regione rischia di trovarsi nella cosiddetta situazione di «incompatibilità ambientale», in cui è incolpevole, non gli si può contestare nulla, però può venire trasferito, con la motivazione che la sua permanenza nella sede di servizio crea un vulnus alla funzione.
Siccome conoscevo le regole, la prima cosa che feci fu chiedere il trasferimento alla procura di Terni o a quella di Cremona, per andare il più lontano possibile, bloccando così l’apertura di una eventuale procedura di incompatibilità ambientale: quando un magistrato chiede il trasferimento, non è possibile trasferirlo d’ufficio.
La situazione, però, stava diventando sempre più tesa.
La stampa martellava incessante. I miei sostenitori si facevano ogni giorno più entusiasti. Fui invitato a una grande assemblea del partito in cui erano presenti centinaia di persone. Ero lì, seduto in prima fila, come il classico «elefante nella stanza»: la mia candidatura era sulla bocca di tutti, però non se ne poteva parlare perché il centrosinistra non aveva ancora preso alcuna decisione. Ma tutta quella gente era venuta nella speranza che il segretario cittadino del partito, Antonio Ciuffreda, finalmente annunciasse che i Ds avevano sciolto la riserva e che quindi forse avevano trovato un candidato. La stragrande maggioranza dei presenti era composta da miei sostenitori. Li sentivo: un blocco teso e compatto alle mie spalle. Ero teso anch’io. Quando a un certo punto Ciuffreda, parlando di sanità, citò il cosiddetto «sistema emiliano», facendo riferimento all’Emilia Romagna, la tensione si sciolse in un applauso scrosciante, con una punta di ironia: finalmente si stava parlando di Emiliano! In realtà durante quell’assemblea non si decise nulla e da non-candidato me ne uscii.
Poi arrivò la seconda lettera aperta di Fitto, sempre come semplice cittadino, beninteso. Stavolta mi accusava addirittura di disonorare la toga, di abusare del mio ruolo. Era davvero troppo.
Avevo sempre adempiuto al mio dovere, vivevo da anni sotto scorta, ero scampato alle trame di gente pronta a uccidermi per il lavoro che svolgevo per il bene di tutti, destre e sinistre. Ora, solo perché la mia città desiderava vedermi candidato a sindaco, dovevo sentirmi dire che «disonoravo la toga»?
Fu la classica goccia. Presi carta e penna e risposi con una lettera altrettanto aperta. Evidentemente, scrissi a Fitto, la sua esperienza politica, superiore alla mia, gli consentiva di capire meglio di me che la cittadinanza riteneva potessi essere un buon sindaco. La sua insistenza, dunque, mi convinceva «che erano stati moltissimi baresi, parlando tra loro e con me e pronunciando spesso la parola “magari”, ad offrirmi quella candidatura».
Il centrosinistra non aveva ancora deciso? Peccato: io sì. Per l’entusiasmo che percepivo attorno a me, per la speranza che sentivo di poter raccogliere ed esprimere, io ero già il sindaco di Bari, dichiarai. Dunque, avevo deciso di mettermi in aspettativa e di candidarmi. Cominciava il novembre del 2003 e con esso una campagna elettorale tutt’altro che ovvia.
Come previsto, i Ds non si precipitarono a incoronarmi come loro prescelto. L’uomo che avevano in mente era in realtà il presidente della Provincia uscente, un politico affermato e di notevole successo, Marcello Vernola, che era stato capace di battere Antonio Matarrese alle elezioni provinciali. Non mi volevano in campo, a scombinare la formazione che avevano immaginato, ma io ormai in campo c’ero e la mia partita l’avrei fatta, e avrei preferito farla insieme a loro.
Mi imbarcai comunque in un inizio di campagna elettorale solitario e squattrinato, senza stipendio dato che ero in aspettativa e con l’aiuto dei genitori, come fossi tornato ragazzo. Fu una partenza meravigliosa, piena di partecipazione e di giovani: mi sentivo di nuovo sotto esame, come non mi capitava da anni, ma in senso positivo, motivante. Ero arrivato a un momento della mia vita in cui pensavo che il mio modo di mettermi a disposizione della città doveva cambiare, che con i partiti e i movimenti potevo contribuire a rimettere Bari in cammino. Finora, da magistrato, avevo sempre fatto le domande. Da oggi cominciavano a farmele gli altri, i cittadini. Dovevo preparare in fretta ottime risposte. Scrivemmo un programma partecipato, dal basso, creando dodici forum programmatici, rimuovendo le incrostazioni ideologiche per far emergere la realtà dei problemi, dei percorsi da imboccare, e dare centralità alle necessità dei baresi.
Furono giorni di grandi camminate, insieme a un pugno di volontari, in giro per la città a raccogliere a piene mani malcontento e desideri insieme, incontrando ovunque gruppi di sostenitori fiduciosi. Sentivo ogni sera il peso della loro speranza come una responsabilità enorme e nello stesso tempo come uno sprone ad alzarmi ancora prima il mattino dopo, a vincere, a qualsiasi costo. Un giorno un uomo anziano mi avvicinò e stringendomi un braccio mi mormorò: «Per favore, non mollare».
Non mollai.
Di fronte a una simile spinta popolare, che continuava a crescere, i Ds dovevano in qualche modo sbloccare la situazione, e ci volle Piero Fassino. Mi ricevette in una suite del suo albergo e lì mi annunciò che dopo un’attenta analisi avevano deciso di accettare la mia disponibilità a essere candidato del centrosinistra. Gli fui grato di aver dissipato una tensione durata mesi, mi sembrò che si allentasse una morsa. Ricordo con affetto che, all’inizio della campagna elettorale, tornò a Bari per assistere al mio comizio inaugurale, il primo della mia vita su un palco, in un quartiere chiamato Libertà, il mio.
Se mai avevo avuto dubbi, ora che la squadra era ricompattata avevo solo certezze. Potevamo vincere.
Uno dei nostri avversari in questa campagna elettorale era di natura non politica: gli Europei di calcio. Si sa che in occasione delle grandi competizioni internazionali in Italia le priorità calcistiche tendono a soverchiare tutte le altre, e noi temevamo che la gente si distraesse dal nostro programma, dalla nostra proposta. Facemmo di quel rischio una grande opportunità, inventandoci lo spot «Metti a Cassano», destinato a diventare un tormentone in tutta Italia.
I pugliesi, infatti, dalle prime partite impazzivano perché Trapattoni non schierava Antonio Cassano, barese, orgoglio cittadino, e di fronte alle difficoltà dell’Italia in un match tutti invocavamo la sua entrata in campo gridando, sia in privato sia davanti a ogni telecamera disponibile: «Metti a Cassano!». Il nostro spot, che durava quaranta secondi, mostrava quindi un gruppo di cittadini disperati che invocavano «Metti a Cassano!» davanti al televisore, e si concludeva con un: «Questa volta decidi tu chi mettere in campo. Vota Michele Emiliano». Fu una bomba atomica, come accade quando si riesce a far capire ai cittadini che la politica è lì con loro, non lontano in qualche stanza dei bottoni.
Tutta la campagna fu il frutto del rapporto meraviglioso che avevo instaurato con uno studio creativo del tutto sconosciuto, ragazzi giovanissimi che non avevano mai lavorato con la politica. Si chiamavano Proforma e sarebbero diventati una delle agenzie di comunicazione politica più importanti d’Italia dopo che, nel 2013, li consigliai a Matteo Renzi. Volevo che lui facesse una bella campagna elettorale e speravo che questi ragazzi facessero strada. Così fu, e oggi fanno campagna elettorale contro di me, ma questa è la regola del gioco: io li ricordo in anni divertentissimi, di campagne capaci di arrivare davvero al popolo, così come ci arrivavo a piedi, percorrendo ogni strada, bussando a ogni porta, per un lungo inverno e una lunga primavera.
Fino al 12 giugno 2004.
2
Io, il sindaco
13 giugno 2004
Non c’era mai stato, a Bari, un sindaco di sinistra eletto dal popolo. Nella storia della città avevano governato per l’intero mandato il socialista Francesco De Lucia e un sindaco Pds, Pietro Leonida Laforgia, entrambi eletti con coalizioni di sinistra ma grazie a decisioni prese in Consiglio comunale, alla vigilia del passaggio nel 1993 all’elezione diretta del sindaco. Da quella data, c’erano stati solo primi cittadini di destra.
Il 13 giugno 2004, quindi, per la sinistra barese fu una sera di tripudio.
Nel quartier generale di via Re David al numero 15 la festa era cominciata presto, il risultato dello spoglio era stato da subito molto netto, con una distanza notevole tra me e il mio principale avversario, Luigi Lobuono di Forza Italia. I numeri piovevano da ogni parte ed eravamo presi d’assalto dai media, tanto che facevo fatica a seguire l’evolversi della situazione. Così, quando un giornalista mi chiese di commentare il risultato della mia lista civica, risposi tranquillo, in diretta, che ero contentissimo di quella che si prospettava come una grande vittoria della coalizione, ma che per la lista «Emiliano per Bari» avrei desiderato un risultato migliore. Non feci in tempo a notare il suo sguardo sgomento, e proseguii: «Solo l’1,8 per cento… Mi aspettavo molto di più, lo ammetto».
A quel punto però notai l’espressione che aveva sul viso. Mi chiese, con una mezza risata incerta, se stessi scherzando.
Nella fretta, avevo visto una virgola che non c’era. Eravamo al 18 per cento. E di sicuro il mio cervello aveva automaticamente inserito quella virgola perché nessuno avrebbe mai potuto immaginare un risultato s...