Epilogo
Storia e libertà
Nell’Amleto di Shakespeare, l’eroe è un uomo virtuoso, giustamente sconvolto dall’ascesa improvvisa di un sovrano malvagio. Braccato dalle visioni, sopraffatto dagli incubi, solo, senza affetti né interessi, sente di dover ricostruire il suo senso del tempo. «Il tempo è scardinato» dice. «O sorte maledetta, che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto!» Il nostro tempo è senz’altro fuori dai cardini. Per un verso abbiamo dimenticato la storia e, se non stiamo attenti, per un altro la trascureremo. Se desideriamo rinnovare il nostro impegno per la libertà, dovremo rimettere in sesto anche noi il senso del tempo.
Fino a poco tempo fa, eravamo convinti che il futuro non avrebbe riservato niente di nuovo ma avrebbe solo confermato il presente. I traumi del fascismo, del nazismo e del comunismo sembravano distanti e sempre meno rilevanti. Ci siamo permessi di accettare la politica dell’inevitabilità, il senso che la storia potesse muoversi solo in una direzione: verso la democrazia liberale. Dopo la fine del comunismo nell’Europa dell’Est, tra 1989 e 1991, ci siamo imbevuti del mito della «fine della storia». E, nel farlo, abbiamo abbassato le difese, posto un freno all’immaginazione e aperto la strada proprio al genere di regimi che – dicevamo a noi stessi – non sarebbero ritornati mai più.
Certo, a prima vista la politica dell’inevitabilità sembra simile alla storia. I politici dell’inevitabilità non negano l’esistenza di un passato, di un presente e di un futuro. Tengono perfino conto delle diverse coloriture delle epoche lontane. Tuttavia, dipingono il presente semplicemente come un passo verso un futuro già noto, caratterizzato da crescente globalizzazione, razionalità più profonda e maggiore prosperità. È ciò che si chiama teleologia: una narrazione del tempo che porta a una determinata meta, di solito desiderabile. Anche il comunismo, promettendo la realizzazione certa di un’utopia socialista, offriva una teleologia. Quando quella storia andò in pezzi, circa venticinque anni fa, noi traemmo la conclusione sbagliata: invece di rifiutare le teleologie immaginammo che la storia vera fosse la nostra.
La politica dell’inevitabilità è un coma intellettuale autoindotto. Finché c’era una competizione tra il sistema capitalista e quello comunista ed era ancora viva la memoria del fascismo e del nazismo, dovevamo prestare un po’ di attenzione alla storia e preservare le idee che consentivano di immaginare futuri alternativi. Tuttavia, una volta accettata la politica dell’inevitabilità, noi abbiamo dato per scontato che la storia non avesse più alcuna importanza. Se tutto nel passato è governato da una tendenza già nota, non c’è bisogno di conoscere i dettagli.
L’accettazione dell’inevitabilità soffocava il modo in cui parlavamo di politica nel XX secolo. Ha soffocato il dibattito politico e, tendenzialmente, generato sistemi partitici in cui una formazione difendeva lo status quo mentre l’altra ne proponeva la totale negazione. Abbiamo imparato a dire che non c’è «alternativa» all’ordine fondamentale delle cose, una sensibilità che Leonidas Donskis, teorico politico lituano, ha definito «male liquido». Una volta data per scontata l’inevitabilità, anche la critica è diventata scivolosa. Quello che appariva come analisi critica partiva dal presupposto che lo status quo non si potesse cambiare e, quindi, indirettamente lo avvalorava.
Alcuni criticavano il neoliberismo, il senso che l’idea del libero mercato abbia in qualche modo eliminato tutte le altre. È abbastanza vero, ma in realtà l’uso di quella parola corrispondeva a un atto di sottomissione davanti a un’egemonia inalterabile. Altri critici parlavano del bisogno di disruption, prendendo in prestito il termine dall’analisi delle innovazioni tecnologiche. Applicato alla politica, tuttavia, implica che nulla può veramente cambiare, che il caos che ci eccita alla fine sarà assorbito da un sistema autoregolato. Il tizio che corre nudo su un campo da calcio interrompe il gioco, certo, ma non ne cambia le regole. L’intera nozione di disruption è qualcosa di adolescenziale: presuppone che dopo che i ragazzi hanno combinato un guaio, arriveranno gli adulti a sistemare le cose.
Ma non ci sono adulti. Questo pasticcio è tutto nostro.
L’altro modo antistorico di considerare il passato è la politica dell’eternità. Come la politica dell’inevitabilità, quella dell’eternità mette in scena una finzione di storia, anche se di tipo diverso. Tiene al passato, ma in modo egocentrico, privo di qualsiasi interesse vero per i fatti. Ha un atteggiamento nostalgico verso alcuni momenti della storia, episodi che in realtà non sono mai accaduti in epoche che, di fatto, erano disastrose. I politici dell’eternità ci presentano il passato come un vasto cortile avvolto dalla nebbia, pieno zeppo di indecifrabili monumenti alle vittime della nazione, tutti ugualmente distanti dal presente, tutti ugualmente accessibili alla manipolazione. Ogni riferimento al passato sembra implicare un attacco alla purezza della nazione da parte di un nemico esterno.
I populisti nazionalisti sono politici dell’eternità. Il momento storico cui preferiscono far riferimento è l’epoca in cui le repubbliche democratiche sembravano sconfitte e i loro rivali nazisti e sovietici senza freni: gli anni Trenta. I sostenitori della Brexit immaginavano uno Stato-nazione britannico, anche se una simile entità politica non è mai esistita. Ci fu un impero britannico e in seguito ci fu la Gran Bretagna membro dell’Unione Europea. La separazione dalla UE non è un passo indietro per tornare su un terreno sicuro, ma un salto verso l’ignoto. Stranamente, quando i giudici hanno detto che per la Brexit era necessario il voto parlamentare, un tabloid inglese li ha definiti «nemici del popolo», un’espressione stalinista degli anni Trenta. In Francia, il Fronte Nazionale spinge gli elettori a rifiutare l’Europa in nome di un immaginario Stato-nazione dell’anteguerra. Ma la Francia, come la Gran Bretagna, non è mai esistita senza un impero o un progetto europeo. I leader di Russia, Polonia e Ungheria si muovono verso un’analoga immagine radiosa degli anni Trenta.
Nella campagna elettorale del 2016 il presidente Trump ha usato lo slogan «America First», lo stesso nome di un comitato creato allo scopo di impedire che gli Stati Uniti si opponessero alla Germania di Hitler. Il consigliere strategico del presidente promette una politica «entusiasmante come gli anni Trenta». Qual è esattamente l’epoca a cui vuol tornare il presidente quando declama il suo slogan «Make America great again» (Rendiamo di nuovo grande l’America)? Suggerimento: quel «di nuovo» non è mai esistito. Il presidente in persona ha descritto un cambio di regime stile anni Trenta come la soluzione ai problemi del presente: «Sapete come si risolve la situazione? Quando l’economia collassa, quando il Paese va in malora e ogni cosa è un disastro». Quello di cui abbiamo bisogno, pensa, sono «sommosse per tornare a dove stavamo di solito quando eravamo ancora grandi».
Nella politica dell’eternità, la seduzione di un passato mitizzato ci impedisce di pensare ai futuri possibili. L’abitudine di soffermarsi sul ruolo di vittime svigorisce l’impulso all’autocorrezione. Se la nazione è definita dalle sue virtù innate invece che dal suo potenziale futuro, allora la politica si riduce a una discussione su ciò che è bene e su ciò che è male, invece di occuparsi delle soluzioni possibili a problemi reali. Il fatto di essere in uno stato di crisi permanente produce un senso di emergenza continuo; pianificare il futuro sembra un’impresa impossibile, se non addirittura un atto di slealtà. Come possiamo anche solo pensare alle riforme quando il nemico è sempre alle porte?
Se la politica dell’inevitabilità è come un coma, la politica dell’eternità è come un’ipnosi: fissiamo il vortice turbinante del mito che si ripete ciclicamente finché non cadiamo in trance, e a quel punto facciamo qualcosa di orrendo che qualcun altro ci ordina di fare.
Il pericolo che ci troviamo ad affrontare oggi è una transizione dalla politica dell’inevitabilità a una politica dell’eternità, da una sorta di repubblica democratica naïf e imperfetta a una specie di oligarchia fascista confusa e cinica. La politica dell’inevitabilità è estremamente vulnerabile al genere di trauma che ha appena ricevuto. Quando qualcosa manda in frantumi il mito, quando il nostro tempo viene scardinato, tentiamo faticosamente di trovare altri modi per dare un ordine a ciò che sperimentiamo. La strada più facile per farlo conduce direttamente dall’inevitabilità all’eternità. Se prima credevate che alla fine tutto sarebbe sempre andato bene, vi lascerete convincere del fatto che alla fine niente andrà bene. Se prima non facevate nulla perché ritenevate che il progresso fosse inevitabile, allora potete continuare a non far nulla perché pensate che il tempo proceda in cicli che si ripetono.
Entrambe queste posizioni, inevitabilità ed eternità, sono antistoriche. A contrapporsi alle due una sola cosa: la storia medesima. La storia ci permette di vedere schemi e di formarci opinioni. Delinea le strutture all’interno delle quali possiamo perseguire la libertà. Ci rivela l’esistenza di momenti singoli, ciascuno diverso dall’altro, nessuno interamente unico. Comprendere uno di tali momenti significa rendersi conto della possibilità di crearne collettivamente altri. La storia ci consente di essere responsabili: non per tutto, ma per qualcosa. Il poeta polacco Czesław Miłosz riteneva che una siffatta concezione di responsabilità servisse a contrastare l’isolamento e l’indifferenza. La storia ci offre la compagnia di coloro che hanno fatto e che hanno sofferto più di quanto non abbiamo fatto e sofferto noi.
Abbracciando la politica dell’inevitabilità, abbiamo cresciuto una generazione priva di storia. Come reagiranno questi giovani, ora che la promessa dell’inevitabilità è stata infranta in maniera tanto evidente? Forse scivoleranno dall’inevitabilità all’eternità. Dobbiamo sperare, invece, che possano diventare una generazione storica, rifiutando le trappole dell’inevitabilità e dell’eternità che le generazioni più anziane hanno posato davanti a loro. Una cosa è certa: se i giovani non cominceranno a fare la storia, i politici dell’inevitabilità e dell’eternità la distruggeranno. E per fare la storia i giovani dovranno conoscerla, almeno in parte. Questa non è la fine ma un inizio.
«Il tempo è scardinato. O sorte maledetta, che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto!» Questo dice Amleto. Poi, però, conclude: «Ma avanti, andiamo assieme».
Indice
Prologo. Storia e tirannia
I. Non obbedite in an...