
- 200 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il commerciante di bottoni
Informazioni su questo libro
Quando ha conosciuto Piero Terracina, ebreo romano sopravvissuto ad Auschwitz, Erika aveva solo quattordici anni. Ma nel volto di quel vecchio signore ha saputo vedere qualcosa di importante. Qualcosa che non poteva andare perduto. Giorno dopo giorno il loro legame si è fatto più forte. Prima con le lettere, poi con le domande occhi negli occhi. Le speranze di Erika, il suo desiderio di capire si sono intrecciati ai ricordi di Piero e alla memoria dell'Olocausto, dando vita a un'amicizia che va oltre il tempo e le generazioni.
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Informazioni
eBook ISBN
9788858687444VII
Entro nella mia camera, decisa a sistemare una volta per tutte la mensola piena di libri e quaderni che incombono sopra la scrivania.
Ne vedo qualcuno in bilico, pronto a lanciarsi nel vuoto, attratto dal fascino della vertigine, obbediente alla forza di gravità.
Poi la vedo.
La cartellina rossa gonfia di lettere fino a scoppiare che tentavo di appiattire sotto i vocabolari di greco e latino.
La sfilo dalla pila di libri, attenta a non far cadere qualche altra cosa.
Mi siedo per terra e la apro sulle gambe, ansiosa di ritrovare le buste bianche delle sue belle lettere.
Due anni della nostra amicizia messi su carta dalla sua grafia gonfia e disordinata.
Mi basta un attimo per ricordarmi com’è dolce il suo tratto pesante.
Le spargo sul pavimento e cerco la prima, quella che ha dato inizio a tutto, che ho aspettato dal momento in cui ho spedito la mia. Mi ricordo come fosse ieri quando l’ho vista sbucare dalla cassetta della posta e sono corsa in casa, emozionata.
Finalmente la trovo, mi allungo e la leggo ancora, eccitata come se l’avessi tra le mani per la prima volta.
Roma, 31 agosto 2000
Cara Erika,
tu non immagini quanto mi ha fatto piacere ricevere la tua lettera. Sapere che ci sono giovani, anzi giovanissimi, quale tu sei, che tengono accesa la fiamma della memoria dei fatti più atroci che hanno segnato la storia dell’ultimo secolo mi conforta e dà un senso a quello che, insieme ai pochi superstiti, cerco di fare.
Vedi, noi testimoni siamo ormai vicini al traguardo della vita, siamo tornati in pochi dall’inferno e siamo sempre meno; ci guardiamo intorno e ogni tanto qualcuno non risponde più all’appello. Quello che stiamo facendo con tanta fatica, avvicinare più gente possibile, testimoniare e far conoscere quello che è stato, è diventata una corsa contro il tempo. Abbiamo quindi bisogno di nuovi testimoni che non possono essere altri che coloro che hanno letto, si sono documentati, hanno ascoltato le testimonianze di chi ha vissuto quei tragici eventi, li hanno fatti propri e li raccontano agli altri come se essi stessi li avessero vissuti.
Così si tramanda la memoria ed è importante perché se non si conosce il passato questo può tornare. Se pure non contro gli ebrei, ma contro altre minoranze, il morbo di Auschwitz che ha contaminato gli uomini, come diceva Primo Levi, ogni tanto si ripresenta.
Fai bene a insistere con gli altri ragazzi che non vogliono sapere; inconsapevolmente essi creano le condizioni perché il passato ritorni. Non ricordo chi lo ha scritto ma la frase mi è rimasta impressa e la cito a memoria: “Per commettere i crimini più atroci non occorrono grandi personalità assassine, basta un popolo che sta dietro la finestra, che guarda e non vede.”
È un po’ quello che accadde in Italia nel ’38 con l’emanazione delle leggi razziali. Tutti sapevano, ma la cosa riguardava gli altri e, in quel momento, gli altri eravamo noi ebrei. Fu allora, fu nel ’38 che iniziò la discesa nell’abisso di Auschwitz. Giorno dopo giorno, oggi una legge, domani un’altra, ci avvicinavamo sempre più alle camere a gas e ai forni di Auschwitz.
Tutti gli altri argomenti sui quali chiedi il mio parere sono molto complessi e richiedono da parte mia una riflessione. Tornerò su questi argomenti. Mi chiedi se ho scritto qualche libro. No, non l’ho fatto perché ritengo che la grandissima parte degli autori che hanno affrontato l’argomento l’abbia fatto molto meglio di quanto avrei potuto fare io.
A presto allora; intanto ti ringrazio e ti abbraccio forte,
Piero
Auschwitz è lontana, eppure segna in un certo senso anche la mia vita.
Quando conobbi la realtà dello sterminio, mi sembrò assurdo che si fosse arrivati a tanto.
Avevo undici anni, ma non dubitai mai che fosse vero. Negli anni che seguirono non riuscii a separare i miei pensieri dalla Shoah. Nessun libro aveva le risposte che cercavo, niente mi bastava.
Poi è arrivato Piero, e ha dato una sembianza al dolore che vedevo e leggevo.
Mi ha resa capace di superare l’ossessione e tornare a guardare la realtà in modo diverso.
Il bambino che a quindici anni ha visto l’orrore mi ha aiutata a vivere senza il peso dell’incomprensione.
Roma, 2 settembre 2000
Cara Erika,
allora, eccomi di nuovo da te dopo quel momento di riflessione che ti avevo chiesto. Perché dici che ti sembra di aver avuto troppo dalla vita?
Tu devi vivere la tua vita e vivere tutte le gioie che ti può offrire e alle quali hai pienamente diritto. Non guardare che non è stato così per tutti e non lo sarà mai. L’essenziale è avere la coscienza a posto, guardarsi intorno e offrire la propria solidarietà a chi è in difficoltà.
Non puoi e non devi farti carico dei mali del mondo.
È difficile parlare di Auschwitz, che non faceva parte di questo mondo. È vero, era difficile pensare al futuro, si viveva momento per momento.
La domanda che ci si poneva al mattino era: ce la farò ad arrivare a sera?
Si andava avanti senza pensare al futuro, che non c’era. Oltre al futuro ci avevano rubato anche il nostro passato e il nostro nome, che era stato sostituito da un numero. Anche il ricordo dei nostri cari era affievolito dalla lotta per sopravvivere.
E ora cerco di rispondere alla tua riflessione, la più difficile a cui rispondere: si può ancora credere in Dio dopo Auschwitz?
Io sono credente, vuoi per l’educazione ricevuta, vuoi per l’ambiente in cui sono cresciuto, vuoi per convincimento personale che matura inconsapevolmente.
Qualcuno ha detto: “Per un credente se si perde Dio il mondo diventa vuoto, disperato, privo di valori e speranze.” Proprio il mondo di Auschwitz, dove Dio non c’era.
Ma lì Dio non c’era perché non c’era l’uomo. Non erano certamente uomini gli aguzzini, ma non erano uomini neppure le vittime, che ridotte a puro e solo stato di bisogno avevano perso l’essenza, la dignità di esseri umani.
Certo, me ne rendo conto, la mia risposta non può essere esaustiva.
Potrebbe forse rispondere un teologo o un filosofo, e io non sono né l’uno né l’altro. Mi farà piacere conoscere le tue riflessioni su questo argomento.
Scrivimi ancora, cercherò di risponderti sempre nel più breve tempo possibile anche se il tempo che ho a disposizione non è molto, anche perché io ancora lavoro… nel tempo libero.
Ciao, Erika, ti abbraccio,
Piero
“Soltanto in apparenza sopravvivono i sopravvissuti.” Parlai a Piero del suicidio di Primo Levi, che aveva conosciuto fin dai tempi della prigionia.
Ne abbiamo parlato tante volte, in questi anni.
Ne abbiamo parlato qualche mese fa, quando anche Davide Di Veroli ha scelto di andarsene così.
Roma, 23 settembre 2000
Cara Erika, scusami tanto se non ho risposto prima alla tua lettera.
Il fatto è che finite le vacanze ho ripreso il mio lavoro, che in questo momento mi prende tutto il tempo disponibile. Inoltre ho da svolgere alcuni incarichi extra lavoro che mi prendono altro tempo. E allora il tempo passa e neppure te ne accorgi.
Poi arriva la tua lettera e mi chiedi: ma ti sei dimenticato di me? Ma come potrei? Per me leggere le tue lettere è sempre un piacere, gli argomenti che proponi, le tue riflessioni sono senza dubbio di una persona matura ma tu hai soltanto quattordici anni. Nella tua lettera mi dici, e te ne duoli, del comportamento di alcuni giovani, delle scritte sui muri, del rinascere delle ideologie di morte.
C’è di che preoccuparsi perché potrebbe trattarsi di un nuovo mostro che sta nascendo. Ma io sono ancora fiducioso poiché andando a parlare nelle scuole mi rendo conto che spesso agiscono in quel modo perché sono male educati e non sanno. Noto spesso, quando racconto la mia esperienza, una grande attenzione, molta emozione e anche commozione.
Ho ricevuto anche alcune lettere di ragazzi che mi dicono: ho sbagliato ma io non sapevo, e mi ringraziano.
È vero quello che tu dici: molti ex deportati si sono tolti la vita e alcuni di essi li ho conosciuti, anzi, eravamo amici, per quella sorta di fratellanza nata dal fatto che insieme avevamo vissuto una terribile esperienza.
Perché lo hanno fatto? E chi lo sa? In apparenza erano persone normali, anche felici. Ma chi è uscito da un campo di sterminio non potrà mai essere normale, può fingere di essere normale ma porterà sempre con sé la sua anormalità.
Scusami ancora per il ritardo, scrivimi quando vuoi, spero di incontrarti, magari ci prenderemo un bel gelato insieme ai tuoi genitori.
Ci...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- XXIV
- XXV
- Ringraziamenti