Il solitario
Noi scrittori lavoriamo nelle tenebre,
e come ciechi soppesiamo l’oscurità.
José Saramago
«Stai scrivendo il tuo romanzo?»
«Se tu smettessi di chiedermelo magari sì, lo starei scrivendo.»
«Vuoi farmi venire dei sensi di colpa?»
«Ne abbiamo già parlato, eri d’accordo.»
«Secondo me sei scappato per copulare.»
«Scappare presupporrebbe lasciare un posto, non barricarcisi dentro.»
«Sei scappato per copulare?» «Non lo faccio per scappare. Tantomeno lo faccio per copulare.»
«Copuleresti con me se ti prendesse la voglia di copulare?»
«Basta. Basta dolcezze.»
«In che situazione mi hai messo?»
«Torna da tua madre.»
«Chi ti porta da mangiare?»
«Ho fatto la spesa.»
«Scorte per l’inverno?»
«Non devo rendere conto a te.»
«Se non a me, a chi?»
«Ci dev’essere per forza qualcuno con cui parlare, a cui stilare un bollettino?»
«Vuoi star da solo lì dentro?»
«Basta. Dolcezze e resoconti e domande sciocche, vedi che ho fatto bene?»
«Sei uno stronzo.»
Segue una pausa.
«Te ne sei andata?»
«Si è spenta la luce.»
«E allora?»
«Me la riaccendi?»
«Per quale motivo?»
«Non voglio stare al buio.»
Premo il pulsante della luce accanto al citofono.
«A che ti serve la luce? Mica mi stai guardando.»
«Mi fa paura il buio. Mi fai paura tu.»
«Io o il buio?»
«Tutt’e due. Adesso soltanto tu, perché la luce è accesa.»
«Vattene, per favore.»
«Fammi entrare.»
«Sono io che prego te. Ne abbiamo già parlato, eri d’accordo.»
«Quanto durerà?»
«Il frigo è pieno.»
«Non hai le risorse per durare a lungo.»
«Lo vedremo. Non è una gara tra me e te, intesi?»
«Dopodomani è il nostro anniversario di matrimonio.»
«Ah sì?»
«Dopodomani mi aprirai?»
Non dico nulla. Sento che vorrebbe mettersi a piangere.
«Mi fai entrare dopodomani?»
«Potrei ma non voglio.»
«Come passi le giornate? Oltre che a scrivere il tuo romanzo, intendo.»
«Ancora?»
«Non mi pare un argomento da poco.»
«Lascialo stabilire a me.»
«Non è democratico.»
«È finita la democrazia. Per questo sei fuori dalla porta.»
«Sono fuori dalla porta perché vuoi stabilire tu le priorità?»
«È una delle innumerevoli ragioni. Ma non le priorità tra di noi, non è una scaramuccia sentimentale.»
«Ne ha tutta l’aria, però.»
«È una scelta. Una mia scelta. Che ti prego di rispettare.»
Segue una pausa.
«Mi accendi la luce?»
Premo con stizza il pulsante della luce accanto al citofono.
«Grazie. Sei un gentleman.»
«Basta. Sempre a recriminare. Non voglio più niente di tutto questo.»
«Fino a quando non avrai scritto il tuo romanzo, giusto?»
«Lasciami un po’ di tempo. Ne abbiamo già parlato. Eri d’accordo.»
«Non fai che ripetermi le stesse cose.»
«Vedi che ho fatto bene? Anche tu non ne puoi più.»
«Non ne posso più di stare qui fuori. Dopodomani è il nostro anniversario.»
«Lo so.»
«Te lo ricordavi?»
«Certo che me lo ricordavo.»
«Voglio dire, te lo ricordavi prima che te lo ricordassi?»
«Il fatto che ti lasci fuori non cambia niente.»
«Non cambia niente? Io sono qua fuori e tu sei là dentro.»
«Io sono qua dentro perché ne avevamo parlato e mi avevi detto che eri d’accordo. Tu invece non dovresti essere là fuori.»
Si spegne di nuovo la luce. Me ne accorgo dalle due finestrelle quadrate di vetro smerigliato che sormontano la porta. La sento allontanarsi, scendere le scale. Sento il rimbombo dei passi che s’inabissa per i pianerottoli. Mi congratulo con me stesso e col mio stoicismo nascente: l’ho guardata dallo spioncino soltanto per cinque volte. Guardarla troppo potrebbe essermi fatale. Certo che mi manca, mia moglie. So perfettamente che dopodomani cadrà l’anniversario del nostro matrimonio. Rimaniamo sposati, anche se c’è una porta di mezzo. Non ho alcuna intenzione di farla entrare. Il mio isolamento è un fatto che non si deve discutere.
L’indomani torna a suonare il campanello.
«Che c’è?»
«Ciao, mi guardi dallo spioncino quando vieni alla porta?»
«Forse sì forse no.»
«Dovresti entrare in diplomazia.»
«La smettiamo una volta per tutte?»
«Perché?»
«Perché abbiamo già avuto esperienza di tutto questo. L’ironia non mi basta più.»
«Mi avevi giurato che avremmo riso almeno una volta al giorno.»
«Erano i giuramenti della vita di prima.»
«Perché vuoi apparire peggio di quel che sei?»
«Non voglio che tu venga qui.»
«Vuoi che ti dica cosa mi piace di te?»
«Sentiamo.»
«Mi hai sempre fatto dei bei regali di compleanno.»
«Il tuo compleanno cade nel periodo dei saldi.»
Ride e mi spazientisco.
«Domani non ti aprirò.»
«Ma domani è il nostro anniversario.»
«Per l’appunto.»
«Te ne ricordavi però.»
«Ho bisogno di un elettroshock.»
«Perché? Per scrivere il tuo romanzo?»
«Sono arrivato a un punto cruciale per ritrovarmi o perdermi definitivamente. Questo di certo riguarda anche il mio romanzo.»
Segue una pausa.
«Mi accendi la luce?»
«Io non ti guardo dallo spioncino e tu non hai mai avuto paura del buio.»
«Adesso ce l’ho, va bene?»
Le accendo la luce delle scale.
«Il fatto che domani sia il nostro anniversario di matrimonio non conta niente?»
«Dovevo prendere una direzione imprevedibile.»
«Potevamo farlo insieme.»
«Certe cose si fanno da soli.»
«Mi stai guardando dallo spioncino, non è così?»
In effetti la sto guardando.
«Aprimi domani, per il nostro anniversario, e poi non ti disturberò più.»
«Non credo nei manifesti programmatici.»
«A cosa credi?»
«Al romanzo che vorrei scrivere. Anzi, no, detta così suona troppo pomposa. Credo al raccoglimento necessario per tentare di scrivere il mio romanzo.»
«Un po’ di raccoglimento tutto per te?»
«Se proprio hai bisogno di una definizione. Io non ne ho bisogno.»
«Guardi qualche porno ogni tanto?»
«Tiri fuori il sesso come ultima carta?»
«Sono preoccupata. Non riesco a capire come gestisci certe cose là dentro.»
«Ho fatto tabula rasa. Nessun problema di gestione.»
«Non si può fare tabula rasa della propria sessualità.»
«Sei subdola.»
«Sono soltanto una moglie che vuole trascorrere l’anniversario del suo matrimonio insieme al marito.»
«Lo trascorrerai da sola.»
«Perché tutta questa negatività?»
Mi metto a ridere. Una risata cattiva perché ha detto una sciocchezza e voglio infastidirla.
«Vuoi parlarmi almeno del romanzo che vorresti scrivere?»
«Nossignore.»
«Perché?»
«Perché non si fanno pettegolezzi sui libri ancora non scritti.»
«Dunque domani non festeggeremo?»
«Che senso avrebbe?»
«Già. Che senso ha festeggiare Natale o Capodanno?»
«Sì, infatti, che senso ha?»
«Sono molto preoccupata per te.»
«Non si direbbe. Da come parli sembreresti preoccupata unicamente perché ti vengono tolte delle occasioni di svago, delle feste.»
Segue una pausa.
«Se mi accendi la luce e riesco a vedere dove metto i piedi me ne vado.»
L’indomani, nonostante me l’aspetti, e in fondo non abbia fatto altro che prepararmi ad affrontare nel migliore dei modi la situazione, quando mia moglie suona il campanello sobbalzo sulla poltrona come se l’appartamento...