Terza parte
L’AMORE CIECO
14
«Ricordati la cena con Giada. Alle 20.30 in punto da Tazio» Fabio disse a Mattia prima di uscire dallo studio.
«È la terza volta in una settimana che esci con lei. Capisco che è un caso umano e che l’hai voluta assumere per fare un piacere a mio padre e per compiere un’opera di bene, ma...»
«Io invece non capisco perché ti ostini a ignorarla. È una ragazza sensibile e piena di buona volontà, lo dice anche Valeria che è molto dura nei suoi giudizi.»
Suo padre, due giorni dopo averlo colpevolizzato per il comportamento con Emi, si era presentato nel loro studio per segnalare il caso umano di una sfortunata venticinquenne assolutamente bisognosa di trovare lavoro. Valeria, severa assistente ma donna dal cuore tenero, si era accorta all’improvviso di aver bisogno di un’altra segretaria. E Fabio, smanioso di redenzione dopo essere stato complice delle malefatte di Ricky Socci, non aveva esitato un istante ad assumerla.
«Mattia, sto parlando con te. Che cos’hai contro Giada?»
«Niente.» Si accorse subito della ridicola pochezza della risposta. «Non ce l’ho con lei, ma i suoi guai mi provocano la stessa repulsione dei pasticci del tuo ex amico Ricky» aggiunse. «Da due mesi sto male, sono confuso, non so a che cosa aggrapparmi... Dopo la sbronza di quella notte ho perso il controllo della mia vita. Questa è la verità, scusami per il cinismo con cui ho parlato di Giada.»
Sei solo da troppo tempo, Fabio avrebbe voluto rispondergli. Ma questo lo aveva già capito, ed era qui il nodo di tutti i suoi problemi. «Scuse accolte» gli disse. «Stasera sii gentile. Si è accorta del tuo distacco e ne è molto amareggiata. Tengo molto a lei.»
«È evidente. Non ti avevo mai visto tanto interessato a una ragazza» commentò Mattia, sollevato dal poter cambiare discorso. Per quanto fosse amico di Fabio, si sentiva a disagio per lo sfogo di prima.
Mattia uscì dallo studio poco dopo di lui e tornò a casa per prepararsi. Non amava il ristorante di Tazio perché era lì che suo padre lo invitava ogni volta che doveva fargli un predicozzo o un discorso “importante”. E non amava le cene in generale. Alla sera, dopo il lavoro, faceva una doccia, infilava il pigiama e si sedeva in soggiorno a leggere un libro o guardare la televisione nell’attesa che arrivasse il sonno. Se era già uno sforzo dover uscire, ancora peggio era il dover trascorrere un paio d’ore e forse più a farsi rattristare dalle sfortune della nuova segretaria: a differenza dell’amico, conosceva pochi particolari del caso umano.
La saletta era occupata e Tazio lo guidò verso un tavolo poco distante. Fabio e Giada erano già seduti. Sollevato dal volto sorridente di lei, a Mattia venne spontaneo salutarla e comportarsi con il calore richiesto dall’amico. Parlarono di cibo, di oroscopi, di viaggi, di cinema, di televisione. Giada si esprimeva con proprietà e intelligenza.
Nessun accenno ai suoi problemi. E osservandola, a tutto faceva pensare fuorché a un “caso pietoso”. Era anche graziosa: caschetto di capelli neri, lineamenti minuti, occhi piccoli ma vispi, apparteneva a quel tipo di donne che, come Anita, non seducevano con un esplosivo sex-appeal ma conquistavano un poco alla volta.
Dopo i complimenti che aveva fatto per il risotto al radicchio, Tazio si avvicinava spesso al loro tavolo: Giada aveva conquistato anche lui. E Fabio continuava a guardarla inorgoglito: sì, forse era davvero la donna giusta per lui.
Stavano aspettando l’arrivo del carrello con i dolci quando Giada si alzò di scatto. «C’è la mia amica!» Seguendo il suo sguardo, Mattia vide uscire dalla vicina saletta Emi e un uomo sulla quarantina, alto ed elegante.
Anche Emi lo vide. Giada le andò incontro e la strinse in un abbraccio. «Vieni, ti presento i miei datori di lavoro!» le disse poi prendendola per mano e guidandola verso il tavolo.
Fabio si alzò. «Non servono le presentazioni, conosciamo già la tua amica Emi.» Anche Mattia fu costretto ad alzarsi: era turbato e senza parole. «Ciao» riuscì a dirle, dandosi subito del cretino. Che razza di saluto era?
«Bene!» disse Giada festosa. Si rivolse poi all’accompagnatore di Emi, che era rimasto in disparte con un’espressione vagamente accigliata. «Perché non vi sedete con noi? Stiamo aspettando i dolci.»
Tazio sopraggiunse in quel momento. «È una buona idea, Andy» disse rivolgendosi all’uomo. Evidentemente lo conosceva bene. «Tu e la bellissima signorina vi siete persi il mio celebrato spumone allo zenzero. Aggiungo due sedie e torno.»
«La bellissima signorina mi ha rovinato la cena e mi andrebbe di traverso anche lo spumone.» La frase era scherzosa, ma con un fondo di amaro.
Emi intervenne pronta: «Scusate se non l’ho presentato, lui è Andy Perrone, il noto impresario italoamericano. Voleva fare di me una star internazionale del burlesque e due ore non mi sono bastate per fargli capire che mi sopravvaluta».
«Tu hai talento, Emi. Sono capitato per caso nel locale di tuo zio e mi è bastato un quarto d’ora per capire che...»
«Non annoiamo queste persone. Il discorso è chiuso.»
«Allora, Andy, queste sedie le aggiungo?» intervenne Tazio.
«Non per me, grazie.» Si rivolse a Emi. «Ti ho lasciato il mio numero. Sono a Milano fino alla fine di novembre. Se cambi idea, chiamami.»
«Scusate questo intermezzo» Emi disse quando Andy si allontanò accompagnato da Tazio.
Giada lo seguì con lo sguardo. «È un po’ cafone, non ti ha neppure offerto un passaggio...»
«Sono arrivata con la mia macchina e adesso devo andare anch’io perché a mezzanotte ho il mio spettacolo e devo prepararmi.» Dopo un abbraccio a Giada, agitò una mano in segno di saluto. «Ciao» disse infine a Mattia con un sorriso: provocatorio, amichevole?
Tazio tornò al tavolo e la scelta dei dolci, con relative descrizioni, distolse Mattia dal darsi una risposta. Fu Giada, poco dopo, a portare il discorso su di lei. «Come fate a conoscere Emi?» chiese rivolgendosi a Fabio.
«Era amica di un nostro cliente che frequentava il Pizza e club.»
La ragazza parve accontentarsi della breve risposta. «Ha talento davvero! Ma ha anche un cuore grandissimo... Tu non sai quello che ha fatto per me, e non sono la sola persona che le deve tutto.»
«Che cosa ha fatto per te?» chiese Mattia.
Giada guardò Fabio con una espressione esitante. «Abbiamo passato una bella serata, non voglio rattristarti con la mia brutta storia.»
Era stata chiaramente una raccomandazione di Fabio: il mio amico è pieno di problemi, non rattristarlo, facciamogli passare una serata serena.
Ma evidentemente fu Fabio stesso a cambiare idea. «Un anno fa, mentre sua madre era in ospedale, il patrigno l’ha violentata» disse. «Quando la madre è morta, Giada era incinta di due mesi e ha scoperto che quel farabutto, carpendo la fiducia della moglie, aveva prima ipotecato e poi venduto la casa.»
Mattia ascoltò indignato e attonito. «Non l’hai denunciato?» chiese. «Nessuno ti ha difesa?»
«Dopo il funerale lui è sparito, e tre mesi dopo io ho perso il bambino. Ho conosciuto Emi in ospedale, quando è venuta a trovare un’anziana che era ricoverata nel letto accanto al mio. È stata lei a farmi ospitare da don Dino, un prete con il cuore grande come il suo. Ma adesso ho un lavoro, mi sono fatta una ragione di quanto è successo e devo a Emi anche questo. La vita continua e, come dice lei, la mia parte di dolore e di sfortuna l’ho già avuta. Mi dispiace di averti rovinato la serata, Mattia, però adesso che sai tutto mi sento meglio. Posso davvero chiudere con il passato.»
«Mi sento meglio anch’io, Giada...» No, non aveva il monopolio del dolore, era arrivato anche per lui il momento di chiudere con il passato. Fabio lo accompagnò all’uscita del ristorante.
«Hai trovato una brava ragazza» Mattia gli disse.
Salito in macchina, aspettò qualche minuto prima di mettere in moto. Riluttava a tornare a casa. Ogni volta che entrava in una stanza provava lo stesso violento impatto di chi si accorge che è stata svuotata dai ladri. In un certo senso era proprio così: il tempo, la rabbia e la solitudine del corpo gli avevano trafugato vent’anni di ricordi.
Si decise a mettere in moto. Devo cambiare casa come mio padre, pensò mentre si immetteva in via Alberto Mario. Aveva percorso poco più di cento metri quando scorse una macchina ferma con una portiera aperta e un copertone posato sul marciapiede. Rallentò lampeggiando e vide una ragazza accovacciata davanti al bagagliaio. La riconobbe subito: era Emi, con la sua inconfondibile cascata di capelli color fiamma. Frenò dietro l’auto in panne.
«Non ho bisogno di niente, grazie» disse lei con voce imperiosa, sollevando appena la testa.
«Direi proprio di sì» replicò avvicinandosi. Ora ti caccia. No, da Tazio è stata molto cordiale.
Emi si alzò. «Scusa, è la quarta macchina che si ferma.»
«E meno male che questa è una strada poco frequentata!» Non esagerare, non fare lo spiritoso a tutti i costi. «Che cosa è successo alla tua auto?» chiese subito, per sviare una imprevedibile reazione.
«Questa è la mia sera fortunata. Prima le profferte artistiche dell’impresario internazionale, poi un chiodo che chissà come e dove si è infilato nel copertone e ora mi sono accorta che non ho la ruota di scorta.»
«Non bastasse tutto questo, sono arrivato io.»
Non lo scacciò, non gli rispose con una battutaccia.
«Stavo per chiamare un taxi.»
«Posso darti un passaggio io. Carichiamo il copertone nel bagagliaio e domattina, se vuoi, mando il mio meccanico a prendere la macchina» osò proporre, aspettando la risposta con l’ansia di chi aspetta il voto dopo un esame.
«Mi basta il passaggio, grazie. Il problema è trovare lo spazio per il copertone...»
È andata! Mattia non aveva mai visto un’auto tanto allegramente e disordinatamente stipata: triangolo, pile, borsoni, scatole, tutù, calzoncino, corpetti luccicanti, cappellini. C’era persino un proiettore. Sollevò lo sguardo su Emi. «Ti stai preparando per seguire un circo?» rise.
Rise anche lei. «Ci sei andato vicino. La sera di Capodanno i ragazzini di una parrocchia faranno uno spettacolo ispirato proprio al circo. E faremo delle videocassette che poi saranno vendute per beneficenza.»
«È la parrocchia di don Dino?»
«Proprio lui, il prete che ha rifiutato un generoso bonifico. Vedo che hai un’ottima memoria.»
Ora te la fai anche coi preti? La voce sarcastica di Ricky Socci. Era stato il suo amante, perciò non poteva replicare che era un megalomane e un coatto. «Mio padre mi ha parlato molto bene di lui» disse dopo qualche istante di disagio.
Vide il viso di lei rabbuiarsi e si diede dell’imbecille: Emi aveva rifiutato di rivedere suo padre, e con quella risposta si era addentrato in un terreno minato.
Fu lei a portarlo in salvo. «Tutti parlano bene di don Dino. Tornando allo spettacolo della parrocchia, mi viene in mente che non posso lasciare incustoditi i costumi e le attrezzature. Ci sono voluti due mesi per preparare tutto, e se dovessero sparire sarebbe un disastro...»
«Nessun problema, carichiamo tutto nella mia macchina e lasciamo nella tua soltanto il copertone. Se mi dai una mano facciamo prima: è quasi mezzanotte e tra poco devi essere nel tuo locale...»
«Il mio locale stasera è chiuso.» Tornò a sorridere. «Ho preso la scusa dell’esibizione per liberarmi dell’agente e anche perché avevo ritirato prima di cena tutta questa roba e non volevo lasciarla incustodita: la stessa paura che ho adesso.»
«Problema risolto!» esclamò Mattia, tanto sollevato quanto smanioso di rendersi utile. «Domattina mando il mio meccanico a ritirare la tua auto.»
Emi tacque fino a quando, a trasbordi conclusi, Mattia si mise al volante pronto a ripartire. «Non hai niente da espiare» gli disse con voce gentile ma seria.
«Non capisco che cosa...»
«Si dice non capisco quando si è capito benissimo. Tu sei una persona perbene e ti vuoi scusare per come mi hai trattata quando ti sei svegliato a casa mia. Io ti ho trattato ancora peggio, so di essere capace di ferire profondamente, e perciò a mia volta mi scuso. Adesso metti in moto. Il discorso è chiuso e non ne parliamo più.»
«Posso parlarti di me?»
«Il semaforo è giallo, rallenta. No, non puoi. Non mi interessa.»
«Come fai a dirlo, se non sai quello...»
«Di qualunque cosa si tratti, non voglio provare compassione, simpatia, affetto o ammirazione per te.»
«Non ti chiedo niente di questo, anche se tutti parlano del tuo grande cuore.»
«È verde, riparti.»
«Ho scelto di non fare il penalista perché non avrei mai potuto difendere un omicida o un delinquente. Ma fin da ragazzino non ho fatto che giudicare e condannare: mia madre, mio padre, la sua seconda moglie, le donne diverse da mia moglie... come te.»
Emi distolse lo sguardo dalla strada e si girò verso di lui. «Perché mi stai dicendo questo? Te lo ripeto, non mi interessa.»
«Ho reso infelici tutte le persone che ho amato e adesso...»
«Adesso basta, Mattia. Non voglio diventare la t...