Tre donne
23 novembre
Odio i diari ma come una scema ne tengo uno in mano e ci scrivo pure, il problema è dove cavolo nasconderlo, mia madre per fortuna non è curiosa, ma mia nonna sì, una scimmia che ficca il naso dappertutto, anche se non mi denuncerebbe mai, la pensa come me, ma non mi va che legge quello che scrivo, questa è proprietà privata, vietato entrare, via, sciò! ho rotto con un martello la parete che è abbastanza spessa e poi ho chiuso il buco con una lastra di ferro che scivola in su e in giù e si può aprire e chiudere con un lucchetto attaccato a un chiodo dalla testa a occhiello e questo mi basta, poi ci ho appeso un quadro sopra e buonanotte, una abitudine che mi è rimasta da quando ero bambina: un diario, mia madre quando ci sono di mezzo libri o quaderni è sempre lì che mi dice: leggi! scrivi! e io con le mie piccole mani che neanche riuscivano a tenere in piedi una penna, provavo per fare piacere a lei, buttavo giù disegni, ghirigori, e alcune parole con una scrittura da cane ammaestrato, una malattia di famiglia, una sciagurata abitudine che mi ha contagiata come una malattia, ci sono le malattie di famiglia, no? eccomi qui col quaderno in mano, come mia nonna prima e poi mia madre, anche se mia nonna per tanti anni è stata sul palcoscenico e non le piace scrivere, ma parlare sì e così registra i suoi pensieri, un diario sonoro insomma, mio nonno prima di morire pare che scriveva poesie e la incoraggiava a mettere i pensieri sulla carta, mio padre, che è morto di leucemia sui trentotto anni, scriveva pure lui: articoli di sport, così dice mia madre, che io me lo ricordo appena perché è andato via quando avevo tre anni e mia madre è rimasta sola e ha dovuto mettersi a lavorare, e che poteva fare, visto che per lei scrivere e leggere in varie lingue era come respirare? la traduttrice, è chiaro! non poteva fare altro, lavorava e lavora tredici ore al giorno, praticamente si dimentica di mangiare per stare dietro alle parole… il fatto è che la pagano poco e sta sempre in bolletta, meno male che mia nonna guadagna qualcosa con le iniezioni, è così brava che la conoscono in tutto il quartiere e la chiamano da tutte le parti.
Caro François,
proprio poco fa mia figlia Lori mi ha chiesto com’è possibile che ci scriviamo da tanti anni. Tu cosa le avresti risposto? A me sembra naturale, è il nostro modo di parlarci da lontano. Detesto la tecnologia che vorrebbe semplificarci la vita e in realtà ce la complica, o comunque ce la appiattisce rendendola prevedibile e volgare. Non mi piace trovarmi davanti a uno schermo. Uno schermo di vetro, arrogante che si crede onnipotente, incorniciato dall’alluminio che riflette la luce e tiene ben nascosto nel suo corpo ottuso un groviglio di fili che s’intrecciano.
Ma mamma, le mail arrivano nel tempo che tiri un respiro, vuoi mettere con le lentezze della posta! ha commentato mia figlia Lori.
È proprio quello il bello, Lori, la lentezza ha un suo valore nascosto ma profondo: la lentezza del pensiero, la lentezza della parola, la lentezza della scrittura, il grande privilegio di un tempo di sciatte velocità; la lentezza che pianta i suoi semi nella carne, allunga le radici, cresce, si fa foglia, fiore, albero, il respiro dell’universo. Così le ho risposto e so che tu la pensi come me.
Mamma, tu voli troppo alto, stai attenta a non romperti la testa cadendo, fra l’altro sembri molto più vecchia di tua madre che a sessant’anni usa il computer, manda mail a tutto spiano e non sai che fa col telefonino e le chat! Mia figlia vuole avere sempre l’ultima parola.
Se si diverte così, lasciala stare, ho ribattuto, io sono per la libertà.
Ma quale libertà, questa è arretratezza, ha replicato lei, tu vivi in una dimensione letteraria e non sai proprio cosa sia il mondo, forse non l’hai mai saputo, mamma.
Come se il mio lavorare per tenere in piedi la famiglia non fosse stare nel mondo, e prendersi le proprie responsabilità, le ho fatto notare.
A questo punto ha taciuto la ragazzina temeraria, perché sa che senza di me non avrebbe una casa, del cibo in tavola e anche di che comprarsi un motorino e pagarsi i libri per la scuola. Non è un rimprovero, vorrei solo che fosse un poco più consapevole. Ma è piccola, ha solo diciassette anni. Crescerà.
Sto lavorando alla traduzione di Madame Bovary. E sempre di più mi convinco che la persona più umana del racconto è proprio il tartassato Charles, che Flaubert tratta come l’ultimo degli ultimi. Eppure è il solo che sa amare, il solo a soffrire per la morte di Emma, il solo che non la inganna e non la disprezza. Se non fosse così goffo e maldestro, e se l’autore non lo riempisse di ridicolo a ogni pagina, sarebbe un personaggio che si fa voler bene. Quando ci vedremo per Natale voglio leggerti le pagine che ho finito di tradurre. Peccato che in italiano si perdano i suoni delle parole che in un pignolo come Flaubert hanno un senso preciso, direi quasi carnale.
Ho riguardato le fotografie del nostro ultimo viaggio in Egitto, di poco precedenti allo scoppio della primavera araba. Si sentiva un odore nuovo nell’aria e tu l’hai annusato quell’odore di libertà, l’hai capito subito che stava succedendo qualcosa. Peccato che sia finita così male. Ti ricordi quella sera sul barcone-ristorante con i tuoi amici, dopo cena, quando ci siamo affacciati sul Nilo e tu avevi gli occhi scintillanti di gioia? Mi piace quando sei contento. Mi sento subito contenta anch’io. Il fiume scorreva nero e tranquillo, le luci ciondolavano sulle sue acque scure, la città si rifletteva bellissima su quel liquido color caffè e tu hai citato una poesia di Baudelaire, mi ricordo ancora i primi versi, che si sono fissati subito nella mia memoria: Sous une lumière blafarde. / Court, danse et se tord sans raison. / La Vie, impudente et criarde. Abbiamo sentito delle voci lontane e tu hai detto che in quel momento si stava decidendo qualcosa di grandioso: tanti giovani in cerca di libertà e nessuno li avrebbe fermati, ti ricordi? Invece li hanno fermati, maledizione, eccome se li hanno fermati. Ma secondo te il sentimento di libertà è indotto dalla cultura o è innato in ognuno di noi? ti ho chiesto, e tu hai risposto: Anche un uccello in gabbia sa cos’è la libertà pur non potendo spiegarlo.
Stanotte ho sognato che mi chiamavi al telefono e mi dicevi che non riuscivi a dormire perché un uccello ti stava beccando il fegato. Come Prometeo? chiedevo io da scema che legge troppo. E tu, che hai il naso sempre nei libri come me, hai ribattuto che Prometeo in greco vuole dire colui che riflette prima. Ma se avesse riflettuto prima, Prometeo avrebbe davvero rubato il fuoco al dio dei cieli? Mi chiedo quanto ciascuno di noi rifletta prima di agire. Tu per esempio non mi sembri uno che riflette prima, forse durante sì, sei riflessivo, ma l’azione ha bisogno di una certa incoscienza, non credi?, l’azione richiede slancio, determinazione: e se uno riflette prima di agire, che succede? Dubita, rimanda, magari rinuncia. Il che non sarebbe nemmeno un male se l’azione è maligna, ma se l’azione è generosa, perde qualcosa nel riflettere prima? Direi proprio che tu sei uno di quelli che riflettono mentre fanno le cose, non prima, insomma, che usi il pensiero come uno strumento di conoscenza, non come un meccanismo di dubbio. E qui sento la tua voce che dice: Che ne sai? forse sono più riflessivo di quanto pensi. Mi piace la tua voce, François, hai una voce unica che riconoscerei fra mille, una voce profonda e apparentemente opaca, quasi anonima, ma che poi, ad ascoltarla bene, ci senti gli echi dentro che si rompono, si espandono come radici lontane e sbocciano in un incantesimo musicale. Avresti potuto fare l’attore, avresti avuto un grande successo, lo penso davvero. La tua è una voce sensuale, pacata, adatta al sereno ragionamento. Avresti potuto fare il filosofo, o anche lo psichiatra. Con quella voce saresti capace di placare un pazzo furioso. Invece ecco, ti sei buttato nella finanza, ti sei messo a trafficare coi numeri. Lo so che i tuoi colleghi ti considerano un folle intellettuale che mangia libri e scrive di nascosto poesie senza senso, ma sta di fatto che sei prigioniero di quella stupida società e che hai le ferie contate.
Poco fa, rileggendo una tua lettera ho sentito chiara e festosa la tua voce, François, la tua voce che ogni volta mi fa sobbalzare. Soprattutto quando reciti a memoria le poesie che ami tanto: Rimbaud, Baudelaire, Verlaine. Ci sguazzi nella poesia, come direbbe mia figlia Lori, ti ci inzuppi, ne esci fradicio e contento. Mi fai venire in mente quello che racconta un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti in un libriccino di memorie che ho tradotto qualche anno fa.
Verso sera, dopo una giornata terribile di lavoro durissimo nel lager, affamati e disperati, alcuni amici francesi si riunivano nel solo posto in cui i nazisti non andavano: il cesso del campo, un luogo puzzolente e disgustoso, col pavimento di cemento sporco di orina e sangue, un fetore che toglieva il respiro. I bei tenenti delle SS dalla divisa pulita e gli stivali lucidi non amavano quel luogo di dolore e di lerciume. Ebbene proprio lì si riunivano i nostri amici per ascoltare le poesie imparate a memoria quando erano ragazzi. La voce recitante era come un canto, ma un canto sommesso che non si poteva udire fuori dalla porta, un sussurro ritmato, e le poesie miracolosamente davano loro la forza di andare avanti, capisci?, la forza di sopravvivere in quel luogo di tortura e di morte.
Mi ha molto impressionato questa descrizione e credo di avere capito da quel racconto quale forza possano avere le parole quando diventano musica e pensiero: una struggente e commovente strategia di sopravvivenza.
Con tanto amore, tua
Maria
26 novembre
Stamattina ero da Mario che se ne sta rigido sullo sgabello, col camice addosso, mentre mi infila gli aghi sulla schiena, ha gli occhi da gallina, freddi fissi e dorati, il naso gli gocciola, la mano con l’ago elettrico va su e giù seguendo il disegno… mi ha fatto vedere dentro uno specchio come sta venendo il grande serpente piumato del mio futuro: è gonfio, rosso e nero, e soffia dalle narici, come piace a me. Mario si morde le labbra coi denti e lavora, manda un odore di sudore e di caffè, non ci farei l’amore neanche se fosse rimasto il solo uomo sulla terra, ha qualcosa del topo che traffica nei sotterranei, anche se è bravissimo a disegnare sulla pelle della gente. Perché vuoi un drago? mi ha chiesto con quella sua voce di gallina. Perché sì. Ti faccio male? Un poco. Non voglio dargli soddisfazione, il drago sta entrando nella mia pelle, lo sento soffiare e basta così… del dolore, chissenefrega!
Ore 11
Col drago ancora fresco sulla schiena mi sono fiondata da Tulù, stavo per fare un volo di dieci metri perché mi sono distratta a guardare un ragazzo bellissimo che mi passava proprio davanti e col motorino ho preso una buca. Una voragine vuoi dire, Tulù si è messo a ridere quando gliel’ho raccontato, quel coglione, ho dovuto suonare tre volte prima che mi veniva ad aprire, ha girato la maniglia, ha aperto uno spiraglio di porta guardandosi in giro come se si aspettasse la polizia, gli occhi a spillo dalla fessura e il fiato corto, Sono io, apri! Ah sei tu, Lori, dài, entra, ma che hai fatto? sei tutta rossa… mi sfilo il maglione e lui rimane di sasso. Chi te l’ha fatto? Mario il Mago, dico, te lo ricordi che veniva al bar del tennis con noi, ho avuto lo sconto, ti piace? Un sacco, pare vero, è arrabbiato questo drago, a chi vuoi fare paura? A chi mi vuole aggredire di spalle, che dici, com’è? Bellissimo! Allora facciamo l’amore per festeggiare? Prima devo prendere il caffè, ne vuoi anche tu? Ne ho già presi tre, ma vada per il quarto, mi piace guardare Tulù che traffica in cucina, che poi non è una cucina ma un buco che non ci sta neanche un tavolo per appoggiare le cose, per questo tiene sempre aperta la porta finestra che dà sul balcone dove ha appoggiato una cassetta rovesciata che fa da tavolino, il caffè è una ciofeca, glielo dico, ride, per fortuna che ha un buon carattere, l’amore però non lo sa fare, è imbranato, però ha un bel culo, senza peli, nonna Gesuina giudica i caratteri dai culi, me lo dice sempre, facendo le iniezioni a pagamento ne vede tanti di sederi, dice che appena li scopre, capisce tutto: se è a punta, se è peloso, se è sparso di macchie rosse, se facilmente fa la pelle d’oca, se è grinzoso come il collo di un tacchino, se è bello liscio e pieno, insomma dice che i sederi parlano e lei capisce quel linguaggio alla perfezione, il culo di Tulù è bellissimo, morbido ma anche sodo che te lo mangeresti a morsi, però a lui non piace tanto che lo vedono nudo, fa l’amore togliendosi le mutande all’ultimo momento dopo essersi sfilato la camicia con gesti lenti e precisi, la appende allo schienale della sedia, si leva i pantaloni e li piega ben bene e poi li appoggia, senza una grinza, sulla sedia, a lui piacciono le cose lente, fatte con calma: le scarpe, una accanto all’altra, mai impolverate o macchiate, sembrano uscite dal negozio nuove nuove in quel momento, anche il pigiama è bello pulito e stirato, con tutti i bottoni chiusi, come stamattina che evidentemente ancora dormiva quando sono arrivata, Sono le undici e stai ancora a letto? Ho fatto tardi, Lori, oggi non mi va di andare a scuola, Manco a me, E che hai detto a tua madre? Niente, che vuoi che dica, tanto non mi sta a sentire… mi ha visto prendere la giacca e lo zaino e uscire, basta così, non le viene neanche in mente che a scuola non ci vado, che ho un appuntamento con Mario il Mago per farmi disegnare un drago sulla schiena, è tonta mia madre, chissà a cosa pensa, se avessi un lavoro e non dipendessi da lei, non ci rimarrei un momento in quella casa pallosa con mamma e nonna sempre addosso, Tua nonna non faceva l’attrice? Da mo’ che ha smesso, ora fa le iniezioni a pagamento, Niente più teatro? E chi la vuole una vecchia di sessant’anni? Be’, non è che sono poi tanti sessant’anni, anche mia madre ha sessant’anni, ma si veste come una ragazzina e tanti le corrono dietro, Tua madre è tua madre, mia nonna è mia nonna, anche se pure lei ci tiene, non credere, ha rinunciato a recitare, ma più che rinunciato l’hanno cacciata perché non andava alle prove, si innamorava di tutti gli attori con cui recitava, e spesso anche dei tecnici e passava il tempo ad amoreggiare dietro i sipari di scena, be’, però se la vedi quando si mette in ghingheri, sembra una di vent’anni più giovane, è ancora bella mia nonna, se non fosse curiosa come una scimmia e maligna come una volpe, ci starei bene con lei, sa raccontare e poi è spiritosa.
Ore 17
Preso il caffè, fatto l’amore con Tulù, ma così così, non sembra che ne ha molta voglia, ho sentito dire a scuola che gli piacciono i ragazzi, ma sarà, a me sembra solo uno che ha paura di lasciarsi andare e per questo è impacciato, non mi pare gay, è un ragazzo strano, fa l’amore da timido, a occhi chiusi, in fretta e senza dire una parola, a me piace il suo odore di ricotta e camomilla, sembra un bambino appena nato che succhia ancora il latte dalla mamma, mi piace quell’odore e così chiudo gli occhi anch’io e mi sembra di cullarlo: hash-a-bye my baby, / on the tree top / when the wind blows / the cradle will rock… una ninna nanna che mi cantava la nonna quando ero piccola, lei lo conosce bene l’inglese, qualche volta chiacchieriamo e m’insegna qualche parola, parla pure il francese, è una forza, mia nonna, non so come ha fatto a mettere al mondo una svampita come mia madre.
Ore 20
Ridendo ridendo Tulù ed io abbiamo mangiato dei biscotti che sapevano di muffa seduti sul balcone che dà su altri balconi carichi di piante, per fortuna non si vede mai nessuno, ma dico, tu che sei sempre così ordinato, non potresti comprare dei biscotti nuovi? questi sono scaduti! lui ride, farebbe venire i nervi col suo ridere, se non avesse quei bei dentini da gatto, lucidi e puliti, così scintillanti che a volte fa pensare a uno squalo, povero Tulù, così ricco di famiglia e povero di testa, non è che sia scemo, è solo chiuso, chiuso come un riccio e se ti avvicini troppo, caccia le spine, poco prima di godere si è tirato fuori da me perché non vuole mettermi incinta, ha preso uno scottex in cucina, mi ha pulita dal suo seme, ha piegato la carta in quattro e poi ancora in quattro e l’ha cacciata sotto il portacenere sul comodino, che poi lui non fuma e perciò che ci sta a fare quel portacenere, non si sa, forse per bellezza, che dentro ci sta scritto Benvenuti a Capri e c’è il mare dipinto di blu con delle onde bianche spumose e una barchetta piccolissima.
Ore 22
Ecco mi piacerebbe farmi tatuare una barca che va sulle onde alte, mi piace il mare, mi piace correre sulle onde quando è mosso, ma poi ho visto quel drago su un pallone che ballava al vento e ho detto, no, voglio quello, i draghi poi chi sono? Delle creature che ci inventiamo noi, ha risposto Tulù, esistono i draghi? No, Allora da dove vengono? Dalla mia testa, dalla tua, Tulù, solo che tu non ce lo terresti mai un drago nella testa, mi sa che nella capoccia tu tieni degli scaffali ben ordinati con sopra degli orologi, dei libri che nessuno legge ma rilegati e altri portacenere che ti ricordano viaggi mai fatti.
Ore 23
A me poi l’amore la mattina non mi piace, c’è sempre quel sapore di saliva vecchia e i capelli che sanno di cuscino sudato, ma due che si conoscono da anni, che sono compagni di scuola, che si raccontano i fatti loro, cosa possono fare di prima mattina in un giorno palloso e senza sorprese? fanno l’amore, non sta scritto da nessuna parte, ma si fa e basta, forse perché non c’è altro da fare, dopo si prende il caffè e poi la doccia e alla fine Tulù si siede avvolto nell’asciugamano e mangia uno yogurt, ma che sia magro, dice, perché lui ci tiene alla linea, e prende tutto al negozio bio, una gioielleria la chiama mia nonna, perché lì dentro una carota più storta che dritta te la fanno pagare tre euro, ti pare possibile?
2 dicembre
Ore 16
Pronto, pronto, pronto… uno, due, uno, due, tre… tse, tse… ti sei messo in moto, stupidissimo registratore? Uno, due, uno due, pronto, pronto, pronto? Più piccolo di così non potevi essere. Ti ho scelto perché eri maneggevole, facile da tenere in tasca, che quando mi va ti accendo, ma non devi farmi penare. Cosa c’è, si è consumata la batteria? No, ecco, ora si è acceso, ma che lentezza registratorino mio! Allora, siamo pronti? Che cazzo di giornata! Ho dormito male, mi sono alzata tardi. Quando sono andata dal fornaio per un cornetto caldo, c’era un sacco di gente e ho dovuto aspettare. Simone era al banco, sudato per i gesti rapidi con cui doveva tirare fuori il pane dallo scaffale, incartarlo, prendere i soldi, dare il resto, tirare fuori un altro filone, aprire un’altra busta, cacciare dentro il pane, prendere i soldi e così via. Quando mi ha visto mi ha sorriso, ma un sorriso storto e affaticato. Sembra che oggi abbiano tutti fretta, sgomitano per prendere il pane e portarselo via. In mezzo a quel buon odore di crosta appena sfornata io ci sarei rimasta una giornata intera a guardare i gesti veloci di Simone, le sue braccia nude e muscolose, il suo lungo collo sudato, i suoi capelli ricci che scivolano sulla fronte, le sue belle mani che corrono da uno sfilatino all’altro, la sua bocca dalle labbra rotondette, i suoi occhi grandi e miti. Che stai a fare sempre da quel fornaio? chiede mia nipote Lori che è curiosa e intrigante. Mi piace il fornaio, che male c’è? Mia nipote mi spia, ma io la lascio spiare, è pettegola come una zanzara, ronza ronza e poi ti punge. Ma io la lascio ronzare. Una piccola vampira a dirla tutta ma mi vuole bene, lo so, noi due ci intendiamo, contrariamente a quella svampita di mia figlia. Maria è fragile come un uovo di giornata. Se appena la tocchi, si rompe. Eppure ha la perfezione dell’uovo che è liscio, chiuso e perfetto. Solo che se lo appoggi sul tavolo, rotola via e poi si spacca.
Mia nipote mi capisce, mi sostiene, è complice insomma. L’altro giorno ho fatto venire il fornaio a casa, con la scusa di aiutarmi a portare due chili di pane. L’ho fatto entrare e poi, dietro la porta della cucina, ci siamo baciati di corsa, senza neanche abbracciarci. Lori stava di guardia dietro l’uscio. Di solito tiene la bocca chiusa e sorride. Questa volta invece mi ha aggredito: Ti rendi conto che quello è un ragazzo, ha la mia età e tu potresti essere sua nonna! Se è attratto da me come io da lui, che ci posso fare? rispondo io ma ho il tono di chi si giustifica, mentre dovrei difendere con più forza la libertà dell’amore che non conosce età, che si fa pane, sudore, fiato, respiro, calore, eccitazione, tutto per via del piacere del gioco amoroso. Dovrei essere più decisa, più sicura, e invece sono sempre in soggezione di fronte alla protervia giovanile di mia nipote Lori.
È rientrata Maria con i sacchi dell...