Il re mago
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Il re mago

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Il re mago

Informazioni su questo libro

Quentin Coldwater dovrebbe essere entusiasta. Brooklyn e la sua infanzia infelice sono un ricordo, è approdato alla scuola di magia di Brakebills, e lì ha scoperto che Fillory – il mondo incantato dei libri che divorava da bambino – esiste davvero; e adesso, lui e i suoi amici ne sono i re e le regine. Trascorrono le loro giornate immersi in un pae-saggio da fiaba fatto di alberi-orologio e animali parlanti, eppure Quentin è sempre più irrequieto. Questa nuova vita facile e spensierata non gli basta: lui desidera, con tutte le sue forze, un'avventura. E poi, ultimamente, a Fillory stanno succedendo cose strane e inquietanti… Così, insieme alla regina Julia, Quentin fa riparare una vecchia nave magica e prende il mare per raggiungere i confini estremi del regno. Sull'Isola Esterna viene a sapere della leggenda delle sette chiavi di Fillory e decide di andarle a cercare. Ecco l'avventura che bramava, ma sarà un'impresa ardua e dolorosa, che lo riporterà anche sull'odiata Terra e, soprattutto, lo obbligherà allo scontro con il pericoloso e rancoroso potere di Julia. Con il secondo volume della saga di Fillory, iniziata con Il mago (Rizzoli 2010), Grossman catapulta i suoi protagonisti nel cuore più scintillante e insieme più buio della magia. Ironico, ingegnoso, a tratti angosciante, Il re mago conferma Grossman quale moderno erede di C.S. Lewis ed esponente della nuova avanguardia del fantasy.Dalla trilogia è stata tratta la serie televisiva di culto The Magicians, trasmessa negli Stati Uniti dalla rete via cavo SyFy.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858687574
LIBRO II

9

«D’accordo» ammise Quentin. «È una delusione.»
Si era messo a sedere sul marciapiede, con le mani sulle ginocchia. Guardava i fili dell’alta tensione sopra di sé e cercava di ragionare. I graffi sui palmi bruciavano e pulsavano. Il clima era quello di fine estate. Per qualche ragione, dopo due anni di Fillory, la cosa che gli sembrava più strana erano i fili dell’elettricità.
I fili e le auto. Gli sembravano un’assurdità, animali alieni incolleriti. Julia si era seduta sull’erba e dondolava lentamente avanti e indietro, abbracciandosi le ginocchia. Sembrava averla presa peggio di lui.
Quentin sentiva il cuore sprofondare nel petto fino a uscirgli dal corpo e cadere nella polvere di quel maledetto pianeta inutile. Lui era un re. Aveva una nave. Una nave bellissima, la sua nave!
Sembrava che qualcuno avesse voluto mandargli un messaggio. In tal caso, l’aveva ricevuto.
«Ho capito» disse ad alta voce a quell’ipotetico qualcuno. «Ti ho sentito. Ho ricevuto il messaggio.»
Ma lui era un re, pensò. Momentaneamente sulla Terra, ma pur sempre un re. Niente poteva cambiare questa cosa.
«Non preoccuparti» disse a Julia. «Sistemeremo tutto.»
Era una prova: dire quel che desiderava, per vedere se si avverava.
Julia si era inginocchiata a terra e aveva un conato. Quentin si chinò accanto a lei.
«Andrà tutto a posto» le disse.
«Non mi sento bene.»
«Sistemeremo tutto. Andrà tutto a posto.»
«Piantala di ripeterlo.» Tossì e poi sputò sull’erba. «Non capisci. Io non posso stare qui.» S’interruppe per cercare le parole. «Non devo rimanere. Devo andarmene via.»
«Raccontami.»
«Devo andare via di qui!»
Forse la chiave aveva pensato che lui volesse ritornare a casa. Ma quella non era casa sua. Quentin osservò l’edificio. Non c’era alcun segno di vita. Questo era un sollievo; non aveva nessuna voglia di parlare con i suoi. Era una periferia elegante, con grosse abitazioni che potevano permettersi di avere anche il prato.
Una vicina li osservava dal suo soggiorno.
«Salve!» la salutò Quentin. «Come va?»
La faccia scomparve. La vicina tirò la tenda.
«Vieni» disse a Julia. Trasse un lungo respiro. Coraggio. «Andiamo dentro, facciamoci una doccia. Magari ci cambiamo i vestiti.»
Erano in abiti filloriani. Non certo un abbigliamento che non desse nell’occhio. Julia non rispose.
Quentin stava facendo di tutto per non lasciarsi prendere dal panico. Gesù, la prima volta aveva impiegato ventidue anni per arrivare a Fillory. Come faceva a tornarci, adesso? Si voltò verso Julia e non la vide più. Si era alzata e camminava con passo incerto lungo la strada, allontanandosi da lui. Sembrava ancora più minuta in mezzo a tutto quell’asfalto.
Ecco un’altra cosa strana. L’asfalto non sembrava affatto naturale.
«Ehi, vieni qui.» Si alzò e corse a raggiungerla. «Magari c’è qualche surgelato, nel freezer.»
«Non posso rimanere qui.»
«Non posso neanch’io. Ma non so cosa farci.»
«Io ritorno laggiù.»
«E come?»
Julia non rispose. Quentin la raggiunse e si allontanarono insieme mentre il sole tramontava. Luci multicolori di maxischermi televisivi si accesero al di là delle finestre. Da quando i televisori erano diventati così grossi?
«Conoscevo un solo modo per tornare a Fillory. Con il bottone magico. E il bottone magico l’aveva Josh, l’ultima volta che l’ho visto. Forse possiamo ritrovarlo. O altrimenti Umbra potrebbe riportarci laggiù. O così, o siamo fregati.»
Julia era madida di sudore. E barcollava leggermente, mentre camminava. Qualunque cosa avesse, sembrava peggiorare. Quentin prese una decisione.
«Andiamo a Brakebills» disse. «Laggiù qualcuno ci aiuterà.»
Julia non rispose.
«So che ti sembrerà azzardato...»
«Non voglio andare a Brakebills.»
«Lo so» rispose lui. «E neanch’io ho molta voglia di andarci. Ma quello è un posto sicuro. Ci accoglieranno e qualcuno di loro saprà indicarci un modo per tornare a Fillory.»
Personalmente dubitava che qualcuno dei professori sapesse come muoversi nel multiverso, ma perlomeno potevano dirgli dove viveva Josh. Oppure Lovelady, il venditore di cianfrusaglie magiche che aveva trovato il bottone.
Julia guardava fisso davanti a sé. Per un lungo minuto, Quentin ebbe l’impressione che non volesse rispondere.
«Non ho voglia di andarci» ripeté lei.
Ma si fermò. Accanto al marciapiede, tutta sola sulla strada, era parcheggiata un’auto sportiva, azzurra, con la vernice fresca di lucidatura. Un’auto dal lungo cofano, con il rigonfiamento del turbo davanti e con dietro lo spoiler. Il regalo per i diciotto anni di qualche figlio di papà. Julia si guardò attorno per un lungo momento, poi mise piede sul prato, dove un giardiniere aveva collocato una fila di massi. Ne sollevò uno come se fosse una pasticca, senza sforzo, con le sue braccia sottili, e un po’ lo scagliò, un po’ lo lasciò cadere sul finestrino, dalla parte del guidatore.
Quentin non ebbe neppure il tempo di dire la sua – qualcosa tipo: non rompere quel vetro – che tutto era già successo.
Furono necessari due colpi per spaccarlo: il vetro stratificato si scheggiò, si incrinò a raggiera e si frantumò. L’allarme fu assordante, in quel silenzio di periferia, eppure, incredibilmente nella casa non si accesero luci. Julia infilò il braccio nello spazio vuoto e con gesto esperto aprì la portiera, poi prese il sasso enorme, lo poggiò sull’asfalto e si sedette sul sedile di vinile nero.
«Stai scherzando» disse lui.
Lei raccolse da terra un pezzetto di vetro e si graffiò il polpastrello del pollice. Mormorando qualcosa di incomprensibile, poggiò il pollice contro il blocchetto dell’accensione.
L’allarme si spense. Il motore si accese e dalla radio uscirono le note di Poundcake dei Van Halen. Julia si alzò in piedi e spazzò via con la mano i vetri caduti sul sedile.
«Monta» disse a Quentin.
A volte, le cose basta farle. Fece il giro dell’auto – anziché scavalcare agilmente il cofano per fare impressione – e lei partì prima ancora che lui avesse chiuso la portiera. Lasciarono a tutta velocità l’isolato dove abitavano i suoi genitori. Sembrava un miracolo che nessuno avesse chiamato la polizia, comunque non sentirono nessuna sirena; merito di una magia davvero eccellente, o di una fortuna davvero sfacciata. Julia non spense i Van Halen e non abbassò il volume. La strada grigia scorreva sotto di loro. Meglio che viaggiare su un carro, poco ma sicuro.
Julia abbassò quello che restava del vetro rotto, in modo che non si vedesse che era rotto.
«Come diavolo hai fatto?» chiese Quentin.
«Sai come si fa l’accensione con due fili?» disse Julia. «Questa è l’accensione senza fili. È così che la chiamavamo noi, ai vecchi tempi.»
«I tempi in cui andavi in giro a rubare le macchine? E chi sarebbero quei “noi”?»
Lei non rispose; prese una curva a tutta velocità e l’auto, sulle sue ridicole sospensioni troppo morbide, si inclinò fin quasi a ribaltarsi.
«Quello era uno stop» osservò Quentin. «Io continuo a pensare che dovremmo andare a Brakebills.»
«Infatti ci stiamo andando.»
«Hai cambiato idea?»
«Cose che succedono.» Il pollice di Julia sanguinava ancora. Lei lo succhiò e lo strofinò sui calzoni. «Sai guidare?»
«No. Non ho mai imparato.»
Julia imprecò e alzò il volume della radio.
C’erano quattro ore di viaggio da Chesterton a Brakebills, o almeno al punto più vicino a Brakebills dove si potesse arrivare con l’auto. Julia ne impiegò tre. Attraversarono il Massachusetts e proseguirono su alcune vecchie autostrade del New England ricavate nel bel mezzo delle foreste di pini e scavate con l’esplosivo dentro le colline verdi, gli argini fatti con la roccia rossa del luogo. La superficie della roccia era umida per via dell’acqua delle falde sotterranee intaccate dall’esplosivo.
Il sole era tramontato. L’auto puzzava delle sigarette che qualcun altro aveva fumato. Tutto era tossico, chimico e innaturale: il finto legno di plastica, le luci elettriche, la benzina che faceva girare il motore. Quel mondo era frutto della chimica del petrolio. Per tutto il tempo, Julia tenne la radio sul rock classico. Dire che conosceva le parole di tutte le canzoni sarebbe stato esagerato, ma non di tanto.
Attraversarono l’Hudson a Beacon, nello Stato di New York, e lasciarono l’autostrada per imboccare una provinciale piena di curve e di buche causate dal gelo. A parte cantare, Julia non aprì bocca. Anche Quentin taceva: cercava ancora di dare un senso all’accaduto. Era troppo buio per raggiungere Brakebills quella sera, così Julia gli mostrò come prelevare contanti senza una carta dal bancomat di una stazione di servizio infestata dagli insetti. Acquistarono un paio di occhiali da sole per lei, perché non si vedessero i suoi occhi, e passarono la notte – camere separate – in un motel. Quentin sfidò mentalmente l’impiegato a fare commenti sui loro vestiti, ma quella soddisfazione gli fu negata.
La mattina, si fece una vera doccia calda in una vera stanza da bagno moderna. Un punto a favore del mondo reale. Rimase sotto l’acqua finché non si fu tolto tutto il sale dai capelli, anche se la vasca era di plastica e sul soffitto c’erano le ragnatele e il bagno puzzava di detersivo e di profumo per ambienti a buon mercato. Quando si fu ripulito, ebbe pagato ed ebbe preso dal distributore automatico una Coca-Cola da 400 – presumibili – cc, Julia lo stava già aspettando appoggiata all’automobile.
Aveva saltato la doccia, ma aveva preso una Coca-Cola anche lei. Nell’uscire dal parcheggio, l’auto fece volare dietro di sé uno schizzo di ghiaia.
«Pensavo che tu non sapessi dov’era» osservò. «È quello che mi hai detto quando te l’ho chiesto.»
«Te l’ho detto perché è vero» rispose Quentin. «Ma credo ci sia il modo di scoprirlo. Almeno, so che qualcuno l’ha fatto, una volta.»
Pensava ad Alice. Lei l’aveva scoperto quando era solo una liceale, perciò non avrebbero dovuto incontrare difficoltà. Strano pensare che adesso lui avrebbe seguito il suo esempio.
«Occorrerà percorrere qualche chilometro nei boschi» spiegò a Julia.
«La cosa non mi disturba.»
«Un incantesimo di visione dovrebbe bastare a rivelarlo. È velata, ma solo per tenere lontani i civili. Per questi casi c’è un incantesimo di Anasazi. E anche uno di Mann. Potrebbe bastare anche un rivelatore di Mann.»
«Conosco l’Anasazi.»
«Ottimo. Allora ti avvertirò quando sarà il momento.»
Quentin aveva cercato di parlare con tono leggero. Non c’era niente che irritasse Julia più dell’impressione di essere guardata con superiorità da un diplomato di Brakebills. Ma almeno non gli dava la colpa di averli fatti tornare sulla Terra. O forse gliela dava, ma almeno non lo diceva.
Era una calda mattina di fine agosto. L’aria era satura di luce solare color bronzo. A circa un chilometro e mezzo da lì, in fondo alla valle, si scorgeva qualche tratto del fiume Hudson, enorme e azzurro. Parcheggiarono in corrispondenza di una curva.
Quentin capiva che essere riportata a Brakebills per chiedere aiuto era una ferita per l’orgoglio di Julia, o forse peggio. Ma restava il fatto che Brakebills era il luogo numero uno dove rivolgersi, di sicuro il migliore e forse l’unico. Lui non intendeva rimanere sulla Terra. Voleva una Ricerca? Adesso ne aveva una. Doveva cercare di capire come si faceva a tornare dov’erano stati all’inizio di quella maledetta Ricerca. E che gli servisse da lezione.
Prima che si allontanassero, Julia perse un quarto d’ora in un incantesimo che, come gli disse in poche parole, avrebbe fatto sostare l’auto laggiù per un’ora e poi l’avrebbe fatta ritornare da sola a Chesterton, davanti alla casa dove l’avevano trovata. Quentin non capiva come una cosa del genere fosse possibile, per una lunga serie di motivi, ma non disse niente. Se si fosse ricordato di tenere le schegge, avrebbe potuto riparare il finestrino, ma non le aveva tenute, perciò tanto peggio per il proprietario della macchina. Infilò duecento dollari in biglietti da venti nel vano del cruscotto, lui e Julia finirono le bibite e poi scavalcarono il guardrail.
Non erano boschi turistici per passeggiate e picnic, non facevano concessioni al visitatore grazie alle cure delle guardie forestali. Erano fitti, bui e pieni di ostacoli che rendevano difficile il cammino. Quentin continuava ad abbassare la testa troppo tardi e a essere colpito in faccia da qualche ramo; aveva continuamente l’impressione di infilare la testa in una ragnatela, ma non trovava mai né la ragnatela né il ragno.
Non sapeva che cosa aspettarsi se avessero oltrepassato il perimetro di Brakebills senza accorgersene. In teoria nulla, naturalmente, ma una volta aveva visto la professoressa Sunderland mettere la barriera dopo l’attacco della Bestia. Aveva visto cosa aveva messo nelle sue polveri. Da un momento all’altro rischiavano di incapparci. L’idea lo allarmava. Dopo una mezz’ora disse a Julia di fermarsi.
I boschi erano silenziosi. Non c’era traccia della scuola, ma Quentin aveva l’impressione che fosse lì vicino, come nascosta dietro un albero, pronta a saltargli addosso di sorpresa. E gli pareva di cogliere le tracce del passaggio di altre persone prima di lui. Come quelle di Alice – la povera, sfortunata Alice – che si era aggirata la notte, in quel bosco, cercando di entrare. Sarebbe stato meglio per lei non trovarla mai, quell’entrata. Fai attenzione a cosa cerchi, perché rischi di trovarlo.
«Proviamo qui» disse.
Julia diede inizio al suo incantesimo di Anasazi nella sua abituale maniera rozza e feroce, eliminando dall’aria, uno dopo l’altro, strati invisibili di un quadrato che stava davanti a lei, come se togliesse il vapore del fiato da un parabrezza. Quentin rabbrividì nel vedere certe posizioni della sua mano quando la alzava, ma non pareva che questo influisse sull’incantesimo. Anzi, sembrava rafforzarlo.
Quanto a lui, cominciò a lavorare sull’incantesimo di Mann. Era molto più semplice, ma quella con Julia non era una gara. Meglio diversificarsi.
Non riuscì a terminarlo, perché sentì che Julia – di solito così imperturbabile – lanciava un grido e faceva un passo indietro. Sospesa nell’aria davanti a lei, nel quadrato da lei ripulito, c’era una faccia appartenente a un uomo anziano con il pizzetto e una cravatta azzurra e un sorprendente gilet giallo.
Era il Decano Fogg, il capo di Brakebills. La sua faccia era nel quadrato.
«Guarda, guaaaaarda» disse il decano, allungando la vocale fino a farla diventare una specie di canto. «Il ritorno del figliol prodigo.»
Pochi minuti più tardi attraversavano il prato – il Mare – che era verde, rigoglioso ed enorme come sempre. Si allargava tutt’intorno, grande come una mezza dozzina di campi da football. Il sole dell’estate batteva su di loro esattamente dallo zenit. Era giugno, laggiù, all’interno delle pareti magiche.
Era incredibile. Quentin non vedeva Brakebills da tre anni, da quando era andato da Fogg per chiedergli di toglierlo dal numero dei maghi, e non era cambiato niente. Gli odori, i prati, gli alberi, gli allievi: quel luogo era come Shangri-la, dimenticato dal tempo, fermo in un eterno presente.
«Vi abbiamo visti fin da quando avete lasciato la strada. Le difese sono molto più estese di quanto lo fossero alla tua epoca. Molto di più. Linee di forza a doppio filo intrecciato: abbiamo un giovanotto assai notevole nel nostro dipartimento teorico, io stesso non riesco a capire la metà di quello che combina. Adesso è possibile vedere una mappa dell’intera foresta, in tempo reale, comprese le persone che sono al suo interno. I colori cambiano a seconda delle loro intenzioni e del loro stato mentale. Notevole.»
«Notevole.» Quentin era ancora scosso. Accanto a lui, Julia non faceva commenti. Dio solo sapeva cosa stesse pensando; lui non riusciva proprio a immaginarlo. Julia non era più stata laggiù dal giorno in cui aveva fallito l’esame, ai tempi del liceo. Non diceva una parola da quando era comparso Fogg, anche se gli aveva stretto la mano per salutarlo.
Fogg continuò a parlare della scuola e delle sue attrezzature e dei compagni di Quentin e di tutte le importa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il Re Mago
  4. LIBRO I
  5. LIBRO II
  6. LIBRO III
  7. LIBRO IV