New York è una città di cose che passano inosservate
New York è una città di cose che passano inosservate. In questa città i gatti dormono sotto le auto parcheggiate, due armadilli di pietra si arrampicano su per i muri della cattedrale di San Patrizio e migliaia di formiche si radunano in cima all’Empire State Building. Probabilmente sono stati gli uccelli o il vento a portare lassù le formiche, ma nessuno lo sa per certo; a New York nessuno sa delle formiche più di quanto sappia dell’accattone che prende sempre il taxi per la Bowery, o del signore azzimato che fa la cernita dei rifiuti frugando nei cestini della Sesta Avenue, o della medium sulla West Seventies che proclama: «Sono chiaroveggente, chiaroudente e chiarosenziente».
New York è il paradiso degli eccentrici e una miniera di notizie curiose. I newyorkesi battono le palpebre ventotto volte al minuto, quaranta quando sono nervosi. Molti mangiatori di pop-corn allo Yankee Stadium smettono di masticare un istante prima del lancio. I masticatori di gomma sulle scale mobili di Macy’s smettono di far lavorare le mascelle un istante prima di smontare, per concentrarsi sull’ultimo scalino. Nel pulire la vasca dei leoni marini, allo zoo del Bronx, gli addetti riportano a galla monete, graffette, biro e agendine da bambina.
Ogni giorno i newyorkesi si scolano 1.700.000 litri di birra, ingurgitano 1.500 tonnellate di carne e consumano 33 chilometri di filo interdentale. Ogni giorno a New York muoiono circa 250 persone, ne nascono 460 e 150.000 camminano per le strade della città con un occhio artificiale, di vetro o di plastica.
C’è un portiere di Park Avenue che nella testa ha i frammenti di tre proiettili dalla Prima guerra mondiale. Molte figlie di zingari, condizionate dalla televisione e dalle letture, scappano di casa perché da grandi non vogliono fare le chiromanti. Ogni mese cinquanta chili di capelli vengono consegnati a Louis Feder al numero 545 della Quinta Avenue: qui si confezionano toupet biondi con i capelli delle donne tedesche e toupet bruni con quelli delle francesi e delle italiane; ma non si fanno parrucchini con i capelli di donne americane che, dice Mr Feder, sono fragili per i troppi lavaggi e le permanenti.
Gli uomini meglio informati di New York sono gli addetti agli ascensori, che parlano poco ma ascoltano sempre, come d’altronde i portieri. Il portiere di Sardi ascolta i commenti dei frequentatori delle prime di Broadway che gli passano davanti dopo l’ultimo atto. Ascolta con attenzione e con concentrazione. Dopo dieci minuti che è calato il sipario sa dirti se lo spettacolo sarà un flop o un successo.
La sera, una grande Rolls-Royce scura del 1948 accosta al marciapiede della Broadway. Ne balza fuori una signora minuta, armata di Bibbia e di un cartello che recita: «I dannati periranno». La signora si piazza all’angolo della strada e si mette a strillare contro le moltitudini dei peccatori di Broadway, e talvolta resiste anche fino alle tre del mattino, quando la Rolls e il suo chauffeur la riportano a Westchester.
dp n="7" folio="7" ? A quel punto nella Quinta Avenue non c’è più nessuno, a parte qualche insonne che passeggia, pochi taxi che fanno la spola e un gruppetto di femmine sofisticate che stazionano giorno e notte nelle vetrine dei negozi sfoderando sorrisi freddi, perfetti... sorrisi di labbra di creta, occhi di vetro, e guance che rifulgeranno finché la vernice non si scrosterà. Come sentinelle allineate sulla Quinta Avenue, questi manichini scrutano la strada tranquilla in punta di piedi, con il capo reclinato e le dita di gomma che si allungano con eleganza ad afferrare sigarette inesistenti. Alle quattro di mattina ci sono vetrine che si trasformano in uno strano paese delle fate, con dee allampanate colte nell’atto di affrettarsi verso una festa, di tuffarsi in piscina o di ancheggiare con lo sguardo rivolto al cielo in uno spumoso negligé azzurro.
Questo scenario surreale è in parte frutto di un’immaginazione galoppante, certo, ma è anche dovuto alla sensazionale abilità dei fabbricanti di manichini, che hanno dotato le loro creature di tratti somatici distintivi, fedeli alla teoria per cui nessuna donna, nemmeno se di plastica o di gesso, sarà mai perfettamente identica a una sua simile. Di conseguenza, i manichini di Peck & Peck devono sembrare giovani ed eleganti, mentre da Lord & Taylor hanno un aspetto più vissuto e casual. Da Saks sono decorosi ma stagionati, mentre da Bergdorf’s sfoggiano un’eleganza senza tempo e una certa opulenza. I profili dei manichini della Quinta Avenue sono realizzati a immagine e somiglianza delle donne più affascinanti del mondo, donne come Suzy Parker, che ha posato per i manichini di Best & Co., e Brigitte Bardot, che ha ispirato alcuni manichini di Saks. Forse si deve all’estrema cura posta nel renderli quasi umani, con curve e tutto il resto, lo strano incanto che queste vergini artificiali esercitano su tanti newyorkesi. Ecco perché certi vetrinisti parlano spesso con i manichini e li chiamano con nomignoli affettuosi, e perché i manichini nudi in vetrina inevitabilmente attirano gli uomini, disgustano le donne, e a New York sono vietati. Ecco perché certi pervertiti aggrediscono i manichini, e perché non molto tempo fa lo slanciato manichino di un negozio di White Plains è stato scoperto in cantina con gli abiti strappati, il trucco impiastricciato e sul corpo segni evidenti di un tentativo di stupro. Una notte la polizia ha teso una trappola e ha colto sul fatto l’aggressore: un ometto timido... il portiere dello stabile.
Quando il traffico per le strade si dirada e la gente dorme, certi quartieri di New York cominciano a brulicare di gatti. Si muovono rapidi nell’ombra dei palazzi; guardie notturne, poliziotti, netturbini e altri viandanti notturni li vedono. Ma mai molto a lungo. I più stazionano attorno ai mercati del pesce, al Greenwich Village, e nei quartieri dell’East e del West Side, dove i bidoni della spazzatura abbondano. Ma nessuna zona della città è sfornita dei suoi randagi e gli impiegati dei garage aperti tutta la notte in quartieri movimentati come la Cinquantaquattresima Strada ne hanno contati fino a venti intorno allo Ziegfield Theatre, la mattina presto. Drappelli di gatti pattugliano i moli del porto in cerca di topi. Gli addetti all’ispezione dei binari della metro ne hanno scoperti diversi che vivono al buio. Sembra che i treni non li investano mai, anche se ogni tanto qualcuno rimane stecchito sulla terza rotaia. Sotto la parte occidentale della Grand Central Terminal, a una ventina di metri di profondità, vivono circa venticinque gatti, che vengono sfamati dai lavoratori della metropolitana e non risalgono mai alla luce del sole.
dp n="9" folio="9" ? I gatti di strada, vagabondi, indipendenti e che si lavano da sé, conducono una vita stranamente diversa da quella dei mici da appartamento, i mantenuti. Quasi tutti sono infestati dalle pulci. Molti muoiono a causa del cibo avvelenato, di assideramento e malnutrizione: mentre i gatti casalinghi vivono dieci, dodici anni o anche più, per loro l’aspettativa di vita è di due anni al massimo. Ogni anno a New York l’ASPCA sopprime circa centomila gatti di strada per i quali non si è riusciti a trovare una famiglia.
È difficile che gatti randagi di Gotham City risalgano la scala sociale. Raramente riescono a procurarsi un indirizzo migliore di loro iniziativa. In genere muoiono nell’isolato dove sono nati, anche se un esemplare pulcioso raccolto dall’ASPCA è stato adottato da una ricca signora; adesso vive in un appartamento di lusso nell’East Side e passa l’estate nella tenuta della padrona a Long Island. Una volta l’American Feline Society ha portato due randagi alla sede delle Nazioni Unite, dove alcuni roditori infestavano gli archivi. «Ci hanno pensato i gatti» dice Robert Lothar Kendell, il presidente della società felina. «E sembravano felici, alle Nazioni Unite. Uno di loro dormiva su un dizionario di cinese.»
In tutti i quartieri di New York i randagi sono governati da un «capo», il maschio più grosso e più forte. Ma, a parte il capo, la società dei gatti di strada non ha una gerarchia precisa. Al suo interno però si distinguono tre tipi di gatti: i selvatici, i bohémien e i gatti che lavorano part-time nel negozio di alimentari o al ristorante.
Per sopravvivere, il gatto selvatico si affida all’occasionale bidone della spazzatura o ai topi e ha scarsissimi contatti con gli esseri umani, anche con quelli che potrebbero nutrirlo. Il selvatico, il più trascurato fra i randagi, ha un’inconfondibile aria spiritata, un’espressione selvaggia, tutta occhi, e in genere lo si trova al porto, vicino all’acqua.
Il bohémien è più avvicinabile. Non scappa davanti alle persone. Spesso viene nutrito di giorno per strada da sensibili gattare (sono per la maggior parte donne) che chiamano i randagi «cocchini», «angeli» o «cari» e si indignano quando l’oggetto delle loro cure viene definito «gatto da vicolo». La maggior parte dei bohémien è così puntuale all’ora del pasto che un amante dei gatti ha avanzato l’ipotesi che le bestiole siano in grado di leggere l’orologio. Ha portato l’esempio di un tigrato grigio che compare cinque giorni la settimana, alle cinque e mezzo del pomeriggio in punto, in un palazzo di uffici fra la Broadway e la Diciassettesima, dove gli addetti all’ascensore gli danno da mangiare. Ma di sabato e domenica il gatto non si fa mai vedere; pare che sappia che in quei giorni la gente non va a lavorare.
I gatti che lavorano part-time nel negozio di alimentari o al ristorante, spesso bohémien ravveduti, mangiano bene e tengono lontani i topi, ma di solito usano il negozio come un albergo e di notte preferiscono aggirarsi per le strade. Nonostante l’orario di lavoro flessibile, il part-time ha comunque diritto a molti dei privilegi del suo omologo domestico – il gatto del negozio di alimentari a tempo pieno, l’anti-randagio – compreso quello di dormire in vetrina. Il bohémien ravveduto di una gastronomia di Bleeker Street si nasconde dietro la porta e caccia via tutti gli altri bohémien in cerca di elemosina.
Il numero dei gatti a tempo pieno, tra parentesi, è calato moltissimo da quando a New York si assiste al declino dei piccoli negozi di alimentari e all’ascesa dei supermercati. Grazie ai metodi più efficienti di eliminazione dei topi, al confezionamento più robusto dei cibi e alle migliorate condizioni igieniche, catene come l’A&P di rado hanno bisogno di un gatto a tempo pieno.
Ma al porto la richiesta di gatti resta invariata. Una volta un portuale allergico ai gatti sparse del veleno per eliminarli. Nel giro di ventiquattr’ore i topi erano dappertutto. Dovunque guardassero, gli uomini vedevano topi radunati sulle cassette. Al molo 95 i topi cominciarono a rubare il pranzo ai portuali e perfino ad aggredire gli uomini. Così vennero reclutati i gatti del vicino isolato, e adesso l’invasione dei topi è sotto controllo.
«Ma i gatti non dormono molto, da queste parti» ha detto uno scaricatore. «Non possono, perché i topi gli sarebbero subito addosso. Abbiamo avuto casi, qui, di gatti fatti a pezzi dai topi. Ma non succede spesso. Per lo più, i gatti del porto sono dei veri bastardi.»
Alle cinque di mattina Manhattan è la patria dei trombettisti stanchi e dei baristi che se ne tornano a casa. I piccioni controllano Park Avenue e camminano impettiti e sicuri in mezzo alla strada. Questa è l’ora più dolce, a Manhattan. La maggior parte del popolo della notte non si vede più, ma il popolo del giorno non ha ancora fatto la sua comparsa. I camionisti e i tassisti sono all’erta, ma non turbano l’atmosfera. Non disturbano il Rockefeller Center deserto, o i guardiani notturni immobili al mercato del pesce Fulton, o i benzinai che dormono accanto al pranzo di Sloppy Louie’s con la radio accesa.
Alle cinque gli habitué di Broadway sono andati a casa o in un caffè aperto tutta la notte dove la luce troppo forte mette in risalto i baffi e la loro tenuta da sera. Un’auto della stampa è parcheggiata sul bordo del marciapiede nella Cinquantunesima Strada e il fotografo non ha niente da fare. Si limita a starsene seduto lì per qualche notte e a guardare fuori dal finestrino, e presto diventa un acuto osservatore della vita dopo mezzanotte.
«All’una di notte» dice «Broadway è piena di tizi per bene e di ragazzini che escono dall’Astor Hotel in smoking bianco, ragazzini che vanno a ballare con l’auto di papà. Si vedono anche le signore delle pulizie che tornano a casa con il fazzoletto ancora in testa. Alle due una parte dei bevitori ha perso il controllo, ed è l’ora delle risse da bar. Alle tre finisce l’ultimo spettacolo nei night-club, e i turisti e gli addetti agli acquisti che vengono da fuori rientrano quasi tutti in albergo. Alle quattro chiudono i bar ed escono gli ubriachi, e anche i protettori e le prostitute che si approfittano degli ubriachi. Alle cinque però è tutto tranquillo. Alle cinque New York è una città completamente diversa.»
Alle sei, i primi lavoratori iniziano a sbucare dalla metropolitana. Il traffico comincia a scorrere sulla Broadway come un fiume. E Mrs Mary Woody salta giù dal letto, schizza in ufficio e telefona a decine di newyorkesi assonnati per annunciare con voce festosa ma di rado gradita: «Buongiorno! È ora di alzarsi!». In vent’anni, in qualità di operatrice del servizio sveglia della Western Union, Mrs Woody ha tirato giù dal letto milioni di persone.
Alle sette un ometto florido e robusto, con un basco blu e un dolcevita che gli danno un’aria molto parigina, attraversa a passo veloce Park Avenue per far visita alle sue ricche amiche e accertarsi che ognuna riceva una svelta ed energica strigliatina prima di colazione. I portieri in uniforme lo salutano con calore chiamandolo «Biz» o «Mac», perché lui è Biz Mackey, massaggiatore per signora, extraordinaire.
Mr Mackey è pimpante, tiene la schiena molto dritta e porta sempre con sé una borsa contenente linimenti, creme e asciugamani, i ferri tipici del suo mestiere. Sale con l’ascensore e poi, mezz’ora più tardi, eccolo ridiscendere e via verso un’altra signora... una cantante d’opera, un’attrice cinematografica, un tenente di polizia in gonnella.
Biz Mackey, ex pugile professionista dei pesi piuma, iniziò a massaggiare le donne nel modo giusto a Parigi, negli anni Venti. Durante un tour in Europa aveva perso un incontro e aveva deciso di averne abbastanza. Un amico gli suggerì di frequentare un corso per massaggiatore, e sei mesi dopo aveva la sua prima cliente, Claire Luce, l’attrice che sarebbe diventata una stella delle Folies-Bergère. Biz le andò a genio e gli inviò altre clienti: Pearl White, Mary Pickford e un nerboruto soprano wagneriano. Ci volle la Seconda guerra mondiale per strappare Biz da Parigi.
Una volta tornato a Manhattan, le sue clienti europee hanno continuato a frequentarlo quando erano in visita a New York e, benché ormai quasi settantenne, va ancora alla grande. Biz maneggia circa sette donne al giorno. Le sue dita muscolose e le braccia robuste hanno un tocco miracolosamente sedativo. È un tipo discreto, ed è questa sua caratteristica a farne il beniamino delle signore newyorkesi. Va a trovarle a domicilio e ha ingresso libero nelle camere da letto; spesso è il primo uomo che vedono al mattino, e lo aspettano ancora a letto. Lui non rivela mai il nome delle sue clienti, ma quasi tutte sono di mezz’età e ricche.
«Le donne non vogliono che le altre donne sappiano gli affari loro» spiega Biz. «Sa come sono...» butta lì, sottintendendo che lui, senza dubbio, lo sa.
I portieri davanti a cui Biz passa tutte le mattine sono in generale un gruppo di premurosi diplomatici da marciapiede dall’eloquenza inesauribile, che annoverano fra i loro amici alcuni tra gli uomini più potenti di Manhattan, le donne più belle e i barboncini più spocchiosi. Quasi tutti i portieri sono grossi, vagamente gotici nella figura, e in possesso di una vista abbastanza acuta da individuare i buoni fornitori di mance a un isolato di distanza nella giornata più nebbiosa dell’anno.
Certi, all’East Side, hanno la stessa alterigia dei grandi di Spagna, e le loro uniformi, coperte di decorazioni, sembrano opera del sarto che veste il maresciallo Tito. La maggior parte dei portieri d’albergo sono maestri di chiacchiere leggere, chiacchiere importanti e chiacchiere e basta. Sono insuperabili nel ricordare i nomi e studiare il pellame delle valigie. (Valutano la ricchezza degli ospiti in base al bagaglio, non all’abbigliamento.) Oggi a Manhattan ci sono 650 portieri di palazzi d’appartamenti, 325 portieri d’albergo (14 solo al Waldorf-Astoria) e un numero ignoto ma impressionante di portieri di ristoranti e teatri, portieri di night-club, portieri imbonitori e portieri senza porta.
I portieri senza porta, che sono vagabondi privi di tessera sindacale, in genere non hanno l’uniforme (ma portano un berretto preso a nolo) e si muovono furtivi per la città aprendo lo sportello delle auto quando il traffico è congestionato: nelle serate di opera, concerti, partite di campionato e convention. Il portiere del Brass Rail, Christos Efthimiou, dice che i portieri senza porta conoscono i suoi giorni liberi (il lunedì e il martedì) e che in quei giorni si contendono il suo posto fra la Settima Avenue e la Quarantanovesima Strada.
I portieri imbonitori, che talvolta indossano uniformi prese a nolo (ma sono proprietari del berretto), si piazzano di fronte ai jazz club che offrono un numero di variet...