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Il filo nero
Ci sono due razze di ladri al mondo: quelli che rubano per arricchirsi e quelli che rubano per dare un senso alla propria vita. E poi ci sono i «cassettari». A Roma chiamano così i ladri specializzati nell’aprire casseforti e cassette di sicurezza.
In un caveau si può nascondere e conservare ciò che di più caro o di più segreto si possiede, e un oggetto o un documento riservato può valere molto più di gioielli e contanti. Perché negli ambienti della criminalità organizzata certi documenti valgono più di una vita umana.
I cassettari sono il passepartout del furto al caveau della Banca di Roma, all’interno della Città giudiziaria della Capitale, a cui sono legati processi, assoluzioni, nuovi delitti e ricatti. Di questi ultimi poco, molto poco, ancora si sa.
È un colpo messo a segno nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999 da una banda specializzata che ha avuto il compito di aprire la strada a chi ladro non è. E di far scivolare nel cuore di questo grande forziere blindato – fra le cinque persone del gruppo che sono entrate nel caveau – un uomo dal passato nero, dai collegamenti criminali con il terrorismo e la mafia, il cui unico obiettivo è di mettere le mani proprio su quell’oggetto segreto che vale più di una vita umana. La banca assaltata non è una banca qualsiasi, ma un istituto di credito particolare, unico nella Capitale, che racchiude al proprio interno cassette di sicurezza di magistrati, avvocati, funzionari del ministero della Giustizia.
Nella storia criminale di Roma c’è un «prima» e un «dopo» il colpo al caveau. Perché è un furto che, per i modi con i quali è stato messo a segno e i risultati ottenuti, è stato mitizzato negli ambienti della malavita romana. E almeno uno dei componenti della banda ne è uscito rafforzato. Si può dire che è diventato più potente e temuto nella Capitale. Non è dunque solo un furto clamoroso: il movente è un grande ricatto. Allo Stato e alla Giustizia. Perché le vittime del colpo sono collegate a delitti, stragi e poteri occulti. Insomma ai molti misteri d’Italia ancora aperti. E poi c’è l’audacia di un’azione criminale spettacolare: un commando che riesce a svaligiare in tutta calma la banca più sorvegliata d’Italia, senza sparare un solo proiettile, senza forzare neppure un lucchetto, senza far scattare il doppio sistema d’allarme. Va senza incertezza nella stanza blindata con in mano una lista per individuare quali cassette di sicurezza aprire.
Nell’estate del 1999 seguivo i processi di mafia, in particolare quello del secolo che si svolgeva a Palermo al sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti, e di rimbalzo anche il dibattimento in Corte d’assise di Perugia, dove lo stesso imputato veniva processato per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, senza tralasciare le udienze in cui era accusato di mafia il senatore Marcello Dell’Utri. Ed è proprio in quei giorni che viene compiuto il furto al caveau ma nessuno di noi giornalisti allora lo interpretò come un fatto che poteva essere collegato a uno di questi procedimenti.
Con il trascorrere dei mesi gli inquirenti scoperchiano, però, una realtà giudiziaria che porterà a ipotizzare che qualcuno potrebbe essere stato ricattato. I magistrati ne evidenziano la carica intimidatoria. Per la valenza simbolica del luogo violato: gli uffici giudiziari di Roma, a piazzale Clodio, presidiati giorno e notte da militari armati. E per l’inquietante capacità di penetrazione corruttiva che può arrivare fin dentro le istituzioni. Confermando ancora una volta che sul ricatto si fondano molte storie politiche del nostro Paese.
Le prime notizie raccontano di una refurtiva miliardaria, tra oro, gioielli e denaro contante. La Roma che conta trema: le cassette di sicurezza servono a custodire non solo preziosi, ma anche pacchi di banconote non depositate sui normali conti correnti, e spesso nascondono documenti riservati. Sui giornali trapela solo qualche nome delle vittime, primo fra tutti quello di Claudio Vitalone, coimputato con Andreotti nel processo Pecorelli. Ma con il trascorrere dei giorni la notizia sui giornali scompare, fino a quando le indagini dei pm di Perugia porteranno a nuovi sviluppi e alla sorpresa del coinvolgimento di Massimo Carminati. All’epoca quarantun anni, chiamato «il Fascista» o «er Cecato», ex militante di estrema destra, terrorista, legato alla Banda della Magliana, Carminati era a piede libero ma in attesa di giudizio per le accuse riguardo la strage di Bologna, per il processo Pecorelli e per un duplice omicidio a Milano.
Le indagini ipotizzano come il colpo abbia subito un’accelerazione. La Banca restava aperta anche di sabato. Se il Fascista ha agito venerdì notte significa che aveva fretta. C’è il fondato sospetto che l’ex terrorista avesse saputo che qualche cliente eccellente, la mattina seguente, progettasse di ritirare qualcosa di molto importante dalle cassette di sicurezza. Forse il documento riservato di cui Carminati si è voluto impossessare?
È possibile. Ed è proprio il fulcro di questa spy story alla romana, dove attorno al Cecato spuntano uno alla volta complici come il cinquantenne «Gnappa», il quarantottenne «Mago delle vedove», e poi «il Mostro», «il Prete», «Mollica», «Sbirulino» e «il Cassiere». Non è fiction ma cruda realtà che va raccontata e analizzata.
Quando ho iniziato a occuparmi di Carminati per le mie inchieste su «L’Espresso», prima che fosse arrestato nel 2014 con l’accusa di associazione mafiosa, questo furto mi veniva spesso citato come un’impresa epica. Mi ripetevano che il Cecato aveva la Roma che conta in pugno, grazie soprattutto a documenti riservati che aveva preso nel caveau. Carminati non ha mai gradito il fatto che mi occupassi di lui e dei suoi affari raccontandoli su un giornale. E lo ha reso noto prima di essere arrestato e poi dal carcere. Ma io ho scelto di proseguire il mio lavoro. Ho documentato su cosa si basa il suo potere. Svelando due anni prima dell’arresto l’esistenza del suo clan e delle sue ramificazioni.
Un giudice del Tribunale civile di Roma nel 2016, a proposito della mia prima inchiesta su Carminati, ha stabilito con una sentenza che «l’articolo a firma del giornalista Lirio Abbate è correttamente inquadrabile nell’ambito del giornalismo d’inchiesta».
Adesso questa mia ricostruzione ha avuto il sigillo del tribunale, che definisce il lavoro «inchiesta giornalistica». «Il fine del giornalismo d’inchiesta non è contrastare o perseguire specifici comportamenti, sia pure illeciti, ma promuovere una presa di coscienza nell’opinione pubblica di questo o quel particolare fenomeno avente un intrinseco disvalore morale e sociale. In altri termini, il giornalismo d’inchiesta individua temi di interesse pubblico, li analizza anche criticamente e li sottopone all’opinione pubblica» scrive il giudice nella motivazione della sentenza. Per il tribunale, nell’inchiesta documentata e riscontrata «si esclude una connotazione diffamatoria in merito al contenuto dell’articolo».
Per questo motivo viene data ragione a «L’Espresso» per aver svolto bene il proprio lavoro giornalistico: «L’attività investigativa svolta da Abbate» continua il giudice «non rientra propriamente nell’alveo del giornalismo tradizionale d’informazione, ma appunto si basa su quanto dallo stesso in via diretta da fonti riservate e su riscontri incrociati dallo stesso effettuati in ordine alla persona del Carminati, alle sue peculiari relazioni passate e, soprattutto, presenti, e ai suoi noti trascorsi giudiziari, al fine di valutare l’attendibilità del resoconto fornitogli dalle predette fonti riservate». E conclude «risulta, dunque, rispettato il parametro delle notizie riferite in quanto comunque adeguatamente riscontrate, ancorché desunte da fonti confidenziali».
È proprio muovendoci nel solco del giornalismo investigativo, grazie anche all’intuito e alla conoscenza dell’ottimo collega e amico Paolo Biondani, che siamo arrivati a individuare e analizzare tutte le vittime del furto al caveau. Un lavoro che ha fatto infuriare ancora una volta Carminati perché ha reso possibile ricostruire la rete che dalle viscere della banca più protetta della Capitale conduce ai misteri ancora insoluti del nostro Paese, collegati tutti da un filo nero.
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Il colpo
La scoperta
È la mattina del 17 luglio 1999, un sabato che a Roma le previsioni del tempo preannunciano torrido e afoso, una di quelle giornate che seccano il fiato in gola e ti fanno sudare anche se stai fermo.
Alle 6.30 la signora Luciana Petrignani arriva come suo solito davanti all’ingresso secondario della Banca di Roma, dove da qualche anno si occupa delle pulizie. La filiale si trova al pian terreno della Città giudiziaria di piazzale Clodio. Nello slargo antistante l’istituto di credito ci sono poche auto parcheggiate, ma non un’anima viva. Tutto è avvolto dal silenzio. La donna infila la chiave nella serratura, un’azione che ha ripetuto in maniera automatica innumerevoli volte, ma questo rituale oggi le provoca un brivido lungo la schiena che quasi la paralizza. Perché alla porta non sono state date le mandate: è aperta. Non è mai accaduto prima.
Luciana Petrignani è spaventata, non sa cosa fare. Quando la porta di una banca è accostata, non si preannuncia nulla di buono. Non molto lontano c’è un comando di polizia. La Petrignani si guarda intorno alla disperata ricerca di qualche passante ma non vede nessuno e così decide di correre verso il commissariato per denunciare ciò che ha scoperto. Insieme agli agenti ritorna all’ingresso secondario della Banca. Un’ora dopo li raggiunge il vicedirettore dell’istituto di credito, e solo allora si entra nella filiale per capire cosa è successo.
A un primo sguardo il salone principale non presenta alcun segno di intrusione. «Ricordo che sono entrata con gli uomini del commissariato perché hanno visto che lì per lì non c’era niente di forzato» racconterà agli inquirenti la signora Petrignani.
Seguito dalla Petrignani e da un paio di agenti, il vicedirettore ispeziona il salone principale, ma non nota nulla di strano. Pare tutto a posto, ma la centralina dell’impianto antifurto segnala un’intrusione avvenuta alle 18.32 del giorno precedente. La filiale è collegata con una linea telefonica commutata al nucleo sicurezza della Banca di Roma, che dovrebbe ricevere ogni segnale d’allarme che parta dalle centraline delle singole agenzie; ma quando il funzionario chiama per sapere se abbiano registrato quell’avviso, si sente dare risposta negativa. Eppure l’allarme è scattato. Il vicedirettore e gli agenti non se lo spiegano. Scendono le due rampe di scale che portano nel sotterraneo dell’istituto. E lì capiscono cosa è successo.
«Mentre mi stavo mettendo il grembiule» ricorda la Petrignani, «mi hanno detto immediatamente di uscire perché sotto, alle cassette di sicurezza, era successo il macello.» Lo spettacolo che gli uomini si trovano davanti è raggelante. Nella sala blindata regna il caos, è tutto devastato. La stanza che precede il caveau è invasa da una catasta di cassette di sicurezza vuote. Una desolante montagna di metallo spogliata dei suoi tesori. Il portone d’acciaio spesso mezzo metro è spalancato. Accanto, appena fuori, c’è una sedia su cui si sono stampate impronte di scarpe con la suola quadrettata. La sirena, in alto a sinistra rispetto all’entrata, è stata messa fuori uso a colpi di martello. Il coperchio della scatola è stato divelto, il segnalatore acustico è stato estratto dal suo alloggiamento e sbattuto a terra, il filo di collegamento alla batteria tranciato di netto. Nella camera blindata il pavimento è ingombro di cassette, e di un nutrito armamentario di arnesi da scasso. Ci sono cesoie, estrattori, pinze, piedi di porco, torce, guanti da lavoro. E poi un tappeto di carte, buste, documenti, monili, assegni sparsi alla rinfusa, caduti dalle cassette mentre venivano svuotate. Briciole che i ladri, evidentemente sazi del bottino, non si sono nemmeno premurati di raccogliere.
Qualcosa non torna
Lo scenario devastante sembrerebbe quello classico di un colpo, ma qualcosa non quadra. I funzionari della squadra mobile, guidata da Nicolò D’Angelo, e della polizia scientifica, giunti in Banca con il direttore e i responsabili dell’impianto di sicurezza, si rendono conto di una serie di anomalie e non si tratta di stranezze da poco.
I cassettari di norma sono metodici. Quando entrano in una camera blindata cominciano a forzare le cassette con ordine, una dopo l’altra. Finita una fila procedono con un’altra, e le aprono tutte, nessuna esclusa. Qui invece si sono mossi in modo assai diverso. Delle novecento cassette distribuite lungo le pareti e in un corpo centrale, i ladri ne hanno scelte solo alcune, vicine tra loro, selezionandole apparentemente senza un criterio: un gruppetto in alto, un gruppetto in basso, un po’ al centro, un po’ agli estremi. A macchia di leopardo, insomma. Ne hanno divelte, scassinate e svaligiate centoquarantasette. Altre ventitré sono state forzate ma senza riuscire ad aprirle. È davvero uno strano modo di procedere.
Quando si assalta un caveau non si lasciano chiuse più della metà delle cassette disponibili, e non ci si affida al caso, come in un primo momento sembrava avessero fatto qui. E poi con gli estrattori si lavora bene in sequenza, sfruttando lo spazio vuoto lasciato da una cassetta scardinata per fare leva e tirar fuori agevolmente la successiva. Come spiega il perito «la serratura di una cassetta di sicurezza è posta a tergo dello sportellino di chiusura. Davanti c’è soltanto una mascherina che copre e permette di aprire le due toppe, un copritoppa scorrevole che lascia accedere e due serrature, una che corrisponde al passepartout della Banca e l’altra alla chiave del singolo cliente locatario della cassetta». In cosa consiste l’uso dell’estrattore? Nell’inserimento di un bullone affilato, che viene impanato con tutta la sua vite nella serratura della cassetta. «Il catenaccetto, cioè la parte mobile di una serratura che fa da riferma all’anta mobile, viene così divelto insieme alla serratura, lo sportello però è ancora bloccato da piccole resistenze, così, inserendo quella leva e traendo la leva stessa, con un blocchetto di appoggio si riesce a forzare l’apertura in fuori dello sportello.» Il blocchetto deve essere «appoggiato lateralmente, quindi o sulla parete di una cassetta già aperta oppure sul bordo della cassettiera» osserva il perito, per questo di norma si procede con ordine. Concentrarsi su piccoli gruppi sparsi qua e là è un sistema molto dispendioso. E allora perché chi è entrato lì dentro ha agito in quel modo?
C’è un altro elemento che rende atipico questo furto. È come se i ladri avessero avuto la strada spianata fin dentro al caveau. Non hanno dovuto forzare la porta esterna; e neppure la serratura e la combinazione del portone blindato sono state un ostacolo, infatti, non c’è il minimo segno di effrazione, nemmeno un graffio: hanno semplicemente aperto e sono passati. E gli allarmi?
A proteggere la Banca è un impianto attivato ogni sera dopo la chiusura. Vigila sulla cassaforte che si trova nell’ufficio segreteria e su tutta l’area sotterranea, a partire dalla scaletta a due rampe che dal salone principale scende nell’anticaveau. Ogni intrusione, ogni tentativo di aprire il portone o di manomettere la centralina viene registrato dai sensori e segnalato alla questura di Roma, a cui la Banca è collegata da una connessione diretta. Non solo. Una linea commutata dovrebbe trasmettere eventuali rilevazioni anche al nucleo sicurezza della Banca di Roma e per questo il vicedirettore aveva velocemente contattato la sede. Ma né la questura né gli addetti alla sicurezza, quella notte, hanno ricevuto messaggi dalla filiale. Come si spiega?
Le falle nella sicurezza
È sufficiente un controllo agli impianti da parte degli esperti per trovare una risposta: nel sistema c’è una falla, un punto debole individuato e sfruttato dagli autori del colpo. Evidentemente la banda ha pure buone competenze di elettronica.
I circuiti dell’impianto sono al sicuro in un armadio blindato che li tiene al riparo da manomissioni. I fili a cui è correlata la resistenza di bilanciamento che trasmette gli impulsi, però, corrono in una canalina collocata all’esterno dell’avvisatore Telecom, a sua volta fuori dall’armadio. Insomma, questa sezione dell’impianto non è protetta, ed è proprio su questo segmento più vulnerabile che i ladri sono intervenuti per zittire gli allarmi. Hanno realizzato un by-pass, creando sulla linea un cortocircuito, in modo che ogni impulso partito dai sensori, anziché uscire tornasse indietro. E questo intervento è di sicuro accaduto dopo il 26 giugno. Quel pomeriggio il direttore è uscito dalla filiale dimenticandosi di attivare l’antifurto. La centrale di sicurezza ha rilevato che il sistema non era stato attivato all’orario consueto e così il direttore è stato subito convocato. Trovandosi fuori Roma, l’uomo è arrivato solo alle dieci di sera. È entrato in agenzia, ha preso dalla cassaforte di servizio la chiave elettronica dell’antifurto e lo ha attivato, ma chiudendo la cassaforte non ha riabbassato il copritoppa, e così appena uscito è scattato l’allarme, prontamente rilevato dalla questura di Roma. Fino a quel giorno, quindi, la Banca non era ancora isolata.
E la linea commutata che avrebbe dovuto avvisare il nucleo sicurezza? Anche quella è stata neutralizzata senza fatica. Visto che la linea è connessa al numero del direttore, con una semplice telefonata i ladri hanno capito quali fossero i fili, e hanno interrotto il collegamento.
Insomma, quando gli intrusi s’infilano nel caveau, la filiale è del tutto isolata, il che non significa che i sensori non rilevino la loro presenza. La centralina registra varie segnalazioni di allarme che non giungeranno mai a destinazione. La prima è quella delle 18.32 del 16 luglio e segnala un’intrusione nell’anticaveau; un minuto dopo scatta l’allarme sirena; alle 0.25 del 17 luglio quello del copritoppa della porta blindata; alle 0.26 quello della porta; alle 0.28 quello del pavimento del caveau; alle 2.26 quello del soffitto e alle 2.52 quello della parete. Poi più nulla fino alla disattivazione del sistema da parte del funzionario dell’agenzia giunto il mattino della scoperta.
Se il silenzio degli allarmi trova in breve una spiegazione, più difficile è capire come i ladri siano riusciti a penetrare così facilmente all’interno. Le porte sono intatte e nessuna serratura è stata forzata, quindi l’ipotesi più plausibile è che gli intrusi entrati durante la notte nella Banca avessero in mano le chiavi o perlomeno una copia.
Ma le chiavi di una banca non dovrebbero essere custodite con la massima cautela?
In realtà, i primi colloqui degli inquirenti con i dipendenti della filiale fanno emergere con sconcertante chiarezza che anche le procedure di sicurezza presentano smagliature piuttosto profonde.
La chiave della porta secondaria da cui sono entrati gli uomini della banda, per esempio, è tenuta nel cassetto di una scrivania della sala risparmi. Quando un dipendente vuole far passare un cliente da quell’ingresso, prende la chiave, la usa e poi la rimette al suo posto. Quella chiave, ricorda la Petrignani, oltre a lei «ce l’avevano il direttore, il vicedirettore e poi stava pure in un cassetto, non so, per dare le girate quando poi uscivano tutti e quella si doveva chiudere».
Per aprire il portone blindato del caveau servono invece due chiavi. Di solito, una la custodisce il responsabile operativo della Banca, l’altra un cassiere. La procedura prevede che ogni mattina il direttore scenda nel caveau e ruoti i dischi della serratura a combinazione, il cui codice è noto soltanto a lui, al suo sostituto e al responsabile operativo. A quel punto i custodi delle due chiavi devono inserirle nelle serrature e spalancare il portellone. Infine, viene chiuso un cancelletto interno per impedire che qualcuno s’in...