E ora la troviamo che percorre cunicolo dietro cunicolo, la giovane con gli occhiali da miope. Con assoluta consapevolezza, passo dopo passo; con la consuetudine di chi metro per metro, centimetro per centimetro, in epoche antiche e in tempi moderni, quelle distanze le ha misurate col cuore in gola per la felicità o per la disperazione, trascinando un corpo stanco e dolorante o con l’agile elasticità della riguadagnata gioventù, a pancia piena o coi morsi della fame. Sempre la stessa distanza. Sempre lo stesso percorso.
Con la stessa vaga paura. Ma forse mai così tanta.
La ragazza cammina da quasi due ore, e non rallenta. Teme di poter essere vista, anche se il buio è così fitto da sembrare solido. Immagina di essere osservata da creature incappucciate che si muovono sulle pareti o attraverso le alte volte, piccole e storte figure scimmiesche con tuniche dal colore indefinito, strani esseri a metà tra uomini e animali del buio, forse ragni giganteschi, o topi mutati dall’oscurità.
La ragazza ha qualcosa da riferire, qualcosa da confessare e qualcosa da temere. La ragazza è ragazza solo all’apparenza, ma è talmente antica da non avere nemmeno più ossa da venerare. La ragazza combatte con la voglia di fuggire e con la consapevolezza di non avere dove andare, eppure procede sicura, come il condannato che conosce la via del suo perenne patibolo.
Si ferma, la ragazza. Non vede nulla, però sa che tra poco anche i suoi occhi miopi vedranno. Ma non vorrebbe vedere. Vorrebbe che l’oscurità restasse oscura, che al di là di qualche remoto respiro non si sentisse e che si potesse almeno immaginare di essere soli. E invece, dopo pochi attimi da quando è giunta al punto stabilito, e si è seduta a terra sulle gambe e con le mani lungo le cosce come a ricevere un dono o una punizione, il riverbero di alcune luci soffuse mostra il luogo.
La ragazza ricorda quando quella stessa luce senza fuoco e senza fumo le sembrava un’orribile magia che le stringeva il cuore, e le faceva provare la voglia di scappare. Anche ora che conosce elettricità e neon, lampade alogene e faretti incastonati nelle controsoffittature, non è in grado di riconoscere la fonte della luminosità, ma almeno non sente la morsa del terrore. Sono pochi i sentimenti che riconosce, ormai. Oziosamente si chiede se anche gli altri, in ginocchio nella traslucida notte attorno a lei, cercano ogni giorno sentimenti che non hanno più; se anche loro ne hanno la struggente nostalgia.
L’uomo incappucciato si avvicina alla janara proprio un attimo prima che la folla inferocita le piombi addosso e la trascina in una fessura del muro che sembra cieca, e invece non lo è. Col cuore in gola, la janara sente i passi concitati di quelli che la inseguono coi forconi e le mazze, e si accorge che tiene ancora in mano le spezie che le servono per l’infuso da mettere sugli occhi.
Gli occhi. La janara deve prendersela coi suoi deboli, inutili occhi se non ha visto la lavandaia che avvicinatasi al fiume si è messa a osservarla da lontano mentre raccoglieva le erbe sacre recitando la preghiera alla Dea. E non ha visto la donna che, lasciate le pezze che doveva lavare sulla riva del torrente sacro, si è silenziosamente allontanata per andare a chiamare il prete e gli uomini che ora la vogliono ammazzare. La janara ha paura, sa che se la prendessero la colpirebbero e la colpirebbero ancora, e lei è vecchia e storta e le ossa sono doloranti e non potrebbe scappare, e poi la brucerebbero cantando inni al loro dio perfido che viene dall’Oriente.
Stretta nell’intercapedine, sente la solidità del corpo del personaggio incappucciato, rigido come il ferro. Non ne percepisce il respiro, e non vede nulla. I suoi occhi peggiorano di giorno in giorno. Stavolta non ce la farà.
Quando torna il silenzio, fa per uscire, ma una mano enorme e forte la trattiene nel buio. Non ha paura, la janara. È piuttosto incuriosita. Non conosce nessuno che la vorrebbe salvare, quindi è inutile temere.
Una voce bassa, raschiante, aspra. Una voce che viene da un altro mondo e forse dall’inferno.
La voce le dice della gioventù e della salvezza. Della fine dei dolori senza la morte, e degli occhi che torneranno a vedere. Di un compito da ricevere, che consiste in quello che dovrebbe fare per tutto il tempo che le sarà concesso, e cioè di vegliare sul tempio della Dea.
Fuori, in strada, si sentono di nuovo delle voci e Ippolita, l’ultima janara, si sente all’improvviso pesare addosso tutto il futuro che non avrà e il passato che non vedrà tornare. Nel buio, senza sapere se viene vista, annuisce senza parlare.
E così si compiono la sua salvezza e la sua condanna.
Gli altri. Una decina, forse una dozzina. Il giovane sottile, che qualche ora prima è già stato là per riferire, si chiede se siano aumentati o diminuiti. Quand’è arrivato laggiù, tante Illuminazioni prima, erano forse otto in tutto; i Luoghi sacri erano più al sicuro, allora.
Tiene gli occhi bassi, anche se ormai si sono abituati alla luminescenza e potrebbe tranquillamente girare attorno lo sguardo riconoscendo alcuni, ma sa che il Padre non gradisce.
L’attenzione deve essere assoluta, la disposizione dell’animo aperta, la mente sgombra.
Deve attendere. Tutti loro devono attendere.
Pensa alla morte, che gli è preclusa, e alla resurrezione che gli fa visita ogni trenta cicli del Sole. E la sua anima vola a quando ha sostenuto l’ultima Prova. Allora il suo nome era Chrestos.
Il giovane sottile di nome Chrestos osserva il Sacerdote Maggiore, riccamente vestito di bianco, con uno scettro in mano e una corona d’oro. Pensa a quanto farebbe miglior figura se fosse lui, Chrestos, a indossare la veste e a ricevere da Ierofante i nuovi iniziati al culto della Dea Nera, Iside la Possente, Iside allattatrice di Horus, Iside dalla lunga tunica.
Chrestos ha dedicato tutta la sua vita, venticinque anni, alla Dea. Il suo sogno è sempre stato quello di diventare Sacerdote Maggiore, e interrogare, come ora sta facendo quel dannato vecchio, le donne e i fanciulli, prima di guidarli attraverso la porta tagliata nella roccia e poi nel tempio sotterraneo, adorno di sfingi e stelle e fino alle sacre colonne, quelle della vita e della morte.
Il vecchio, che Chrestos guarda con malanimo da sotto il copricapo, non ha nemmeno più la forza di giacere con gli iniziati, come farebbe lui con pieno vigore e gioia, certo molto di più coi giovinetti come quello bruno dal ventre liscio e dal volto imberbe che gli sta sorridendo mentre ascolta la formula che introduce alle prove.
Il pozzo, la prima prova: la fila di statue con il corpo di uomo e la testa di animale, orrende per chi non è nei Misteri, e al termine la mummia di fronte allo scheletro; chi non scappava urlando, e ce n’erano stati, avrebbe dovuto introdursi carponi nel buco buio nel quale a stento si riusciva a entrare.
Chrestos ricorda il brivido nel cuore, l’assenza di timore e l’amore per la Dea mentre risuonavano rabbiose per sette volte le parole sacre: Qui periscono i pazzi che hanno desiderato scienza e potere. Il vecchio non gli aveva certo dato una mano nel sostenere la prova. Forse aveva già intravisto in quel giovane il maggior pericolo per la sua carica.
Il piccolo corteo entra nella sala sotterranea. I tre adepti subiranno la prova, e Chrestos da dove si trova sentirà le urla e forse li vedrà fuggire: ma non gli è concesso di entrare.
Si volta e si avvia all’esterno del tempio, accompagnato dal canto lugubre e ritmato dei fedeli. La notte calda e stellata accoglie la sua frustrazione.
Quando arriva in mezzo al campo che affianca il fiume, sente una presenza dietro di sé. Non ti voltare, dice la presenza. Non ti voltare.
La voce è quella dell’inferno, e Chrestos resta senza fiato. Pensa che verrà ucciso da uno dei criminali affamati che infestano il luogo non lontano dal porto, dove dondolano le barche affusolate dal fondo piatto e con le due vele arrotolate, pronte a partire per il sacro Egitto con le loro merci. Lo troveranno con un taglio nella schiena, e soffocato nel suo stesso sangue.
Non supplica, però. Non prega. Dice solo: Sono un sacerdote della Dea, non osare profanarla toccando me.
La voce dell’inferno mormora: So chi sei, Chrestos. E so quello che desideri, di prendere il posto del vecchio Sacerdote Maggiore. So che ti piacciono i ragazzini, e il vigore del tuo corpo che però non durerà a lungo.
Come lo sai?, chiede Chrestos. Che demonio sei?
Nessun demonio, dice la voce. Sono la tua fortuna. Sono il dono che la tua Dea ha inviato, perché vuole che tu stasera conosca la vera luce, e prenda il posto del vecchio.
Come? Come posso avere tutto questo?, chiede.
La voce dell’inferno si avvicina al suo orecchio, e Chrestos ne sente l’alieno calore.
Ascoltami, dice la voce. Ascoltami.
«Ascoltate la voce del Padre!» esclama qualcuno all’improvviso.
Nessun rumore. Una sospensione, piuttosto. Un silenzio ancora più fitto. In un arco, al centro del cerchio in cui sono inginocchiate le figure, si profila una sagoma enorme e tarchiata. La luminescenza che la avvolge rende i contorni indistinti, si intuirebbe una coperta con un cappuccio che copre larghissime spalle ma anche gambe tozze. Si intuirebbe: perché nessuno osa alzare gli occhi.
Un mormorio corale saluta in diverse lingue dimenticate il Padre.
La figura resta ferma nell’arco, poi comincia a parlare: «Sono molte Illuminazioni che non ci riuniamo tutti, forse undici. Da allora l’astro luminoso sotto il quale strisciate ha compiuto più di trecento cicli. Capite da soli l’importanza di questo incontro».
Non è una domanda, e tuttavia alcuni annuiscono e altri bilanciano il peso sulle gambe.
La figura continua: «Vi dico subito che siamo alle porte di gravi eventi. Non c’è un inizio, perché come sapete tutto è già iniziato: ma le Mappe dicono che siamo a un nodo, e sta a noi, i Guardiani, determinarne lo svolgimento».
Una donna si mette le mani sul volto.
«Quando sono venuto a cercarvi, nelle vostre singole ere, vi ho scelti. Avrei potuto prendere altri, e regalargli la vita e le forze che ho dato a voi. Ma ho scelto, e sono certo di aver fatto bene la mia scelta. I Luoghi sacri, quelli dei vostri templi, dei sacrari delle vostre superstizioni, sono stati sotto buona sorveglianza fino alla penultima illuminazione.»
Di nuovo serpeggia un lieve disagio tra gli inginocchiati.
«La consegna, come tutti voi ricordate, era semplice e semplice è rimasta. Ognuno di voi ha un solo obbligo, ha prestato un unico giuramento: fare in modo che l’Illuminazione avvenga senza testimoni. Senza alcuna presenza, senza che neanche si immagini che stia avvenendo. Per questo, avete giurato, sorveglierete il Luogo consentendo che vi si svolgano le umane attività ma che non ci sia nessuno se non voi stessi, da soli e senza presenze, la notte in cui avviene.»
Un uomo esclama: «Padre mio, sia grazie a te per la manifestazione divina che…».
La figura muove secca una mano nell’aria, spezzando la frase. «L’Illuminazione vi rende di nuovo come siete. Essa e non io vi regala la vita, il vigore del corpo. Attraverso di essa, come avete giurato, passate nel tempo alimentando i vizi della vostra natura. Vi è consentito, tutto vi è consentito, tranne rivelare la vostra identità e lasciare che qualcuno sia presente nei Luoghi sacri.»
La figura fa una pausa, e poi, cambiando il tono della voce, dice: «Tutti voi avete conosciuto i quattro che nelle ere hanno omesso di mantenere il giuramento. Una ha portato un uomo nel Luogo, perché voleva donargli per amore la stessa gioventù. Due hanno temuto gendarmi e criminali e non sono stati presenti all’Illuminazione. Uno ha rivelato del Luogo a un’amante. Sono cose avvenute molti cicli or sono, ma lo ricordate».
Un brivido attraversa l’ambiente come un colpo di vento. Ricordano. Eccome, se ricordano. Il Padre veglia su ogni cosa, e conosce il dolore e il modo di portare al buio perenne, peggiore della morte.
«Ora però il tempo è cambiato e tutto è più difficile. Aristarchos, parla ai tuoi fratelli del custode del parcheggio.»
Sorpreso dal richiamo, l’uomo bruno che è stato sacerdote di Mithra sussulta. «Padre, io… Nessuno ha visto, e lui… Io non avrei potuto accedere, e quindi…»
La figura si rivolge impassibile alla donna con gli occhiali: «Ippolita, dimmi del vagabondo».
La janara indurisce lo sguardo e serra le labbra: «Dormiva nel vestibolo del tempio, chissà da quando aveva trovato il modo di calarsi là. Che avrei dovuto fare? Non avrei potuto ...