FIABE FANTASTICHE
1.
IL PRINCIPE FEDELE
C’erano una volta un re e una regina che non avevano figli; ma alla fine, a forza di desiderarlo, alla regina nacque un figlio maschio.
Al battesimo del bambino, cui fu dato il nome di Fedele, i potenti e gli umili accorsero da tutte le parti del regno. Tra i primi vi fu un signore della Dalecarlia che in veste di padrino offrì in regalo al principe una grande casa, a patto che questi ne prendesse possesso solo il giorno del suo quindicesimo compleanno.
Passarono gli anni e il principe cresceva in forza e bellezza; però era cupo, come se qualcosa di misterioso gli rodesse il cuore, e nessuno della cerchia dei nobili signori che gli erano stati destinati come amici riusciva a rallegrarlo. Lo ossessionava il pensiero della sua futura casa e del momento in cui ne avrebbe varcato la soglia.
Il tempo scorreva lento, ma finalmente giunse il giorno tanto atteso. Il re prese per mano il figlio e insieme entrarono nella nuova dimora. All’ingresso c’era un superbo camino affiancato da magnifiche colonne ricoperte di piatti d’oro e d’argento e di pentole di rame. A una parete del salone splendevano ganci d’argento ai quali era sospesa una sella dorata. Infine, al centro della stanza c’era un maestoso cavallo dalla cavezza d’oro, con la groppa ricoperta da un panno scarlatto intessuto d’argento.
Il principe non fu affatto impressionato dalle decorazioni della sua nuova casa, ne restò anzi un po’ deluso. Che gli importava di tanto oro e rame, ce n’era assai di più nei forzieri della reggia! Gli piacque invece il cavallo e un giorno vi salì in groppa e uscì di città. Aveva appena varcato le mura ed era entrato in un fitto bosco, che si imbatté in un branco di lupi che si azzannavano ferocemente.
«Mettiti in mezzo e separali!» disse il cavallo. E il principe scese di sella e li divise.
Allora dissero i lupi: «Ti ringraziamo, caro principe Fedele, per essere venuto in nostro soccorso. Non dubitare che ricambieremo venendoti in aiuto se mai ti troverai in difficoltà».
«Bene, bene», rispose il principe, risalendo a cavallo; ma dentro di sé era certo che non si sarebbe mai trovato in difficoltà.
Calvalcato che ebbe per un altro tratto di bosco si trovò la strada sbarrata da un gruppo di giganti che facevano a botte.
«Mettiti in mezzo e separali!» disse il cavallo.
E il principe scese di sella e li divise.
Dissero i giganti, asciugandosi il sudore e medicandosi dove sanguinavano: «Ti ringraziamo, caro principe, per essere venuto in nostro soccorso. Sta’ sicuro che ricambieremo se mai ti troverai in difficoltà».
Il principe cavalcò per un altro bel tratto e giunse a un enorme lago circondato da boschi e montagne. Verso la riva, il bosco si apriva in una vasta pianura e il principe, sceso da cavallo, si avvicinò alla sponda. Sulla superficie galleggiavano delle ninfee bianche, e mentre tentava di afferrarne una con un ramo il principe scorse un luccio bello grasso che prendeva il sole a pancia all’aria. Lo acchiappò con le mani.
«Che te ne fai di un luccio?» disse il cavallo. «Ributtalo in acqua!»
Il principe diede retta al cavallo e lasciò andare il pesce.
«Grazie per avermi liberato, caro principe Fedele!» disse il luccio. «Ti ricambierò venendo in tuo aiuto appena ti troverai in difficoltà.»
E come una saetta guizzò in fondo al lago.
Nella sua parte estrema il lago si stringeva in una piccola baia sulla quale incombeva un castello che, alla luce del sole, brillava come oro. Il cavallo incitò il principe a montargli in groppa e a nuoto lo traghettò dall’altra parte dello specchio d’acqua. E intanto lo istruiva su come si doveva comportare quando fossero approdati sulla terraferma.
«Salirai al castello e lì incontrerai una bella principessa che ti inviterà a visitare le scuderie per mostrarti i suoi cavalli. Dovrai rifiutare altrimenti non ne uscirai più. Allora ti vorrà regalare il suo ritratto dipinto su una tavoletta di legno ma non lo dovrai accettare. Tieni a mente ciò che ti dico!»
«Che bizzarrie!» pensò il principe, e arrivato sulla terraferma salì per il sentiero che portava al castello.
Tutto si svolse come il cavallo aveva previsto: la principessa voleva mostrargli le scuderie e si stupì del rifiuto.
«Mia bella principessa», si scusò galantemente il principe, «non posso trattenermi a lungo e non voglio perdere un attimo della tua compagnia.»
Quando lei mostrò il proprio ritratto su una tavoletta nera, il principe ne fu a tal punto abbagliato che, dimentico dei consigli del cavallo, se lo infilò nel farsetto. In quello stesso istante scordò di essere il figlio di un potente re, destinato un giorno a ereditare il regno, e l’unica creatura di cui si sovvenne fu il cavallo.
Trascorso qualche tempo, prese commiato dalla principessa e, salito in groppa al cavallo, si allontanò. Si sentiva inquieto e senza ragione frustò il destriero sui fianchi: al primo balzo il cavallo fece cento tese, al secondo scavalcò una lega, al terzo non si videro più le sue orme sul terreno.
Arrivarono a un nuovo castello in un luogo remoto, in uno stato lontano. Intorno al castello c’era un giardino così ricco, che il principe non ne aveva mai visto l’eguale. Vi crescevano vari alberi pregiati, da frutto e non da frutto, e il principe chiese al re di diventare capo giardiniere; il che gli fu concesso.
Passarono i giorni. Il re si accorse che il suo nuovo giardiniere, quando non lavorava, non faceva che guardare un quadretto che teneva nascosto sul cuore, sotto i vestiti, e un giorno gli chiese cosa tenesse nascosto in petto. Gli bastò guardare il ritratto della principessa per innamorarsene immediatamente e ordinò al giardiniere di condurgli a corte la fanciulla del ritratto. Al principe Fedele non restò che obbedire.
«Il cavallo mi verrà in soccorso», pensava, e giunto alla stalla gli raccontò l’accaduto. Per nulla al mondo voleva perdere la principessa, ma doveva mantenere la promessa e condurla dal re.
«Un aiuto certamente te lo darò», rispose il cavallo, «ma perché non hai dato ascolto alle mie parole?» E aggiunse: «Parti al passo e torna di corsa, prima che io muoia di fame. E bada bene di non giocare coi dadi della principessa, ma porta i tuoi dadi. Solo così riuscirai a vincere e lei sarà costretta a seguirti».
Per mari e per monti, oltre pini e conifere, tra cespugli di ribes e arbusti di vitalba, Fedele arrivò al castello della principessa. Dalla gioia di rivederlo le gote della ragazza si colorarono come una bacca e tirati fuori i suoi dadi dorati lo invitò a giocare.
«Ho i miei», disse il principe. «Se perdo sarò in tuo potere, ma se vinco sarai tu la mia posta in gioco.»
Giocarono diverse mani e il principe le vinse tutte; e, pur controvoglia, la principessa lo dovette seguire. Si disperò e pianse perché, per quanto le piacesse il principe, non voleva lasciare il suo castello, ma Fedele la sollecitava ad affrettarsi per tornare in tempo prima che il cavallo morisse di fame. La principessa si rassegnò, chiuse porticine, porte e portoni del castello e lo seguì. Attraversarono il lago e quando ne furono al centro la principessa, furtivamente, gettò le chiavi in acqua.
Cammina e cammina giunsero al castello e al giardino del re. Costui fu così colpito dalla bellezza della principessa che per qualche giorno gli mancò la parola; apriva la bocca ma non ne usciva nessun suono. E fu a gesti che diede ordine che alla principessa fossero assegnati un bell’appartamento e un paio di ancelle che la vestissero e le pettinassero i capelli.
Il giorno che gli tornò la favella, il re entrò nelle stanze della principessa e chiese la sua mano.
«Diventerò tua moglie», lei gli rispose, «solo quando mi verranno portati qui i miei cervi e le mie cerbiatte.»
Il re ripassò l’ordine al giardiniere e Fedele si rivolse ancora al suo cavallo: «Come farò a trascinarmi appresso una mandria di cervi?».
«Perché non hai dato ascolto alle mie parole?» protestò l’animale. «Non potrai certo cavalcarmi perché adesso sono di proprietà del re; dovrai partire da solo. Cerca i lupi che hai separato quando stavano litigando e loro ti aiuteranno!»
Il principe Fedele si rimise in cammino. Nel cuore di un bosco prese a chiamare tutti i lupi del branco. Questi accorsero da ogni parte e il principe li pregò di dargli una mano.
«Certamente», risposero i lupi. «Ora che ti trovi in difficoltà, condurremo nel giardino del re i cervi e le cerbiatte, anche se ne faremmo volentieri un bel boccone.» E correndo a destra e a sinistra, tra i boschi e le radure, raccolsero una mandria di cervi e cerbiatti e li guidarono al castello del re.
Il principe Fedele era tutto fiero di questa impresa, ma il re neppure gli disse «Grazie». Salì nell’appartamento della principessa ed era così eccitato che i colpi che batté alla porta fecero tremare i muri. Gridò: «Eccoti i tuoi cervi e le tue cerbiatte! Vuoi diventare mia sposa?».
«No», disse la principessa, «non prima che la mia intera casa mi venga portata qui.»
«Mah», pensò il re, «come faccio a mandare quel poveraccio del giardiniere in capo al mondo a prendere una casa?» E tuttavia, fu proprio questo che gli ordinò di fare.
Il principe Fedele si rivolse al suo cavallo: «Per nulla al mondo vorrei perdere la principessa ma eccomi costretto a portarle il suo castello perché diventi la sposa del re. Come devo cavarmela?»
«Perché non hai dato ascolto alle mie parole, principe Fedele? Non potrai certo cavalcarmi e perciò parti al passo ma torna di corsa, prima che io muoia di fame; dovrai cercare i giganti che hai separato quando stavano litigando e loro ti aiuteranno.»
Cammina e cammina, non lontano dal castello della principessa, proprio sull’orlo del boschetto, il principe Fedele chiamò i giganti e implorò il loro aiuto.
«Sì, principe Fedele», risposero quelli. «Ora che ti trovi in difficoltà, trasporteremo per te il castello della principessa. Se tu non ci avessi diviso, ci saremmo ammazzati di botte.»
E con la leggerezza di garzoni alle prese con una botte di birra, i giganti staccarono il castello dalle sue fondamenta, e correndo al seguito del principe Fedele lo trasportarono, dal ponte levatoio fino alla torre di vedetta, nel giardino del re.
Quando lo mostrarono al re, questi andò nell’appartamento della principessa e picchiò alla porta con tanta energia che i merli del palazzo si sbriciolarono.
«Adesso sì che sarai mia sposa!» le disse il re. «Eccoti il tuo castello!»
«No», rispose la principessa. «Non ci sono le chiavi e senza di esse non posso entrare in casa. Quando saranno in mio possesso diventerò tua sposa.»
«Nessuno potrà procurartele ma i miei nani, che sono bravi fabbri, potranno fartene di nuove.»
«No», disse la principessa, «io voglio le mie» e cantò:
«Le chiavi sono in grembo alla sirena!
Di ritrovarle devi darti la pena».
Che poteva fare il povero re se non rivolgersi al suo nuovo giardiniere e questi, a sua volta, al fedele cavallo? Il cavallo, dal canto suo, gli faceva delle solenni paternali per la sua disubbidienza.
«Si va di male in peggio! Mi tocca nientedimeno che recuperare le chiavi in grembo alla sirena. Come faccio a trarmi d’impaccio?»
«Perché non hai dato ascolto alle mie parole? Non potrai certo cavalcarmi, ma ritorna al lago e chiedi al luccio che hai liberato di portare a galla le chiavi. Parti al passo e torna di corsa, prima che io muoia di fame!»
Il principe Fedele volò ai confini del mondo fino al lago remoto.
«Caro il mio luccio», gridò dalla riva, «aiutami a recuperare le chiavi che la principessa ha gettato in mezzo al lago!»
«Sì, principe Fedele», rispose il luccio. «Ora che ti trovi in difficoltà ti aiuterò, perché un giorno mi hai ridato la libertà. La principessa riavrà le sue chiavi.»
In fondo al lago, tra la fanghiglia, si insinuò un raggio di sole e qualcosa brillò; e il luccio tornò alla superficie stringendo tra i denti aguzzi il mazzo di chiavi della principessa.
Di ritorno, il principe Fedele portò le chiavi al re che si precipitò agli appartamenti della principessa e diede colpi così possenti alla porta che il giardino tremò, la montagna rintronò e la bufera ululò tra i crepacci.
«Vuoi essere mia sposa? Eccoti le tue chiavi.»
«No», rispose ancora la principessa.
«Ma adesso che vuoi?» fece il re spazientito.
E lei:
«Portatemi il flacone di gocce.
Nella magione che al suolo fu rasa,
sta nascosto tra le rocce,
dov’era la mia casa».
Il re tornò nelle sue stanze su tutte le furie e ordinò al nuovo giardiniere di procurare all’istante il flacone di gocce.
Il principe Fedele, p...